A Ischia Ponte nel 1200 il porto
di Agostino Lauro
Centro
di difesa e di attacco militare, ma benanche porto di smistamento
commerciale.
Il 12 agosto 1269 - ce lo ricordano i registri della Cancelleria -
il re autorizzò Stefano (Salvacossa?) protontino (ammiraglio)
della Flotta d'Ischia a rifarsi dei danni subiti in una aggressione
piratesca di Pisani, che avevano defraudato alcune sue navi cariche
di merci "Per mare a porto isclano infra partes regni navigando...",
arrecandogli un danno di 170 once d'oro.
Nel dicembre dello stesso anno acconsentì ad analoga richiesta
di Arrigo Arnolfini, commerciante lucchese, ed altri soci, i quali,
noleggiata la "trita" di Bonagura Salvacossa e fratelli,
erano stati depredati del carico durante il viaggio per Palermo, ricevendo
un danno di 185 once d'oro.
Ma furono autorizzati a reintegrarsi con una rappresagha contro i
furfanti "... capiendi de bonis pisanorum ... terramarique
... ".
Il traffico è intenso e continuo, ma le scorribande delle galee
pisane e genovesi "piraticam exercentes rapinam"
come ripetono i testi originali, rendono malsicura la navigazione
nel Mar Tirreno, celando i pravi disegni al riparo della ragione politica.
Il re conta sui più audaci e il 5 maggio 1276 fa pervenire
un ordine al protontino di Ischia affinché per il 15 del mese
siano pronte le navi in allestimento per il servizio regio: "Paratas
infallibiter abeantur"; il 9 seguente parte un nuovo ordine
perché il protontino d'Ischia e quello di Napoli armino rispettivamente
una galea ed un galeone per la custodia delle coste da difendere "ab
incursione piratarum"; dovranno perciò perlustrare
le acque tra Castellammare e Sperlonga. Identico comando era pervenuto
al protontino di Amalti, ma il 9 luglio seguente viene deciso e spedito
il contrordine: le galee armate d'Ischia e di Amalfi possono ritirarsi
"quia iam concordia innita est cum Januensibus qui turbabant
fideles nostros".
Il 18 ottobre, poi, il re dispone il rimborso di 688 once d'oro e
12 tarì a Guglielmo di Santorato preposto al comando delle
galee e del galeone, che hanno stazionato per più di due mesi
nel porto di Ischia prima di partire, in perlustrazione, tra Palermo
e Pantelleria.
Difesa e commercio. L'attività commerciale esplode dal porto
di Ischia in tutte le direzioni del Mediterraneo, del Tirreno, dell'Egeo,
dello Ionio e dell'Adriatico: Venezia, Bari, Palermo, Pantelleria,
Mazara, Agrigento, Ostia per Roma, Tunisi e poi il levante, con particolare
riferimento ad Accon (Akka), Libano (in contratto con i Cavalieri
di San Giovanni di Gerusalemme) e alle isole egee, e specialmente
a Terminos.
I quaderni dei razionali della regia Curia ci dicono ancora dei carichi
di frumento, di sale, di orzo, di legname e di altre mercanzie; le
annotazioni della quantità, delle "salme", si alternano
e si incrociano con i più bei nomi del commercio e della marineria
isclana e regnicola: i Salvacossa e gli Assante di Ischia, i Garofalo,
i Campoli e i Del Giudice di Amalfi, i Rufolo di Ravello e tanti altri
che, in concerto, svilupparono una tale rete di attività da
arricchire le famiglie ed il paese; ed essi ne trassero quelle esperienze
doviziose che tanta traccia hanno lasciato nei rispettivi centri di
origine.
Certo è che spessissimo nei loro atti i re fanno riferimento
al "porto di Ischia". La frequente decisione di farvi stazionare
le navi cariche in attesa di destinazione, come si rileva dai registri,
fa supporre una sicurezza di ancoraggio ed una capacità ricettiva
notevoli.
Non deve essere taciuto che quell'antico porto era dotato di un bacino
di carenaggio e di un cantiere navale.
Il re, nell'aprile del 1270, ordinò a Bartolomeo e Novello
Salvacossa, "comites iscle", di riparare e corazzare
le galee da tenere pronte per il viaggio in Sicilia di cui erano già
al corrente; nel 1276 dispone che Matteo Salvacossa fosse autorizzaio
a ritirare il legname dalla selva di Marigliano necessario per la
costruzione, in appalto, di ben otto "teride" richieste
dall'Imperatore Filippo di Costantinopoli.
Queste molteplici imprese arrecarono fortuna e prosperità agli
imprenditori isolani e fanno immaginare il complesso di iniziative
collaterali sviluppatesi, come suole avvenire per ogni organizzazione,
sia pure in fase artigianale, attorno a questi centri propulsori.
Non si deve escludeve che tali continue e lucrose attività
abbiano provocato la accentuazione dell'edilizia necessaria all'insediamento
corrispettivo delle famiglie, oltre che nella "civitas"
situata sul Castello, anche nella piana che si allungava, per la costa,
verso quel "pantanelum", che oggi ha sostituito l'antico
porto isclano. Non riusciamo ad immaginare una concentrazione esclusiva
degli abitanti sulla rocca, quando tanti indizi lasciano supporre
che anche la radura ferace e comoda, retrostante alle banchine del
porto, fosse abitata.
È fuori di dubbio che il convento e la chiesa degli Agostiniani
di Santa Maria della Scala (Cattedrale odierna) occupasse già
il sito attuale dalla seconda metà del '200, prima ancora perciò
che la lava incandescente del 18 gennaio 1302 seppellisse con gli
orti e le "masserie" la "Villam o viculum" di
cui ci testimoniano i cronisti dell'epoca e di quelli posteriori.
Quel gruppo di abitazioni sommerse dalla colata vulcamca è
una chiara indicazione che la pianura non fosse deserta.
Tuttavia di quel "viculum" non ci è dato appurare
la consistenza, quantunque il termine, nel contesto usato dal Pontano,
significhi centro abitato, casale, senza alcuna intenzione limitativa,
perché lo storico generalizza il criterio di definizione affermando,
analogamente, che gli isclani abitano l'isola "vicatim".
Non è improbabile, anzi, che prima di quel disastroso 18 gennaio
l'episcopio e la cattedrale, eretti certamente sull'isola maggiore,
avessero quivi la loro sede, anche se con le abitazioni circostanti
rimanevano esposte agli attacchi pirateschi dei genovesi, dei pisani
o dei saraceni.