di Raffaele Castagna
Giovanna
d'Aragona | Maria
d'Aragona | Costanza
d'Avalos Piccolomini | Ippolita
della Rovere | Vittoria
Colonna junior | Innocenza
Gualteruzzi | Lucrezia
Scaglione | Isabella
di Requesens |Laura
Monforte | Giulia Orsini | Isabella
Villamarina | Giulia
Gonzaga
di Raffaele Castagna
Il Castello d'Ischia, già fortezza
aragonese costruita su una rocca inespugnabile,
divenne all'inizio del 1500 il simbolo della
nobiltà favorevole alla causa spagnola
durante l'occupazione del regno di Napoli da
parte delle truppe francesi. Esso, strenuamente
difeso dai marchesi d'Avalos, Inigo e Costanza,
in alcuni momenti ospitò esponenti dell'aristocrazia
e della famiglia reale, tra cui regine, ex regine,
principesse, nobildonne di antico casato, le
quali avevano spesso un denominatore comune:
erano consapevoli e orgogliose della loro discendenza,
dotate dalla natura di bellezza, ma anche poco
favorite dalla sorte. Intorno a questa schiera
d'élite, in cui brillavano più di
tutte Costanza d'Avalos e Vittoria Colonna, si
radunava il fior fiore dell'erudizione del reame:
poeti e letterati che cercavano ispirazione nella
bellezza femminile e celebravano quelle donne
che così bene l'incarnavano.
Nel prezioso ed ampio libro di Suzanne
Thérault: Un Cénacle humaniste
de la Renaissance autour de Vittoria Colonna
châtelaine d'Ischia (1), un capitolo è appunto
dedicato alle "donne" del Castello, alcune
ivi presenti soltanto episodicamente, altre invece
in soggiorni più o meno frequenti e lunghi,
per restare lontano dalle vicende della guerra,
ma anche per dimenticare le amarezze della loro
vita.
Dal libro citato sono tratti i passi che seguono.
Giovanna d'Aragona
Appartenente ad una casa reale per un
ramo, in qualche modo, illegittimo, era pronipote
del grande Alfonso (I) di Aragona e si trovava
ad essere al tempo stesso la nipote e la cugina
per affinità di Giovanna II di Aragona
regina di Napoli; è inoltre di illustre
discendenza per sua madre, Castellana di Cardona,
e diventa, con il matrimonio con Ascanio Colonna,
duca di Paliano, cognata di Vittoria. Ad Ischia,
dove verosimilmente nacque (1502) e dove i suoi
legami familiari potevano condurla e farla dimorare
infatti in certi momenti della sua vita, la sua
presenza è attestata storicamente abbastanza
tardi, nel 1538, pressappoco nel momento in cui
quella di Vittoria ha termine; ma ciò senza
nessun rapporto di causa ed effetto, perché le
due cognate si intendevano perfettamente. Là dove
l'armonia regnava meno, è nella casa di
Ascanio che doveva del resto, con l'interesse
che portava alla magia, essere un marito abbastanza
fastidioso che il temperamento di Giovanna non
aiutava a sopportare. "Bellissima, ma fredda",
dice di lei Amalia Giordano (2), citando Filonico,
ed aggiungendo: "Giovanna somiglia più a
Vittoria che, in effetti, ebbe con lei maggiore
familiarità, non solo perché era
una più stretta parente: forse la stessa
freddezza, nell'una e nell'altra, allontana i
loro sposi. Giovanna doveva, tuttavia, essere
molto più bella della cognata. Lo stesso
Filonico, che nelle lotte di continua gelosia
tra la duchessa di Paliano e sua sorella, doveva
ben accordare la preferenza a questa ultima,
non manca di stabilire dei paragoni molto lusinghieri
per lei... Giovanna superava tutti gli altri
in bellezza... .". La somiglianza con Vittoria è puramente
morale;ci si stupisce solamente un poco dell'allusione
alla freddezza della marchesa, sposa così ardente
sotto l'aspetto letterario
In ogni caso, Giovanna fu considerata nel suo tempo
poco favorita dalla sorte: Costanza di Francavilla,
interrogata sulle donne della sua epoca che giudicava
essere infelici, avrebbe risposto che considerava
come tali "la duchessa di Tagliacozzo Giovanna
di Aragona Colonna, la principessa di Salerno e
la duchessa di Amalfi Costanza d'Avalos Piccolomini,
poiché, dotate dalla natura di bellezza
e di alto lignaggio, dalla fortuna, dal destino
e dalla buona sorte di un onorevole matrimonio,
sono tutte e tre, nel fiore dell'età e nel
loro più grande splendore, così poco
considerate dai loro mariti".
Nel 1536, dunque, Giovanna d'Aragona pregò l'imperatore,
a Marino - dove era anche Vittoria Colonna - di
darle i mezzi per vivere separata da suo marito;
ricevè tremila scudi annui. Ascanio partì per
la Lombardia, e lei, fingendo di andare ai bagni
di Pozzuoli, "con tutti i beni di Ascanio, la
famiglia ed i bambini, si porta ad Ischia, mentre
la marchesa Del Vasto parte per la Lombardia";
poi, per volontà imperiale, va a Castel
dell'Ovo. Ma, il 10 aprile 1541, durante l'assedio
di Paliano, mentre la terribile lotta tra Ascanio
e Paolo III, a proposito della tassa sul sale,
si avvia alla sua conclusione, è da Ischia
che Giovanna, tramite il vescovo dell'isola (3),
scrive al papa esprimendo dei sentimenti analoghi
a quelli che si trovano in due sonetti di Vittoria
inviati allora al pontefice. Degna del fiero coraggio
delle sue parenti Vittoria e Costanza, riunì anche
lei delle armi e degli uomini, e vendette dei gioielli
per la difesa di Paliano. Ecco il passaggio essenziale
della sua lettera: "Chi serà pio, chi serà misericordio,
se la pietà e misericordia non si trovasse
in lo erede e legittimo possessor delle sacrosante
e divine chiavi del tanto giusto e bon primo pastor
San Pietro, e che deve mostrar agli altri con vivi
esempii l'umiltà e la clemenza di Cristo,
per esser lui perfetto gonfaloniero di quello.
Deh! basti a Sua Santità, per il nome e
virtù di Gesù la supplico, avere
dimostrato già che mal può replicare
il suddito con il suo signore; né gli piaccia
di permettere che si sparga più sangue delle
pecorelle, delle quali Sua Santità ne è vero
pastore, ricordevole di quelle divine parole, castigati
e non mortificati. La fiducia mia gli è tanto
appresso di Sua Beatitudine che, quando questa
invasione non dipendesse della giustissima mente
e potentissimo braccio della Santità Sua,
che, come là, così ancor la subito
togliere, ma dipendesse da altri parentadi del
mondo che seriano inferiori alla Santità Sua,
spererei fermissimamente tanto in lo presidio ed
aiuto suo, che ne li porrebbe, per difficili che
fosse, silenzio, e che le cose mie resterebbero
inviolate e secure".
Maria
d'Aragona (SU)
Come Giovanna, come il fratello Antonio
d'Aragona duca di Montalto, ella aveva per padre
Ferdinando duca di Montalto, figlio illegittimo
del re Ferrante I. Trascorre i suoi primi anni
alla Corte di Napoli , "cara alla regina Giovanna,
cara ad Isabella precedentemente duchessa di
Milano", dice il suo biografo Francesco Fiorentino
(4); si tratta di tempi posteriori al matrimonio
di Bona Sforza, regina della Polonia; dunque
posteriori al 1517; siamo sotto i viceré che
governano per conto di Ferdinando il Cattolico.
Maria, corteggiata dal marchese di Polignano,
ma disdegnando i suoi omaggi e la sua bruttezza,
sposa, nel 1523, il giovane cugino di Francesco
Ferrante d'Avalos che Vittoria, durante gli anni
della lega pontificia e di Ravenna, aveva allevato
ad Ischia e formato al gusto delle lettere, Alfonso
di Avalos, marchese del Vasto, l'adolescente
impetuoso, il brillante compagno e successore
di Ferrante negli eserciti imperiali, l'uomo
che la sua carriera splendente doveva mettere
alla testa del comando militare o politico durante
una ventina di anni, quello che meritò l'omaggio
dei versi dell'Ariosto mentre dirigeva, nel 1532,
una spedizione contro Solimano, e che fu scelto
come capo nel 1535 in quella di Tunisi. Ricordando
il matrimonio di Del Vasto, Amalia Giordano definisce
la giovane donna: "la bella aragonese alla quale
i poeti contemporanei dichiarano di non sapere
attribuire lodi adeguate al suo fascino ed ai
doni del suo spirito, ripetendogliele, per non
offendere il suo orgoglio più che regale,
ogni volta che le fanno risuonare anche in onore
della sorella maggiore Giovanna"; e, riportando
la lode implicita che abbiamo prima rievocato
sotto la penna di Filonico per l'accusa di freddezza
portata a Giovanna, la ritiene non priva di verosimiglianza, "se
consideriamo di quali legami questa, a differenza
della sorella, seppe legare il suo sposo a lei,
di una natura non meno impetuosa di quella di
suo cugino che aveva modo, spesso, di manifestarsi,
per esempio negli amori (tra gli altri quello
per Laura di Monforte) che, talvolta, lo distoglievano
dal suo amore unico, potente, geloso per la sua
donna, oggetto, d'altra parte, di altre passioni
non meno forti". Unico deve essere preso evidentemente,
qui, nel senso della qualità, poiché altri
vi fecero breccia; ma la sua persistenza e la
vivacità con la quale era difeso sono
tuttavia notevoli. Si riportano spesso le parole
di questo marito ombroso che aveva, durante tre
anni, preferito alla sua donna la siciliana Laura
Monforte, dama di onore della duchessa di Francavilla,
poi era ritornato da lei con una violenza di
passione e di gelosia compensatrice: "durante
tre anni, fui nemico di mia moglie, senza sapere
perché; durante altri tre anni ne fui
innamorato, e tutto il tempo restante sono stato
con lei vero marito". La presenza di Maria ad
Ischia è attestata abbastanza spesso.
In generale, sarebbe difficile, anche ad un cronista
del tempo, di precisarla, perché la marchesa
fa parte di una classe sociale dalle molteplici
dimore. Vittoria Colonna e Giovanna ce ne hanno
dato l'esempio; in quanto a lei, il suo biografo
Fiorentino ci segnala che nel 1538 "abbandonò il
palazzo della riviera di Chiaia, la città di
Pozzuoli ed il castello di Ischia, tra i quali
era solita dividere il suo soggiorno, ed andò ad
abitare il palazzo ducale di Milano". _ Ischia è dunque
un luogo mai lasciato, di dove ad ogni istante
si può ripartire o piuttosto ritornare
verso la costa. Ma, dieci anni prima, abbiamo
la certezza del suo soggiorno ad Ischia, dove,
essendovisi rifugiata come tanti altri, doveva,
per forza di cose, restare; cioè durante
l'assedio di Napoli del 1528 (5) e la battaglia
navale in svolgimento nelle vicinanze. Tre anni
più tardi, alla nascita del suo primo
bambino, dopo otto anni di matrimonio, si è tentati
di localizzare anche questo avvenimento ad Ischia,
fondandosi sulla suggestione di un carme (6) "che
scrisse in questa occasione Giovanni Filocolo
di Troia, dedicandolo alla principessa di Francavilla,
e raccomandandole di leggerlo con Vittoria Colonna
che dovette dunque assistere alla nascita. La
dedica porta la data del 5 agosto 1531, ed il
bambino (recens editus infans) doveva essere
nato da alcuni giorni. Il poeta che era stato
il precettore del marchese del Vasto, parla con
entusiasmo di questa discendenza tanto desiderata".
La presenza di Costanza di Francavilla, poiché doveva "leggere
con Vittoria", dà una grande probabilità all'ipotesi
di Ischia
Nel 1535, all'epoca della venuta dell'imperatore
dopo la spedizione di Tunisi, è ancora Ischia
che cita il biografo: "E lei uscì dall'isola
solitaria, invidiata tra tutte le belle che brillavano
alla corte imperiale". Abbiamo visto che lascia
la regione nel 1538 quando suo marito diventa governatore
di Milano. Molto più tardi, ritornerà nell'isola:
vedova da un anno, e l'anno della morte di Vittoria
che, già più di dieci anni prima,
l'aveva lasciata. Questo è, in quanto al
periodo qui studiato, un crepuscolo, non troppo
tardivo per questa donna ancora giovane, e non
senza poesia. Lasciando Pavia, e ritornando verso
Napoli, aveva affidato l'educazione di suo figlio
maggiore, di circa sedici anni - aveva sette figli
e siamo nel 1547 - all'umbro-toscano Luca Contile;
che scrive da Ischia a Bernardo Spina, l'11 febbraio: "Siamo
arrivati qui ad un'ora della mattina, passando
da Cuma, e là siamo saliti in una delle
galere del signore Antonio Doria". Allora "alternava
il suo soggiorno tra Napoli e l'isola d'Ischia,
feudo dei di Avalos", dava dei ricevimenti e non
mancava di nuovi ammiratori (7). Luca Contile che
provò una viva ammirazione per la natura
della regione napoletana, descriveva (8) a Bernardo
Spina, con parole piene di entusiasmo, le bellezze
dell'isola e della città di Ischia che mira
da un lato il Vesuvio, dal quale il sole, al suo
levarsi, salutava fin dalla mattina le finestre
della marchesa. L'isola, ricca di giardini, di
ville e di campi coltivati, ricca di viti che producevano
il vino greco ed il vino sorbegno, era, sulla costa
che guarda Gaeta - meno sicura contro le invasioni
barbare - più adatta alla villeggiatura.
Si trovavano in altura, nella parte più elevata,
delle ammirevoli foreste di cedri, limoni, cedronelle
ed aranci. La parte occidentale era fornita di
selvaggina; di fronte a Cuma, un lago formatosi
da una frana di montagna era pieno di folaghe che
si uccidevano nei concorsi di tiro; e la marchesa,
precisamente in questi giorni, aveva invitato numerose
signore a cacciare. La città, un tempo chiamata
Pitacusa, a causa dei tanti vasi di terra che vi
si fabbricavano, è su uno scoglio staccato
dall'isola, a distanza di un tiro di archibugio,
verso ovest; aveva delle belle case, e delle belle
donne, "dalla taglia slanciata, di colorito olivastro,
ma di civile e nobile aspetto": donne che Contile,
abituato agli intrighi principeschi, credeva essere "della
stirpe di questi figli di Re, e di questi cavalieri
della casa d'Avalos". Il discepolo di Contile che
doveva portare il titolo, anche lui, di marchese
di Pescara, fu investito della signoria di Ischia.
Costanza
d'Avalos Piccolomini (SU)
Sorella di del Vasto (9) e dunque cugina
del marito di Vittoria , Costanza d'Avalos junior
sposò Antonio Piccolomini, duca di Amalfi,
capitano generale di Siena, e questa unione non
fu felice. Neppure la carriera di suo marito,
perché fu due volte allontanato dal suo
incarico, la seconda volta nel 1541 e definitivamente. "Il
duca sceglie per residenza l'isola di Nisida,
vicino a Napoli. Costanza, che aveva dato al
maggiore dei suoi figli il nome di suo padre,
Inigo, ed a sua figlia quello di Vittoria, era,
come questa, una donna devota e dotata di talento.
Non solo era stata la sua compagna nelle riunioni
di Valdès e nella società di Ischia,
ma scrisse delle poesie quelle poche che ci sono
rimaste ce ne farebbero desiderare un più grande
numero, perché dobbiamo ammirare in quelle
che possediamo la ricchezza di profondi sentimenti
e di pietà cristiana". Sembra che abbia
coltivato gli studi di filosofia, e, di questa
vita molto imparentata con quella di Vittoria,
Reumont annota un altro tratto parallelo: il
ritiro in un convento, quello di Santa Chiara
a Napoli. Ma non si tratta degli anni della sua
lunga vecchiaia, perché, nel 1541, mentre
Vittoria, da molto, aveva fatto ritorno in Italia
centrale, Costanza si ritirò ad Ischia
coi suoi figli (10).
Ippolita
della Rovere (SU)
Per cambiare, ecco una donna felice; se
non è al momento ad Ischia, che è la
terra regale della sua bella famiglia, vi si
trova il suo futuro marito: Antonio d'Aragona,
duca di Montalto, fratello di Giovanna d'Aragona
e dunque cognato di Ascanio Colonna.Il ramo dei
Montalto, l'abbiamo visto, scendeva da Ferdinando,
figlio illegittimo del re Ferrante I. Ippolita
era figlia dei duchi di Urbino Francesco Maria
Della Rovere ed Eleonora Gonzaga con cui Vittoria
fu in corrispondenza relativamente frequente
(109); non solo amici, ma parenti: Francesco
Maria era suo cugino germanico (11). La loro
figlia Ippolita è dunque nipote "secondo
la moda della Bretagna" di Vittoria; ed il suo
futuro marito, alleato. Ciò non costituisce
una parentela; ma, qualunque ne sia la ragione,
troviamo negli elenchi di documenti ufficiali
una dispensa, del 26 gennaio 1532, che autorizzava
il loro matrimonio, confermato il 25 aprile seguente
(12). Tra le due date, una lettera di Vittoria,
del 16 febbraio, faceva allusione alla decisione
di questo matrimonio; alcuni mesi più tardi,
il 24 ottobre, parla della prossima partenza
di Antonio e della gioia che manifesta; ma un'indisposizione
passeggera lo trattiene, perché, nella
lettera, datata da Ischia, il 31 ottobre, ed
inviata ad Eleonora Gonzaga, Vittoria, tra l'altro,
così scrive: "Qui si trova il signore
don Antonio, più bello che mai, dedito
tutto a Donna Ippolita, ed egli desidera tanto
venirsene [vicino a lei] che me ne rallegro molto".
Paolo Giovio, scrivendo il 4 dicembre 1531 a
Federico Gonzaga duca di Mantova per trasmettergli
una lettera e dei sonetti della marchesa, gli
segnala che avendo passato gli ultimi giorni "ne
la beata isola di Ischia" ha appreso il successo
delle famose e felici nozze: nessun dubbio che
si tratti di Ippolita, parente dei Gonzaga.
Nella lettera del 16 febbraio che parla di questo
matrimonio, Vittoria manifesta verso la figlia
di Eleonora un interesse che paragona a quello
che prova per la "sua propria Vittoria": si tratta
della figlia di Ascanio.
Vittoria
Colonna seconda (SU)
Altra figura femminile della famiglia
Colonna ad Ischia, ma appena accennata: un viso
da bambina. Tuttavia, sembra che la citata lettera
tronchi l'esitazione che si è potuta avere
sulla data della sua nascita: 1525 o 1532 (13).
In questo secondo caso, ed ammesso che fosse
all'inizio dell'anno, l'allusione affettuosa
di sua zia, anche tenuto conto del sentimento
di consanguineità, non si spiegherebbe,
mentre sembra riferirsi ad una piccola bimba
di sette anni sulla quale avrebbe avuto, secondo
alcuni, influenza, avendola vicino a lei ad Ischia.
Questo non è provato; ci accontentiamo
di presentare l'ipotesi, per non passare sotto
silenzio quella che è stata chiamata
la seconda Vittoria. Più tardi, l'una
e l'altra si rividero a Marino; ma, nel 1538,
la giovane Vittoria seguì sua madre al
Castello dell'Ovo. Doveva sposare, nel 1552,
il figlio del viceré don Pietro di Toledo,
don Garcia.
Innocenza
Gualteruzzi (SU)
Avviciniamo a lei un'altra figura di ragazza,
oggetto, certo, dell'attenzione materna ed educatrice
della marchesa, ma in un'epoca di cui l'indeterminazione
non ci permette, a proposito di Ischia, che un'ipotesi
improbabile. Porta un nome al quale suo padre
ha dato una regale notorietà all'epoca.
Visconti, parlando dei familiari della marchesa,
ricorda l'amicizia di Vittoria per Carlo Gualteruzzi
da Fano, amico di Bembo, ed aggiunge che aveva
una figlia, Innocenza, che Vittoria volle avere
con sé ed alla quale non solo manifestò affetto,
ma trasmise la sua benefica influenza.Ci fu reciprocità di
servizi, perché la sua protetta l'aiutò "a
mettere in ordine ed a trascrivere i suoi versi
che non smise mai di rimaneggiare e di limare
con la cura che i manoscritti ritrovati manifestano
ampiamente". Dice, inoltre, Visconti che la ragazza
si fece religiosa ed entrò nel convento
di S. Silvestro in Capite, dove è ancora,
nell'orbita della marchesa. Da quanto tempo era
sua allieva e sua ospite? Non diciamo subito
la "sua segretaria", perché è molto
evidente che non ha cominciato immediatamente,
e, d'altra parte, il ruolo di segretario tenuto,
sembra, dal 1527, da Giuseppe Jova da Lucca,
non esclude necessariamente una seconda mano
al lavoro.
Lucrezia
Scaglione (SU)
Lucrezia Scaglione "rivaleggiò,
lei che non era nobile, con le donne più nobili
del suo tempo, suscitando così una grande
gelosia». Il cronista dei Successi ha sottolineato
questo aspetto, ma non l'ostilità: "per
la sua bellezza, il fascino dei suoi modi, la
vivacità e la grazia della sua parola,
era apprezzata dalle principali dame di Napoli
e non c'era salotto, dove si teneva in festa
tutta la società, al quale lei mancasse;
così che non si dava festa dai grandi
della città dove non si trovasse"; ed
altrove: "fine nei giochi di spirito, molto competente
in musica". Egli completa questi tratti con una
descrizione delle sue avventure amorose, su suo
marito (14), come sul viceré Carlo di
Lannoy, perdutamente innamorato; ma aggiunge
una considerazione di ordine generale: "nessuno
deve stupirsi che, liberale dei suoi favori verso
il viceré e dunque sconveniente, fosse
ammessa tuttavia ai colloqui di altre donne rinomate
caste, ed onorate, perché, se bisogna
dire la verità, quasi nessuna di esse,
in effetti, era tale". La passione di Lannoy
non fu priva di noie. Lucrezia aveva una famiglia
collaterale, dove non si ritrova l'equilibrio
che sembra essere stato quello dei suoi antenati
borghesi. Sua sorella Antonia aveva sedotto -
spiacevoli rapporti con Vittoria, quelli - il
marchese di Pescara; e i suoi fratelli Prospero
ed Alfonso Scaglione, due insolenti mascalzoni,
fecero, senza vergogna, delle relazioni delle
loro sorelle un pretesto per imbaldanzirsi. La
casa di Lucrezia, dove abitava anche Antonia,
era movimentata dalle loro irruzioni e dall'eco
delle loro malefatte commesse a Napoli; spiacevole
evento per il viceré.
Per Lucrezia, indubbiamente legata ai capi imperiali
di Napoli, poi fu, alcuni anni più tardi,
la volta del principe d'Orange; e si dice che lo
stesso Pompeo Colonna ebbe parte nella sua benevolenza.
Il disgraziato Paolo Carafa, marito condannato
da un amore smisurato ad un'eccessiva pazienza, è presente
vicino a lei quando si ritira a Sorrento coi suoi
figli - aveva tre figlie che dalla madre avevano
ereditato la bellezza e la leggerezza - nel momento
in cui la discesa di Lautrec su Napoli rese il
luogo poco sicuro; ma, ciò che c'interessa
di più, lei non si accontentò di
Sorrento, perché è ad Ischia che
la vedremo ritirata nel 1528. "Tra le signore che
si erano riunite ad Ischia per mettersi in salvo",
dice Amalia Giordano, "lontano dalla città assediata,
abbiamo ricordato Lucrezia Scaglione. Sembra che
una grande cordialità l'abbia unita a Vittoria,
al punto che questa scrisse per lei, nella nostra
lingua, una composizione elogiativa sotto forma
di epigramma, della cui traduzione in latino..
si occupò Minturno".
Isabella di Requesens (SU)
Non ci si stupisce di vedere il marchese
di Pescara là dove c'è una bella
donna da corteggiare; e, a seguirlo, perderemmo
di vista Ischia tanto facilmente come egli dovette
lasciarvi sua moglie. Tuttavia, l'episodio delle
sue cortesie ad Isabella di Requesens è troppo
spesso ripetuto perché passassimo sotto
silenzio questa bella spagnola, moglie del viceré Ramondo
di Cardona, che ferì Vittoria. Si era
verosimilmente poco dopo il 1509 - il Pescara
era, dice Filonico, "maritato di fresco" - al
tempo in cui la giovane coppia Pescara-Colonna,
quando la vita militare ne lasciava il tempo
libero, passava di ricevimento in ricevimento
e da Napoli ad Ischia. Isabella di Aragona, duchessa
di Milano, era sempre presente a queste feste;
sembra, se si crede a Filonico (15), che la sua
personale suscettibilità si sia irritata
dell'incostanza di d'Avalos che, da parte sua,
senza scoraggiarsi , tentava di vincere la resistenza
della viceregina (16). Fu ad una collana, sottratta
a sua moglie (17) "una cintura di perle e di
altre preziose gemme", che afffidò la
sua speranza, ed egli la fece scivolare nella
scollatura della dama. Questa finse di non aver
visto niente. Ma di questa collana, dissimulata
agli sguardi, quando fu libera di disporne, fece
tranquillamente un'arma: la mandò a Vittoria. "A
donare", dice il cronista; ma corredata con la
raccomandazione di ben custodirla perché in
avvenire non fosse rubata da qualche domestico;
se anche questa parola "dare" significa un pretesto
di regalo, il veleno della restituzione è appena
mascherato. La marchesa dovette manifestare certamente
un cattivo umore; suo marito le avrebbe risposto
elegantemente che prestare attenzione a basse
manovre di questo genere non era degno di lei,
ed alla viceregina che questa collana in effetti
non c'era neppure, senza disarmare tuttavia al
suo sguardo. Si può pensare che Napoli
e soprattutto Ischia videro le lacrime di Vittoria.
Laura
Monforte (SU)
Questo sgarbo di Francesco Ferrante non è collegato
ad Ischia che per una collana, ed alro; ma, una
ventina di anni più tardi, quello di suo
cugino del Vasto si verificherà nell'isola,
poiché Laura Monforte era dama d'onore
della principessa di Francavilla. Aggiungiamo
alcuni tratti della sua figura. Meno bella, a
credere a Filonico di Maria d'Aragona, di cui
dovette essere la rivale, possedeva probabilmente
la sovrana seduzione dello sguardo; così Giano
Anisio, sembrando accentuare all'estremo una
banale metafora, vi mette un'intenzione ben precisa: "Laura
oculis rebar solis inesse faces", e "Illius immo
oculos solem superare nitore - rebar, quum procul
est nube serena dies". Nata nel 1517 da una famiglia
nobile originaria di Amalfi, i d'Aflitto, sposata
con un uomo di venticinque anni più vecchio
di lei, discendente dai Monforte, sarebbe venuta,
dopo avere dimorato a Nola, alla corte dei d'Avalos. È qui
che, dal 1535 al 1538, Alicarnasseo segnala la
passione di del Vasto per una donna di questo
nome; è di qui che, quando partì come
governatore da Milano, dovette passare alla corte
del viceré Toledo, e, diventata vedova,
avrebbe sposato il siciliano Luigi di San Lorenzo,
secondo l'asserzione di Filonico. Le date probabili
sono corroborate dall'apparizione di una Laura
Monforte in una poesia elogiativa abbastanza
conosciuta, scritta nel 1535.
Giulia
Orsini (SU)
Questa figura, abbastanza imprecisa, legata
al tempo stesso ai d'Avalos ed a Tansillo, è,
almeno, non tragica. Ancora più imprecisa è quella
di Giulia Orsini, moglie di Piero Antonio Sanseverino,
principe di Bisignano: "Ma ecco che nel cor tutto
gioioso / poi che riveggo la gran Giulia Ursina,
/ Ma che dirò di lei, s'io non ardisco
/ dirla donna mortal più che divina?....".
Questi versi elogiativi e di gioia sistematica
sono di Mario di Léo; ma un altro poeta
le è più vicino, perché è alla
corte di suo marito, verosimilmente che Luigi Tansillo
fu paggio, in un tempo che deve trovarsi, più o
meno, prima e dopo il 1520, dunque, per lei come
per lui, è valida la riflessione di Amalia
Giordano sulle opportunità che ebbe il giovane
poeta di vedere Vittoria Colonna: e forse, anche
prima del1a data del 1535 che Francesco Fiorentino
assegna all'inizio di quello che considera come
l'amore di Tansillo per Maria d'Aragona, "egli
dovette conoscere la società di élite
che, nell'isola di Ischia, circondava la marchesa
di Pescara, per questa ragione anche che, se era
al servizio di un Sanseverino, Piero Antonio, principe
di Bisignano, egli non potè mancare di avere
delle relazioni con lei" (18). "Dama molto bella,
descritta come tale da Antonio Castaldo nelle Croniche
manuscritte, e d Ludovico Domenichi nella Nobiltà delle
donne fol. 244 impresso in Venetia nel 1549", leggiamo
in uno dei manoscritti dei Successi che rinvia
ad un altro passaggio una fosca storia, per la
quale ci basta il riassunto di Borzelli (19), di
adulterio, più o meno motivato a causa di
una disillusione, finendo con l'assassinio del
colpevole il 15 novembre 1537. Essendo poi questo
ultimo fatto stato smentito, si è tentati
di non credere neanche al resto. In ogni caso,
il tempo della sua vita di giovane donna corrisponde
al periodo napoletano di Vittoria, e si può includerla
probabilmente, non tra le abitanti, ma le visitatrici
di Ischia, di quelle che presentano un interesse
solamente momentaneo.
Isabella
Villamarina (SU)
Diverso è il caso di Isabella Villamarina,
una delle figure più simpatiche del tempo,
brillante allieva di Pomponio Gaurico, e del
suo futuro marito il principe di Salerno, che
un legame di parentela univa a Vittoria (20).
Tra essi e la marchesa le relazioni furono certamente
buone (150), favorite anche dalla presenza di
Bernardo Tasso, ed il loro comune orientamento
intellettuale dovette più tardi avvicinarli
ancora di più; ma soprattutto Isabella
sarà, ad Ischia nel 1528, uno dei più graziosi
ornamenti - ha allora ventidue anni - di questa
corte di rifugiati (21). E sembra che, questa
volta, l'autore de L'Amor prigioniero, nella
banalità della sua enfasi, abbia, almeno
per concludere, un poco meglio provato di chiedere
in prestito al reale alcuni tratti: "L'altra
Isabella poi, Villamarina, / al volger de' begli
occhi, ancor discerno, / in cui si scorge di
beltà divina / quanto aver se ne può dal
ciel superno / ...."_ Celebrata dai poeti del
tempo, ricevette un omaggio lirico da quello
che le era più vicino. Certamente l'intesa
di questa coppia ornata coi doni del cuore e
dello spirito non deve farci totalmente illusione,
se ci ritorna in mente la sentenza disillusa
di Costanza d'Avalos sulle tre principesse misconosciute.
Tuttavia, Ferrante Sanseverino attira la nostra
indulgenza per una certa fedeltà affettuosa.
Profugo politico in Francia e definitivamente
lontano da Isabella, questo grande dotto signore,
compositore di musica e poeta, non scriveva un
lamento in strofe alternate riferite a lui ed
alla sua donna: "Tu ti parti, o cuor mio caro,
/ e mi lascia in pianto amaro, / e senza alcun
riparo, / pensando sempre a te! /.....". Malinconico
destino, terminato troppo presto per Isabella,
quando, dopo aver, prigioniera (22), ottenuto
come un favore di rifugiarsi in Spagna, aveva,
nel 1559, la possibilità di ritornare
libera a Napoli ed iniziava il viaggio. Il Sanseverino
visse fino al 1568.
Giulia Gonzaga
(SU)
Non si può dimenticare qui l'una
delle donne più conosciute e più imperiose
del tempo, Giulia Gonzaga. Tuttavia ella non
fa parte, non diciamo del gruppo, ma anche delle
relazioni di Vittoria che di lontano e, sembra,
freddamente. Solamente più tardi questi
destini si troveranno uniti: i nomi dell'una
e dell'altra appariranno al processo di Carnesecchi,
e sarà l'epilogo di sforzi ostinati ed
appassionati, dove bisogna ben vedere un'unione
di pensiero e di principio. Invero per noi Giulia è fuori
del tempo che ci siamo prefisso per il nostro
lavoro. Bisognerebbe quindi non inserirla in
tale contesto, se non ci fosse un dettaglio,
piccolo, forse verosimile, di un racconto apparentemente
falso, che fa entrare questa figura nel nostro
studio. Non si sa se è simpatica. Certamente,
poteva diventarlo. Giovane molto più di
Vittoria, non è al momento della vita
brillante e felice della coppia Pescara-Colonna
che una futura promessa. Una promessa molto bella,
ma ancora in Alto-Italia, la culla della sua
famiglia. Che peccato non potere annoverare già tra
noi, questa piccola Giulia, così dotata
per la musica che, all'età di circa otto
anni - il 13 ottobre 1520 - manda a suo cugino,
allora marchese, Federico di Mantova, di cui
sa che ama la musica e "soprattutto le cose nuove",
un mottetto di un compositore contemporaneo.
Certamente, la lettera non è scritta di
sua mano; ma hanno dovuto leggergliela, addirittura
sottomettergliela, e lei avrà collaborato
con una gioia infantile ad offrire "un mottetto
che ha composto messire Sebastiano Festa servitore
del Rev. Mons. di Mondovi", suo zio " mottetto
che non è ancora in mano di nessuno";
e, nel gennaio del 1521, ne spedisce un altro.
Educazione di principessa, ambiente di corte
molto normale al Rinascimento. Giulia, al dire
di un professore di suo fratello maggiore, supera
di molto le sorelle: sveglia, risoluta, ed affettuosa
nelle sue parole, è di carattere dolce;
ha delle doti particolari per il canto, mostra
facilità per lo studio ed esegue abilmente
degli artistici ricami (161). Ma passano alcuni
anni. Giulia, a quattordici anni, sposa un vedovo
di età matura, Vespasiano Colonna, cugino
di Vittoria, ed eccola castellana della contea
di Fondi, vicino a Caserta. Resta vedova fin
dall'anno seguente. Si vede da allora poco in
lei la dolcezza, ma piuttosto uno sviluppo energico
del carattere. La bambina così dotata è diventata
una donna di bellezza tale che la sua fama si
diffonde lontano (163), e sarà nel 1534
- episodio spesso raccontato - vittima di un
tentativo di rapimento da parte del corsaro Ariadeno
Barbarossa, per conto di Solimano. Un tentativo
solamente, perché la giovane donna è molto
decisa nel fuggire: sorpresa nella notte, senza
perdere tempo nel vestirsi, salta su un cavallo,
sua nuora Isabella fa altrettanto e scappano
da un lato mentre i turchi arrivano dell'altro.
Questo dettaglio che ha colpito le immaginazioni
e i ricordi, si ritrova nell'iconografia: una
medaglia del ferrarese Alfonso Lombardi, uno
dei rari ritratti di prima mano che siano stati
fatti di lei, portava nel rovescio la sua effige.
Energica, ed anche pungente, sembra; qua e là,
si rileva una parola incisiva che viene da lei;
ma soprattutto - senza che ci sia modo tuttavia
di accettare questa versione ad occhi chiusi
- sembra essere stata eccessivamente autoritaria
quando si trattò del matrimonio di sua
nuora. La storia è complicata, e riguarda
i Colonna, almeno quanto Giulia. Vespasiano,
figlio di Prospero Colonna e dunque cugino di
Vittoria, aveva avuto, dal suo primo matrimonio
con Béatrice Appiani, una figlia, Isabella,
che lasciò ereditiera della contea di
Fondi e del ducato di Traetto sotto la tutela
("la cura ") di Giulia il cui fratello Ludovico,
o Luigi, sposò la giovane ragazza nel
1531. Questo matrimonio dura solamente un tempo
breve, quello di dare la nascita ad un bambino
che si chiama anche Vespasiano. Luigi è ucciso,
nel 1532 o 1533, con un colpo di archibugio.
Si ha allora la candidatura alla mano di Isabella
del nipote di Clemente VII, il giovane Ippolito
dei Medici che rinuncia per lei al cappello cardinalizio.
Ma il piano fallisce: o per le variazioni di
progetti e di ambizioni di Clemente VII per suo
nipote, o - dicono i Corona - per l'opposizione
di Giulia che avrebbe poi, secondo essi, tentato
di sequestrare sua nuora a Sabioneta, di dove
si affretta di fuggire. Comunque sia, le due
donne sembrano in rapporti non buoni all'epoca
della venuta di Carlo V nel 1535. Giulia si lamentò con
lui di sua nuora, ma questi non riuscì a
riconciliarli, mostrando Isabella un rancore
irriducibile. Viene designato un nuovo pretendente,
Filippo di Lannoy, che sposò, diventando
così principessa di Sulmona. In quanto
a Giulia, vedova incline oramai alla meditazione
spirituale, fervente discepola di Valdès,
passò lunghi anni in convento. La cronaca
dei Corona la strascina nel fango, ma nessuno
arriva a prendere sul serio tale cosa, nemmeno
il Borzelli, lo "scopritore", in una certa misura,
dei Corona che si rifiuta di seguire le maldicenze
generate dall'intolleranza e dall'odio innestato
allora sulle passioni ideologiche, e s'indigna: "la
molto bella Donna Giulia Gonzaga, questa anima
eletta, che fu, a buon diritto, celebrata da
tante persone, non fu atrocemente imputata di
amori impuri, lei che fu così casta e
viveva solamente per un ideale tutto cristiano?".
E l'autore di un lavoro molto coscienzioso su
di lei (23) non mette in dubbio, neppure lui,
la purezza di questa lunga solitudine. Tuttavia
durante i pettegolezzi dei Corona si trova il
piccolo fatto che c'interessa particolarmente:
Giulia, considerata come eretica e respinta dalla
chiesa alla sua morte, dovette essere seppellita,
quasi clandestinamente, nel giardino della sua
casa di Ischia (24). Il racconto riguardante
questa sepoltura è controverso (25), e
non sembra avere fondamento. Troppe altre affermazioni
mostrano che Giulia fu seppellita, pacificamente
e come aveva voluto, nel convento di San Francesco
delle Monache, a Napoli, dove aveva passato tanti
lunghi anni. Ma di dove è venuta ai Corona
la notizia di questo giardino funebre? Perché là,
lei non possedeva alcuna proprietà, neppure
secondaria? Allora, lasciamo l'interrogativo
senza risposta; importa poco in fondo che i suoi
resti siano altrove, ma è molto più prezioso
vedere mentalmente, talvolta, durante la sua
vita, in questa casa, la bella Giulia, "Julium
sidus" di Molza, quella che ha esaurito il concerto
di lodi: "Giulia è colei ne le cui lode
immerso / vegg'ogni stil sublime e dotto petto,
/ né s'ode in questa età purgato
verso / che non s'adorni di sì bel soggetto.
/ E dovrebbe il Signor de l'universo / mandar
l'ingegni antichi a quest'oggetto, poi che 'l
valor di questa e la beltade / ha stanchi quei
de la presente etade" (L'Amor prigioniero, strofe
75).
Forse, durante l'assedio di Napoli del
1528, vedremo apparire qualche altro viso femminile
nel rifugio di Ischia, a titolo puramente episodico.
Di quelle che conosciamo già, la maggior
parte sono legate per motivi familiari ai signori
di Ischia, e, tutte, per una cronaca più o
meno lunga, annoveranti spesso un soggiorno nell'isola.
Tutte, inoltre, hanno in comune la bellezza,
vista, è vero, attraverso i commenti dei
poeti. Ma erano giovani, e probabilmente brillanti:
i loro successi sembrano provarlo. E poi, che
un eccesso di omaggi le abbia circondate, come
quelle di Mantova, di Ferrara o di Urbino, non è questo
non ciò che costituisce l'atmosfera di
una corte?
SU
1) Pubblicato nel 1968 dalle Edizioni Sansoni Antiquariato
e dalla Librairie M. Didier di Parigi.
2) Amalia Giordano, La dimora di Vittoria Colonna
a Napoli, Napoli 1906.
3) Agostino Falivena, frate servita, nominato nel
1534.
4) Francesco Fiorentino, Nuova Antologia,
XLIII fasc. 2/1884; riportato in Studi e Ritratti,
1911.
5) "... ad Isca, dove se retirò la casa
del marchese dello Vasto, la bellissima moglie
donna Maria d'Aragona...", in Gregorio Rosso: Storia
delle cose di Napoli sotto l'impero di Carlo V,
Napoli 1770.
6) Genethliacum Carmen, in Diem Natalem Filij Alfonsi
Avali Mariae de Aragonia.
7) Tra i quali il giovane d'Azzia. A Pozzuoli veniva
Cesare d'Azzia, innamorato di Roberta Carafa contessa
di Maddaloni, amica della marchesa; venne anche
suo fratello Giambattista, marchese della Terza,
che s'innamorò di Maria e lo manifestò in
versi. Ella lo lasciò fare con indulgenza.
Cfr. Fiorentino, op. cit.
8) Salza, Lettere, I, "12 marzo 1547".
9) Figlia di Innico, marchese del Vasto, e di Laura
Sanseverino: era dunque la sorella di Roderico
che morì in giovane età e di Alfonso,
il marito di Maria d'Aragona.
10) Amalia Giordano, op. cit.
11) Dello stesso grado di Ottaviano Fregoso, la
cui madre, Gentile di Montefeltro, era sorella
(illegittima) di Agnese; la madre di Francesco
Maria è Giovanna di Montefeltro, altra sorella
di Agnese che sposò Gio. della Rovere. Sono
tre figlie dell'illustre Federico di Montefeltro.
12) Dispensa del Cardinale Antonio S.S1 quattro
dirizzata al Vescovo di Pesaro e da questo concessa
ad Antonio d'Aragona e ad Ippolita Della Rovere
figlia del Duca Francesco Maria I, essendo congiunti
in quarto grado d'affinità (26 gennaio 1532).
Conferma della dispensa di cui sopra, data da Camillo
Alfarabio da Leonessa Vic. di Mons. Simonetta Vesc.
di Pesaro (25 aprile 1532).
13) Amalia Giordano (op. cit.) non attribuisce
molta importanza all'ipotesi dell'influenza di
Vittoria sulla nipote, ma ammette la presenza: "sembra
che la giovane Vittoria, figlia di Ascanio, dimorasse
spesso con sua zia ad Ischia".
14) Paolo Carafa "nobilissimo Cavalier Napolitano
uno de' figliuoli d'Alberico primo duca di Ariano".
15) Vita del Marchese di Pescara, in Tordi,
Suppl. al Carteggio.
16) Fino alla morte del marito, lei gli restò fedele; "costantissima",
dice Filonico.
17) "rapita occultamente a lei", in Tordi, Vita
di Vitt. Col., cit.
18) Amalia Giordano, op. cit.
19) Borzelli, Successi tr. e am. di S. e
Asc. Corona; il presunto amante sarebbe Muzio
Brancaccio.
20) Antonina Colonna, sorella di Prospero, aveva
sposato Antonio Sanseverino; d'altra parte, lo
stesso Prospero aveva sposato in seconde nozze
Covella Sanseverino (dalla sua seconda moglie Isabella
Carafa nacque Vespasiano, che sposerà prima
Beatrice Appiani di Iacopo principe di Piombino,
e poi Giulia Gonzaga). Cfr. Pompeo Litta, Famiglie
celebri italiane, Torino 1875-1886, al nome
di Colonna.
21) Gregorio Rosso, Storie delle cose di Napoli,
Napoli 1770, citato da A. Giordano, op. cit.
22) Ella era tenuta prigioniera da Toledo per aver
inviato denaro a suo marito. Lei era in pare spagnola
per nascita, in quanto sua madre era sorella del
vicerè Raimondo di Cardona, e aveva sposato
Bernardo Villamarina, conte di Capaccio.
23) Benrath Karl - Julia Gonzaga, 1900.
Annotando che "la sua fine corrispondeva alla sua
santa vita", aggiunge che il suo desiderio di riposare
nella chiesa del convento San Francesco "deve essere
stato esaudito". La data della sua morte è il
19 aprile 1566.
24) "Al suo corpo fu negata la sepultura in luogo
sacrato, e fu sotterrato in una fossa fatta per
detto effetto nel giardino della sua casa ad Ischia";
X. C. 21.
25) Gina Algranati, Notizie inedite intorno
a Giulia Gonzaga, Napoli, dice di credere
alla morte nel convento, secondo i biografi più accreditati
e la testimonianza di una lettera a Vespasiano
pubblicata da Affò. Si tratta, evidentemente,
del nipote di Giulia.