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Vittoria Colonna, alla morte di suo marito, il Marchese
di Pescara, si ritirò nel suo castello ad Ischia (Inarime),
e là
scrisse l'ode sulla morte di lui che le procurò l’appellativo
di“Divina”.
Ancora una volta, ancora una volta, Inarime,
Vedo le tue purpuree colline! - ancora una volta
Sento i marosi della baia
Lambire i ciottoli bianchi sulla tua riva.
Alto sui flutti del mare e le sabbie,
Come un grande galeone naufragato e sospinto
A riva dalle tempeste, il Castello spicca,
Sgretolante pietra miliare del Passato.
Sulla sua terrazza-passeggiata vedo
Un fantasma andare avanti ed indietro;
È Colonna, è lei
Che visse e amò tanto tempo fa.
La bella giovane moglie del Pescara,
Il tipo della perfetta femminilità,
La cui vita fu l’amore, la vita della vita,
Che ricusò i suoi tempi, i mutamenti e la morte.
Perché la morte, che rompe il vincolo matrimoniale
In altri, strinse più forte
L’anello nuziale sulla sua mano
E più forte chiuse e rinserrò il suo seno.
Lei conobbe il martirio di una vita,
Lo sfinimento, l’infinita pena
Dell'attesa di rivedere chi
Non sarebbe mai più ritornato.
Le ombre degli alberi di castagno,
L'odore dei fiori di arancio,
Il canto degli uccelli, e, più di questi,
Il silenzio di stanze abbandonate,
Il respiro del mare,
Le dolci carezze dell'aria,
Tutte le cose della natura apparivano
Solo ministri della sua disperazione;
Finché il cuore gravato e oppresso, a lungo
Prigioniero di se stesso, trovò sfogo
E voce in un canto appassionato
Di lamento inconsolabile.
Poi come il sole, pur nascosto alla vista,
Trasmuta in oro la plumbea foschia,
La sua vita fu permeata di luce,
Da reami che, sebben non visti, esistono,
Inarime! Inarime!
Il tuo Castello al di sopra dei dirupi
Crollerà e si ridurrà in polvere,
Ma non la memoria del suo amore.
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