Carlo
VIII conquista il regno di Napoli ma non la rocca d'Ischia
di Raffaele
Castagna
Vedete
Carlo ottavo, che discende
Dall'Alpe e seco ha il fior di tutta Francia:
Che passa il Liri e tutto il regno prende,
Senza mai stringer spada o abbassar lancia,
Fuorché lo scoglio, ch'a Tifeo si stende
Su le braccia, sul petto e sulla pancia;
Ché del buon sangue d'Avalo al contrasto
La virtù trova d'Inico del Vasto.
Ludovico
Ariosto nel canto XXXIII dell'Orlando Furioso (stanza XXIV), descrivendo
alcune pitture raffiguranti le guerre dei Francesi in Italia, tra
cui la discesa di Carlo VIII che facilmente conquista il regno di
Napoli ("nella difesa del quale non si dimostrò né
virtù né animo né consiglio, non cupidità
d'onore non potenza non fede", come scrive il Guicciardini),
celebra l'isola d'Ischia, presentata con l'immagine di Tifeo schiacciato
sotto la sua mole, come unico baluardo con il suo castello che il
re non riesce ad espugnare, nonostante i vari tentativi e con suo
grave disappunto.
Le vicende storiche di questo periodo coinvolsero
in particolar modo il re Ferdinando II, detto Ferrandino e Ferrante
II, il quale appena sedicenne, dopo l'abdicazione del padre Alfonso
II, contro il quale anche i baroni napoletani avevano invocato l'intervento
francese, dovette affrontare la difficile situazione di un regno lacerato
dai contrasti e dalle lotte interni prima ancora che dall'occupazione
straniera.
Tra gli autori che hanno descritto i vari momenti vissuti dal nuovo
sovrano e dal regno di Napoli ci siamo soffermati particolarmente
su Francesco Guicciardini (1), autore di una Storia d'Italia che ha
inizio proprio dalla narrazione dell'impresa di Carlo VIII contro
il regno di Napoli.
Il re Ferrandino (2), nell'intento di riconquistare
l'amore dei sudditi e di fermare l'avanzata francese, aveva rivolto
un appello al popolo, proclamandosi desideroso di emendare gli errori
del padre e dell'avolo Ferdinando I, detto Ferrante il Vecchio, e
di essere simile ad Alfonso vecchio proavo piuttosto che a Ferrante
I e ad Alfonso II.
"Non potette essere - scrive il Guicciardini
(3) - che queste parole non fussino udite con molta compassione, anzi
certo è che a molti commossono le lagrime; ma era tanto esoso
in tutto il popolo e quasi in tutta la nobiltà il nome de'
due ultimi re, tanto il desiderio de' franzesi, che per questo non
si fermò in parte alcuna il tumulto, ma subito che esso fu
ritirato nel castello, il popolo cominciò a saccheggiare le
stalle sue, che erano in sulla piazza: la quale indegnità non
potendo egli sopportare, accompagnato da pochi corse fuori con generosità
grande a proibirlo; e potette tanto nella città già
ribellata la maestà del nome reale che ciascuno, fermato l'impeto,
si discostò dalle stalle. Ma ritornato nel castello, e facendo
abbruciare e sommergere le navi le quali erano nel porto, poi che
altrimenti non poteva privarne gli inimici, incominciò per
qualche segno a sospettare che tanti tedeschi, che in numero di cinquecento
stavano alla guardia del castello, pensassino di farlo prigione: però
con subito consiglio donò loro le robe che in quello si conservavano.
Le quali mentre che attendono a dividere, egli avendo prima liberati
di carcere, eccetto il principe di Rossano e il conte di Popoli, tutti
i baroni avanzati alla crudeltà del padre e dell'avolo, uscito
del castello per la porta del soccorso, montò in sulle galee
sottili che l'aspettavano nel porto e con lui don Federigo (4) e la
reina vecchia (5), moglie già dell'avolo, con Giovanna sua
figliuola (6) e seguitato da pochissimi de' suoi navigò all'isola
d'Ischia, detta dagli antichi Enaria, vicina a Napoli a trenta miglia,
replicando spesso con alta voce, mentre che aveva innanzi agli occhi
il prospetto di Napoli, il versetto del salmo del profeta che contiene
essere vane le vigilie di coloro che custodiscono la città
la quale da Dio non è custodita" (7).
Ischia doveva essere una base provvisoria, perché
la destinazione finale era la Sicilia e la speranza l'aiuto della
Spagna. Lungo il viaggio ci fu una sosta di qualche giorno a Procida,
come risulta da una lettera del re, datata appunto da quest'isola
il 28 febbraio, ed inviata alla regina di Spagna, dalla quale si viene
a conoscenza che un'altra lettera era stata inviata al re Ferdinando
(8): "Serendissima [sic] S. Regina, S.ra et madre colendissima:
per non dare molestia ad v. M.tà non me stendo per questa in
narrarli tucte le mie adversitate. Solo la prego voglia intendere
la lictera che ho scripta aa M.tà del S. Re marito de la M.tà
v.; et per che in l'uno et l'altro ho collocato tucta la mia sperancza,
suplico la M.tà v. voglia abraczare, favorire et adjutare le
cose mie, per modo che non resta io ingandato [sic] de la sperancza
mia et monstra v. M.tà la grandeza del animo suo, de manera
che io possa essere sulo ad v. M.tà oblicato de havere recuperato
el regno mio. Ad questo la oblica la conionctione et lo proprio honore"
(9).
L'arrivo ad Ischia (10) non fu accogliente e facile:
"Ma non se gli rappresentando ormai altro che difficoltà
- ricorda il Guicciardini - ebbe a fare in Ischia esperienza della
sua virtù, e della ingratitudine e infedeltà che si
scuopre contro a coloro i quali sono percossi dalla fortuna, perché
non volendo il castellano (11) della rocca riceverlo se non con uno
compagno solo, egli come fu dentro se gli gittò addosso con
tanto impegno che con la ferocia e con la memoria dell'antichità
regia, spaventò in modo gli altri che in potestà sua
ridusse subito il castellano e la rocca".
"Ischia fu da questo tempo il soggiorno più
o meno costante delle donne di casa d'Aragona. Alla regina madre alla
figlia Giovanna (12), avente allora quindici anni, e destinata sposa
a Ferrandino, si aggiunsero Beatrice (13), ex regina d'Ungheria, e
Isabella (14) vedova di Gian Galeazzo Sforza. Nel 1501 Federico, ultimo
re aragonese di Napoli, sdegnato per il tradimento dei suoi congiunti
in Spagna, si portò anch'egli con la moglie a Ischia, dopo
avervi mandato le due sorelle e la nipote Isabella con le due figlie
Ippolita e Bona. Tutte queste principesse si definivano e si firmavano
'tristi reyne', secondo un uso spagnolo inaugurato in Napoli dalla
regina vedova di Ferrante I, che così si definisce in una sua
lettera del 9 ottobre 1494. Ma Isabella vedova di Gian Galeazzo, che
si considerava la più sventurata di tutte, si firmava anche
'unicha ne la disgrazia'. Le loro vicende ispirarono versi e romanzi;
e Isabella fu addirittura inclusa dal Giovio tra gli 'uomini illustri',
e mentre ancora viveva meritò un caldo encomio nel Cortegiano
del Castiglione" (15)
Carlo VIII entrò in Napoli il 22 febbraio
1494 e, per dare perfezione alla vittoria, attendeva a due cose principalmente:
"l'una, a espugnare Castelnuovo e Castel dell'Uovo, fortezze
di Napoli le quali si tenevano ancora per Ferdinando, perché
con piccola difficoltà aveva ottenuta la Torre di San Vincenzio,
edificata per guardia del porto; l'altra, a ridurre a ubbidienza sua
tutto il reame: nelle quali cose la fortuna la medesima benignità
gli dimostrava. Perché Castelnuovo, abitazione de' re, posto
in sul lito del mare, per la viltà e avarizia de' cinquecento
tedeschi che v'erano a guardia, fatta leggiera difesa, s'arrendé,
con condizione che n'uscissino salvi, con tutta la roba che essi medesimi
potessino portarne; nel quale essendo copia grandissima di vettovaglie,
Carlo, senza considerazione di quello che potesse succedere, le donò
ad alcuni de' suoi; e Castel dell'Uovo, il quale, fondato dentro al
mare in su un masso già contiguo alla terra, ma separatone
anticamente per opere di Lucullo, si congiunge con uno stretto ponte
al lito poco lontano da Napoli, battuto continuamente dall'artiglieri
franzesi, benché potessino offendere la muraglia ma non il
vivo del masso, si convenne dopo non molti dì d'arrendersi,
in caso che fra otto dì non fusse soccorso. E a' capitani e
alle genti d'arme, i baroni e i sindichi delle comunità, facendo
a gara tra loro d'essere i primi a ricevergli, e con tanta o inclinazione
o terrore di ciascuno che i castellani delle fortezze quasi tutti
senza resistenza le dettono; e la rocca di Gaeta, che era bene proveduta,
combattuta leggiermente, s'arrendé a discrezione. In modo che
in pochissimi dì, con inestimabile facilità, tutto il
regno si ridusse in potestà di Carlo: eccetto l'isola d'Ischia,
e le fortezze di Brindisi e di Galipoli in Puglia, e in Calavria la
fortezza di Reggio" (16).
In Ischia s'era portato anche Alfonso Davalo, marchese
di Pescara, che era stato prima lasciato da Ferdinando in Castelnuovo.
Il re Carlo VIII intanto voleva ottenere per via
di concordia quanto a Ferdinando restava nel reame e, tramite Federigo,
gli offerse "stati ed entrate grandi in Francia". Ma "essendogli
nota la deliberazione del nipote di non accettare partito alcuno se
non restandogli la Calavria, Federigo si partì discorde dal
re di Francia. E Ferdinando, poiché furono arrendute le castella,
se n'andò con quattordici galee sottili male armate, con le
quali s'era partito da Napoli, in Sicilia, per essere parato a ogni
occasione, lasciato a guardia della rocca d'Ischia Inico Davalo fratello
di Alfonso, uomini amendue di virtù e di fede egregia verso
il suo signore. Ma Carlo, per privare gl'inimici di quello ricettacolo,
molto opportuno a turbare il reame, vi mandò l'armata, che
finalmente era arrivata nel porto di Napoli; la quale, trovata la
terra abbandonata, non combatté la rocca, disperandosi per
la fortezza sua di poterla ottenere: però deliberò il
re far venire altri legni di Provenza e da Genova per pigliare Ischia,
e assicurare il mare infestato qualche volta da Ferdinando" (17).
L'insuccesso francese viene attribuito alla "poca
diligenza" dei francesi, "non pari alla fortuna", in
quanto "governandosi tutte le cose freddamente e con grandissima
negligenza e confusione; perché i franzesi, diventati per tanta
prosperità più insolenti che 'l solito, lasciando portare
al caso le cose di momento, non attendevano ad altro che al festeggiare
e a' piaceri; e quegli che erano grandi appresso al re, a cavare privatamente
della vittoria più frutto speravano, senza considerazione alcuna
della degnità o dell'unità del suo principe". Anche
il Commynes (18) dice che, se fossero stati mandati ad Ischia quattro
cannoni, questa sarebbe stata presa, così come sarebbe stato
per le altre piazze che resistevano.
Intanto incominciavano a paventarsi negli altri
stati italiani, e principalmente da parte di Lodovico Sforza e di
Venezia, le negative conseguenze del crescente dominio di Carlo VIII,
visto che questi "come una folgore, senza resistenza alcuna,
per tutta Italia discorreva".
"E già Carlo, insospettito degli andamenti
di Lodovico, avea, dopo l'acquisto di Napoli, condotto Gian Iacopo
da Triulzo con cento lance e con onorata provisione, e congiuntisi
con molte promesse il cardinale Fregoso e Obietto dal Fiesco; questi
per instrumenti potenti a travagliare le cose di Genova, quello per
essere capo della parte guelfa in Milano e avere l'animo alienissimo
da Lodovico; al quale similmente recusava di dare il principato di
Taranto, allegando non essere obligato se non quando avesse conquistato
tutto il reame. Le quali cose essendo molestissime a Lodovico, fece
ritenere dodici galee che per il re si armavano a Genova, e proibì
che alcuni legni per lui non vi si armassino; da che il re si lamentò
essere proceduto che e' non avesse tentato di nuovo con maggiore apparato
di espugnare Ischia" (19).
Così il 31 marzo 1495 si formava a Venezia
una confederazione tra la Serenissima, il papa, Massimiliano, i sovrani
di Spagna e Milano "per la salvaguardia della pace e la tranquillità
dell'Italia, per la salvezza della Cristianità, per la conservazione
della dignità e autorità della Santa Sede, per la garanzia
del diritto dell'Impero e per la difesa e conservazione dei predetti
stati italiani, contro la potenza che allora occupava uno stato in
Italia, che era chiamata la Francia". Inoltre bisognava aiutare
Ferdinando di Aragona a riconquistare il suo reame. Anche la Napoli
"la riputazione de' franzesi cominciava a diminuire molto, perché
occupati da' piaceri, e governandosi a caso, non avevano attesto a
cacciare gli aragonesi di quegli pochi luoghi che si tenevano per
loro, come, se avessino seguitato il favore della fortuna, sarebbe
succeduto facilmente. Ma molto più era diminuita la grazia:
perché se bene a' popoli il re molto liberale e benigno dimostrato
si fusse, concedendo per tutto il reame tanti privilegi ed esenzioni
che ascendevano ciascuno anno a più di dugentomila ducati,
nondimeno non erano state l'altre cose indirizzate con quell'ordine
e prudenza che si doveva; perché egli, alieno dalle fatiche
e dall'udire le querele e i desideri degli uomini, lasciava totalmente
il peso delle faccende a 'suoi, i quali, parte per incapacità
parte per avarizia, confusono tutte le cose: perché la nobiltà
non fu raccolta né con umanità né con premi,
difficoltà grandissima a entrare nelle camere e udienze del
re, non fatta distinzione da uomo a uomo, non riconosciuti se non
a caso i meriti delle persone, non confermati gli animi di coloro
che naturalmente erano alieni dalla casa d'Aragona, interposte molte
difficoltà e lunghezze alla restituzione degli stati e de'
beni della fazione angioina e degli altri baroni che erano stati scacciati
da Ferdinando vecchio….. Aggiungevasi il fasto naturale de'
franzesi, accresciuto per la facilità della vittoria, per la
quale tanto di sé stessi conceputo aveano che teneano tutti
gl'italiani in niuna estimazione; la insolenza e impeto loro nell'alloggiare,
non manco in Napoli che nell'altre parti del regno dove erano distribuite
le genti d'arme, le quali per tutto facevano pessimi trattamenti:
in modo che l'ardente desiderio che avevano avuto gli uomini di loro
era già convertito in ardente odio; e per contro, in luogo
dell'odio contro agli Aragonesi era sottentrata la compassione di
Ferdinando, l'espettazione avutasi sempre generalmente della sua virtù,
la memoria di quel dì che con tanta mansuetudine e costanza
avea, innanzi si partisse, parlato a' napoletani. Donde e quella città
e quasi tutto il reame non con minore desiderio aspettavano occasione
di potere richiamare gli Aragonesi che pochissimi mesi innanzi avessino
desiderato la loro distruzione. Anzi cominciava già a essere
grato il nome tanto odioso d'Alfonso, chiamando giusta severità
quella che, insino quando vivente il padre attendeva alle cose domestiche
del regno, solevano chiamare crudeltà, e sincerità d'animo
veridico quella che molt'anni avevano chiamata superbia e alterezza"
(20).
Mentre Carlo VIII meditava il ritorno in Francia,
Ferdinando preparava la riscossa e "smontato in Calavria, accompagnato
dagli spagnuoli venuti in sull'armata nell'isola di Sicilia; a cui
concorsero subito molti degli uomini del paese, e se gli arrendé
incotinente la città di Reggio, la fortezza della quale si
era sempre tenuta in nome suo; e nel tempo medesimo si scoperse ne'
liti di Puglia l'armata viniziana, della quale erra capitano Antonio
Grimanno, uomo in quella republica di grande autorità. Ma non
per questo né per molti altri segni dell'alterazione futura,
si rimosse o pure si ritardò in parte alcuna la deliberazione
del partirsi; perché, oltre a quello a che gli persuadeva forse
la necessità, era incredibile l'ardore che il re e tutta la
corte avevano di ritornarsene in Francia: come se il caso che era
stato bastante a fare acquistare tanta vittoria fusse bastante a farla
conservare. Nel quale tempo si tenevano per Ferdinando l'isola d'Ischia
e l'isole di Lipari, membro, benché propinque alla Sicilia,
del regno di Napoli, Reggio recuperato nuovamente; e nella medesima
Calavria, Terranuova e la fortezza, con alcun'altre fortezze e luoghi
circostanti".
Il 22 maggio 1495 Carlo VIII lasciava Napoli, ma
prima "ricevé solennemente nella chiesa cattedrale, con
grandissima pompa e celebrità secondo il costume de' re napoletani
le insegne reali, e gli onori e i giuramenti consueti prestarsi a'
nuovi re; orando in nome del popolo di Napoli Giovanni Ioviano Pontano".
Intanto Ferdinando attendeva, dopo aver preso Reggio, a recuperare
i luoghi circostanti, avendo con sé circa seimila uomini, tra
quegli che e del paese e di Sicilia volontariamente lo seguivano,
e i cavalli e fanti spagnoli de' quali era capitano Consalvo Ernades
di casa d'Aghilar, detto Gran Capitano. A questo esercito si fecero
incontro, a Seminara, le truppe francesi al comando di Obignì,
le quali, meglio esercitate ed ordinate, prevalsero su italiani, spagnoli
e siciliani con poca esperienza della guerra. "Nondimeno si combatté
per alquanto spazio di tempo ferocemente, perché la virtù
e l'autorità de' capitani sosteneva quegli che per ogn'altro
conto erano inferiori. E sopra gli altri Ferdinando, combattendo come
si conveniva al suo valore, ed essendogli stato ammazzato il cavallo
sotto, sarebbe senza dubbio restato o morto o prigione se Giovanni
di Capua smontato del suo cavallo non avesse fatto salirvi sopra lui,
a prezzo della sua vita".
Ferdinando fece di nuovo ritorno a Messina, donde,
raccolti, oltre alle galee che aveva condotte d'Ischia e quelle quattro
con le quali s'era partito da Napoli Alfonso suo padre, si mosse ancora
una volta per arrivare a Napoli. Qui il re attese invano che nella
città di facesse qualche sollevazione, sicché fu costretto
a volteggiare due giorni nel golfo; e il terzo si allargò in
mare per ritirarsi a Ischia, saldamente tenuta dagli Aragonesi. Il
presidio del castello infatti, comandato da Rodrigo d'Avalos, conte
di Monteodorisio, aveva vittoriosamente respinto l'11 giugno l'ultimo
tentativo francese di conquista guidato dal principe di Salerno. Ferraiolo
riporta il particolare ridicolo che gli assalitori trovarono in un
pagliaio sette asini e solo questi conquistarono e portarono come
bottino a Napoli, onde nell'isola fu composto e ripetuto il seguente
strambotto:
O
Francise e vui Napolitane mie, onne yuno se caglia,
et de Ischia non se parla più niente,
c'avimo vinta la prima battaglia:
li asine stare a fronte a tanta giente,
che appedita ammuciche et arraglia.
Ne ànno ferite et ammazate più de ciento,
e loro dintro de una casa de paglia
ne pigliaro sette asine a tradimento. (21)
Infatti
l'armata del Sanseverino tornò dalla spedizione il 16 giugno
"con poco honore" e con oltre 15 morti e oltre 60 feriti.
I
Francesi, assediati in Castel Nuovo, il 4 ottobre sottoscrissero una
proposta di resa: avrebbero dato a Ferdinando il castello, dove erano
assediati già da tre mesi, e sarebbero partiti per la Provenza,
salvo la roba e le persone di tutti quegli che v'erano dentro, se
non arrivati soccorsi entro trenta giorni; per l'osservanza dettero
tre o più ostaggi che furono portati tutti a Ischia. L'8 dicembre
si arrese Castel Nuovo: 300 francesi furono fatti imbarcare su una
nave e mandati via. Il 17 febbraio 1496 si arrendeva anche Castel
dell'Ovo. Ferrandino per rinsaldare vieppiù l'amicizia con
la Spagna, scelse per moglie, con la dispensa del pontefice, Giovanna
sua zia, nata di Ferdinando suo avo e di Giovanna sorella del detto
re. Le nozze civili furono celebrate, a Somma, alla fine dell'agosto
1496, in attesa che in tempi migliori si facessero feste solenni a
Napoli. Ma Ferrandino, già sofferente per la malaria contratta
nelle tante campagne, sposò in Castel Nuovo con sacramento
della Chiesa Giovanna, mente era a letto morente , e circa un mese
dopo morì.
In mancanza di eredi diretti il trono passò
a Federico, zio di Ferrandino, già maturo negli anni, "dal
carattere mite e gentile, poco portato agli intrighi del governo e
alle fatiche della guerra" (22), il quale continuò la
riconquista avviata dal nipote, ma poi dovette contrastare ancora
una volta le mire espansionistiche di Francia e Spagna, che decisero
l'occupazione del regno di Napoli e farne la seguente spartizione:
alla Spagna sarebbero andate la Puglia e la Calabria e alla Francia
la Campania, l'Abruzzo e il Molise. L'accordo con gli Spagnoli fu
concluso dal successore di Carlo VIII (morto nell'aprile del 1498),
Luigi, duca d'Orléans che prese il nome di Luigi XII, anche
se in effetti ne seguì una guerra tra Francia e Spagna, alla
fine della quale nel gennaio 1504 avremo che il regno di Napoli diventa
una provincia spagnola.
Luigi XII rivendicava diritti sia sul ducato di
Milano che sul regno di Napoli: "aveva sempre procurato di fare
concordia col re de' romani, per la quale oltre a ottenere da lui
l'investitura del ducato di Milano gli fusse lecito assaltare il regno
di Napoli". E Alessandro VI si dimostrava ben disposto a detronizzare
Federico d'Aragona.
"Contro a' quali movimenti il re Federigo,
non sapendo che l'armi spagnuole fussino sotto specie di amicizia
preparate contro a lui, sollecitava Consalvo Ferrando, il quale con
la armata de' re di Spagna era, sotto simulazione di dargli aiuto,
fermatosi in Sicilia, che venisse a Gaeta; avendogli messe in mano
alcune terre di Calavria, dimandate da lui per farsi più facile
l'acquisto della sua parte, ma sotto colore di volerle per sicurtà
delle sue genti. E sperava Federigo, congiunto che fusse Consalvo
con l'esercito suo, aver esercito potente a resistere, senza essere
necessitato a rinchiudersi per le terre, a' franzesi: (…) e
si fermò a San Germano; ove aspettando gli aiuti spagnoli e
le genti che gli conducevano i Colonnesi, sperava d'avere con più
felice successo a difendere l'entrata del regno che non aveva, nella
venuta di Carlo, fatto Ferdinando suo nipote".
Ben presto la realtà si presentò chiara,
quando i francesi nel luglio del 1500 occuparono Capua e poi Aversa
e Nola, ed infine entrarono trionfalmente in Napoli il 25 luglio.
"Federigo, abbandonata la città, si
ritirò in Castelnuovo; e pochi dì poi convenne con Obignì
di consegnargli fra sei dì tutte le terre e le fortezze che
si tenevano per lui, della parte la quale, secondo la divisione fatta,
apparteneva al re di Francia, ritenendosi solamente l'isola d'Ischia
per sei mesi: nel quale spazio di tempo gli fusse lecito di andare
in qualunque luogo gli paresse eccetto che per il regno di Napoli,
e di mandare a Taranto cento uomini d'arme; potesse cavare qualunque
cosa di Castelnuovo e di Castel dell'Uovo, ecceto che l'artiglierie
che vi rimasono del re Carlo; fusse data venia a ciascuno delle cose
fatte dappoi che Carlo acquistò Napoli, e i cardinali Colonna
e di Aragona godessino l'entrare ecclesiastiche che avevano nel regno.
Ma nella rocca d'Ischia certamente si veddono accumulate,
con miserabile spettacolo, tutte le infelicità della progenie
di Ferdinando vecchio. Poiché oltre a Federigo, spogliato nuovamente
di regno sì preclaro, ansio ancora più della sorte di
tanti figliuolo piccoli e del primogenito rinchiuso in Taranto che
della propria, era nella rocca Beatrice sua sorella; la quale, poiché
dopo la morte di Mattia famosissimo re di Ungheria, suo marito, ebbe
promessa di matrimonio da Uladislao re di Boemia per indurla a dargli
aiuto a conseguire quello regno, era stata da lui poiché ebbe
ottenuto il desiderio suo ingratamente repudiata, e celebrato con
dispensazione di Alessandro pontefice un altro matrimonio. Eravi ancora
Isabella già duchessa di Milano, non meno infelice di tutti
gli altri, essendo stata, quasi in uno tempo medesimo, privata del
marito, dello stato e dell'unico suo figliuolo.
Ma Federigo, risoluto per l'odio estremo che e'
portava al re di Spagna di rifuggire più tosto nelle braccia
del re di Francia, mandò al re a dimandargli salvacondotto;
e ottenutolo, lasciati tutti i suoi nella rocca d'Ischia, dove rimasono
anche Prospeto e Fabrizio Colonna, che pagata la taglia era stato
liberato da' franzesi, e lasciata l'isola, come prima era, sotto il
governo del marchese del Guasto e della contessa di Francavilla, e
mandata parte delle sue genti alla difesa di Taranto, se ne andò
con cinque galee sottili in Francia: consiglio certamente infelice,
poiché se fusse stato in luogo libero arebbe forse, nelle guerre
che poi nacquero tra i due re, avuto molte occasioni di ritornare
nel suo reame. Ma eleggendo la vita più quieta, e forse sperando
questa essere la via migliore, accettò dal re il partito di
rimanere in Francia, dandogli il re la ducea d'Angiò e tanta
provisione che ascendeva l'anno a trentamila ducati; e comandò
a quegli che aveva lasciati al governo d'Ischia che la dessino al
re di Francia; i quali, recusando di ubbidire, la ritennero lungamente
benché sotto le insegne di Federigo".
Gli eventi futuri portarono a forti contrasti tra
francesi e spagnoli e alla fine "la fortuna arrise agli spagnoli
che furono vittoriosi sia nelle azioni terrestri che in quelle navali
e il 14 maggio del 1503 le truppe di Consalvo de Cordoba entrarono
in Napoli. I castelli, minati, furono costretti ad arrendersi, ed
ogni resistenza ebbe fine. I francesi, che non volevano arrendersi
e stavano per ritentare la conquista di Napoli, alla fine di quell'anno
furono definitivamente sconfitti dal comandante spagnolo sul Garigliano;
nel gennaio del 1504 si arrese anche Gaeta e il regno di Napoli divenne
una provincia spagnola".
Il 9 settembre 1504 morì a Tours re Federico,
circondato da pochi amici, fra i quali Jacopo Sannazaro, che aveva
venduto parte dei suoi beni per seguirlo nell'esilio. La regina Isabella,
consorte di Federico, dopo essere rimasta per breve tempo ad Ischia
se ne tornò nelle sue terre in Puglia.
1) Francesco
Guicciardini (Firenze 1483 - Arcetri 1541), storico e scrittore,
scrisse, tra l'altro, la Storia d'Italia, in cui viene
trattato il periodo 1492-1534.
2) Figlio primogenito di Alfonso (1467-1496), duca di Calabria,
poi Alfonso II re di Napoli (gennaio 1494-Gennaio 1495).
3) F. Guicciardini - op. cit., vol. I, libro I.
4) Federico fratello di Alfonso II, zio di Ferrandino, principe
di Altamura, al quale peraltro, non essendosi impegnato nel reprimere
la congiura dei baroni, era stata da questi offerta la corona.
5) Giovanna III, la seconda e giovanissima moglie di re Ferrante
il Vecchio.
6) Giovanna IV.
7) Salmo 126, 1 Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat
qui custodit eam;
8) Ferdinando II il Cattolico, V d'Aragona, III di Napoli, II di
Sicilia; sposò nel 1469 Isabella, erede al trono di Castiglia.
9) Lettera riportata in Carlo de Frede: L'impresa di Napoli di Carlo
VIII, De Simone Editore, Napoli, 1982.
0) Ischia, già roccaforte del potere angiono, era stata conquistata
da Ferrante I.
1 ) Giusrto della Candida o della Candina.
2) Giovanna III e Giovanna IV.
3) Beatrice d'Aragona, figlia di Ferdinando I d'Aragona e di Isabella
di Chiaramonte, andata sposa nel 1475 al re d'Ungheria, Mattia Corvino.
Poiché Mattia non aveva figli legittimi, intendeva designare
quale suo successore il figlio illegittimo Giovanni. Essendo il
re morto improvvisamente a Vienna nel 1490, Beatrice fecein modo
che la successione di Giovanni Corvino non andasse a buon fine.
Sposò segretamente Ladislao II Iagellone, re di Boemia, ma
questi, appena sul trono d'Ungheria, rinnegò il matrimonio.
Nel 1501 Beatrice tornò in patria.
4) Isabella d'Aragona, nata a Napoli e morta a Bari nel 1524. Figlia
terzogenita del re di Napoli Alfonso II d'Aragona, per ragioni dinastiche
sposò nel 1489 il duca Gian Galeazzo Sforza.
5) Cfr. Carlo de Frede: L'impresa di Napoli di Carlo VIII, De Simone
Editore, Napoli, 1982.
6) F. Guicciardini, op. cit.
7) F. Guicciardini, op. cit.
8) Ph. De Commynes, Mémoires, Paris 1925.
9) F. Guicciardini, op. cit.
20) F. Guicciardini, op. cit.
2 1) Cfr. Carlo de Frede: L'impresa di Napoli di Carlo VIII, De
Simone Editore, Napoli, 1982.
22) V. Glaijeses: Napoli attraverso i secoli, Soc. Ed. Nap., 1985.
23) Napoli non venne saccheggiata con il pagamento di sessantamila
ducati ai vincitori.
24)Guicciardini, op. cit. vol. I libro V.
25)V. Gleijeses, op. cit.
26) Jacopo Sannazaro (1456-1530), alla morte del re fece ritorno
a Napoli e visse nella sua villa di Mergellina, avuta in dono da
Federico. In una egloga piscatoria è indicata l'isola d'Inarime,
dalle cui piagge (ah duro esilio!) partì la nostra nave,
quando la gioventù fedele al re affidò la vita alle
ignote onde del mare.
Su
|