Carlo d'Angiò

di Vincenzo Cuomo
Una delle figure più interessanti del tardo Medioevo è indubbiamente quella di Carlo d'Angiò. Da cadetto, nel giro di pochi anni e con l'aiuto del Papato, divenne re di uno dei più belli e prestigiosi regni europei. Anche militarmente dimostrò di essere un personaggio di spicco. Nella battaglia di Benevento infatti fu in grado - anche se in suo aiuto vennero dei tradimenti perpetrati fra le file avversarie - di vincere quella che probabilmente al momento era la migliore cavalleria esistente in Europa: quella feudale svevo-siciliana di re Manfredi.
   Carlo d'Angiò non in tutti i Paesi è valutato positivamente, così come in Francia. In Germania, gli storici per secoli hanno lanciato fulmini contro di lui. Hanno sottolineato la sua ingerenza violenta all'interno della compagine politica dell'Italia meridionale; hanno visto molto negativamente la sua "fedeltà" al papato; e non hanno taciuto che con la battaglia di Benevento eliminò la più bella nobiltà medievale che ancora restava. Anche in Italia, la storiografia, ugualmente e per secoli, sino a quando cioè non si è iniziata una valutazione diversa del personaggio, non è mai stata a favore di Carlo. Lo si è sempre considerato solo un tiranno ed un esoso padrone, uno straniero circondato da altri stranieri arroganti ed oltraggiosi. E, d'altra parte, la rivolta del Vespro sembra proprio voler dar ragione a costoro e senza alcuna attenuante. La decapitazione di Corradino infine, di un ragazzo che non aveva ancora compiuto quindici anni, non è certo una lancia che si spezza a suo favore.
   Oggi, invece, una certa tendenza storiografica, più lontana da posizioni passionali, cerca di cogliere l'Angiò in una luce più chiara e reale. Anche volendo considerare che come costume di vita fu ben lontano dalla cultura, spiritualità e sensibilità d'animo, tratto caratteristico, degli ultimi Svevi, non fu neanche però solo quel rude soldataccio come spesso lo si è dipinto.
   Fu un accorto politico, un buon guerriero, un abile organizzatore, nonché un capo prode e tenace, che mai in battaglia ebbe paura e sempre compì azioni improntate al valore. Preciso ed accorto, sempre dedicò molta cura alla preparazione delle cose e mai fu incline alla improvvisazione. A leggere alcune cronache del Villani sembra che abbia non solo protetto poeti e trovadori, ma, addirittura, composto insieme a loro. Ciò, forse, è veramente troppo, però resta che la sua corte fu frequentata dagli intellettuali del tempo, tra cui è certa la presenza del mantovano Sordello.
   Fu anche un uomo di eccessive ambizioni, anche mancando dei mezzi per poterle realizzare. Sembra fosse molto avido di ricchezze e beni, per lo meno in una misura che non si confaceva con quella regalità che lo rivestiva. Anche la ferocia dimostrata dai suoi soldati dopo Benevento, senza che nulla facesse per fermarli, è molto lontana da quella clemenza che tanto bene si sposa con il concetto della sovranità medievale.
   In politica non dimostrò mai estro o intuito e, incurante del fatto che la sua posizione nel reame non era ancora ben consolidata, spesso si buttò in avventure militari che servirono solo ad indebolire la sua posizione come re di Sicilia, proprio mentre sarebbe stato auspicabile che i suoi sforzi, invece di disperdersi in infruttuosi tentativi lontani, si concentrassero in una politica strettamente italiana tendente alla realizzazione del regno d'Italia, da secoli sognato e mai potuto realizzare a causa dell'opposizione papale. Ancora, non si può tacere sulla cattiva scelta operata nel campo di funzionari e governatori. Anche volendo tener conto che non poteva non beneficiare questi francesi, venuti con lui alla conquista di queste terre, resta però sua la colpa di aver lasciato troppo spazio a uomini che con il loro comportamento maldestro non solo impedirono ai regnicoli di affezionarsi alla nuova dinastia, ma fecero anche scoppiare delle vere e proprie rivolte, quale quella di gran risonanza del Vespro
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