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Franco Lista *

Che significato può avere l’indicazione di una città come Napoli se la si propone quale capitale europea della cultura? Mi pare che questo immediato e preliminare interrogativo riceva un corposo quanto articolato soddisfacimento dalle considerazioni contenute negli scritti di Clementina Gily e di Carmine Negro; scritti che ho avuto modo di leggere con l’attenzione che meritano e di apprezzare per le argomentazioni contenute.
Vero è, d’altra parte, che su Napoli è stata prodotta, nel tempo, una ricchissima letteratura con approcci diversissimi che delineano, nel tempo e nello spazio, una città la cui palese complessità viene da molto lontano e, nello stesso tempo, produce una proiezione proiettiva di senso che va molto lontano.
Ne viene fuori un intrecciato quadro d’interessi storici, sociali, culturali, variamente configurati sull’asse diacronico che hanno finito col conferire a Napoli e ai napoletani una fisionomia unica, introvabile altrove.
Per questo, mi pare, che Napoli si presti sempre a una nuova scoperta, a un nuovo incontro. Insomma, come in un gioco di specchi, la città presenta sempre al nostro sguardo un tratto nuovo, originale, inedito.
Questo mi ricorda molto quel bel libro di Roberto Pane, scritto subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, avente un titolo emblematico, “Napoli imprevista”, un libro che aveva come obiettivo la conoscenza del valore di aspetti singolari, sorprendentemente poco conosciuti, se non sconosciuti, di Napoli.
Per fare solo qualche esempio, l’osservazione storica di Roberto Pane andava dai cortili del Settecento di via Pontecorvo, alle cupole rivestite in maiolica, alle terrazze  di vico Cimitile, fino al fantastico pavimento in maiolica del sagrato di S. Eframo  vecchio. In sostanza, un ampio quadro di elementi preziosi che costituiscono il contesto, il tessuto connettivo della città storica.
Ecco perché, a Napoli, bisogna spingersi sempre oltre con lo sguardo, non solo scoprendo ancora cose per noi nuove, ma andando “dentro” le cose che si offrono alla nostra percezione visiva, più che sopra di esse. Insomma, l’occhio deve poter diventare una sorta di vista interiore, alla scoperta finanche dell’invisibile partenopeo.
Un occhio capace di vedere persino al di là delle fuggevoli e contingenti apparenze. Su questa questione, efficacemente affrontata da Pier Aldo Rovatti, citando Merleau-Ponty, il filosofo riferisce che nel visibile c’è l’invisibile, il visibile è una piega dell’invisibile.

   Ora, per avvicinarci e cogliere per intero il senso visibile e non visibile della nostra città, dobbiamo accostarci ad essa senza soggezione, sperimentando, con rinnovata sensibilità, un nuovo rapporto visivo e non solo visivo, ma anche tattile e uditivo e, perché no!, anche gustativo.
Insomma, dobbiamo recuperare quella “intersensorialità” perduta che può esserci restituita proprio nella correlazione empatica e diretta con la città di Napoli.
Ed è per questo che penso a Napoli come ad una sorta di campo ricco di innumerevoli stimoli che influenzano, dal punto di vista estetico, storico-artistico, culturale, ed anche sotto l’aspetto relazionale ed emotivo, chiunque abbia con la città una frequentazione, sia pure minima ma certo non superficiale.
Qui cogliamo un rilievo critico che non riguarda solo i napoletani ma, credo, gran parte degli italiani; rilievo che fu ben messo in evidenza da Goethe nel suo memorabile “Viaggio in Italia”.
Il grande pensatore tedesco descrive l’episodio occorsogli a Malcesine, territorio di confine tra Venezia e l’Austria, quando fu scambiato per uno spione per essersi fermato a disegnare il castello, romanticamente in rovina, di cui voleva conservare un ricordo.
Accerchiato da una folla minacciosa che non esitò a strappargli il disegno, dovette impegnarsi a fondo per chiarire la sua posizione, presso quegli abitanti; «che del resto non era certo mia intenzione di rimproverarli se per essere assuefatti dall’infanzia ad aver sott’occhio questi edifizi non vi potevano scoprire come me tutta la loro pittoresca bellezza». Così commenta Goethe il comportamento degli abitanti di Malcesine.
Dunque, sono proprio l’assuefazione al bello e la carenza di una specifica educazione estetica, da fornire a tutti sin dall’inizio del proprio percorso educativo, a determinare le storiche condizioni di colpevole indifferenza nei confronti del nostro notevole patrimonio artistico e paesaggistico e della sua costruzione storica. Hegel diceva: «Sono un nano del pensiero, ma divento un gigante quando salgo sulle spalle della storia che mi precede». Proviamo, dunque, noi napoletani, a salire sulle spalle della nostra grande e lunga storia, così forse potremmo recuperare il nostro ruolo di capitale, soprattutto, culturale.

   Viene in mente, in proposito, l’uso davvero improprio che si è fatto a Napoli del termine Rinascimento, in epoca piuttosto recente: un’espressione che doveva dar conto di un nuovo risorgente Rinascimento, cui, peraltro, non sono seguiti esiti culturali e concrete realizzazioni.
Il termine Rinascimento è stato talmente usato e abusato da aver perso, presso i  napoletani, la parte significativa del suo spessore semantico. È stata banalizzata la parola Rinascimento e il suo uso corretto in una città che, per converso, ebbe stretti rapporti con Firenze, segnando un momento storico irripetibile. «Questa operosità intellettuale - scrive Croce nella sua Storia del Regno di Napoli –  questa cultura, questi studi avevano il focolare e il centro d’irradiazione nella città di Napoli, nei conversari di corte, nei sedili o adunanze dei nobili, nelle accademie, nell’università».
La più antica connotazione di Napoli sembra affidata al termine “nobilissima”. Napoli nobilissima è anche il titolo della ultracentenaria rivista di storia napoletana; titolo scelto e spiegato ai lettori a partire dal primo numero della rivista, da Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo, Michelangelo Schipa e altri illustri redattori.
Essi, in proposito, così scrivevano: «Questo vecchio superlativo, di cui si trova accompagnato il nome di Napoli, assai spesso nei vecchi libri, parve acconcio per ogni opportuno ricordo».
Su queste considerazioni penso che meglio possa oggettivarsi e prendere forma e consistenza la necessità di ricostituire e rendere visibile quel legame profondo che un tempo legava i napoletani alla propria storia, alle proprie tradizioni, al proprio territorio.

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Ispettore Tecnico  del Ministero P. I.