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di Rita Bosso

            I contadini che nel 1734 lasciano Ischia diretti a Ponza non immaginano che, dopo qualche secolo, alcuni loro discendenti torneranno all’isola madre per frequentare una scuola.
            Tanto per cominciare, Mattia Mazzella e compagni hanno altro per la testa: stanno lasciando un’esistenza misera ed angariata, più da servi della gleba che da uomini liberi, ma li attende un’isola deserta; le  sistemazioni saranno precarie, in grotte se si è fortunati, altrimenti in capanne costruite alla bell’e meglio; riceveranno terreni da coltivare, dapprima in uso gratuito e poi in enfiteusi permanente, ma  si tratta di pezzi di collina su cui lavorare duramente a colpi di piccone, da spianare e poi coprire di terra prima di poter avviare qualsiasi coltivazione. Si lascia una condizione di miseria, ma  non si va incontro al benessere; a proposito del Mediterraneo Braudel scrive: Siamo in presenza di una vita difficile, spesso precaria, il cui equilibrio si compie regolarmente a danno dell’uomo, condannandolo senza remissione alla sobrietà…Lo storico ed il turista non devono lasciarsi impressionare dai trionfi delle città antiche del Mediterraneo. Le città sono degli accumulatori di ricchezze.
            Gli ischitani in viaggio verso Ponza non possono immaginare che alcuni  dei loro discendenti, per proseguire gli studi, percorreranno a ritroso  la loro stessa rotta: l’istruzione è faccenda che non li riguarda,  è per i nobili, affidati alle cure di precettori, destinatari dei valori di una cultura aristocratica ed elitaria. L’istruzione riguarda tutt’al più la borghesia cittadina, non certo il contadino ischitano; comincia a trovare sostenitori l’idea di Comenius che  l’istruzione  debba essere estesa a tutti, senza distinzione di sesso né di censo, ma dalla enunciazione di un principio alla realizzazione ce ne corre.
            La nascita della scuola pubblica è posteriore alla colonizzazione di Ponza: come potrebbero i contadini in partenza immaginare i loro nipoti in una scuola di Ischia, dal momento che non sanno cosa sia una scuola?

            La scuola pubblica è figlia dell’Illuminismo: in Austria un regolamento del 1774 fissa i criteri per l’istruzione primaria obbligatoria, sollecita autorità e parrocchie ad istituire le scuole locali, prevede la formazione dei maestri; le risorse ci sono, i beni della soppressa Compagnia di Gesù vengono destinati specificamente al finanziamento dell’istruzione pubblica.
            È il sistema scolastico austriaco ad essere assunto a modello da Tanucci, ministro del Regno Borbonico. Napoli  è la capitale di un regno in condizioni economiche e sociali arretratissime ma il clima culturale è vivace; Carlo III prima, Tanucci cui è affidata la reggenza poi, si guardano intorno: inviano esperti a studiare i nascenti sistemi scolastici europei, in primo luogo quello dell’Impero Austro-Ungarico.
            Dopo il 1767, anno della cacciata dal Regno di Napoli dei Gesuiti, che detengono il monopolio in materia di istruzione, vengono istituite alcune scuole pubbliche. Particolare attenzione è dedicata alle professionali; fiore all’occhiello del sistema scolastico borbonico sono gli istituti nautici, alla cui istituzione dà impulso Acton in persona: le esigenze della navigazione richiedono ormai personale specificamente addestrato, non più la semplice trasmissione di pratiche e saperi empirici. Nascono gli istituti nautici di Procida, di Sorrento, ed il Convitto San Giuseppe a Napoli che accoglie gli orfani di marinai; per loro, al termine degli studi, c’è l’assunzione sugli sciabecchi reali.
            Si tratta di esperienze singole, nate nella capitale  e in alcuni piccoli centri grazie al concorso di  circostanze fortunate; nel resto del  regno non c’è nulla, la quasi totalità della popolazione è analfabeta.

            La scuola pubblica è istituita dai sovrani illuminati,  è figlia dell’Illuminismo e non potrebbe non esserlo: come si esce dallo ’stato di minorità’, se non attraverso l’istruzione?
            Anche Ponza è figlia dell’Illuminismo. Il ripopolamento delle isole pontine voluto da Carlo III ha motivazioni squisitamente pratiche, non ideologiche: la volontà di porre fine ad una disputa con la Chiesa sulla effettiva proprietà delle isole, la necessità di proteggere il Regno dalle incursioni dei pirati barbareschi, che già hanno utilizzato le isole deserte come basi d’appoggio e si spingono sempre più vicino alla costa, il bisogno di  alleggerire la pressione demografica in alcune zone del Regno e di trovare una sistemazione ai coatti. Le modalità con cui la colonizzazione di Ponza viene realizzata, invece, hanno una forte impronta illuminista: i principi di progresso, di felicità e benessere pubblici sono leggibili nelle norme che vengono poste a fondamento della nascente comunità ponzese.
            Da Napoli non ci si limita a radunare sull’isola alcune centinaia di poveracci, incentivandoli con la concessione delle terre e dei diritti di caccia, pesca, legnatico; si regolamenta la vita della comunità, si  realizzano opere pubbliche imponenti, si erogano sussidi, si inviano e si stipendiano  il medico condotto e la mammana.
            Ponza è più di una colonia, è un esperimento sociale, al pari di San Leucio, dove si pratica una innovativa organizzazione del lavoro;  di Ustica; di Ventotene, dove in ossequio alla teoria del buon selvaggio di Rousseau vengono  inviati quattrocento   ex carcerati e prostitute, nella speranza che l’inserimento in un contesto diverso da quello d’origine, che ne ha prodotto la devianza, possa favorirne il recupero.
            I porti di Ponza e di Ventotene sono imponenti opere pubbliche, realizzate rapidamente e con considerevole impiego di maestranze e risorse economiche; a differenza di altre importanti opere coeve, quali la reggia di Caserta, la reggia di Capodimonte, la reggia di Portici con l’adiacente porticciolo del Granatello, sono a servizio della collettività, non del re e dei nobili.
            Il porto di Ponza, realizzato in soli undici anni (1768-1779),  è chiaramente ispirato a principi di funzionalità, di razionalità, di progresso; realizzato su tre livelli digradanti, destina i locali a livello del mare a magazzini a servizio della pesca, i due livelli soprastanti al commercio, ad abitazioni ed ai servizi; il secondo livello è arretrato, in modo da lasciare spazio ad una promenade.
            Il complesso del porto, realizzato sulle preesistenze fenicie e romane, appoggiato alla collina di cui segue la curvatura, armoniosamente inserito nell’ambiente, deve essere centro della vita economica e sociale,  fulcro intorno al quale la vita della comunità va organizzandosi, volano di sviluppo.
            Da Napoli si impartiscono  disposizioni affinché la comunità si organizzi. L’istruzione dei bambini è affidata al prete al quale l’amministrazione statale corrisponde un compenso; a spese dell’amministrazione Allodiale cinque giovani ponzesi  e tre ventotenesi sono mantenuti nel Seminario di Gaeta.
            L’amministrazione borbonica non è avara con Ponza; con l’unità d’Italia l’isola attraversa invece una profonda crisi economica, perde i privilegi ed i sussidi concessi dal passato regime, conosce l’imposizione delle tasse, tra cui le odiose tasse  sul macinato e  sul vino.
            Uno dei problemi che l’Italia unita deve affrontare è l’elevato tasso di analfabetismo, che si attesta intorno all’ottanta per cento, ma raggiunge il  novanta  nel meridione; la legge Casati, promulgata nel 1859 nel Regno di Sardegna, viene estesa al Regno d’Italia e resta in vigore fino al 1923, con poche marginali modifiche. La legge Casati sancisce la gratuità dell’istruzione elementare e l’obbligatorietà per maschi e femmine; ma affida l’istituzione ed il mantenimento delle scuole ai Comuni, enti che non hanno risorse sufficienti a garantire il servizio. In pratica le scuole elementari hanno una diffusione a macchia di leopardo, presenti e funzionanti solo nelle zone più agiate ed in cui è maggiore la sensibilità ai temi della formazione e dell’istruzione.
            A Ponza  come altrove l’istruzione viene vista come l’ennesima imposizione di uno Stato lontano e nemico che sottrae alle famiglie braccia utili nei campi; è però un obbligo al quale ci si può sottrarre, dal momento che la legge Casati non prevede sanzioni per gli inadempienti. 
            Ma l’isola conta ormai circa tremila residenti (3739, censiti nel 1881), altri  cinquecento individui tra detenuti e coatti, e dunque il servizio scolastico va organizzato. Il Comune, che non è certo ricco, fa la sua parte: vista la difficoltà a reperire maestri disposti a trasferirsi su ‘uno scoglio di coatti’, fissa uno stipendio considerevole, pari al doppio dello stipendio di un corallaro.
            Nel 1887 giunge sull’isola la giovane maestra brianzola Gabriella Moriondo che, prima di salire in cattedra, deve andare in giro per il paese a convincere genitori e figli che la scuola è un diritto,  non un’imposizione odiosa alla stregua di una tassa, del servizio militare; ne scrive Silverio Corvisieri in All’isola di Ponza.

            La legge Casati resta in vigore sino al 1923, anno del varo della riforma Gentile, che estende l’obbligo scolastico fino al quattordicesimo anno d’età: cinque anni di elementari, tre di scuola media propedeutici al liceo o, per chi intende  inserirsi nel mondo del lavoro, tre anni di scuola di avviamento.
            A Ponza la scuola media sarà istituita solo nel dopoguerra.
            Subito dopo le elementari, i bambini destinati a proseguire gli studi dovrebbero fare le valigie. Impensabile, per la maggior parte delle famiglie, che un figlio resti improduttivo per così tanti anni e debba essere mantenuto in collegio per almeno otto anni; le poche famiglie che possono permetterselo dovrebbero separarsi dal figlio appena undicenne e rivederlo solo nel periodo estivo. Ragazzi molto dotati, di famiglie non povere ma neanche agiate, potrebbero essere mantenuti agli studi a costo di pesanti sacrifici solo per qualche anno, non certo per otto anni più, eventualmente, il periodo universitario.
            La soluzione, sia  per la famiglia benestante che vuole ritardare al figliolo l’abbandono del nido, che per quella meno agiata che misura le sue poche risorse col bilancino, è il prete don Luigi Parisi.
            È nella casa di don Luigi che i piccoli ponzesi preparano privatamente l’esame di licenza media e, spesso, anche l’ammissione al triennio di scuola superiore.
            Scuola severa ed esigente, quella del prete: lezioni al mattino, breve pausa pranzo durante la quale gli alunni devono svolgere dei compiti, e ritorno in canonica. La preparazione si concentra sui saperi essenziali: algebra, italiano, latino e poco altro. Gli scolari  raggiungono livelli eccellenti, tant’è che vanno a sostenere da esterni gli esami a Ischia, a Gaeta, a Napoli, e li superano brillantemente.
            La scuola del prete è finalizzata al superamento dell’esame di ammissione al primo liceo classico, ma è flessibile: anche chi deve iscriversi ad altri istituti riceve una preparazione adeguata.
            Molti ischitani hanno avuto prova indiretta del livello dell’istruzione impartita dal prete Parisi: da quella scuola proviene  il professor Tommaso Pacifico, esimio docente di Latino e Greco del Liceo Classico Scotti.
            Mio padre, che è orfano e deve ripiegare sull’istituto nautico,  a quasi quarant’anni di distanza dalle lezioni del prete osserverà sprezzante  le mie incertezze nell’analisi logica, le traduzioni dal latino poco rigorose…
            Sicuramente la motivazione, la disponibilità al sacrificio, la consapevolezza dell’investimento fatto dalla famiglia, la forte selezione spiegano i brillanti risultati scolastici dei piccoli ponzesi; comunque, tanto di cappello al prete, che non ha avuto  bisogno di scrivere lettere alla professoressa a giustificazione dei suoi alunni. Semmai sarebbe toccato alla professoressa spedirgli un biglietto di congratulazioni.
            Il ponzese tredicenne, al più quindicenne, che esce dalla casa del prete Parisi deve andare lontano: tornerà a casa in estate, se tutto va bene anche a Natale. Tra i posti meno lontani in cui continuare gli studi c’è Ischia: nelle giornate limpide dal belvedere della Parata se ne distingue il profilo, c’è un collegamento regolare, prima quindicinale poi settimanale, c’è forse qualche lontano parente, la memoria tramandata di quel viaggio di sola andata fatto dagli avi nel 1734… Il Seminario di Ischia ospita alcuni dei futuri professionisti ponzesi: il medico Silverio D’Atri nato nel 1898, i coetanei  maestro Vitiello,  il medico Michele Martinelli, e tanti altri.
            Nel secondo dopoguerra a Ponza viene istituita la scuola media. I collegamenti con Gaeta sono interrotti per la presenza nelle acque del porto di ordigni bellici;  riprende dunque il flusso di studenti di scuola superiore tra le due isole. Genoveffa D’Atri, mia preziosa e paziente fonte di notizie, mi racconta degli anni trascorsi ad Ischia insieme alle sorelle, dei rari ritorni a casa, di un liceo classico impegnativo al punto che lei, religiosissima, non è mai riuscita ad assistere alla festa di santa Restituta perché troppo presa dagli impegni scolastici;  ricorda in dettaglio la processione del Venerdì Santo a Procida, a cui partecipa perché le vacanze pasquali sono troppo brevi per giustificare il ritorno a Ponza, oltretutto lei da buona isolana soffre il mal di mare.

            Sino ad una trentina di anni fa il traghetto il martedì partiva da Ponza alle sei,  toccava Ventotene, Ischia, Procida ed infine, dopo una crociera di sette ore, approdava a Napoli; il giorno dopo faceva il viaggio di ritorno, con le stesse soste: quando le scuole si chiudevano per le vacanze, e prima della riapertura, quel traghetto si riempiva di ragazzi di Ponza, che a Procida frequentavano l’istituto nautico.
            Poi finalmente Ponza ha avuto la sua scuola superiore.


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