Home
Indietro

 


di Ilia Delizia

            Il libro Tavola calda, scritto da Maria Algranati, è la storia di una esistenza che interseca nel suo lungo percorso vicende che attengono sia al proprio personale itinerario di donna che vive una vita familiare, sociale   costellata da difficoltà quotidiane, piccoli successi ma anche molte delusioni, privazione di affetti, inadeguatezze, incomprensioni, e sia a quello di artista che comunica ai suoi lettori il proprio itinerario interiore.
            Si tratta, perciò, di un libro che solo per convenzione di generi letterari definiamo “autobiografia“, in quanto attraversa tutto il percorso di vita della sua autrice, dalla infanzia, «trascorsa come un lento flusso incantato»,  alla vecchiaia vissuta con la consapevolezza della solitudine, dell’abbandono di affetti, ma che in realtà ben potremmo definire “romanzo”, sia per la sua qualità letteraria e, più ancora, per la sua predilezione a farsi, in ogni circostanza, frammento di memoria, senza mai indulgere ad una narrazione sistematica delle vicende o ad una cronaca algida o appassionata dei fatti di cui è protagonista o attenta osservatrice, ma piuttosto per quel proposito di riannodare sentimenti. 
            Quello che diciamo mi è in parte confermato dal fatto che la prima edizione del libro non portava, in copertina, come sottotitolo “autobiografia”, ma era contrassegnata dal solo “Tavola calda”, alludendo con esso alla solitudine di affetti di chi si trova a consumare i pasti lontano dallo spazio domestico e familiare.
            Ho fatto riferimento ad una prima edizione, quasi a gettare il sospetto che la presente sia una seconda edizione. In realtà, per quella strana coincidenza che lega il destino degli uomini alle cose, anche la vicenda editoriale di Tavola calda, come la vita dell’autrice, non ha avuto un percorso agevole.
            Consegnata per la stampa nel 1978, quando Maria Algranati era ancora in vita, con prefazione di Michele Prisco, l’opera stampata dovette essere ritirata dalla distribuzione e distrutta in quanto mal realizzata. Le pagine stampate, non revisionate in bozze dall’autrice la quale, per ragioni fisiche, non fu in grado di occuparsene, non seguivano infatti la sequenza narrativa data al testo, il quale si componeva, tra l’altro, di molte parti manoscritte, aggiunte a margine, correzioni.
            Ebbene, è stato solo a distanza di trent’anni che questa aspirazione di Maria Algranati di consegnarsi alla storia tutta intera ha finalmente trovato ricetto.
            Ciò è avvenuto per iniziativa della nipote prediletta, Maresa Sottile, donna di grande temperamento che ha voluto assolvere a un debito d’affetto verso sua nonna, molto a lungo covato, e della giornalista e scrittrice Yvonne Carbonaro, la quale, grazie ai suoi interessi storiografici per il contributo culturale delle donne napoletane del 900, era alla ricerca di tasselli che le consentissero di approfondire la figura di Maria Algranati, non ancora sufficientemente valutata dalla critica storiografica come una protagonista del 900 letterario, anzi piuttosto dimenticata dagli ambienti culturali.
            Grazie a questo intreccio di interessi l’ultima opera di M. Algranati ha visto, così, la luce e, corredata da una puntuale introduzione di Yvonne Carbonaro e da un ricco apparato documentario, che contribuisce non poco a farci entrare nel mondo di Maria Algranati, si propone a noi perché possiamo ripercorrere quell’itinerario umano e poetico che ha permesso all’autrice di uscire dal “recinto” dei sentimenti e dei risentimenti e dichiarare alla madre, ormai scomparsa da tempo, e dalla quale la nostra pure era stata oscurata per la predilezione esclusiva del figlio maschio e per la incomprensione dei suoi interessi poetici, la propria felicità. Quella felicità che, sottolinea l’autrice nel colloquio ideale con la madre con cui chiude il libro, non «è dipesa dagli altri, era in me», alludendo a quella navigazione interiore che, attraverso lo strumento della parola scritta, l’ha portata a riconciliarsi con quanti le avevano sottratto speranza, inflitto oppressione, arrecato difficoltà e disagi di ogni tipo.
Se partiamo da questa premessa, che è poi la conclusione del libro, troviamo la chiave di lettura per comprendere la riflessione disincantata sull’esperienza della propria vita, come riguardo alle vicende sociali e culturali che hanno attraversato la propria esistenza. Riflessione che è itinerario spirituale della sua vita d’artista e che, proprio per questo, non poteva scadere nella cronaca dei fatti, ma doveva lasciare nella penna, o appena sfiorare con sapiente e garbato  distacco, se non con la bonaria ironia che pure la sostiene, i conflitti interiori, i dissidi psicologici, le incomprensioni familiari, la scarsa considerazione riservatale da un ambiente fortemente maschilista, che hanno accompagnato fin dalle prime pagine della narrazione la conquista del proprio io interiore.
            Ma, prima di venire ai contenuti del libro, è opportuno chiedersi: Chi è Maria Algranati?
            Gemella di Gina, la storica, che a Ischia ha pure dedicato pagine memorabili. Molti di noi ricorderanno la sua monografia storico-artistica, pubblicata nel 1930 nella collana diretta da Corrado Ricci, opera a quel tempo pionieristica e che si inscrive in quel percorso di interessi e di ricerche che da noi in Italia fu volto alla rivalutazione di luoghi ed ambienti così detti minori, e questo per recuperare quella molteplicità di espressioni che concorreranno a definire l’identità nazionale, fatta non di omologazione, ma di diversità, di specificità; Maria è stata, per contro, la “poetessa”.
            Nata nel 1886 a Roma da genitori entrambi ebrei provenienti dal ghetto di Ancona, Maria vivrà prevalentemente a Napoli, con soggiorni anche lunghi ad Ischia ed in Sicilia. Avrà una vita lunga, morirà nel 1978, ma non proprio fortunata, costellata com’è da mille difficoltà a cominciare dalla incomprensione con la madre che, per intransigenza e decisionismo, le farà perfino interrompere gli studi al primo disorientamento adolescenziale, studi che la giovane dovette proseguire da sola, anche con qualche insuccesso, come avvenne per l’esame di maturità, alla poca considerazione per la sua scelta di orientare il proprio futuro verso la poesia,  fino al suo essere ebrea che le farà vivere sulla propria pelle la diversità, con perdita del lavoro, quando saranno promulgate le leggi razziali.  
            Apostrofata “artista” da Benedetto Croce, fin da uno dei primissimi componimenti, Elio, scritto intorno al 1920, Maria Algranati è stata una scrittrice a tutto campo in quanto ha sperimentato più di un genere letterario. Ha scritto non solo numerose poesie, ma ha sperimentato anche il racconto, il testo scolastico, la traduzione di classici dal francese, la favola per bambini, il dramma lirico, la storia delle arti, pensiamo al suo libro sulla storia del ricamo grazie alla sua formazione presso l’Istituto Suor Orsola Benincasa, come si conveniva ad una ragazza di buona famiglia, o a quello sulla storia dello Scuopolo (un gioiello editoriale, tassello importante della vita dell’abitato di Ischia Ponte)).
            Padrona del mezzo, Maria Algranati si propone, ormai avanti negli anni, di affidare tutta l’esperienza della propria vita ad uno scritto, dove il soggetto narrante sia l’io interiore che, intersecando come in filigrana luoghi, persone, modalità di vita, mentalità, consuetudini, ne fa un libro, come dice lei stessa, «per metà documento e per metà poesia».
            Veri sono infatti i luoghi in cui vive: Napoli, con i suoi quartieri rumorosi e  le case, numerose, che il padre sceglieva per la vita della famiglia, prima al corso Vittorio Emanuele, per consentire alle figlie di frequentare l’Istituto Suor Orsola Benincasa, poi alla Torretta ed ancora a Posillipo in villa Volpicelli, al Vomero, e così via, in spazi sempre diversi,  con la novità o la fatica di adattarsi. Ischia, la terra dell’esodo, della liberazione dall’oppressione materna, da dove comincia quel vagabondaggio alla ricerca della libertà che la porterà poi in Sicilia, dove si troverà ad affrontare il complicato intreccio dei sentimenti. L’occasione arriva con la laurea della sorella Gina alla quale venne offerto un insegnamento nella scuola elementare di Lacco Ameno. Qui Maria si recherà per ritrovare sua sorella e vi rimarrà per oltre un anno trovando quell’atmosfera primitiva che la disporrà  allo scrivere. «Mi pareva che ridurre le cose del quotidiano significasse dar posto alle cose dello spirito», scrive nel suo libro, parlando delle difficoltà oggettive del luogo, delle case non proprio confortevoli, ma in compenso vi troverà una serena tranquillità ed una affettuosa ospitalità.  
            Veri sono i personaggi: la madre autoritaria e dispotica, prodiga di attenzioni col figlio maschio e avara di affetto con lei; il padre, più duttile, ma per quella tacita partizione di ruoli che regnava nella vita familiare, distratto o poco determinato a far valere le buone ragioni.
            Veri sono Placida, Flavia, Claudio, Rinaldo, i siciliani con i quali si compie la sua formazione spirituale e sentimentale. Vero è Francesco Gaeta con cui ebbe un burrascoso rapporto sentimentale, come vero è l’uomo che sposerà per errore o per conformismo: il vedovo di sua sorella, pagando con l’assoluta incomprensione  il desiderio di ridare una madre ai suoi nipotini rimasti orfani. Come veri sono i Russo, i Parente e molti altri con i quali condivide affinità culturali. Ma soprattutto vera la familiarità  con B. Croce e sua moglie Adelina, gli unici punti fermi della sua vita. Infatti nelle frequenti visite a palazzo Filomarino, ad ora di pranzo, nella intimità domestica della vita familiare di don Benedetto, Maria, fin da giovanissima, seduta su una delle panche dello studio, ha sciolto interrogativi, ha sottoposto al giudizio autorevole del filosofo i suoi componimenti, ha risolto problemi di sopravvivenza grazie al ruolo di presidente dell’Istituto Mondragone che la signora Adele ricopriva. 
            Tutto questo, e molto altro ancora, come il farsi strada in un ambiente in cui la donna trovava difficoltà ad essere riconosciuta come protagonista culturale, i bombardamenti del 43, l’integrazione con gli Americani è raccontato nel libro; racconto che è affrontato con quel distacco che solo il tempo può produrre e che, grazie alla raffinatezza e alla sensibilità dell’autrice, è stato risolto con  “con la dolcezza della memoria”, come più opportunamente ha sottolineato Alda Croce che avrebbe voluto stampare il libro con la Fondazione Croce, ma che non ha fatto in tempo.
            Ma, al di là del vero, vi è il viaggio che trasfigura le cose, la realtà, ed è l’esperienza estetica. Esperienza estetica che è molto esplicita in questo lavoro fin dalle sue prime battute. Infatti, questo viaggio  era già in nuce in Maria bambina. Io l’ho riconosciuto in quei singhiozzi interminabili alla vista degli “immondi insetti neri” che vengono fuori dal torsolo di una pesca che la ninì spacca per dissetare lei e la mamma. Alla sorpresa delle due donne per tanta reazione Maria Algranati dirà: «Nessuna saprà mai la verità del mio dolore: ho visto violata la bellezza».

            In una pagina dell’autobiografia, il vissuto di Maria Algranati si coniuga con un luogo, S. Alessandro, e con una famiglia, Buchner, che Ella volle conoscere in quanto imprescindibile punto di riferimento culturale.  
            In poche, ma efficaci righe, v’è narrato il rapporto privilegiato che Maria Algranati stabilì subito con Miliana Buchner, donna dotata “di lieve, magica forza”, alla cui memoria dedica una  poesia, “Sant’Alessandro”, nella raccolta di poesie “I Giorni” (Esi 1968), in cui celebra insieme l’amica scomparsa e il luogo con la casa in cui ella aveva vissuto, ospitato, accolto, ed a cui lasciava la sua inconfondibile impronta. il proprio pasto quotidiano in una tavola calda, lontano dallo spazio domestico e degli affetti familiari.


SU