La Rassegna d'Ischia
Anno XXIX - 2008

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ORTI - Palure, Parule, Siene (II)


di Giuseppe Silvestri
Anche ad Ischia vi era un’ampia estensione di terreno coltivata ad ortaggi ed era indicata con il termine “Parule”: parte della pianura sottostante la collina di S. Alessandro, il Montagnone e via Iasolino; la vasta zona compresa tra il caseggiato di Corso Vittoria Colonna, la strada di San Ciro, piazza antica Reggia e via Osservatorio; ancora a sinistra di Via Antiche Terme e fino ai terreni a terrazze coltivati a vite.
Il territorio a destra e a sinistra intorno alla chiesa di San Ciro venne denominato “Le Pezze” (dint’‘e pezze) intendendosi così ogni zona di terreno coltivato ad ortaggi appartenente ad un proprietario (1). Una parte consistente di tutto il territorio appartenne alla famiglia Di Meglio detta “I Benigno” che ha dato un contributo notevole allo sviluppo del turismo e che oggi continua ad operare con successo nel settore alberghiero.
Ogni proprietà era divisa dall’altra dal cosiddetto “termine” costituito da una pietra come segnale indiscutibile. Il “termine” era categorico, assolutamente rispettato, nessuno si permetteva di rimuoverlo. Erano persone che osservavano le leggi e le consuetudini. Tra una proprietà e l’altra, un viottolo di una ottantina di centimetri consentiva il passaggio e le varie comunicazioni.
In tutta la zona c’erano una decina di pozzi: l’acqua di alcuni era fresca, di altri calda e salmastra ed in tal caso si depositava nelle vasche perché si raffreddasse ed evaporasse. La profondità dei pozzi era di tre, quattro metri, comunque pochissimi metri che non consentivano l’uso delle norie, l’acqua era attinta direttamente con i secchi.
Procedendo verso Ischia Ponte, l’antico borgo di Celsa, si incontravano i seguenti territori coltivati ad ortaggi: A parule u’ Puntano, A parule a’ Mandra ed infine A parule a Siena. Nelle prime due c’è stata una piena urbanizzazione, è rimasto soltanto qualche piccolo fazzoletto di orto fra le tante costruzioni. Nella Parule u’ Puntano c’era la noria per sfruttare l’acqua dei pozzi, in funzione ancora negli anni cinquanta.
A Parule a Siena, abbastanza estesa a Ischia Ponte, tra via Seminario ed il mare, chissà per quale miracolo non è stata trasformata dalle costruzioni; permane un vigneto e buona parte è adibita a parcheggio. Si continuano ad usare il termine “Siena” e l’espressione dialettale per indicare il luogo: ”Abbascia ‘a Siena”.
Non tutta la zona era coltivata ad ortaggi, come è tipico di questi terreni, ma fu anche utilizzata come vivaio delle viti americane sotto la direzione del Patronato Agrario della Provincia di Napoli. Successivamente ci fu un impianto di viti pugliesi che producevano uva da tavola e che permangono tuttora. Ci fu anche una ottima produzione di carciofi ed era bello vederne i filari allineati.

Gli orti di Procida
Riporto alcune note fornite dalla prof. Dora Niola Buchner che magistralmente trattò l’argomento nella sua tesi di laurea:

   - Trattazione a parte meritano gli orti irrigui che occupano all’incirca 12 ettari di terra, pari al 3% del suolo coltivato. Si trovano in quella parte dell’isola chiamata San Giuseppe, particolarmente favorita per quanto riguarda lo sfruttamento della falda freatica, poiché è in lieve pendio verso il mare. Si trova perciò ad essere la parte terminale di una specie di valle limitata a sinistra dallo zoccolo roccioso di Mozzo-Centane e a destra e alle spalle dalla zona di Ciraccio-Serra che è piuttosto elevata sul livello del mare. Risulta quindi una vasta depressione in cui confluisce e si raccoglie l’acqua della falda dall’Olmo fino al mare.
  Gli orti conferiscono al paesaggio agrario una particolare impronta, contrastante con le colture legnose da cui sono circondati, con gli ordinati rettangoli di erbaggi che si allungano dalla strada verso il mare o verso l’interno seguendo l’allineamento delle abitazioni. Qui vengono chiamati “parule”, deformazione locale dell’improprio termine palude. Sono coltivati, con i soliti criteri intensivi al massimo, secondo le stagioni: in ottobre a carciofi e, tra filare e filare, a verze, cappucce, broccoli; in marzo a pomodori, peperoni e melanzane ed insalate varie. Ogni specie di verdura, insomma, che richiede irrigazioni frequenti e non può essere affidata come le altre colture ai capricci meteorologici. Infatti il contadino della “parula” non aspetta la capricciosa “acqua di cielo”, come dicono nell’isola, sfrutta invece, come si è accennato, i filoni della falda freatica che ad una certa distanza dal mare risulta appena salmastra. L’acqua è fatta arrivare alla superficie mediante caratteristici pozzi detti, con errata definizione, artesiani per il solo sistema di escavazione e la cui profondità varia dai 10 ai 20 metri. Questi pozzi sono azionati da rudimentali meccanismi e, come si sa, l’acqua è portata a livello dell’orto con l’ausilio di un asino che, bendato e legato ad un palo, a sua volta connesso ad una ruota dentata, girando mette in moto detta ruota. Azionata da tale movimento una collana di secchi continuamente si immerge e riemerge colma di acqua che versa in una grande vasca donde viene incanalata  e portata ad irrigare i vari quadretti di verdure. Sia ben chiaro che non si tratta di falde acquifere potabili sottostanti al terreno, anche se, in casi di estrema necessità, i contadini la usano anche per bere.
 Dopo aver estratto una certa quantità di acqua, il pozzo resta asciutto e bisogna attendere alcune ore perché si riempia ancora. Grazie a questo metodo di irrigazione il terreno è fertilissimo. In tutta la zona degli orti irrigui esistono circa 25 pozzi, di cui soltanto 2 con elettropompe. Molto spesso tali pozzi sono in comune tra due o più agricoltori, le cui aziende siano confinanti.
  Fra i tanti prodotti degli orti particolare rilievo hanno carciofi e pomodori. Si è già notato come i primi siano una coltura in aumento dal dopoguerra in poi. Prima dell’ultimo conflitto venivano coltivati quasi esclusivamente negli orti irrigui che ancora oggi ne producono in quantità notevolissima, la maggior parte cioè della produzione di tutta l’isola. Sono circa 500.000 fasci l’anno che costituiscono uno dei principali prodotti di esportazione. Non sembri esagerato questo numero, si pensi che ogni pianta in buono stato può dare anche 20 di quei grossi, saporiti bocci dalle foglie verde-violaceo. I carciofi vengono esportati in massima parte a Napoli e dintorni, ma anche in altre città d’Italia ed all’estero.
  Anche la produzione dei pomodori negli orti irrigui è abbondante. Si tratta all’incirca di 1200 q.li di prodotto di cui 1/3 va a finire a Ischia e a Napoli. Il resto basta per il consumo dell’isola. E tutti i procidani fanno grande uso di questo frutto che a loro costa relativamente poco, come del resto gli italiani in genere e i meridionali in particolare. E, come in tutto il meridione d’Italia, anche a Procida il pomodoro è conservato a pezzi in bottiglia. Con una certa qualità di essi, assai piccoli, si fanno dei grappoli su legacci di fibre vegetali, che vengono poi appesi sotto gli ampi archi delle case, esposti all’aria e tuttavia protetti dalla pioggia e dal vento. -

   Nelle Storie Napoletane, Giulio Capaccio verso il 1600 scriveva: «Celeberrimi vi sono gli orti messi su dai Vasto e dai Pescara che chiamano la Starza. Di carciofi e di cardi l’isola di Procida è così ferace, che di continuo ne arricchisce il mercato di Napoli. I suoi finocchi in ogni stagione dell’anno adornano le mense».

  Altro riferimento lo troviamo nel libro Procida di Michele Parascandalo : «Le paludi della Chiaiolella, una sola pianura di 15 moggia, ma tutte insieme 40 moggia, gareggiano con quelle di Napoli. I nostri carciofi non temono paragone».

  A Lacco Ameno, in un consiglio comunale del giugno 1902, presieduto da Gennaro Manzo, assessore anziano facente funzioni di sindaco, e presenti i consiglieri: Mattia Buonocore, Antonio Piro, Antonio De Luise, Vito Maria Patalano, Giovanni Climaco, Tommaso Calise, Nicola Ciannelli, Francesco Taliercio, Aniello Calise, Melchisedecco Taliercio, Raffaele Taliercio, si discusse in merito alle locali paludi.
 Il cons. Ciannelli disse che Lacco Ameno, già stazione termale preferita da principi e re, aveva visto negli ultimi tempi allontanarsi la nobile clientela, anche perché “l’avarizia di un proprietario di paludi aveva ridotto il paese in una zona pestifera” e quindi poneva il dilemma: “le paludi di Carlo Piro oppure la stazione termale risorsa di tutti?” In concreto il Ciannelli chiedeva che l’amministrazione deliberasse la fine del lavoro alle paludi.
  A ciò il cons. Raffaele Taliercio faceva notare che molti lacchesi erano impegnati in questo lavoro e potevano così sostenere le proprie famiglie; abolendole, dove avrebbero costoro potuto trovare un altro lavoro?
   Messa ai voti, la proposta Ciannelli fu respinta con otto voti contro tre.

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