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Luciana Peverelli
(…) «Un giorno faremo il giro di tutte queste pietre
che furono case, la Pietra spaccata e la Pietra rossa e
il Turco Regine, simile a un palazzotto incantato. E Pietra
Voia, dove negli antichi tempi si immolava un vitello bianco al
dio Sole. La porterò a vedere la Pietra Perciaia,
nella quale il vento si rifugia, vien fatto prigioniero e non può più uscire».
«Come sarebbe?».
« È una pietra che sta all’ultimo limite della Falanga,
la montagna che vede laggiù, quello sperone nel mare. È come
uno strumento misterioso: basta percuoterla con la mano, che una melodia
si propaga a poco a poco nell’interno, si ripercuote in ogni anfratto
e sempre con note diverse. E via via che il suono si diffonde, la pietra
si mette a suonare, come un enorme giocattolo magico, una musica d’organo.
Pare che un poeta, in antico, avesse l’abitudine di accompagnare quei
suoni con i suoi versi improvvisati, con le sue canzoni. La leggenda dice che
il poeta fosse cieco come Omero e non potesse vedere lo spettacolo fantasmagorico
della Punta Imperatore, della spiaggia della Citara, delle Ninfe Tirreniche.
Ma dice pure che i suoi canti erano così sublimi che il serpente dalle
sette teste usciva allora dal Castello di Pietra Martone e si attorcigliava
intorno allo stelo del Drago. Lo sentiva anche un Cavaliere che, non avendo
potuto ottenere la mano della Principessa, si era chiuso in eremitaggio e quei
canti erano la sua consolazione».
Gli occhi stellanti di Terry, erano gli occhi di una bambina stupefatta.
Didier continuò, proprio come raccontasse una fiaba ad una bimba:
«Si racconta che fosse un meraviglioso architetto a scavare
tutte queste pietre: la Pietra Rapesta, la Grotta del Pennino,
la Pietra di Tatillo... in un lavoro immane, gigantesco. Ma, giunto
alla Pietra del Cantariello, sentì che l’ultima sua ora
era giunta. Allora si scavò la bara nella Pietra dell’Acqua e
vi si mise a riposare in eterno, dopo avervi scolpito il suo volto. Infatti,
dopo tanti secoli, chi va alla Pietra dell’Acqua vede sul fondo,
nel tremolio dell’acqua, il volto eterno del misterioso architetto».
(…) La macchina saliva lentamente lungo le dolci
curve. I paesi arrampicati sulle falde sembravano presepi costruiti
con mano paziente. Le casette minuscole aggrappate alla roccia,
le une sopra le altre, come di cartapesta, le scalette ripide
che dalle case scendevano nelle forre, gli archi nei vicoli, le rocce
con profili umani, i cespugli disposti qua e là come per
abbellire la scena, le piccole stalle, i comignoli col fil di fumo
azzurro, i ponticelli sul torrente: e fra quell’intrico
di viottoli, di tetti, di alberelli, anche le figurine umane sembravano
le stesse che animano i presepi natalizi: le pecorelle in bilico sui
declivi, le gallinelle nei piccoli orti cintati, gli uomini tra i filari
di viti, le vecchie sedute sulle porte delle case a prender l’ultimo
raggio di sole, i ragazzetti sugli spiazzi presso le chiese. Tutto
pareva una scena un po’ finta, bucolica, semplice, una scena
di un mondo di pace e di poesia nell’atmosfera del tepido tramonto.
L’aria si faceva leggera via via che la strada saliva
e il mare s’allargava intorno sempre più ampio, un calmo, immenso
anello turchino. Un fragile profumo aromatico di ginestre, di ginepro era nel
vento leggero.
Poi il paesaggio si fece più aspro: la strada era chiusa
tra le pareti di tufo della montagna, nella quale erano scavati rifugi e caverne
che servivano ai boscaioli per riporvi la legna, poi passava lungo i canaloni,
simili a gole dantesche, dove fiorivano a migliaia arbusti e fiori selvaggi.
Finalmente la macchina sbucò sul grande spiazzo a
belvedere poco lontano da Serrara Fontana.
Didier lasciò Terry seduta sul muricciolo ad aspettarlo:
andava ad occuparsi dei muli per la scalata.
Lei lo guardò allontanarsi: alto e diritto, camminava con
passo lento, sicuro, un po’ pesante. Visto così, di spalle, appariva
più anziano di quanto fosse in realtà: nel viso, gli occhi azzurri
erano quelli di un ragazzo e la fossetta nel mento gli dava un aspetto quasi
puerile!
Terry non si sentiva più inquieta: una dolce pace era entrata
in lei, un senso di riposo e di calma. Poco più su, oltre le casette
del presepe, in un boschetto verde di querce, gli uccelli, prima di andare
a dormire, facevano gran baccano, volavano qua e là stridendo, erano
appesi a grappoli tra le dure fronde verdi.
La ragazza rise quando vide Didier ritornare con due grossi muli,
alla meglio sellati con grosse coperte di lana. Un ragazzo scalzo, col visetto
scuro come quello di un arabo, li acompagnava.
«Ecco le nostre cavalcature. Non hanno l’aspetto molto
eroico, ma sono solide. Il ragazzino ci accompagna a piedi e, se lei vuole,
terrà per la briglia il suo destriero».
«Non mi sembra pericoloso».
«Ha la passione, però, di camminare sul ciglio degli
abissi. Se lei soffre di vertigini...».
«Non soffro di vertigini».
L’aiutò a salire in sella. Come l’ebbe tra
le braccia per sollevarla, Terry lo guardò ancora a lungo. La faccia
di Didier era calma, impassibile.
«Come si sente? Stringa un po’ con le ginocchia, visto
che non ci sono staffe».
«Non ho davvero paura, anche se non sono una cavallerizza».
Didier salì sull’altro mulo che agitava il muso,
paziente come se annuisse. S’incamminarono per un viottolo
incassato tra strette pareti, lungo le quali ricadeva una pioggia di verdi
foglie freschissime punteggiate di stelline gialle.
Terry rideva e si divertiva come una bambina: «Scenderò indolenzita,
questo animale dondola come fosse un cammello: avremmo dovuto portargli dello
zucchero, povera bestia».
«Non credo che lo apprezzerebbe: un vecchio tozzo di pane
sarebbe meglio».
Uscirono da quella specie di torrente asciutto, rasentarono
rustici giardini in cui erano ancora appesi sugli alberi nudi, decorativi e
dorati come lampioncini, i limoni.
Poi traversarono un bosco di ulivi. La strada si faceva sempre
più stretta e ripida: il mulo andava sul ciglio del valloncello in fondo
al quale scorreva un filo d’acqua. Dolce e calma la sera dipingeva sul
cielo, sui monti, i suoi tenui colori; i suoni delle vallate e del mare si
spegnevano lentamente.
Il ragazzino incominciò a cantare con voce squillante e
svagata: «E’ ncopp’ a Santu Nicola, è ‘na
bellezza oi né, ma quanno spunta o sole, è cosa a stravere».
(In cima a San Nicola è una bellezza, ma allo spuntare del sole è cosa
da stravedere).
Terry lo ascoltava sorridendo: «Ha l’aria felice»,
disse a Didier.
«Non desidera nulla che non abbia», rispose lui.
Il ragazzo si voltò a guardarli e rise; additò una
rocca su una cima, alla loro destra: «Guardate là. Ci sta la Guardiola:
di lì si vedevano arrivare i pirati che venivano dal mare».
«Li rimpiange, lui, i pirati», disse Didier. «Se
un giorno andremo lassù, vedremo che tutta l’isola sembra una
grande nave con le vele spiegate al vento».
«Aveva ragione, Didier. Occorre una vita per scoprire
tutta l’isola».
Continuava a guardarlo in quel modo intenso, curioso.
Lui le domandò imbarazzato: «Mi trova ridicolo su
questo povero vecchio animale? Sancho Pancha, vero?».
«Un cavaliere del Far West, proprio non direi... ma il destriero
le sta bene». Improvvisamente gli tese la mano: «Didier...».
«Terry...».
«Sono contenta di questa gita. Sono contenta di tutto quello
che vedo. Vorrei cantare come il ragazzino».
Lui strinse forte la piccola mano: «Per me è una
gioia sentirglielo dire. Il suo amore è ormai, come le dissi un giorno,
qualcosa che non le pesa e che non l’opprime più: come un tesoro
prezioso che porta dentro di sé».
Quel discorso spense l’allegria di Terry. Tuttavia non lasciò la
mano di Didier: «Una volta, prima di venire qui, pensavo che la
felicità fosse qualcosa che si ha dentro di noi e che riesce a illuminare
il mondo. Adesso so che qualche volta la felicità ci viene da quanto
ci attornia. La pace, per lo meno, e la serenità, mi vengono da tutto
ciò».
Fece un largo gesto intorno, e guardò il gran cielo sereno.
Così scoprì che la luna era già là, puntuale all’appuntamento,
sebbene ancora trasparente e diafana.
Finiti i muriccioli, le casupole, i boschetti di ulivi, la montagna
si era fatta aspra e brulla; rocce nere di lava nei cui anfratti germogliavano
i fiori violetti e spinosi dei cardi. L’aria sempre più fresca
e leggera, e i rumori del mondo sempre più lontani, come attutiti.
Il sentiero ripido li obbligò a mettersi uno dietro l’altro. Il
ragazzo guidava il mulo tra le asperità, in quel cammino che pareva
piuttosto il letto di un torrente.
«Attento che non si rompa le gambe. Fa fatica. Dovrei
scendere, forse?», domandò Terry.
Ma il ragazzo rise: «Ha l’abitudine, l’ha fatta
mille volte questa strada: potrebbe andar da solo a occhi chiusi, e voi pesate
come un fringuello».
Apparve la chiesa che pareva scolpita nella roccia stessa, così in
alto, lontana e arcigna, sospesa sull’abisso, che pareva impossibile
da raggiungere.
«Dobbiamo andare lassù, Didier? Ma non ci arriveremo
mai!».
«Sembra sempre così, che le cose siano irraggiungibili,
e poi ci si arriva sempre, con un po’ di buona volontà. È sempre
meno difficile di quanto appaia».
Terry lo beffò, un po’ sardonica: «Possibile
che lei parli sempre come un predicatore saggio? Ogni cosa che dice vuol dire
qualcosa, vuole insegnare qualcosa. Si crede dunque perfetto lei? Non sbaglia
mai?».
Didier non rispose: sembrava più imbarazzato che offeso,
e lei si pentì d’essere stata così ironica.
Il sentiero era nudo, girava a spirali strette sul costone,
sotto i neri massi in bilico che sembravano immoti per miracolo: una costruzione
di giganti per un tempio vicino al cielo.
Il ragazzetto scalzo si fermò in uno spiazzo dove tra l’erba
rada nascevano ciuffi di fiori rossi come il rododendro. «Ecco, siamo
arrivati. Pochi metri e siete alla chiesa».
«Che fai tu? Torni giù a Serrara o rimani a dormire
con gli animali?», chiese Didier.
«No, signore, li riporto in stalla e vengo a prendervi domattina».
«Didier, gli dica che non ci lasci qui per sempre».
«Non sarebbe una cattiva idea. Comunque, scendere a piedi
non sarebbe faticoso».
Didier diede del denaro al ragazzo che prese la via del ritorno
in groppa ad uno dei muli, come un buttero, sempre cantando: «E ncopp’a
Santu Nicola è ‘na bellezza, oi né... ma quanno spunta
o sole...».
La voce si sperdeva. Tenendosi per mano, Didier e Terry salirono
fino alla chiesa di San Nicola. Il vento era forte. Didier aiutò Terry
a infilare la giacca di pelle.
La porticina della chiesa era aperta. Vi entrarono. Era fredda
e buia. Pareva piuttosto una cappelletta: un altare, un crocifìsso antico,
una tomba di pietra.
«Una volta, qui...», disse Didier a bassa voce, «dicono
che sorgesse il tempio di Nettuno».
«Chi riposa in questa tomba di pietra?», chiese Terry.
«Ci sono diverse tombe, tutt’intorno. Vi dormono gli
eremiti che vissero qui; in un solo anello, la pace della loro vita, quella
dell’eternità. Questa tomba sotto l’altare dev’essere
quella di Padre Michele. Laggiù, vede?, è la statua del Santo.
Ci debbono essere dei reliquari, qualche oggetto prezioso, antiche lampade...
Ma nulla ha importanza, oltre la bellezza che c’è qui fuori».
Uscirono. La luna era raggiante. Tutto il mondo, intorno,
vestito d’oro pallido: le colline e le valli, il mare lontanissimo. Gli
ultimi suoni si perdevano nel crescente silenzio notturno, come gocce di cristallo
che cadessero in una coltre di velluto.
Dalla chiesa per un corridoio erano usciti su quella specie di
terrazza e lì sostarono, uno vicino all’altra, fianco contro
fianco, spalla contro spalla.
«Guardi laggiù, lontanissimo, il Fungo di
Lacco Ameno, la spiaggia e le case di Casamicciola. Vede quei gruppi di
case contro il monte? Paiono villaggi di trogloditi: uno di essi, se non
sbaglio, si chiama Calimei: è un antico villaggio greco, Calimera e Calispera significano
in greco buongiorno e buonasera. Infatti uno di loro saluta il sole, e l’altro,
dal versante opposto, il calare della notte».
Lei sussurrò: «Come respira lento il mondo che si
sta addormentando... Questo rombo sordo, che è?».
«II battere delle onde dentro le grotte lontane. Risuona
fin qui come battesse in profonde conchiglie».
«Didier... che è questo odore amarognolo?».
«Quello della menta selvatica. Oh, ecco già i grilli.
Stanno più giù, dov’è il prato, tra i cespugli...».
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