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di Anna Pilato
“Le GEO-Escursioni hanno lo scopo
di far conoscere al turista i paesaggi e la natura incontaminata dell’Isola
d’Ischia. Questo l’inizio del depliant del geologo Aniello
Di Iorio. Possibile, mi sono chiesta, si possa parlare ancora di luoghi
incontaminati e per giunta essere guidati de un geologo in carne ed
ossa? ed ischitano? laureato in geologia in Germania? Lo è.
Tra le varie e stimolanti proposte ho scelto quella “Alla
scoperta del vulcano del Rotaro”. Ed è stata una
scelta felice, e per questo ne voglio parlare su queste pagine.
Volevo uscire dal traffico, dall’inquinamento acustico, dall’abusivismo
in tutti i settori, dall’incuria, dallo sporco, e riappropriarmi
della mia terra, in qualche modo e in qualche luogo.
Molti anni fa, prima che mi trasferissi a Milano, ero già stata
al Cretaio e ne avevo riportato un’emozione intensa e profonda,
conservata dentro di me per proteggerla dalle offese che man mano nel tempo
si erano succedute al Cratere, dalla destinazione a discarica di immondizia,
alla progettazione di un campo sportivo, e ancora ad uso di campo di tiro al
piattello.
Così, rieccomi ad Ischia, scarpe comode, tenuta leggera,
fine agosto 2007, all’appuntamento con l’ “incontaminato”.
La passeggiata inizia dal Bosco della Maddalena e si conclude a Fiaiano.
Se prendo un dizionario, alla parola incontaminato leggo “intatto, puro”.
Da un certo punto infatti del nostro percorso, quando cioè finisce la
strada asfaltata e non ci sono più case e cose, si cammina in salita,
lungo un sentiero coperto di aghi di pino e gli unici elementi che ci accompagnano
sono la pietra vulcanica, i pini alti e sottili come sculture di Giacometti,
ciuffi di mortella, un po’ di fiatone e la voce del geologo tra spiragli
di cielo azzurro terso e costa all’orizzonte.
C’è con noi anche una giovane famiglia
tedesca che sembra uscita dalle pagine di Scott Fitzgerald. Attenta alle
parole del geologo che illustra nella loro lingua l’evoluzione e la nascita
vulcanica dell’Isola d’Ischia.
Quello che maggiormente mi colpisce, al di là del
magnifico panorama e dei vulcani che si succedono come trulli giganteschi, è lo splendore
della pineta, la pace, il silenzio magico. All’improvviso termina
la pineta o bosco di pini e ci si inoltra tra i lecci, e mutano i colori del
sentiero: le piccole foglie nei vari toni del verde segnano un percorso
ovattato e sempre di più si avverte addosso la sensazione di essere
come degli esseri privilegiati e di essere entrati nell’Eden. Vengono
in mente antiche pagine di mitologia, l’Arcadia dove le foreste
erano consacrate ad Era, i lecci e gli olivi crescevano dalle stesse
radici e Ovidio che narra delle api che posavano sul leccio il loro miele...
La salita è finita ed il geologo mi rassicura che
c’è piano e poi si scende... Eccoci al Rotaro, sull’orlo
del cratere del vulcano, un Vesuvio in miniatura, come recita il depliant.
Cerco con gli occhi le tracce del sacrilego uso a grande pattumiera del recente
passato e per la prima volta ho potuto constatare che, anche se con un inevitabile
mutamento della naturale forma ad anfiteatro del cratere nella parte più profonda
c’è stato un versamento di terreno con la ripiantumazione di lecci
in assetto armonico che si è quasi completamente uniformato alla piantagione
preesistente. Ritrovo l’antica emozione, l’anfiteatro naturale è tutto
per noi, sentieri terrazzati e frenati dai lecci piantati a
raggiera portano fino al fondo, in una spirale che, da scosse e
sussulti, è ora silenzio e bellezza. Il geologo spiega; pomici, ossidiana,
tappi e duomi vulcanici, fumarole, fredde mofete testimoniano il tumultuoso
passato geologico.
Il cratere forma un anfiteatro, dicevo. Quando, anni addietro
sono andata per la prima volta in Grecia, nel Peloponneso, attratta dal
mito come dal canto delle Sirene, ho visitato Corinto, Olimpia, Argo, Micene,
Epidauro. Qui, ad Epidauro, quando entrai nel famoso teatro, ebbi
la sensazione precisa di esserci già stata. Il Cretaio con
il suo cratere, aperto ad anfiteatro, bellissimo e perfetto, dal silenzio assoluto,
percepibile, tangibile, benefico, da conoscere, godere, rispettare, amare.
E cosi mi sono venute in mente le pagine di Henry Miller, del suo romanzo Il
colosso di Marussi, scritto nel 1941, sulla sua visita ad Epidauro.
L’anemos che lui ha sentito nel teatro di Epidauro, sono certa l’avrebbe
sentito anche nell’anfiteatro naturale del Cretaio, ma sono altrettanto
sicura che, se solo avesse previsto la nostra incuria, avrebbe invocato la
vendetta degli dei.
Rileggiamole queste bellissime pagine
di Miller, riflettendo che la Bellezza, che i luoghi “incontaminati” dell’Isola
d’Ischia non sono un diritto ma un privilegio che solo per caso
abbiamo ricevuto e che ancora oggi non sappiamo né riconoscerli,
né proteggerli.
(...) Ci svegliammo presto e noleggiammo
un’auto per andare
a Epidauro. La giornata cominciò in una pace sublime. Era
la mia prima vera occhiata al Peloponneso. E non fu un’occhiata,
ma la visione di un tacito mondo placato quale l’uomo erediterà un
giorno, quando cesserà di dedicarsi al furto e all’assassinio.
(...) La strada per Epidauro è come la strada per la creazione.
Si smette di cercare. Si tace, zittiti dal silenzio di misteriosi
inizi. Se si riuscisse a parlare sarebbe in melodia. Qui non c’è niente
da prendere, da tesaurizzare, da accaparrare: c’è solo
un crollare dei muri che rinserrano lo spirito. Il paesaggio non
svanisce, si insedia nei luoghi aperti del cuore; fa ressa, si accumula,
spossessa. Non attraversi qualcosa - chiamatela Natura, se volete
- ma partecipi a una disfatta, a una disfatta delle forze di
avidità, cattiveria, invidia, egoismo, rancore, intolleranza,
orgoglio, arroganza, astuzia, doppiezza e via dicendo.
È il mattino del primo giorno della
gran pace, la pace del cuore, che viene con la resa. Non sapevo
cosa significasse pace finché non arrivai a Epidauro.
Come tutti avevo sempre usato questa parola senza capire che usavo
un simulacro. La pace non è il contrario della guerra, così come
la morte non è il contrario della vita. La povertà del
linguaggio, vale a dire la povertà dell’immaginazione
dell’uomo o la povertà della sua vita interiore, ha
creato un’ambivalenza assolutamente falsa. Parlo beninteso
della pace che trascende l’intelletto. Non ve n’è d’altro
genere. La pace che i più di noi conoscono è soltanto
una cessazione di ostilità, una tregua, un interregno, una
bonaccia, un rinato, ed è qualcosa di negativo. La pace del
cuore è positiva e invincibile, non impone condizioni, non
esige protezione. È e basta. Se è una vittoria è una
vittoria di tipo particolare perché si basa interamente sulla
resa, una resa volontaria, naturalmente.
(...) C’è gente che vuole combattere
per realizzare la pace - sono le anime più illuse. Non ci
sarà pace finché la voglia di uccidere non sia eliminata
dal cuore e dalla mente. L’omicidio è il vertice dell’ampia
piramide alla cui base c’è l’io. Ciò che
si erge dovrà cadere. Tutto ciò per cui l’uomo
ha combattuto dovrà essere abbandonato prima che egli cominci
a vivere da uomo. Finora egli è stato una bestia malata e
anche la sua divinità puzza. È padrone di molti mondi
e schiavo nel suo. Quello che regge il mondo è il cuore,
non il cervello. In ogni sfera le nostre conquiste recano solo
morte. Abbiamo voltato la schiena all’unica sfera dove sta
la libertà. A Epidauro, nella quiete, nella grande pace
che scese su di me, udii battere il cuore del mondo. So qual è il
rimedio: è rinunciare, abbandonare, arrendersi, così che
i nostri cuori possano battere all’unisono col grande
cuore del mondo.
(...) Entrando nella conca silenziosa, ora
bagnata da una luce marmorea, venni al punto, esattamente nel
centro, dove il più tenue bisbiglio s’innalza come un
uccello lieto e svanisce oltre la spalla della bassa collina, al
pari della luce d’un giorno chiaro che si dilegua davanti al
nero vellutato della notte. Balboa, sulle cime del Darién,
non può aver conosciuto meraviglia maggiore della mia in quel
momento. Non c’era più niente da conquistare: davanti
a me si stendeva un oceano di pace. Essere liberi, come io seppi
di essere in quel momento, significa capire che ogni conquista è vana,
anche la conquista di sé, atto supremo di egotismo. Essere
gioiosi significa portare l’io alla sua vetta suprema e abbandonarlo
trionfalmente. Conoscere la pace è totale: è il
momento dopo, quando la resa è completa, quando non c’è più nemmeno
coscienza della resa. La pace è al centro e quando viene raggiunta
la voce sgorga in lode e benedizione. Allora la voce arriva
lontano, ovunque, fino ai limiti estremi dell’universo. Allora
essa guarisce, perché reca luce e il calore della compassione.
(...) In Grecia ti convinci che il genio,
non la mediocrità, è la norma. Nessun paese ha prodotto,
in proporzione al numero, tanti genii quanti la Grecia. In un secolo
soltanto questa nazione minuscola ha dato al mondo quasi cinquecento
uomini di genio. La sua arte, che risale a cinquanta secoli
fa, è eterna e incomparabile. Il paesaggio rimane uno dei
più appaganti, dei più mirabili che la nostra
terra ha da offrire. Gli abitanti di questo piccolo mondo vivevano
in armonia con il loro ambiente naturale, popolandolo di dèi
che erano reali e con cui essi vivevano in intima comunione.
Il cosmo greco è l’esempio più eloquente
dell’unità di pensiero e azione. Sussiste ancor oggi,
sebbene i suoi elementi si siano da tempo dispersi. L’immagine
della Grecia, per quanto sbiadita, perdura come archetipo del miracolo
compiuto dallo spirito umano. Un popolo intero, come attestano
le vestigia delle sue opere, si innalzò a un punto mai prima
né dopo raggiunto. Fu un miracolo. Lo è ancora. Compito
del genio, e l’uomo è nulla se non genio, è tener
vivo il miracolo, vivere sempre nel miracolo, rendere il miracolo
sempre più miracoloso, non giurare fedeltà a niente,
ma vivere soltanto miracolosamente, pensare soltanto miracolosamente,
morire miracolosamente. Poco importa quanto viene distrutto, purché si
preservi e alimenti il germe del miracoloso. A Epidauro hai di fronte
e ti permea il residuo intangibile dell’impeto miracoloso dello
spirito umano. Ti inonda come lo spruzzo di un’onda possente
che alfine si è infranta sul lido lontano. Oggi la nostra
attenzione si accentra sull’inesauribilità fisica dell’universo;
dobbiamo concentrare tutto il nostro pensiero su questa salda realtà perché mai
l’uomo è venuto saccheggiando e devastando in misura
pari all’odierna. Siamo perciò inclini a dimenticare
che anche nel regno dello spirito c’è una inesauribilità,
che in quel regno nessun acquisto va mai perduto. A Epidauro sai
che questo è un fatto. Il mondo può torcersi e scoppiare
di maligno livore ma qui, non importa a qual furore d’uragano
si esaltino le nostre cattive passioni, esiste un’area
di pace e di calma, il puro, distillato retaggio di un passato non
del tutto perduto.
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