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di Giuseppe Sollino
A partire dal VII secolo, gli arabi avevano già introdotto
nelle aree mediterranee alcune piante esotiche, ma fu alla fine del
XV secolo, con la scoperta dell’America, che si scatenò una
vera invasione botanica.
Uno degli scopi del viaggio di Cristoforo Colombo era la ricerca di
una nuova strada per le Indie per procurarsi le piante che producevano
spezie, una merce di grande valore commerciale. Dopo aver lasciato
le Canarie, Colombo attraversò l’Atlantico in trentatré giorni
con le sue tre caravelle, approdando su un isolotto delle Bahama. Esplorò la
costa veleggiando tra le isole di Cuba e di Haiti. Qui incontrò animali
strani, lucertole spaventose (iguane) e uccelli variopinti, ma anche
uomini che inalavano il fumo di strane foglie arrotolate.
Sicuro di trovarsi nelle Indie – anche se in una terra
mai esplorata – cominciò a raccogliere rami e foglie di alberi
e cespugli per verificare se fossero o meno aromatici e se dunque potessero
valer come spezie. Mostrava agli indigeni dei campioni di cannella, pepe e
altre spezie tipicamente orientali che si era portato appresso, per confrontarle.
Insieme al suo equipaggio degustò il vitto locale: furono i primi europei
ad assaggiare la Manioca e il Mais. Dopo tre mesi di esplorazione, si mise
in viaggio per l’Europa portando con sé i campioni delle sue scoperte.
Il Re di Spagna lo ricevette a Barcellona, dove Colombo
mostrò alla Corte reale dieci “indiani” dipinti e seminudi
che aveva portato con sé, insieme a campioni d’oro, d’ambra
e di cotone. Mostrò gabbie con uccelli variopinti e mai visti prima
ed esemplari di foglie secche che riteneva potessero essere utili come spezie.
Tra le piante ancora vive che aveva con sé c’erano
i tuberi di piante simili ai convolvoli mediterranei, che egli assicurò essere
eccellenti da mangiare e di gusto simili alle “dolci castagne”.
I tuberi vennero piantati nei giardini di Barcellona.
Questa che fu probabilmente la prima pianta a metter radici
in Europa era chiamata nella zona di origine (Haiti) Comoto. In Spagna
venne trasformata in Batata, e in inglese divenne Potato.
Solo un secolo dopo si aggiunse l’aggettivo “Dolce”: l’attuale Patata Dolce o Batata.
Rapidamente questo tubero, ricco di amidi, ottenne un grande
successo, anche perché si riteneva che avesse grandi poteri afrodisiaci.
La pianta che ha bisogno di clima caldo non si diffuse nelle
aree del Nord Europa, ma nel Bacino del Mediterraneo divenne una delle piante
più importanti.
A queste seguirono un gran numero di nuove piante, che si
insediarono stabilmente negli orti e nei giardini del Mediterraneo, costituendo
ancora oggi una voce basilare delle coltivazioni e della cucina mediterranea.
Tra queste un posto importante occupano le Solanacee.
Molte piante appartenenti a questa famiglia contengono alcaloidi
velenosi che agiscono sul sistema nervoso. Quasi tutte di provenienza esotica,
erano ben note per le loro proprietà a farmacisti, erboristi e stregoni
fin dai tempi più antichi.
La Mandragola, oggetto di molte superstizioni medioevali,
contiene un alcaloide ad azione sedativa e perciò veniva impiegata come
anestetico nelle operazioni chirurgiche.
Il Giusquiamo contiene principi analgesici che
erano usati soprattutto in odontoiatria.
La Dulcamara contiene diverse sostanze attive che
la rendevano utile contro l’asma, la pertosse e i reumatismi.
Il frutto dello Stramonio veniva usato dai veggenti
come allucinogeno.
La Belladonna contiene diverse sostanze molto velenose,
ma anche un principio attivo che provoca la dilatazione delle pupille e veniva
largamente impiegato nelle “toilette” aristocratiche delle nobildonne.
Nelle Americhe crescono più di un migliaio di specie
di Solanacee: tra queste, una delle prime ad essere introdotte in Europa e
che costituiva la dieta fondamentale delle popolazioni andine era la Patata.
Al suo arrivo, i suoi tuberi furono giudicati molto simili a quelli della Patata
Dolce, per cui si preferì dare lo stesso nome alla nuova patata senza
aggettivi. Era il 1570 quando arrivò nel vecchio continente, probabilmnente
dal Cile. Come in quasi tutte le Solanacee, le parti aeree della patata sono
velenose, ma non i suoi tuberi, che invece sono molto ricchi di amido.
Sicuramente la patata è stato uno dei doni più importanti
che sia arrivato dal Nuovo Mondo: a parità di area coltivata, produceva
cinque volte più cibo di qualsiasi altra pianta conosciuta a quel tempo.
Secondo alcuni sociologi la diffusione della patata è coincisa
con lo sviluppo demografico europeo di quel periodo.
Nella affannosa ricerca delle spezie, gli Spagnoli scoprirono
un’altra solanacea con frutti rosso fuoco che, morsicati, producevano
un bruciore doloroso alla bocca.
La spezia che più si avvicinava a questa specie nuova
era il Pepe, che è il frutto di una pianta lianosa della giungla
indiana.
Tra le due piante, in realtà, c’è ben
poca somiglianza, ma la nuova scoperta fu ugualmente chiamata dagli inglesi “pepper”-
il Peperone.
Questa pianta divenne molto popolare e fu coltivata in molte
varietà. Alcune producevano grandi frutti carnosi, da verdi a scarlatti,
che possono essere consumati come verdure; altre con frutti piccoli e piccanti,
sono note come “Peperoncini”; altre ancora vengono essiccate e
macinate per ricavarne la “Paprica”.
Dal Messico proviene un’altra Solanacea che gli Spagnoli
portarono in Europa. Si tratta di una pianta che veniva coltivata dagli Aztechi
per i gustosi frutti gialli e rossi e che essi chiamavano Tomatl.
In Italia questa nuova specie venne chiamata Pomo d’oro, in
Francia “pomme d’amour”, mela d’amore, mentre gli
inglesi ripresero il nome originario di “tomato”.
C’era infine un’altra specie della famiglia
delle Solanacee provvista di foglie aromatiche, che Colombo aveva visto fumare
dagli “indiani”: era il Tabacco. Subito introdotto in
Spagna e inizialmente coltivato per le sue proprietà medicinali e come
pianta ornamentale, assunse sempre più importanza l’uso di fumarne
le foglie proprio come gli “indios”.
L’ambasciatore francese alla corte portoghese di Lisbona,
Jean Nicot, ne acquistò alcuni semi e li inviò a Parigi, dove
la pianta fu chiamata “Nicotiana” in suo onore - ancora oggi il
nome scientifico è Nicotiana tabacum – e quando più tardi
i chimici isolarono dalle foglie l’alcaloide che provoca il “piacevole” effetto
che induce al vizio, questo fu chiamato “Nicotina”.
Naturalmente non tutte le piante importate erano Solanacee.
Una ad esempio era una Leguminosa - parente dei Fagioli.
Questa nuova pianta, proveniente dal Messico e chiamata dagli Aztechi “Ayacotl”,
fu coltivata non solo per i suoi splendidi fiori scarlatti, ma anche per i
suoi semi carnosi e per i baccelli giovani e teneri: si trattava del Fagiolino.
Una specie dello stesso genere del Girasole fu inviato dalla
Virginia per i suoi tuberi commestibili: era il Topinambur che oggi
possiamo osservare inselvatichito lungo i margini stradali.
L’importazione delle piante esotiche era oggetto di
particolari cure da parte degli spagnoli che, prima di introdurle nel vecchio
continente, le facevano acclimatare in speciali vivai alle isole Canarie. Qui,
dopo un mese di viaggio in condizioni difficili, venivano curate e anche riprodotte,
finché non riacquistavano tutto il loro vigore. Allora il viaggio poteva
essere completato per l’Europa, dove giungevano in condizioni ottimali.
Molte piante vennero importate solo perché bizzarre
o decorative, tra queste le più amate dagli Europei erano sicuramente
le Cactacee, spinose e succulente diffusissime nelle Americhe.
Alcune, come il Fico d’India, approdarono
in Europa all’inizio del Cinquecento. Questa specie si adattò particolarmente
bene nelle aree mediterranee. Il suo fusto è formato da una serie di
cladodi – simili a cuscinetti di forma ovale – coperti di spine,
che possono radicare anche singolarmente, se piantati nel modo giusto. La sua
robustezza e la sua facilità di propagazione fecero del Fico d’India
la pianta ideale per formare siepi impenetrabili sia dagli uomini che dagli
animali. Inoltre, questa pianta produceva frutti porporini dal gradevole sapore
che ricordavano vagamente i Fichi. Nell’Africa del Nord divenne così rigogliosa
e abbondante che alcuni Europei ritennero provenisse di lì, tanto che
la chiamarono: Fico di “Barberia”
Dal Messico arrivò anche l’Agave che,
come le Cactacee, si adatta particolarmente bene a condizioni desertiche trattenendo
l’acqua, anziché nel fusto come le Cactacee, nella rosetta basale
delle sue spesse foglie carnose. Importata per abbellire i giardini mediterranei,
l’Agave ben presto sfuggì alle colture e si inselvatichì costituendo
una delle note più caratteristiche delle aree costiere del Bacino del
Mediterraneo, con la tipica infiorescenza che adorna lo stelo alto fino a 10
metri.
Un’altra pianta straniera subentrata nel caratteristico
paesaggio mediterraneo, nei secoli scorsi, è l’Eucalipto,
proveniente da una terra ancora più lontana: l’Australia. In questo
continente si sviluppano circa cinquecento specie diverse, nelle condizioni
più disparate, dalle foreste pluviali umide agli aridi deserti.
Tra queste ricordiamo l’”Eucaliptus globulus” che
proviene dall’Australia Meridionale dove c’è un clima del
tutto simile a quello Mediterraneo. È una pianta slanciata, sempreverde,
che raggiunge anche i 40 metri d’altezza, con la corteccia grigia azzurrognola
che si desquama con facilità, la crescita è molto rapida. Il
legname che se ne ricava è robusto e di buona qualità, con un
considerevole valore commerciale.
Agli inizi dell’Ottocento, i semi dell’Eucalipto
furono spediti in Francia, dove se ne comprese la grande capacità di
crescere anche sui terreni disboscati, dal suolo così povero e instabile
da precludere lo sviluppo di qualsiasi altro albero.
E così nel corso del XIX secolo diverse specie di
Eucalipto si diffusero sui terreni erosi e pressoché desertici delle
aree mediterranee, dal Nord Africa all’Europa Meridionale, costituendo
barriere frangivento, fornendo gradita ombra e stabilizzando il suolo.
In realtà sembra quasi che nella nuova patria questa
pianta cresca in modo ancora più rigoglioso che non nella terra d’origine,
anche perché i parassiti da cui viene colpita in Australia sono assenti
nel Bacino del Mediterraneo.
Diffusissimo nell’isola d’Ischia è poi l’Ailanto o Albero
del paradiso - Ailanthus altissima (Miller) – splendido
albero alto fino a 20 metri dalla corteccia grigio-cenere cosparsa da lenticelle
biancastre. Originario della Cina da dove fu introdotto prima in Inghilterra
nel1751 e successivamente in Italia per alimentare un Bombice (una Farfalla)
che forniva un’eccellente seta nell’area di origine. Il tentativo
fallì in quanto l’insetto non si adattò. La pianta invece
conquistò vaste aree della penisola. Ad Ischia si trova un po’ dappertutto.
Sia lungo le strade – spesso usata come alberatura- che nei giardini;
ma più frequentemente l’Ailanto è diffuso nei terreni abbandonati,
dove diviene addirittura infestante. Dalla corteccia si ricava un decotto utile
per lavare i capelli grassi. L’infuso di corteccia giovane viene impiegato
come insetticida con notevoli vantaggi ambientali.
Dalla Cina proviene, infine, anche il Gelso bianco -
Morus alba L. Introdotto in Italia da alcuni monaci, soppiantò in breve
tempo il Gelsomoro – Morus nigra L. – che originario della
Persia era coltivato in tutto il bacino del Mediterraneo per i suoi frutti.
Le due specie sono in genere accomunate anche se è il
Gelso bianco, con le sue foglie, che alimenta il Baco da seta e quindi la Bachicoltura.
Con i frutti delle due specie si preparano ottime marmellate
e uno sciroppo ricco di zuccheri, acido citrico e acido malico, usato per le
sue proprietà astringenti e per le infiammazioni alla gola.
L’introduzione del Gelso nell’isola
d’Ischia si deve ai frati del Convento di S. Maria della Scala. Questi
che avevano appreso l’arte dell’allevamento del Bombice, misero
a coltura con questa pianta i terreni intorno al Monastero (Giardino Nuovo).
Successivamente tutti i terreni dell’antico Borgo Marinaro si coprirono
del verde della pianta venuta dall’Oriente. Nel 1390 ormai il toponimo
era diventato Borgo Celza della Città d’Ischia e aveva
fornito agli isolani, dopo i disastri della tremenda eruzione di Fiaiano del
1302, una fonte insperata di ricchezza.
Infatti, progressivamente, i Gelsi si diffusero in tutti
i casolari di Ischia, raggiungendo Lacco Ameno (il Giardino di Gelsi
dei frati Carmelitani) e Forio, dove nel 1576 troviamo il fiorente Borgo
detto “di Gelso”. A Casamicciola, il giardino dell’ospizio
del Monte della Misericordia ospitava altresì una fiorente coltivazione
della verde moracea. All’ombra di questi splendidi alberi si suonavano
gli inni sacri e ci si ritrovava per le preghiere.
A Testaccio (Barano) nel 1769 il conte Giorgio Corafà,
dopo aver fatto costruire una strada che tagliava la montagna e portava alle
miracolose fonti dei Maronti (Olmitello e Cavascura), la inverdì con
150 alberi di Gelsomoro, affidandone la cura e i profitti alla Chiesa parrocchiale
di S. Giorgio.
Ancora oggi, chi ha la ventura e la fortuna di recarsi
ai Maronti, attraverso la stradina antica, ha la possibilità di ammirare
alcuni maestosi esemplari di Gelso dell’antica piantagione.
L’organizzazione del fiorente commercio legato alla
bachicoltura era gestita dagli “incettatori di foglie”, che le
compravano dai contadini per passarle ai cittadini dei Borghi che allevavano
le larve di baco da seta. Gli insetti venivano forniti in primavera allo stadio
larvale iniziale; in seguito, nutrendosi avidamente delle foglie di Gelso si
accrescevano rapidamente e a giugno si imbozzolavano.
Sull’isola si provvedeva anche alla tessitura, che
era un’arte legata alla trasformazione di altre fibre come la Canapa
o il Lino.
Figure “professionali” scomparse ormai, ma molto
importanti fino agli inizi del secolo scorso erano, oltre agli “incettatori”,
anche il “Linaiolo e il Setaiolo”, che solo nelle rappresentazioni
presepiali più antiche rivivono e arricchiscono la nostra eredità storico-ambientale
e sociale.
Naturalmente molte altre specie provenienti da ambienti e continenti
lontani hanno arricchito le aree mediterranee ed in particolare l’isola
d’Ischia di forme ,di colori e profumi che accentuano,il grande senso
di “ospitalità”della natura che rende le nostre terre “l’Universal
Giardino”, come ricordava Giulio Jasolino parlando dell’isola d’Ischia
nel suo famoso trattato De Rimedi Naturali, alla fine del 1500
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