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di Giuseppe Silvestri
La pesca con le nasse a Lacco Ameno, come a Sant'Angelo, a Forio e
a Ischia, si è sempre praticata con successo. Fin dagli anni
1940-1950 la usavano a Lacco Ameno Giovanni Buonocore detto “Giovannino ‘o
cuotte”, Pasquale Castagna, “u zuppètte”,
ed ancora Raffaele Patalano detto “popolabrea”, Giuseppino
Monti ed infine Giuseppe Monti “cape ‘e murena”.
Tutti però avevano in dotazione anche altri “mestieri” di
pesca, come la sciabica, la tartanella, la palametara e le lenze differenti
a seconda delle stagioni.
In particolare con le nasse si pescavano le salpe su fondali di posidonia
e scogli. Posti eccezionali erano il Santuario, il Pozzillo, ed ancora
nelle vicinanze della “chiana” di Lacco Ameno, a ovest
del famoso Fungo. Si utilizzava come esca l'erba di mare che si raccoglieva
con un gancio di fronte al Capitello e “sotto il porto” presso
l'attuale albergo Sporting. Oggi quest’erba, un tempo rigogliosissima,
non cresce più, molto probabilmente per le sostanze chimiche
presenti nelle acque che vengono sversate a mare, in particolare il
cloro. Oltre alle salpe si pescavano anche, grazie all'inventiva di
Raffaele Patalano, dentici e saraghi, facendo da esca la “carne
di mare”, un mollusco che viveva attaccato agli scogli e del
quale erano particolarmente ghiotti i saraghi.
La pesca con le nasse, alcune miglia lontano dalla costa, veniva praticata
da Giovanni Buonocore e da Giuseppe Monti. Si calavano le nasse su
scogli ricchi di pesci pregiati, conosciuti soltanto da pochi pescatori.
Aniello Buonocore me ne ricorda alcuni: Santa Restituta, Rentagliata,
Vuale, Cule ‘e voie, Luogo ‘e schiantere, Surve, Ballirano,
etc. che si trovano a profondità da 40 fino a 120 e 200 metri
di fronte alla costa Casamicciola-Lacco.
Le nasse che si adoperavano erano diverse secondo la specie di pesci.
Per i gronchi che potevano raggiungere la lunghezza di oltre 2 metri
ed il peso di 20 kg si usavano nasse dette “a due campi”,
cioè molto più lunghe con una bocca (ingresso) fatta
con le “puche” di giunchi, cioè con i suoi rametti
disposti a cono con il vertice tagliato, e poi un secondo campo con
l'ingresso fatto con la rete.
Le nasse per la cattura dei gronchi erano così lunghe perché questo
pesce doveva prima entrare completamente nella nassa e poi trovare
l'esca, diversamente sarebbe potuto uscire indietreggiando. Per catturare
gronchi, aragoste, saraghi, schianti, le nasse venivano calate in zone
mirate, precise, sugli scogli prima nominati e poste al massimo 2 o
3 per scoglio, a distanza di 10 o 15 metri, e collegate allo stesso “pedagno” (galleggiante).
Bisogna infatti tener presente che intorno agli scogli c’è fango
e, se le nasse vi cadessero dentro, si perderebbero. Noi abbiamo notato
- mi dice Aniello Buonocore - calando le reti in quei tratti di mare
per catturare gamberoni, scampi e merluzzi, che talvolta, soprattutto
quando è tempo di scirocco, le reti, e finanche le “cuortece”,
sprofondano nel fango. Allora si riceve un grave danno (“lammaggio”)
e, quando capita questo fenomeno detto “affangatura”, occorrono
diverse ore o giornate intere per recuperare la rete dalla profondità di
200 o 400 metri. È evidente dunque che a quelle profondità ed
oltre ci sono masse di fango che si spostano. Può capitare infatti
che, a distanza di tempo, non succede lo stesso fenomeno e le reti
calate nello stesso posto vengono su pulite e con abbondanza di pesci.
A nord-ovest della punta di Monte Vico la profondità del mare
cambia in continuazione e si alternano vallate (“rarone”)
e canaloni, anche ad oltre 500 metri. Nelle parti più profonde
delle vallate si pescano i gamberoni, mentre più su verso i
200 e 300 metri scampi e merluzzi. Il fondale è tutto fango.
A nord-est di fronte al litorale di Lacco-Casamicciola verso la Chiaia
e il litorale domizio, la profondità aumenta molto gradualmente,
poi altrettanto gradualmente diminuisce, a mano a mano che ci si avvicina
alla costa. Su questi fondali pescano le paranze.
Ritornando alla pesca con le nasse, intorno agli anni ‘50 questa
era molto abbondante: si trattava di pesci pregiati che però spesso
non si vendevano, perché mancavano gli acquirenti. La gente
comprava soprattutto pesce azzurro che costava poco. Con le nasse si
pescava di più per il periodo natalizio e i pesci si conservavano
nei cosiddetti “marruffi”, grandi nasse a forma di campana
tenute in mare all'interno della scogliera per mantener vivi i pesci
per diversi giorni ed a seconda della specie si realizzavano maglie
più strette o più larghe. Si conservavano i pesci anche
per regalarli a Natale. A proposito del “marruffo” per
conservare le aragoste, si costruiva la nassa con maglie più strette
perché si era notato che i saraghi dall'esterno prendevano
le zampine delle aragoste, le frantumavano con i loro denti aguzzi
e ne divoravano la carne. Con le maglie più strette non riuscivano
in ciò.
La vendita delle aragoste, dei saraghi, dei gamberoni, cioè di
pesci pescati soprattutto con le nasse, cominciò ad essere più produttiva
e a dare soddisfazione negli anni ‘50, con lo sviluppo del turismo.
Allora i ristoranti di Lacco, migliorando la loro clientela, aumentavano
la richiesta di pesci pregiati. Lo stesso Aniello Buonocore mi riferisce
che allora, ragazzo, seguendo le indicazioni del padre, prelevava aragoste,
scampi e gamberoni dal loro marruffo e faceva la consegna ai ristoranti “Marietta”, “San
Montano” e “Delfino”. Si può dunque dire che
con lo sviluppo del turismo migliorarono anche le condizioni dei pescatori
che riuscivano a vendere agevolmente i pesci, direttamente o tramite
gli “accattatori”. Inoltre l'apertura della pescheria ad
opera dei fratelli Salvatore, Antonio e Domenico De Siano significò lo
sviluppo e la positiva trasformazione in questo settore. La pescheria
costituì un punto di riferimento importante per tutti i pescatori.
Naturalmente l’utilizzazione delle nasse avviene ancora oggi.
A Sant'Angelo si pescano i gamberi con le nasse a maglie più strette,
il cui ingresso è fatto con le “puche”, come per
tutti i crostacei; quelle per le murene, i polpi, etc. hanno l'entrata
fatta con la rete. Il coperchio è preparato con i giunchi e
per la chiusura ci si serve di asticelle di lentischio (“intische”)
dette “cevelle”, che tagliate a misura e disposte ad arte
consentono di chiudere ed aprire immediatamente. L'esca è costituita
da pesci azzurri: sarde, rotondi (zerri), sauri, vope o anche un pezzetto
di polpo. Addirittura si preparava il polpo affumicato su una brace
di lentischio e mortella che lo rendevano particolarmente profumato
ed era molto appetito dalle murene. A volte capitava la “mangianza” delle
pulci che in breve tempo consumavano l’esca, altre volte non
la toccavano. Quando c'era la “mangianza”delle pulci però si
pescava molto bene. Strano che con la luna piena non si pescavano gronchi.
Nemmeno uno. Evidentemente anche a quella profondità, pur non
raggiunti dalla luce della luna, sentivano qualche “motivo”,
qualche segnale fatto dagli altri pesci. A proposito poi della pesca
in genere, quando è luna piena, si dice “o te dà,
o se piglia”.
Per costruire le nasse negli anni ’50-‘60 si usavano la
mortella, la canna, il giunco, il lentischio. Soltanto i giunchi si
importavano da Napoli, provenendo dalla Sardegna. Alla fine degli anni ‘60
i giunchi furono sostituiti da fili di plastica ed anche la mortella
fu sostituita dal filo di ferro plastificato e utilizzato per iniziare
e spesso al posto delle canne che richiedono molto lavoro.
Le nasse fatte con le canne e i giunchi duravano anche alcuni anni;
bisognava però avere l'accortezza di farle asciugare bene in
periodi stabiliti. Attrezzi per la loro realizzazione erano la “cucella” ed
il “frese”: la prima la preparavano gli stessi pescatori
schiacciando un filo di rame. Si parte con un cerchio o giro fatto
di mortella e si prosegue con tre giunchi e dopo un breve spazio se
ne mettono quattro che con abilità e tecnica si intrecciano
per ritrovarsi con gli spazi divisi allo stesso modo, cioè con
le maglie tutte uguali. La nassa è fatta da 22 anelli o giri,
ma può essere anche più grande o più piccola,
comunque non meno di 20 giri. Si chiude con un pezzo di 8 o 9 giri
e al centro si realizza la bocca con la rete o i giunchi. L'esca si
inserisce con una canna detta “spide”, in modo che si mantiene
fissa al centro. Diversamente, soprattutto l'aragosta tirerebbe dall'esterno
l'esca con le zampine. Costruire una nassa richiedeva arte e pazienza
ed in questo Giovanni Buonocore si distingueva per la sua maestria
che ha trasmesso ai figli Aniello e Peppino, i quali ancora oggi costruiscono
le nasse con gli stessi materiali e la stessa tecnica di oltre 50 anni
fa.
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