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Per meglio riaffermarmi all'anima dell'isola, abbandono le strade e
i luoghi balneari e termali, e vado a vedere l'ultima vendemmia lungo
i sentieri che discendono dai castagneti di Barano, di Serrara e
di Buonopane, alle sabbie bollenti della marina di Maronti, all'incanto
gemmato del promontorio di S. Angelo. Sono in buona compagnia: il
padre zoologo illustre, il figlio paleontologo e tutti e due conoscitori
come pochi delle vicende geologiche dell'isola; simbiosi familiare
scientifica perfetta; il che non impedisce alla nostra piccola brigata
di aver occhi e senso per la bellezza della giornata vendemmiale.
Seguiamo uno dei sentieri più inconsueti, più dirupati
che precipita a mare sulla cresta di un costone fra burroni profondi.
Tutto il fianco dell'isola è ricoperto da un gran banco alluvionale
di materiale vulcanico disceso dall'Epomeo e sedimentato sulle
antiche lave e sui tufi originari: materiale rassodato in altri banchi
di conglomerato tufoide, ma corrugato e tormentato da lento o violento
lavorio delle acque. È il regno sovrano delle erosioni, dei
cedimenti, delle frane. Un costone eroso dalle acque ci appare di un
biancore accecante di nevaio, trasformato in una selva di picchi
di ghiacciaio; ma sono guglie effimere; fan l'effetto di un giuoco
di birilli vetrosi che a passarci in mezzo debbano infrangersi. La
punta della guglia è protetta da un ciottolo fluitato, da una
bomba trachitica, da un arboscello rinsecchito; se cade quello schermo,
anche la guglia franerà, si squaglierà al suolo come
un nevaio che si liquefaccia. Su una di quelle guglie un giovane alunno
della mia dotta guida che aveva pratica di alpinismo, riuscì a
raccogliere il fondo dì un dolio romano: segno che un tempo
quel dolio, o che fosse in quel luogo o che vi fosse scivolato dall'alto,
aveva trovato il terreno pianeggiante tanto da potervi sostare:
testimone quel coccio del profondo sconvolgimento avvenuto dall'età romana
ad oggi. In un terreno siffatto i sentieri diventano canaloni, rughe
chiuse fra ripe e muraglie; a volte il cammino è fessura e frattura
scavata dal piccone fra due pareti altissime sul filo tagliente di
una cresta, ed è naturale che per vincere un appiombo s'incavi
una scalinata da cordata, o che per mettere in comunicazione due valloni
profondi, l'ingegnosità dei villici abbia risolto un arduo problema
di collegamento con l'apertura laterale d'un cunicolo, con la
perforazione d'un costone, con il taglio d'un fornice.
Su questo terreno sconvolto, franoso, bibulo come una pomice, asciutto
come un'esca, rosolato dal sole e dal vento marino, fatto tepente dai
bollori sotterranei, dal calore segreto che vi corre dentro come il
sangue nelle arterie, alligna sovrana la vite: tutto il gran declivio
del monte non è che un immenso vigneto. Vigne dovunque: basse,
a filari, appoggiate ad umili canne o a pertiche, che non v'è luogo
qui per lussuosi maritaggi con l'olmo ed i pioppi della pingue
pianura, né sulle anguste terrazze o sulle groppe scoscese dei
costoni; né sul pendio precipite tagliato ad alti gradoni
tanto da dar piede ad un solo filare alla volta; né sulle frane
sprofondate appena vi si sia aperta un po' di radura; né tra
le fosse d'un burrone o in cima a un greppo da capre a far amorosa
contesa con il verde e l'oro delle ginestre. E vi si arriva, come Dio
vuole, per qualcuno di quei sentieruoli appesi, appoggiati alla parete
del monte come lo scalillo dei vendemmiatori, o attraverso un camminamento
in trincea, o per via di qualcuno di quei cunicoli che risolvono allegramente
un problema di viabilità con un foro e un pertugio nella
roccia tenera del monte. Un paesaggio che dovrebbe apparirvi nell'orrore
degli scoscendimenti e delle frane squallido in quel candore accecante
di terra combusta, e che vi appare invece tutto raddolcito da quel
manto frondoso di viti.
È l'ultima vendemmia, e incontriamo frotte di giovanetti e di ragazze
che risalgono il sentiero con il carico delle uve già infrante dalla
prima rinsaccata; i ragazzi con la tina sulla spalla retta dall'appoggio del
braccio e dalla presa della mano passata ad arco sul capo; le donne con la
tina equilibrata sul cercine dei capelli, mute e gravi, con gli occhi socchiusi
come per reggere meglio allo sforzo; qualche bestia someggiata arranca verso
il paese con le tine conformate a guisa del basto da soma e che qui chiamano
con un vocabolo poco allegro: tavùto, ch'è la cassa da morto.
Le viti sono già spoglie e l'afrore del mosto esala dal chiuso
dei cellai. Entriamo a caso in una vigna deserta quasi nascosta tra
le rughe d'un costone e davanti alla porta del cellaio franato, tra
macerie di pietre e impannate divelte, pende da una pergola poggiata
contro la parete di tufo, un prodigio di grappoli dorati, intramezzati
da un ramo di cotogne verdastre di un'acerbità così aspra
da sembrar dispettosa, quasi di zitelle inacidite in mezzo a quel colore
succulento e a quell'umore stillante di uve già sfatte
e tormentate dal ronzio goloso delle vespe.
E l'uomo qui conserva una sua pura e semplice primitività di
vita: né case, né ville, né fattorie interrompono
quella purezza di contorni; case e cellai sono le grotte scavate nel
grembo del monte. E tutto il monte appare perforato da tane e caverne
come una necropoli sicula dell'età del bronzo. È uno
degli aspetti più tipici della vita rurale ischitana, ereditata
chissà da quale remota antichità, ed è forse la
ragione per cui manca ad Ischia una tradizione dell'architettura paesana
altrettanto nobile quanto a Capri; alla vita dei campi basta la
grotta ch'è cellaio, palmento, cisterna e capanna di
custodia.
Si aprono come celle eremitiche, come oratori paleocristiani, come
grotte e santuari del primo evo bizantino nella parete tufacea del
monte; la porta incavata generalmente entro un più grande arcone,
ha a fianco la nicchietta per la posa del lume; chiusa da cancelli
palificati con la stessa arte rude del chiuso delle mandre e rinforzata
da piuoli e da stecche e decorata di ragnateli fuligginosi che, se
non completano l'apparato di difesa, aggiungono un'aria di solenne
vetustà; a fianco, sugli stipiti, due grandi crocioni tinti
a calce; valgono a tener lontano i ratti di campagna che in quel biancore
vedono chissà quale pericolo e quale minaccia. L'interno tutto
a volta e ad arcosoli da ipogeo cimiteriale, spesso quasi basilicale,
ha da un lato il palmento e la vasca per la premitura delle uve
e la raccolta del mosto, e in locale più ampio il cellaio per
le botti; il letto su di un graticciato di pertiche di castagno in
un rincasso della parete; la cisterna ben occultata; le provviste di
bocca messe al sicuro in una corba sospesa ad una trave; la luce filtra
a fatica attraverso le serrande e i ragnateli della porta e, dov'è possibile,
da qualche segreto forame aperto nelle pareti del monte. Il vino imbottato,
dopo essersi crogiolato al sole, fermenta e matura, ha la sua seconda
vita nel grembo della terra; quando lo spillano ed esce da quel tenebrone,
ha ancora tanto sole e calore, da risplendere ambrato.
Di tutte le terme dell'isola fumiganti di acque in bollore, di fanghi
viscidi, di meati vaporiferi fra lustrore di marmi, riverbero di lucernari,
andirivieni di serventi in camici bianchi e mollizie di divani e di
cuscini, ho voluto visitare la più semplice e la più vetusta,
la terma petrosa di Cavascura. È ' scavata nella frattura profonda
d'un vallone e vi si penetra dalle sabbie della spiaggia di Maronti,
seguendo il corso di un rivoletto che sfocia nel mare. Una frana dello
scorso inverno, facendo la diga, ha trasformato il ruscello in laghetto:
un laghetto dalle acque nere cupe entro cui si riflettono fra esalazioni
di vapore le altissime pareti bianchicce delle ripe calcinose: un piccolo
Flegetonte. Il vallone si chiude e si rinserra in un corridoio di poca
ampiezza ai cui lati si aprono delle cellette scavate nel tufo come
i sepolcri di una necropoli rupestre o i covili di un eremitaggio desertico. È invece
una sala termale a cielo aperto: in luogo di stucchi, colonne
e lucernari abbaglianti, due alte ripe di tufo con qualche virgulto
stento di ginestra, un pavimento viscido di muschio e l'azzurro
libero del cielo. Al fondo, invece di un artificioso ninfèo
con la cascatella, il mascherone, gli steli di papiro e le foglie
di ninfèe, una parete di tufo stillante d'acqua, coperta di
muschio smeraldino venato di macchie rugginose.
Ogni celletta è uno stanzino da bagno: un rettangolo di due
metri per poco più di un metro racchiude quanto è necessario:
un podio per sedere ricavato dal tufo, una vasca scavata anch'essa
nel sasso. I vani dell'entrata sono privi di porta: alla pudicizia
del bagnante o della bagnante è sufficiente un panno scuro
sospeso ad una funicina; la discrezione altrui rimedia ai buchi
e agli strappi di quel drappo. L'acqua naturalmente calda, carica
di tutte le virtù terapeutiche che ignoti cerretani e grandi
chimici d'oggi le riconoscono, scorre per entro il solco d'una cunetta
innanzi a quegli stanzini e, a guisa del canale d'irrigazione
di un orto di cavoli e d'insalate, se ne regola l'afflusso nelle vasche
con un cencio che fa da tappo di chiusura. II calore si misura senza
complicazioni ai fragili termometri galleggianti, con il tocco sapiente
della mano della bagnina. Una polla d'acqua più calda, già fumigante
per un principio di bollore, basta alla disinfezione delle vasche.
Bagno di poveri, ma che nulla ha da invidiare all'igiene dei ricchi.
Sui tre gradini dell'ingresso sedeva una vecchia rugosa, vestita pulitamente
di nero, custode, bagnina e amministratrice ad un tempo della terma
di Cavascura: silenziosa e immota ella era come una maliarda che attendesse
il viandante in cerca d'una manipolatrice di erbe o di un'indovina
sagace. Pareva decrepita a giudicare dalla bocca sdentata: eppure,
drizzatasi alta e ossuta, mi si rivelò di così pronta
energia di gesti e di volontà negli occhi grifagni, nelle braccia
ossute, nelle mani adunche da dar piena fidanza di esatto adempimento
della sua missione. Mi spiegò benigna il funzionamento del rivolo
distributore, del tappo di fortuna, e mostrandomi l'acqua del bollore
mi disse spropositando, con gravità terapeutica, che quella
serviva per «infettare» le vasche.
L'ora era tarda, e la terma deserta: solo un mantello bigio maculato
di toppe degno di ricoprire le spalle d'un mendico omerico, era disteso
su una delle porte e dall'interno veniva un allegro sciacquio d'acqua
e risate e squittii: davanti a quella porta s'era seduta a guardia
la vecchia bagnina, nera nell'ombra come un fantasma.
Aspettammo incuriositi: che uscisse da quel lavacro rupestre una Diana
ischitana? Uscirono invece poco dopo da quel forno uno scugnizzo in
brachette e due bimbe in camiciola, guidato il branco da una sorellina
adolescente, che non so come c'entrassero tutti assieme in quel buco
a far la covata. Erano lindi e lustri, fragranti di pulizia nei volti
e nelle gambe sode e rosee; sedettero anche essi, un po' intimiditi,
accanto all'ava silenziosa, con un riso muto negli occhi lucenti.
Ma quando ripassai la sponda del laghetto fumigante, sentii che ridevano
e squittivano ancora accanto a quella fantasima nera.
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