La Rassegna d'Ischia 2007 n. 5
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Ischia
"L'Isola che era" e "L'Isola che oggi è sotto gli occhi di tutti"

  
di Giulio De Marco
L’isola d’Ischia, alla metà del ‘900, spalancò le porte al turismo di massa che provocò, nel breve arco di tempo di qualche lustro, un notevole stravolgimento nella popolazione e nel territorio tale da produrre, per un verso l’Isola che oggi è sotto gli occhi di tutti e, per altro verso, la logica, inevitabile scomparsa di quella realtà apparentemente immobile nel tempo.
Dell’Isola che era, oggi, rimane, immutevole da secoli, soltanto il fascino delle sue singolari bellezze naturali e l’indiscusso valore delle sorgenti termominerali.
Fino alla metà del ‘900, la popolazione indigena conduceva una vita strettamente legata al guinzaglio delle tradizioni entro schemi e ritmi a cui era atavicamente adusa.
Dei ritmi, l’espressione più significativa era la divisione dell’anno in due periodi, uno più lungo, «’a vernata», l’inverno, che andava da ottobre a maggio, l’altro, «’a stagiona», l’estate, da giugno a settembre. Questa suddivisione non era legata a fattori stagionali, ma esclusivamente all’assenza o, nel periodo breve, alla presenza della massa dei forestieri.
Da ottobre a maggio la popolazione, apparentemente silenziosa e pigra, conduceva, viceversa, una vita di impegnativo lavoro.
Gli uomini, in larga parte, coltivavano piccoli appezzamenti di terra dove producevano ortaggi, frutta, vino e allevavano, in pochi capi, il pollo e il coniglio. In una quota minoritaria, gli uomini legati al mare erano pescatori o naviganti e si contavano soltanto pochi, rari artigiani come il falegname, il calzolaio, il ceramista, il carpentiere navale e quello di muratore era, quasi sempre, un lavoro alternativo e saltuario.
Le donne gestivano la casa e la famiglia, non di rado numerosa, con la presenza, a volte, di tre generazioni.
Il secondo periodo dell’anno iniziava a giugno ed era la vera e propria stagione dei forestieri, che si dividevano in clienti delle terme e villeggianti. I primi, in maggior parte, concentrati nei mesi di giugno e di settembre, generalmente anziani, spesso in coppia, alloggiavano di preferenza presso le piccole, ospitali pensioni a conduzione rigorosamente familiare, situate nelle vicinanze delle strutture termali.
In queste piccole pensioni la padrona di casa, apprezzata maestra della cucina, ma anche occhio vigile su tutto e su tutti. Il padrone di casa era, in genere, impegnato nei lavori esterni come la spesa, le provviste, il disbrigo di pratiche e i piccoli servigi ai clienti quali l’acquisto del giornale, delle sigarette, di un francobollo o andando ad imbucare una cartolina illustrata.
I clienti di queste pensioni soggiornavano, in media, due settimane e il commiato era, molto spesso, un «arrivederci» che si ripeteva per anni, in virtù del rapporto amichevole, non di rado affettuoso, che si instaurava tra padroni e clienti.
Alla chiusura di giugno già picchiava alle porte dell’Isola e, particolarmente, di Casamicciola l’esercito dei villeggianti, un esercito di bambini, giovani, genitori, famiglie di professionisti, commercianti, artigiani, militari graduati, quella vera e propria piccola borghesia che, nei mesi di luglio ed agosto, se poteva permettersi la villeggiatura non poteva però sostenere la spesa necessaria per un soggiorno in uno dei pochi alberghi esistenti nella prima metà del ‘900.
In virtù di queste considerazioni l’alternativa era sempre e soltanto «la casa d’affitto».
Sotto questo titolo una penna brillante potrebbe stendere un racconto in cui, incastonando nell’immagine dei luoghi, i personaggi con l’incontro più che la contrapposizione di mentalità diverse, di diverse abitudini di vita, di una diversa concezione del tempo, potrebbero dare al racconto l’intrigante sfumato sapore di un presuntuoso, piccolo saggio di sociologia di un ambiente.
Casamicciola, rispetto agli altri comuni, raccoglieva la maggioranza dei villeggianti delle case di affitto per la sua posizione geografica, lo sviluppo dell’abitato sulla costa, il clima, il mare incontaminato e una grande spiaggia che, in parallelo con la strada costiera e l’abitato rivierasco, partendo dall’estremità del rione Perrone, a levante, correva, quasi ininterrottamente, per centinaia di metri fino all’estremità opposta del paese, il territorio di Suor Angela, all’inizio dell’incantevole strada di collegamento tra Casamic­ciola e Lacco Ameno, inaugurata nel 1926 da Re Vittorio Emanuele III.
I proprietari di una casa da fittare, dopo la Pasqua, iniziavano a preparare la casa, biancheggiando le pareti in modo tale da dare una sensazione di luminosità e pulizia, venivano rifatti i materassi imbottiti con ciuffi di fibre vegetali morbide e sottili. Il compito di trovare i clienti veniva affidato, quasi sempre, a una donna, «’a sanzara», la mediatrice che attendeva allo sbarco la famiglia in cerca di casa.
Una famiglia, orientata a passare le vacanza a Ischia per la prima volta, nel mese di maggio, unendo l’utile della ricerca della casa al dilettevole di una gita, decideva di trascorrere una domenica sull’Isola.
La giornata felice iniziava con l’imbarco a bordo del vaporetto che avrebbe impiegato circa due ore per raggiungere la meta. Dopo un primo scalo all’isola di Procida e un secondo nel porto d’Ischia, la traversata si concludeva a Casamicciola.
Allo sbarco i gitanti venivano accerchiati da una folta schiera di mediatrici che proponevano le case di affitto, qualificandole con il numero dei letti e la distanza dalla spiaggia. Coloro i quali individuavano tra le proposte quanto poteva essere compatibile con le proprie esigenze, accettavano di andare a visitare la casa, dove si trovava sempre la sola padrona di casa in attesa di clienti.
Alla cortese accoglienza seguiva la visita della casa. La padrona iniziava il giro mostrando le pareti biancheggiate di recente, i letti con i materassi di vegetale rifatti di fresco, la biancheria e il tovagliato ben risposti in un «baule» che non mancava in nessuna casa, utensili e stoviglie, gli armadi e i cassettini vestiti di carta, la cassetta per i carboni, i secchi per l’acqua e tutto quanto ancora poteva essere necessario alla vita di una famiglia.
Al generico consenso dei potenziali fittuari seguiva l’articolato discorso sul canone, diverso per luglio o agosto, oppure il più conveniente costo per il fitto di entrambi i mesi. Raggiunto l’accordo e versato un piccolo anticipo, la padrona illustra tutto quanto poteva fare al fine di rendere il più confortevole possibile il soggiorno dei villeggianti: «passerò spesso a domandarvi se avete bisogno di qualcosa», «vi posso mandare un ragazzo per la provvista dell’acqua», «se volete, ogni settimana, vi posso fare “ ‘a culata”, il bucato», «vi posso comprare in campagna, a buon prezzo, frutta, verdura, vino e uova fresche».
Questo discorso finale apriva la porta ad un rapporto che, per molte famiglie, si protraeva nel tempo.
I villeggianti, non traditi nelle aspettative, iniziavano le vacanze dedicando il primo giorno alla sistemazione della casa, un giro di ricognizione per il paese e le spese per l’indispensabile nell’immediato. Dal giorno successivo la vita si svolgeva in modo ripetitivo nel godimento di spiaggia, sole e mare lungo una giornata che si concludeva sempre a un’ora più vicina al tramonto che al pomeriggio. Un momento particolare della giornata era sempre l’ora della colazione sotto l’ombrellone. L’anacronistico nome di colazione veniva dato ad un vero e proprio pranzo che per la quantità e la varietà delle pie­tanze assumeva tutto il carattere di un colorito capitolo della culinaria tradizionale mediterranea.
Dopo la cena una passeggiata sul lungomare; gli adulti si concedevano una bibita, la gazosa, e per i bambini la grattata di ghiaccio, compatta, imbevuta di sciroppo di menta o tamarindo, la vera progenitrice dell’odierno ghiacciolo.
La domenica si distingueva dagli altri giorni per la messa alla mattina, la guantiera di dolci per il dopo pranzo e la sera, spesso, la musica in piazza di un’improbabile banda paesana.
Alla conclusione del soggiorno i villeggianti si caricavano di bagagli e della mestizia di un ritorno, inventore di nostalgie da vivere per un lungo anno.
All’inizio della seconda metà del ‘900 iniziò per l’Isola un vero e proprio capovolgimento. Cominciarono a nascere come funghi alberghi e pensioni, la salita del livello economico medio e l’offerta, sempre più conveniente, di un soggiorno assistito. Questi fattori, di anno in anno, facevano crollare la richiesta per la casa d’affitto, si spegnevano le luci su «l’Isola che era» e si accendevano i fari su «l’Isola che oggi è sotto gli occhi di tutti».

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