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di Giulio De Marco
L’isola d’Ischia, alla metà del ‘900,
spalancò le
porte al turismo di massa che provocò, nel breve arco di tempo
di qualche lustro, un notevole stravolgimento nella popolazione
e nel territorio tale da produrre, per un verso l’Isola che oggi è sotto
gli occhi di tutti e, per altro verso, la logica, inevitabile
scomparsa di quella realtà apparentemente immobile nel tempo.
Dell’Isola che era, oggi, rimane, immutevole da secoli, soltanto
il fascino delle sue singolari bellezze naturali e l’indiscusso
valore delle sorgenti termominerali.
Fino alla metà del ‘900, la popolazione indigena conduceva
una vita strettamente legata al guinzaglio delle tradizioni entro schemi
e ritmi a cui era atavicamente adusa.
Dei ritmi, l’espressione più significativa era la divisione
dell’anno in due periodi, uno più lungo, «’a
vernata», l’inverno, che andava da ottobre a maggio, l’altro, «’a
stagiona», l’estate, da giugno a settembre. Questa suddivisione
non era legata a fattori stagionali, ma esclusivamente all’assenza
o, nel periodo breve, alla presenza della massa dei forestieri.
Da ottobre a maggio la popolazione, apparentemente silenziosa e pigra,
conduceva, viceversa, una vita di impegnativo lavoro.
Gli uomini, in larga parte, coltivavano piccoli appezzamenti di terra
dove producevano ortaggi, frutta, vino e allevavano, in pochi capi,
il pollo e il coniglio. In una quota minoritaria, gli uomini legati
al mare erano pescatori o naviganti e si contavano soltanto pochi,
rari artigiani come il falegname, il calzolaio, il ceramista, il carpentiere
navale e quello di muratore era, quasi sempre, un lavoro alternativo
e saltuario.
Le donne gestivano la casa e la famiglia, non di rado numerosa, con
la presenza, a volte, di tre generazioni.
Il secondo periodo dell’anno iniziava a giugno ed era la vera
e propria stagione dei forestieri, che si dividevano in clienti delle
terme e villeggianti. I primi, in maggior parte, concentrati nei mesi
di giugno e di settembre, generalmente anziani, spesso in coppia,
alloggiavano di preferenza presso le piccole, ospitali pensioni a conduzione
rigorosamente familiare, situate nelle vicinanze delle strutture termali.
In queste piccole pensioni la padrona di casa, apprezzata maestra della
cucina, ma anche occhio vigile su tutto e su tutti. Il padrone di casa
era, in genere, impegnato nei lavori esterni come la spesa, le provviste,
il disbrigo di pratiche e i piccoli servigi ai clienti quali l’acquisto
del giornale, delle sigarette, di un francobollo o andando ad
imbucare una cartolina illustrata.
I clienti di queste pensioni soggiornavano, in media, due settimane
e il commiato era, molto spesso, un «arrivederci» che si
ripeteva per anni, in virtù del rapporto amichevole, non di
rado affettuoso, che si instaurava tra padroni e clienti.
Alla chiusura di giugno già picchiava alle porte dell’Isola
e, particolarmente, di Casamicciola l’esercito dei villeggianti,
un esercito di bambini, giovani, genitori, famiglie di professionisti,
commercianti, artigiani, militari graduati, quella vera e propria
piccola borghesia che, nei mesi di luglio ed agosto, se poteva
permettersi la villeggiatura non poteva però sostenere la spesa
necessaria per un soggiorno in uno dei pochi alberghi esistenti nella
prima metà del ‘900.
In virtù di queste considerazioni l’alternativa era sempre
e soltanto «la casa d’affitto».
Sotto questo titolo una penna brillante potrebbe stendere un racconto
in cui, incastonando nell’immagine dei luoghi, i personaggi con
l’incontro più che la contrapposizione di mentalità diverse,
di diverse abitudini di vita, di una diversa concezione del tempo,
potrebbero dare al racconto l’intrigante sfumato sapore di un
presuntuoso, piccolo saggio di sociologia di un ambiente.
Casamicciola, rispetto agli altri comuni, raccoglieva la maggioranza
dei villeggianti delle case di affitto per la sua posizione geografica,
lo sviluppo dell’abitato sulla costa, il clima, il mare incontaminato
e una grande spiaggia che, in parallelo con la strada costiera e l’abitato
rivierasco, partendo dall’estremità del rione Perrone,
a levante, correva, quasi ininterrottamente, per centinaia di metri
fino all’estremità opposta del paese, il territorio di
Suor Angela, all’inizio dell’incantevole strada di collegamento
tra Casamicciola e Lacco Ameno, inaugurata nel 1926 da Re Vittorio
Emanuele III.
I proprietari di una casa da fittare, dopo la Pasqua, iniziavano a
preparare la casa, biancheggiando le pareti in modo tale da dare
una sensazione di luminosità e pulizia, venivano rifatti i materassi
imbottiti con ciuffi di fibre vegetali morbide e sottili. Il compito
di trovare i clienti veniva affidato, quasi sempre, a una donna, «’a
sanzara», la mediatrice che attendeva allo sbarco la famiglia
in cerca di casa.
Una famiglia, orientata a passare le vacanza a Ischia per la prima
volta, nel mese di maggio, unendo l’utile della ricerca della
casa al dilettevole di una gita, decideva di trascorrere una domenica
sull’Isola.
La giornata felice iniziava con l’imbarco a bordo del vaporetto
che avrebbe impiegato circa due ore per raggiungere la meta. Dopo un
primo scalo all’isola di Procida e un secondo nel porto d’Ischia,
la traversata si concludeva a Casamicciola.
Allo sbarco i gitanti venivano accerchiati da una folta schiera di
mediatrici che proponevano le case di affitto, qualificandole
con il numero dei letti e la distanza dalla spiaggia. Coloro i quali
individuavano tra le proposte quanto poteva essere compatibile con
le proprie esigenze, accettavano di andare a visitare la casa, dove
si trovava sempre la sola padrona di casa in attesa di clienti.
Alla cortese accoglienza seguiva la visita della casa. La padrona iniziava
il giro mostrando le pareti biancheggiate di recente, i letti con i
materassi di vegetale rifatti di fresco, la biancheria e il tovagliato
ben risposti in un «baule» che non mancava in nessuna
casa, utensili e stoviglie, gli armadi e i cassettini vestiti di carta,
la cassetta per i carboni, i secchi per l’acqua e tutto quanto
ancora poteva essere necessario alla vita di una famiglia.
Al generico consenso dei potenziali fittuari seguiva l’articolato
discorso sul canone, diverso per luglio o agosto, oppure il più conveniente
costo per il fitto di entrambi i mesi. Raggiunto l’accordo e
versato un piccolo anticipo, la padrona illustra tutto quanto poteva
fare al fine di rendere il più confortevole possibile il soggiorno
dei villeggianti: «passerò spesso a domandarvi se avete
bisogno di qualcosa», «vi posso mandare un ragazzo per
la provvista dell’acqua», «se volete, ogni settimana,
vi posso fare “ ‘a culata”, il bucato», «vi
posso comprare in campagna, a buon prezzo, frutta, verdura, vino e
uova fresche».
Questo discorso finale apriva la porta ad un rapporto che, per molte
famiglie, si protraeva nel tempo.
I villeggianti, non traditi nelle aspettative, iniziavano le vacanze
dedicando il primo giorno alla sistemazione della casa, un giro
di ricognizione per il paese e le spese per l’indispensabile
nell’immediato. Dal giorno successivo la vita si svolgeva in
modo ripetitivo nel godimento di spiaggia, sole e mare lungo una giornata
che si concludeva sempre a un’ora più vicina al tramonto
che al pomeriggio. Un momento particolare della giornata era sempre
l’ora della colazione sotto l’ombrellone. L’anacronistico
nome di colazione veniva dato ad un vero e proprio pranzo che per la
quantità e la varietà delle pietanze assumeva tutto
il carattere di un colorito capitolo della culinaria tradizionale
mediterranea.
Dopo la cena una passeggiata sul lungomare; gli adulti si concedevano
una bibita, la gazosa, e per i bambini la grattata di ghiaccio, compatta,
imbevuta di sciroppo di menta o tamarindo, la vera progenitrice
dell’odierno ghiacciolo.
La domenica si distingueva dagli altri giorni per la messa alla mattina,
la guantiera di dolci per il dopo pranzo e la sera, spesso, la musica
in piazza di un’improbabile banda paesana.
Alla conclusione del soggiorno i villeggianti si caricavano di bagagli
e della mestizia di un ritorno, inventore di nostalgie da vivere per
un lungo anno.
All’inizio della seconda metà del ‘900 iniziò per
l’Isola un vero e proprio capovolgimento. Cominciarono a nascere
come funghi alberghi e pensioni, la salita del livello economico medio
e l’offerta, sempre più conveniente, di un soggiorno assistito.
Questi fattori, di anno in anno, facevano crollare la richiesta
per la casa d’affitto, si spegnevano le luci su «l’Isola
che era» e si accendevano i fari su «l’Isola che
oggi è sotto gli occhi di tutti».
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