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di Andrea Di Massa
(Da Andrea Di Massa, La Festa delle Barche di
Sant’Anna, rappresentazioni
sull’acqua nella baia di Ischia Ponte, Imagaenaria, Ischia, luglio
2004).
L'appuntamento festivo del 26 luglio ha subito diverse denominazioni
e definizioni: Sagra marinara, Festa di Sant'Anna, Festa delle
barche addobbate, Sagra del mare, Festa a mare agli scogli di Sant'Anna,
Sfilata di barche allegoriche, Sagra agli scogli di Sant'Anna e recentemente
addirittura Carnevale acquatico di mezza estate, Defilé sulle
onde, Festa modellata sul Carnevale di Viareggio, Sfilata delle barche
addobbate, in maschera.
La definizione Festa a mare discende da precedenti riti propiziatori
che si davano come scadenze di cicli naturali. A questa tradizione
fortemente radicata si sovrappose la ricorrenza cattolica di Sant'Anna,
protettrice delle partorienti. «In origine la Festa consisteva
nel dare fuoco a numerosi falò che venivano accesi all'imbrunire.
La legna veniva accumulata durante tutto l'anno e il segnale di accensione
partiva dall'Epomeo, a seguire si accendeva sul Soronzano, sul
Cilento, a Campagnano e dintorni e infine al Cimitero vecchio. Oltre
ai fuochi vi erano poi gare di nuoto in cui eccellevano Ndindalì, Giuann'
'e zechell' e gare di canottaggio». In questo contesto il
fuoco dei falò si manifestava come momento centrale di una festa
di rinnovamento e di purificazione che si mantenne fino allo scoppio
della Grande Guerra.
Prima ancora della fatidica data del 1932, anno in cui convenzionalmente
si fa risalire l'inizio ufficiale della Festa di Sant'Anna, si celebrava,
in forme arcaiche, un rito che aveva come momento fondante lo svago
e la pausa ristoratrice: le famiglie dei pescatori conservavano piccole
porzioni di cibo per consumarle, a mare sulle barche, la sera del 26
luglio. Subito dopo i pescatori sbarcavano le famiglie e andavano a
pesca di fragaglie. «A rendere indimenticabile un 26 luglio
di tanti e tanti anni fa, ci pensò il marito di mia sorella
Memena, Luigino, pescatore. Poco prima del calar del sole cominciò a
preparare la sua barca come per uno strano rito che non avevo mai visto.
Di lì a poco ci trovammo tutti riuniti sul ponte: io, che avevo
circa sei anni, mia madre, mia sorella ed altri parenti. Salimmo sulla
barca, che Luigino conduceva sicuro. Mi accorsi che non eravamo soli.
In tanti, famiglie intere, si erano imbarcati e ora tutte le barche
si dirigevano veloci verso la "corrente", per andare al
di là del ponte aragonese. Arrivati nello specchio di mare dall'altra
parte del Castello, sempre calmo in quel tempo d'estate, le barche
puntarono tutte insieme verso gli scogli di Sant'Anna. Gli uomini remavano
veloci e sorridenti verso la chiesetta dedicata alla Santa protettrice
delle partorienti e proprio lì sotto si fermarono per qualche
minuto. Poi, tutt'insieme ripresero a percorrere la baia, avvicinando
le barche per scambiare qualche parola o salutandosi con grandi gesti
da lontano. Erano tutti volti noti: gente di Ischia Ponte e della Mandra,
parenti, amici, compagni di pesca per i più anziani e di
giochi per i più piccoli. Come se l'intero paese si fosse dato
appuntamento in quello spicchio di mare sotto la collina di Soronzano.
Poi, arrivò la notte. E, mentre il cielo e il mare cambiavano
colore, un grande bagliore comparve vicino alla chiesetta. La luce
del falò fu come un segnale e la scena, fino a quel momento
placida e serena, si animò di nuova vita. Dalla pancia delle
barche le donne tirarono fuori i grossi involti che vi avevano deposto
alla partenza. Pochi gesti ed ecco pronta la cena, ricca, una
cena di festa: coniglio alla cacciatora e melanzane alla parmigiana,
per tutti lo stesso menù. E dai cesti comparvero le percoche
baciate dal sole di luglio. Luigino, come gli altri pescatori, tirò su
dal mare il cesto che custodiva il bottiglione di vino; il mare si
era incaricato di tenerlo fresco durante la traversata. Chiacchiere,
risate, grida da una barca all'altra spezzavano il silenzio notturno.
Poi, mentre ancora si mangiava, da sotto la "corrente" comparve
un'altra barca, la più bella di tutte. Si accostò veloce,
iniziando a muoversi lentamente nella baia. A bordo, volto conosciuto,
inconfondibile, c'era Luigi De Angelis, il barbiere del Porto, con
il suo violino. E con lui a fare musica, altri con mandolini e chitarre.
E Giovanni, uno scaricatore del porto dalla bella voce di tenore, cantava
le vecchie canzoni napoletane. Poi, verso mezzanotte, quando il
falò vicino alla chiesa cominciava ad esaurirsi, le barche,
una ad una, sparivano alla vista. Ciascuno prendeva la via del ritorno,
verso il ponte o la Mandra. Lì scendevano donne e bambini,
liberando in fretta le barche dei resti della cena. Per gli uomini,
invece, si era fatta l'ora di uscire in mare, come ogni notte, per
andare a conquistare il piccolo bottino quotidiano di perchie e
pinit’ 'e rré.
Puntualmente, ogni anno, si andava con Luigino alla festa a mare, finché non
partii per l'Argentina e il rito della barca di famiglia fu interrotto.
Intanto avevo imparato a suonare la chitarra. E così, con l'arrivo
di una nuova Festa di Sant'Anna, fui ingaggiato, insieme a Vincenzo
Funiciello e Luigino "Quattrocchi", per andare a suonare
sulla barca dei Purificato, una famiglia originaria di Ischia che viveva
durante l'inverno a Napoli. La sera del 26 aspettavamo di imbarcarci
alla "marinella di terrazappata" quando vedemmo arrivare
la barca dei Purificato, trasformata per l'occasione in una gondola
veneziana, con lampetelle, frasche e addobbi di ogni genere. Fu una
grande sorpresa. La barca, piena di gente, ci accolse e si diresse
verso la baia dei festeggiamenti. Quando, oltrepassata la "corrente",
ci immettemmo nella baia, fummo accolti dalle altre barche da entusiastici
battimani: quella strana imbarcazione aveva suscitato meraviglia.
Come sempre quella sera le melodie napoletane ed i cori rallegrarono
l'atmosfera. Ma, quando fu il momento della cena, scoprimmo che non
c'era nulla: la signora Purificato aveva dimenticato le ceste a terra.
Allora due ospiti si rivolsero alle barche vicine, spiegando quanto
era accaduto. Non passarono che pochi attimi e già da ciascuna
barca erano partiti cesti ricolmi di ogni ben di Dio, con l'immancabile
coniglio a dominare la scena. Ed i canti ripresero nella baia, fino
alla mezzanotte, quando i falò si spensero.
L'anno dopo i Purificato abbellirono di nuovo la loro barca, ma,
arrivati nella baia, nessuno più si sorprese. Tutti attendevano
che fosse svelata la sorpresa annunciata da Giovan Giuseppe Sorrentino.
Si raccontava che aveva preparato qualcosa di eccezionale, di
speciale, una novità assoluta. E, infatti, qualche minuto dopo
la novità apparve. Seduto su un trono, circondato da schiavi
e rematori, Giovan Giuseppe avanzava sulla sua barca trasformata in
nave romana. La sorpresa annunciata si materializzava finalmente davanti
agli sguardi attoniti degli spettatori che applaudivano entusiasti.
Fu un attimo. La barca, che ancora avanzava, si inclinò su un
lato e si rivoltò. "Nerone" e gli schiavi finirono
in mare. E allora tutte le barche si accostarono, cercando di prendere
a bordo i naufraghi. Ma, nonostante lo sfortunato esito di quella prima
prova, "Nerone" annunciò: "Vedrete il prossimo
anno!". E così fu. "Nerone" si ripresentò puntuale
con la sua barca romana la sera del 26 luglio. Stavolta tutto filò liscio
e gli applausi furono ancora più caldi di quelli dell'anno
precedente. Io assistetti allo spettacolo dagli scogli, come tanti
altri che, con il passare degli anni, erano aumentati e avevano preso
l'abitudine, non avendo una barca propria, di assistere da lì all'Evento».
La nascita della Festa (come la conosciamo noi) avvenne in
piena epoca fascista, sotto gli auspici dell'O.N.D. Si mirava a rivalutare
le tradizioni locali (è di quegli anni il recupero della 'Ndrezzata)
e la stessa Festa di Sant'Anna ebbe il beneplacito del regime che collaborò attivamente
a gestire la spontanea "adunanza". Ma i rapporti con
il fascismo non furono sempre così idilliaci. Infatti, «nel
1933 il Podestà di allora, il Cav. Vincenzo Iacono, ci fece
capire che la festa di Sant'Anna non si doveva fare. In quell'epoca
il Capitano della Capitaneria era Capo Botta (o Bollo), un tipo puntiglioso
che non permetteva ad altre autorità di invadere la sua
sfera di competenza. Questo Comandante Botta, avendo saputo l'orientamento
del Podestà, ci chiamò e ci disse: "Se siete capaci
di organizzare la festa non vi dovete preoccupare del Podestà perché a
mare comando solo io, e poiché la festa si svolge esclusivamente
a mare state tranquilli e fate quello che avete fatto l'anno scorso".
Così la festa di Sant'Anna continuò a vivere ed ebbe
in seguito anche il consenso delle autorità fasciste,
tanto è vero che una delle ultime edizioni, nel 1939, fu organizzata
con la collaborazione del Dopolavoro fascista». «Fino al
1940 la festa ebbe un consenso popolare, poi gli eventi bellici consigliarono
di sospenderla. Viene ripresa nel 1944 a guerra non ancora conclusa.
Ma senza fuochi. Luca Scotti, Michelangelo Patalano, Giovanni Messina
jr., Vincenzo Funiciello e più tardi Federico De Angelis. Con
la partecipazione dei pittori le barche addobbate persero la primitiva
spontaneità artigianale per assumere sempre più dimensioni
caratteristiche».
La visione del lento migrare delle barche dei gruppi familiari verso
la chiesetta di Sant'Anna, dove veniva consumato un pasto festoso,
spinse un gruppo di giovani ad allargare i contorni quasi privati e
minimi di questa ricorrenza, puntando più sull'aspetto esterno,
spettacolare, al fine di valorizzare quella tradizione radicata.
Il gruppo che aveva eletto come Presidente il Dott. Luigi Mazzella
(1895-1973) era formato in gran parte dalla generazione nata a cavallo
fra Ottocento e Novecento e accomunava giovani trenta-trentacinquenni,
tutti molto motivati ed entusiasti nell'organizzazione della Festa
a mare. Di questa pattuglia di giovani facevano parte il Segretario
comunale Michelangelo Patalano, il pittore Federico Variopinto, il
commerciante Nicola Giusto, il commerciante Antonio Castagna, il capitano
Giovanni Castagna (morto in Grecia), il giovane Francesco Postiglione,
l'artista Aniellantonio Mascolo. Ognuno si interessava di curare un
aspetto della manifestazione: Aniellantonio Mascolo con umiltà e
pazienza curava la dislocazione dei coppi sulle case che si affacciano
sullo specchio d'acqua in cui si svolge la festa, G. G. Patalano e
R. Rosiello si interessavano dell'accensione dei falò di Campagnano,
Costantino Mazzella di quelli del Soronzano, Giovanni Messina procurava
la nafta per le lampetelle, Luigi Pilato "Maressa" era l'addetto
al reclutamento delle lampare, Giannino Barile sceglieva e contattava
i maestri della pirotecnica e badava alla sistemazione sulla Torre "di
Michelangelo" dei pochi bengala impiegati, i fratelli Matterà collaboravano
alla dislocazione, sul Castello, delle lampetelle.
A queste persone, con il passare degli anni, se ne aggiunsero molte
altre che, in varia misura, collaborarono attivamente all'organizzazione
dell'apparato festivo. Esse, inoltre, suggerirono di addobbare
liberamente le barche che intervenivano la sera del 26 anche con frasche
e canne, mettendo in palio un premio simbolico, in natura, per la barca
più bella: ciò rafforzò l'interesse per quella
scadenza festiva, introdusse un aspetto ludico-agonistico, ma soprattutto
spostò l'accento dalla "Festa a mare" alla "Festa
delle barche". Da questo momento (primi anni Trenta) si venne
a definire un particolare tipo di Festa che ebbe, ed ha tuttora,
nella rappresentazione teatrale sull'acqua la sua forte connotazione
e che raggiunse poi, negli anni Cinquanta-Sessanta, una sua fisionomia
ben definita e talmente forte da imporsi nell'immaginario collettivo
di molte generazioni.
La "Barca di Sant'Anna" divenne elemento di richiamo di tutta
una comunità che in essa si riconosceva. Infatti il termine "Barca" conserva,
ancor oggi nell'uso comune, il significato di "addobbo scenografico",
mentre il termine "scena" serve a definire solo i figuranti
nella loro disposizione coreografica o il culmine della rappresentazione.
Manterremo l'etimo "Barca" per utilità, nel suo
radicato e peculiare significato di "addobbo", affiancando
ad esso la tipologia espressiva che ci permette di coglierne non solo
gli aspetti visivi, ma anche e soprattutto quelli strutturali e formali.
Le tipologie espressive adottate fanno riferimento alla realizzazione
materiale, al prodotto offerto alla visione e i termini che utilizzeremo, "figura" e "oggetto",
rimandano direttamente alla dimensione aperta dello spettacolo.
Il luogo, l'evento e la visione
La sfilata delle barche sfrutta la conformazione
naturale della baia di Ischia Ponte; il luogo deputato per le rappresentazioni è già meravigliosamente
predisposto: comprende la mole del Castello aragonese con il ponte
che lo collega al Borgo marinaro, passando per la marina e proseguendo
per la spiaggetta della "Corteglia", i "Travi",
il Cimitero vecchio fino agli scogli di Sant'Anna. Al tramonto, già nei
primi anni Trenta, questo luogo si arricchiva di piccole lucine
- lampetelle - poste lungo il perimetro della baia. In alto
la collina di Campagnano, fino al Soronzano, era punteggiata dai falò - lummenari -
accesi dai contadini in più punti, usanza che era presente già nei
primi del Novecento, che durò fino agli anni Settanta, poi vietata
per il pericolo di incendi. In questo modo lo spazio per la Festa
veniva stravolto già prima della sfilata: un brillìo
inconsueto di luci pulsanti creava atmosfere di suggestiva bellezza. «Uno
spettacolo di rara bellezza che incantò il pittore Gaetano
Ricchizzi che cercò di riprodurlo - con notevole successo -
in un suo quadro, che credo debba ora appartenere agli eredi del notaio
Bonaventura Mazzella».
La baia assumeva la valenza di luogo deputato e cominciava a popolarsi
di nuove figure, di oggetti scenici effimeri che sembravano prendere
forma e sostanza dallo stesso elemento che li ospitava. Inizialmente
si trattava di realizzazioni semplici, che si inserivano quasi
naturalmente in questa dimensione e animavano dal "di dentro" lo
spazio acquatico in cui lentamente si muovevano. Le piccole "barche" incominciavano
a darsi come "rappresentazione", esse si sviluppavano
intorno ad un addobbo estemporaneo e a un gioco di travestimento o
di rappresentazione mimica offerto al pubblico.
Già in queste piccole e timide forme di intrattenimento e di
gioco scenico la rappresentazione teatrale e l'interpretazione drammatica
entrano a pieno titolo. L'elemento acquatico amplificava l'avvenimento
spettacolare ponendo le premesse per una magica visione. Dopo la lunga
pausa della guerra, la partecipazione delle lampare alla sfilata, esaltò le
suggestioni spettacolari. «Tra le manifestazioni in programma
ad Ischia, una delle più suggestive è certamente
il "Galà delle lampare" che si svolgerà in
occasione della tradizionale festa agli Scogli di Sant'Anna».
Il tremolante riverbero dei chiarori delle lampare, il luccicante brillio
delle lampetelle (ottenute con uno straccio imbevuto di nafta
posto in un barattolo di "conserva") stimolavano gli allestitori
a trovare soluzioni integrate all'ambiente e all'atmosfera. L'antica
adunanza festiva scoprì nuove suggestioni, diventò evento
spettacolare e visione "dell'altro" in una dilatazione
spazio-temporale che coinvolse anche chi si trovava a terra o
sugli scogli. La "Festa delle barche" assunse i caratteri
di «piccola e ricorrente rivoluzione illusiva», materializzazione
di una forte istanza pratico-estetica che cambiò prepotentemente
le modalità di relazione nella comunità.
Nasceva su queste premesse "l'evento" della sfilate delle
barche che si spogliava delle sue vesti arcaiche aurorali per ricomporsi
in una ritualità in cui la visione assumeva valenze primarie: «oltre
l'evento c'è sempre il suo essere una origine, una invenzione,
una dichiarazione del possibile». L'atmosfera che si creava in
quel frammento spaziale, "palcoscenico mobile", si riverberava
intorno e creava risonanza emotiva, riflettenza visiva. Le prime barche
si diedero come "opere aperte" in uno spazio aperto: forme
galleggiabili che attraversavano lo spazio scenico acquatico, lo penetravano
e lo trasmutavano in smisurato palcoscenico, dominio assoluto della
percezione. La scoperta di uno spazio noto che diventava spazio
della magia, stazione fluttuante di un divenire spettacolare, si dilatava
a dismisura per ricomporsi nell'atto della visione. In questo percorso
la rappresentazione assumeva il carattere definitivo di invariante
intorno alla quale si sarebbe snodato il cammino della Festa. Le barche
diventeranno, man mano, il veicolo di effimere rappresentazioni
ed interverranno come momento espressivo forte e fondante della
manifestazione che accentuerà e allargherà quegli aspetti
più marcatamente spettacolari. Il tempo festivo subiva un'espansione
e contaminava il tessuto sociale di tutta la comunità, chiamata
con anticipo a pensare alla ricorrenza in termini di progettualità e
di intervento attivo. Il passaggio da una ritualità minima
e familiare a quella espansa del gioco corale, introduceva nuovi aspetti
e nuove possibilità operative che diventarono espressione culturale
della comunità locale di Ischia Ponte.
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