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A Monaco di Baviera (Neue
Pinakothek) è stata
recentemente allestita una esposizione permanente delle opere di Carl
Rottmann, il pittore tedesco che tanto dipinse per il re Ludwig I:
paesaggi italiani, soprattutto di Napoli e dintorni, e greci. Sui suoi
affreschi che ornavano le arcate dei giardini della corte reale, il
re aveva fatto aggiungere – come
cita Paolo Buchner (1)-
le seguenti parole: «Corri ad Ischia, lontano dal frastuono della
vita, là troverai quella pace che da tempo ti è sfuggita
via (2) ».
A ben considerare le cose, non crediamo che oggi possa trovare accoglienza
la prima motivazione suggerita per rifugiarsi nell’isola d’Ischia,
dove è presente lo stesso ritmo frenetico delle moderne città;
maggiormente comprensibile è la ricerca di quella pace che la
natura dei luoghi ancora e sempre può infondere nell’animo,
se la si guarda nella sua essenza, pur tra le ferite che l’intervento
umano (immancabile nell’evolversi dei tempi) vi ha arrecato. «Certamente – scriveva
Buchner nel chiedersi che cosa contribuisse a creare il fascino dell’isola – la
consapevolezza di vivere su un’isola ha un ruolo essenziale,
e la rara varietà del paesaggio, che appare continuamente diverso,
può fornire un suo proprio contributo. A ciò si aggiunge
ancora qualcosa che non si può esprimere a parole, che non si
può trasfondere nelle immagini, ma che si deve provare direttamente.
Qui l’ameno si mescola col grandioso e con il solenne in modo
stupendo. Dalla cinta di ampi castagneti si elevano sopra Casamicciola
e in direzione di Forio le spoglie giallastre dell’Epomeo. Dove
la pendenza diventa più lieve, subentrano i vigneti sistemati
a terrazze. Le catene di monti che sono disposte davanti al massiccio
centrale dell’Epomeo hanno delle forme che si smorzano a poco
a poco, su cui l’occhio si posa e solo di rado gli scenari più selvaggi
si mescolano con esse. Il lato orientale dell’isola ci conduce
in un mondo del tutto diverso! Qui il Monte non si eleva con pareti
ripide, ma cima e cresta si abbassano gradatamente in un grande declivio,
attraversato da numerose forre, che comprende il territorio tra Barano
e Serrara e trova un unico sbocco al mare». In questi ambienti,
in questo fantastico mondo si avventuravano, tra mille insidie, i visitatori
di un tempo, ricavandone sensazioni meravigliose. Non sarebbe il caso,
dopo tanto parlare dei centri storici, dopo la costante e unilaterale
propensione a proporre interventi in tale direzione, di valorizzare
(ahimé, però, senza farne l’inizio di una similare
valorizzazione!) le zone interne dell’isola con opportuni sentieri
e segnalazioni, dove ci si può rendere conto effettivamente
che l’isola ancora può definirsi “verde” nel
pieno senso della parola. Far conoscere la vegetazione, le piante che
già in passato costituivano un richiamo di notevole portata, è un
obiettivo che non può essere trascurato o considerato soltanto
secondario. Qui invece regna l’incuria totale: si cammina, ma
non si sa mai dove ci si trovi lungo “tratturi” sporchi
di rifiuti e di erbacce. In questo senso manca una giusta sensibilità culturale
e politica, come si desume dagli interventi e dai programmi enunciati
nell’ultima campagna elettorale per le elezioni amministrative
(una campagna mediatici mai così insistente e forse dispendiosa),
in cui non si tende mai a guardare, se così può dirsi,
dietro le quinte. I porti e i centri storici: tutto si concentra in
questi due obiettivi, mentre ovunque il resto dei paesi è lasciato
nel più completo abbandono.
Una voce (non sempre genuina e disinteressata) si leva spesso, la
voce di quanti riportano il pensiero al tradizionale aspetto di Ischia,
ad un patrimonio ideale, costituito dalle immagini di un passato neanche
troppo lontano, la voce di coloro che non sembrano accettare il mondo
di oggi, con le moderne contingenze, coi suoi nuovi risvolti, in contrapposizione
coi tempi in cui veder sorgere un albergo, una villa, una struttura
significava riconoscere e magnificare un altro tassello di sicuro sviluppo.
Oggi anche una pietra nuova fa scandalo. E se ne scandalizzano specialmente
quelli che possono considerarsi i costruttori del passato.
Ma Ischia resta sempre la stessa, il suo vero volto, di generazione
in generazione, si trasmetterà attraverso il ricordo e l’intimo
sentire dei suoi abitanti, dei suoi visitatori occasionali o abituali.
E sotto questo aspetto, Ischia conserverà il suo fascino, le
sue tradizioni, le sue bellezze, in quanto rivive continuamente l’essenza
perenne che nessuno potrà cancellare. Forse è anche
questa la vera Ischia, con le sue particolari esigenze estive, con
le sue boutiques e i suoi negozi estesi sui marciapiedi tolti ai pedoni,
oltre che dalle vetture, con le sue luci e il suo mondo di gente chiassosa,
con le sue difficoltà sempre crescenti e magari anche con la
marea di macchine che la sommergono. Il problema quindi non è di
alternativa, di contrapposizione di un’epoca all’altra,
di una forma all’altra, mostrando così di non poter superare
i problemi se non nella banale serie di riferimenti a tempi diversi
e remoti. Il rimpianto del passato (e spesso un passato con tante sofferenze
e tante privazioni) non è sufficiente a risolvere le situazioni
che di continuo preoccupano; diversi e vari sono i contorni dell’epoca
in cui viviamo.
A volte si sente dire che c’è voglia di cancellare l’isola
d’Ischia dal novero delle possibili scelte turistiche e vacanziere
e per motivi che tutti possono immaginare a causa del “troppo” che
impera negativamente in vari settori: troppo traffico, troppa confusione,
troppi rumori, troppa indifferenza verso l’antico senso di ospitalità,
troppo sfruttamento del territorio e via dicendo secondo i gusti e
le considerazioni cui si tende a dare la preferenza. In fondo, dicesi,
il turismo oggi presenta nuove occasioni, altri sbocchi, diverse prospettive,
ulteriori mete, capaci di allentare quei legami e vincoli che potrebbero
portare a non staccarsi dai luoghi frequentati sulla scia di passate
scelte. Non di rado si fa riferimento a possibili località ancora “incontaminate” dagli
eccessi di cui si è detto. Ed è propriamente questo aspetto
che dovrebbe o potrebbe preoccupare, in quanto certi richiami, se poi
si dilatano e s’incrementano, costituiscono la premessa di future
lamentele per la perdita di caratteristiche oggi favorevoli e ricercate.
Non era l’isola d’Ischia un paradiso per pochi, attirati
forse inconsapevolmente sulle sue sponde, alla ricerca di sensazioni
nuove e romantiche?
Nella trasmissione televisiva Geo & Geo del 27 aprile 2007 è stato
presentato un lungo filmato sui festeggiamenti nella zona della Mandra
d’Ischia. Non abbiamo visto direttamente la trasmissione, ma
Vincenzo Belli, appassionato ricercatore di cose isolane, ci informa
di una circostanza che va senz’altro annotata. I festeggiamenti
erano dedicati alla Madonna, con processione che muoveva dalla chiesetta
di S. Giovangiuseppe. ma il vero soggetto del documento era l’emigrazione
di marinai e delle loro famiglie verso gli Stati Uniti, nella prima
parte del secolo scorso, oggetto di una mostra fotografica: tutte queste
famiglie abitano nella via Champault, traversa e vico di questo nome;
anzi, un motivo conduttore dell’intera vicenda, usato ad arte,
era la mancanza di conoscenze specifiche sull’origine del nome.
La narrazione è stata piuttosto lunga, con testimonianze di
emigranti tornati alle loro case, ed anziani e vecchi che mai si erano
mossi dalla zona; nulla che attirasse la mia attenzione – aggiunge
il Belli – oltre al fatto che le mie festività pasquali
di quest’anno mi avevano visto frequentemente in quella zona
per completare la documentazione iconografica su ciò che resta
dell’ex carcere e sull’edificio che oggi è chiamato
Torre Molino, concessa dal Comune all’Associazione culturale
Largo dei Naviganti.
La questione dello Champault veniva alla fine risolta da un giovane,
i cui interventi erano uno degli elementi di unione della narrazione:
si finiva così in una libreria nella quale veniva trovato il
libro di Philippe Champault, studioso francese che in un suo studio
del 1906 propugnava l’identificazione di Scheria nell’isola
d’Ischia e del quale è stata anche pubblicata nel 1999
una versione italiana.
1) Paolo Buchner, Gast
auf Ischia, aus Briefen und Memorien vergangener Jahrhunderte (edito
negli anni 1968, 1971), tradotto in italiano da Nicola Luongo
e pubblicato da Imagaenaria Edizioni Ischia nel 2002 col titolo Ospite
a Ischia, lettere e memorie dei secoli passati. Il volume
rappresenta un riferimento fondamentale per chi voglia conoscere
l’isola vista, descritta e celebrata dai personaggi del
Grand Tour, del quale si era sempre auspicata una versione italiana.
In realtà poi il testo è caduto nell’indifferenza
e nell’oblio, che in genere caratterizzano le vicende culturali
locali, soprattutto quando sono espressione autentica di lavoro
e di impegno della terra isolana.
2) «Hin nach
Ischia flüchte du aus dem Gewirre des Lebens, Ruhe findest
du da, welche dir längst entfloch».

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