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di Giuseppe
Silvestri
In aprile la Tonnara di Lacco Ameno era già impiantata al largo
della Punta di Monte Vico con orientameno est-ovest e incominciava
a pescare.
Alla fine degli anni ‘20 l’appaltatore Vincenzo De Luca
aveva introdotto la consuetudine di offrire un tonno per i festeggiamenti
di Santa Restituta, tra quelli pescati nel periodo della novena dall’8
al 17 maggio.
Veniva venduto a trance sul muretto della Marina, nelle vicinanze della
Croce; si prestava per questo l’accattatore Antonio
Castaldi . Era sempre un tonno di notevoli dimensioni e si vendeva
subito, perché il prezzo era conveniente ed il ricavato consegnato
al Rettore della chiesa per i festeggiamenti di Santa Restituta.
Questa tradizione fu interrotta alla fine degli anni ‘40, quando
la pesca del tonno incominciò a scemare. La Tonnara non fu più impiantata
nel1960. Ma ancora oggi qualcuno ricorda l’evento con l’espressione “il
tonno di Santa Restituta”
(Vedi anche G. Silvestri, La tonnara di Lacco Ameno ed altri mestieri
di pesca nell’isola d’Ischia, Ed. Imagaenaria.)
I pescatori lacchesi in occasione della festa toglievano la cosiddetta “quadra” cioè un
quarto del ricavato dalla vendita del pescato, che custodivano per
l’offerta alla Santa. L’arraise della tonnara,
Domenico Intartaglia, detto Minichiello, e anche i tonnarotti mettevano
da parte la “quadra”, quando vendevano le “volamarine” (pesce
luna). Qualche volta poi si portava in chiesa uno sgombro o un palamito
e si dava al sacerdote nel nome di Santa Restituta.
Parte, mezza parte e quadra costituivano il metodo di divisione tra
i pescatori. I pescatori di professione prendevano la parte, quelli
meno esperti la mezza parte ed infine il ragazzo prendeva la quadra,
come quella che si offriva alla Santa Patrona.
Era questo anche il periodo degli “aluzze” (< lat. lutius,
sfìrena) che si pescavano a Sant’Angelo, ai Maronti, verso
Capo Grosso, soprattutto su fondali sabbiosi. Ma a volte gli aluzzi
venivano sottocosta anche in altre zone dell’isola: tra Punta
Chiarito e Sant’Angelo in un mare detto “ Chiane ‘e
Rose”, alla Pietra Nera di Citara, presso le Camarate a Forio,
tra Punta Caruso ed il Soccorso, a San Montano ed infine a Casamicciola
di fronte alla chiesa di Sant’Antonio. Anellino Patalano mi ricorda
che una volta li pescava alla “Nave” di Punta Imperatore.
La rete veniva calata su un fondale di 70-80 metri e poi dal gozzo,
ancorato ad opportuna distanza si recuperava; in questo caso il “sacco” veniva
dalla profondità, nella verticale della murata e nell’intenso
blu di quel mare sembrava proprio la bocca di una balena che sale veloce
dal profondo abisso verso la superficie.
Per la pesca degli “aluzzi” si usava la sciabica o la tartanella
con un sacco particolare perché l’ultima parte detta “pezzale”era
realizzata con lenzuola di tela, forate con la punta di un chiodo,
giusto per consentire un minimo passaggio di acqua. Il lenzuolo veniva
legato alla rete coll’ago (zaffarac). In seguito fu
sostituito da un pezzo di rete dalle maglie strettissime realizzato
a macchina.
Negli ultimi anni questa pesca è stata praticata soprattutto
dai pescatori di Sant’Angelo e dei Maronti. Nel mese di aprile
era consuetudine la vendita degli “aluzzi” anche negli
altri comuni dell’isola. Con il divieto (che in questo caso potrebbe
essere discutibile) sono finiti un’antica tradizione e un mestiere
di pesca.
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