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La
città protagonista delle stagioni delle arti - Palazzo
Donnaregina - Le collezioni
Premessa:la
città protagonista
delle stagioni dell’arte
La città sin dall’origine ha vissuto
da protagonista le vicende artistiche del proprio tempo, ne sono un
esempio le testine e i busti femminili del IV – III secolo a.
C., forse legati al tempio di Demetra rinvenuti a S. Aniello a Caponapoli. La
statua del Nilo e la testa di Partenope sono alcune
delle testimonianze dell’età greco-romana, le superstiti
catacombe di San Gennaro e San Gaudioso, qualche codice come l’Eneide della
Biblioteca Nazionale, pochi marmi dal raffinato ornato tratto da tessuti
orientali come le transenne di S. Aspreno (secolo X) attestano il livello
e il tipo di cultura artistica presente nella Napoli ducale. Ricordi
bizantini appaiono ai primi del XIII secolo nell’insistente calligrafismo
dei panni nei plutei di S. Restituta. Nel marmoreo bocciolo di candelabro
del Museo di Capodimonte della metà del Duecento la ricerca
estetica è spinta all’estrema raffinatezza, in una sorta
di coltissimo recupero classicheggiante. Dello stesso periodo alcune
sculture lignee, come il Crocifisso della Cattedrale sembrano
aprire uno spiraglio sulla moderna cultura occidentale.
La conquista angioina (1266) e l’elevazione della città al
rango di capitale rappresentano un vigoroso sviluppo dell’arte napoletana
favorito dall’intervento della Corte e della sua volontà di dar
vita a un centro di cultura internazionale. Ne sono testimonianze le tavole
su San Domenico nella Chiesa omonima o quelle sullo stesso santo presente
nel Museo di Capodimonte, il busto d’argento di San Gennaro, le
pitture di Giotto e della sua Scuola.
Anche sotto la dinastia dei d’Aragona e grazie al loro mecenatismo,
Napoli riconquista il ruolo di grande capitale culturale. Sono testimonianze
del periodo gli affreschi della Cappella Caracciolo in S. Giovanni a Carbonara
opera del lombardo Leonardo da Besozzo, le pitture del napoletano Colantonio,
del discepolo Antonello da Messina e poi ancora sculture come l’Arco
trionfale di Castel Nuovo, statue lignee, medaglie, le porte di Castel nuovo
per commemorare la vittoria di Ferrante contro i baroni del 1462.
Dopo l’annessione del regno di Napoli all’impero spagnolo
la promozione artistica gia assolta dai sovrani fu affidata all’intensa
richiesta dell’aristocrazia e della Chiesa. Nel secolo XVI la città continua
ad attrarre artisti italiani e stranieri e vede svilupparsi una scuola locale
ben individuabile. Nel Seicento fu la forte personalità artistica
del Caravaggio, presente in città nel 1606-7 e nel 1609-10 a determinare
la svolta nella pittura napoletana che coglie l’intensità visiva,
il vigoroso naturalismo, l’impatto sentimentale ed espressivo. I numerosi
artisti di questo periodo che approderanno poi alla decorazione barocca danno
il segno di un periodo ricco di fermenti.
Nel Settecento con la costituzione dello Stato indipendente ad
opera dei Borbone continua in campo artistico lo sviluppo avviato nel secolo
XVII. Solimena domina la prima metà del periodo con una pittura elegante
e colta di grande successo in tutt’Europa. Alla pittura si associano
le sculture, i manufatti in argento, gli intagli lignei, i mobili. Un contributo
decisivo è dato dai sovrani con le committenze e le fondazioni di varie
manifatture reali fra cui nel 1737 del Laboratorio delle Pietre Dure e
dell’Arazzeria nel 1743 della Fabbrica di Porcellane di
Capodimonte chiusa nel 1759 e seguita nel 1772 dalla Real Fabbrica.
Poi il nuovo gusto per il classico con il decennio francese che porta a un
deciso rinnovamento dell’arte napoletana con l’affermazione dello
stile impero e la riforma dell’Accademia delle Belle Arti. Segue il periodo
paesaggistico legato alla fortuna turistica del regno. Nella scultura con l’arrivo
di Canova si sviluppa un classicismo accademizzante e solo negli anni ‘70
la rivoluzione verista del giovane Gemito e compagni tese a sviluppare diversamente
la propria arte Con l’Unità veniva chiuso anche l’ultimo
opificio borbonico rimasto, quello delle pietre dure.
Nell’arte del Novecento la città non è più protagonista
attiva; è solo marginale, infatti, l’adesione al futurismo. Nel
1946 il Gruppo Sud apre ai problemi sociali e nel ‘50 un gruppo si riconosce
nel movimento Arte Concreta (Tatafiore e altri) mentre altri si volgono
al neorealismo (Armando De Stefano, Raffaele Lippi). Negli anni ‘50-’60
le correnti più moderne entrano nell’ambiente napoletano: l’informale
(Domenico Spinosa), la pittura nucleare (Mario Colucci), la Pop Art (Gianni
Pisani), l’arte concettuale (Carlo Alfano). Più di recente con
Mimmo Paladino, Nino Longobardi ed Ernesto Tatafiore notevole è stata
la partecipazione dei napoletani al movimento della transavanguardia. Ma in
questo dibattito la città protagonista dell’arte del tempo era
assente.
Il 23 dicembre 1995, in piazza Plebiscito, simbolo della nuova
Napoli, s’inaugurava la Montagna del sale di Mimmo Paladino,
forse la più complessa operazione legata all’arte contemporanea
mai messa in cantiere, in Italia, a cura di un ente pubblico. Memorabile l’impatto
della Montagna sulla città. Per dirla con Mimmo Paladino «La gente
voleva assistere al gesto dell’artista, al miracolo dell’arte».
Per la prima volta la piazza più importante di una città diventa
teatro dell’arte contemporanea. Subito l’opera di Paladino conquista
una popolarità imprevista, suscitando l’interesse dei napoletani,
la curiosità dei turisti e l’attenzione dei mass media di tutto
il mondo. L’evento artistico supera i confini ristretti del museo per
entrare in rapporto diretto con un pubblico vasto che se ne appropria, giudicando,
dibattendo e, alle volte, anche litigando. L’arte torna ad essere un
fatto popolare, e Piazza del Plebiscito un luogo della comunità che
riunisce per dividersi o incontrarsi, ma soprattutto per discutere. Da allora
in poi alcuni artisti di prestigio mondiale hanno accettato di intervenire
nella piazza-simbolo della città, testimoniando con le loro opere il
prestigio e il successo della manifestazione. Dopo Paladino sono intervenuti
in Piazza Plebiscito Jannis Kounellis, Mario Merz, Gilberto Zorio, Giulio Paolini,
Anish Kapoor, Joseph Kosuth, Rebecca Horn, Richard Serra ecc.
Il progetto (le “Stazioni dell’arte”)
si propone di corredare tutte le stazioni con installazioni di opere d’arte
moderna e, in alcuni casi, di progettare le stazioni stesse come “opere
d’arte”, affidandone la progettazione ad artisti ed architetti
di fama internazionale.
Le installazioni un evento capace di irrompere con effetti “magici” negli
scenari quotidiani.
Poi la fondazione del PAN, il centro di documentazione per
le arti visive e quasi a conclusione del percorso arriva il MADRE.
Il Palazzo Donnaregina 
Il Madre,
Museo d’Arte contemporanea,
ha la propria sede nel Palazzo Donnaregina di via Settembrini che
versava in uno stato rovinoso al momento dell’acquisto da parte
della Regione che lo ha sottratto all’abbandono e gli ha dato
un ruolo, una funzione e una nuova vita. L’edificio è stato
ristrutturato da Àlvaro Siza, uno dei maestri riconosciuti dell’architettura.
L’opera di Siza è stata straordinaria per la sensibilità,
la flessibilità, e, secondo alcuni, la poesia con cui l’architetto
portoghese è intervenuto sul restauro dell’edificio
che presentava una serie di stratificazioni storiche che hanno interessato
tutta l’area dell’attuale Via Duomo tra la fine del XVI
sec., a seguito della Controriforma, ed il XVII sec. in cui vengono
realizzate varie modificazioni dell’insula monastica del
convento di Donnaregina, dall’attuale Largo Donnaregina fino
a Via Settembrini. Da questo lato, in particolare, l’edificio
si trova sul limite dell’antica murazione greca, di cui resti
sono infatti venuti alla luce nel corso dei lavori
Si ha notizia dell’esistenza di un edificio in uno slargo
adiacente alla Chiesa all’inizio del XIX sec.: si sa infatti che nel
1802 viene fondato un “ritiro di donne”, denominato S. Maria
del Buon Consiglio, nel Palazzo Capano. In seguito alla soppressione
dei monasteri, l’edificio venne abbandonato dai religiosi
e trasformato in “Monte
di pegni di pannine…..a special sollievo dell’infima
classe” divenendo
definitiva proprietà del Banco di Napoli insieme al suolo antistante.
I lavori per l’apertura della via Duomo (luglio 1861), inaugurata nel
1868, e la sistemazione di via Foria, che rendono la zona di rilevante valore
urbanistico e quindi economico, convincono il Banco di Napoli (1862-63) a costruire
sul suolo di cui sopra un nuovo edificio. L’esame dei vari ambienti consente
di desumere che il palazzo è costituito da due parti: una, costruita
intorno al 1862, l’altra, di impianto probabilmente seicentesco, fortemente
trasformata alla fine del XIX sec. Pur non rivestendo un carattere architettonico
monumentale o di particolare interesse storico o artistico, l’edificio
presenta una composizione formale elegante e molto caratteristica dell’edilizia
napoletana della seconda metà dell’Ottocento. Sia agli inizi del ‘900
che negli anni successivi al secondo dopoguerra l’edificio aveva subito
trasformazioni architettoniche improprie, come la creazione di un atrio sopraelevato
nel cortile e, dal lato della Chiesa di Donnaregina, di un notevole volume
in cemento armato che occultava l’antica facciata seicentesca.
Il progetto di recupero si è concretizzato attraverso un
lavoro di “sottrazione” e di sensibile rispetto degli ambienti
e dei materiali originari da condurre a nuove fruizioni. Viene demolito il
volume di cemento armato per consentire la vista della Chiesa di Donnaregina
e ridisegnato il muro di confine per consentire una relazione con gli imponenti
corpi di fabbrica di quel magnifico monumento. In più il recupero dell’antica
facciata del Palazzo Capano con quel che resta del portale originario di piperno.
L’obiettivo di fondo in cui Siza si è mosso era quello di rivitalizzare
strutture appartenenti a epoche diverse, fortemente compromesse nel tempo da
continue alterazioni e dall’attribuzione di funzioni eterogenee non adatte
alla morfologia dell’edificio e dei suoi spazi, tra presenze di valore
e zone fortemente degradate, con la curiosità di un esploratore, con
lentezza e attenzione, con raffinata strategia e grande sensibilità.
Siza infatti, pur nutrendo un profondo rispetto per l’esistente, dimostra
con la sua opera di avere a lungo interrogato le diverse stratificazioni della
storia al fine di rintracciare un filo conduttore capace di risignificare l’intera
fabbrica. Il maestro portoghese non redige una graduatoria di valore tra le
parti da conservare e quelle su cui invece è possibile operare cambiamenti
e adeguamenti, egli va alla ricerca del “senso” del nuovo progetto.
Ecco allora il recupero del senso e dello spazio del cortile principale, l’organizzazione
del flusso dei percorsi teso a connettere il fronte di via Settembrini con
il cortile racchiuso tra via Loffredi e vico Donnaregina, e l’utilizzo
di parte delle coperture. Il ripristino, per tutti i piani, della sequenza,
ideale per un percorso espositivo, di stanze regolari disposte intorno al cortile,
eliminando tramezzature posticce e corridoi attraverso un estenuante lavoro
di connessioni e ricuciture, di piccole invenzioni e sorprendenti riletture
dello spazio, il tutto ottenuto con pochi ed essenziali materiali: l’intonaco
bianco che riunifica le membrature murarie possenti con le sottili contropareti
di cartongesso e la pietra con la quale caratterizza pavimenti e battiscopa.
Tutto il resto è spazio, forma dell’interno e armonia dei volumi,
dosaggio della luce naturale ed equilibrio delle luci artificiali, luoghi e
sistemi per esporre e allestire, percorsi dove l’uomo è guidato
con affettuosa precisione.
Al piano terra è stata realizzata una grande sala polifunzionale
per esposizioni o attività culturali varie nascosta alla vista esterna
perché ricavata al di sotto del cortile assecondando i dislivelli
esistenti e scavando in una piccola porzione di superficie.
Le collezioni 
L’edificio che
ospita il Madre ha una
superficie di circa 8000 metri quadrati di cui circa 4500 netti dedicati
alle esposizioni permanenti e temporanee, distribuiti su 4 livelli.
Il Madre raccoglie, secondo una scelta espositiva e curatoriale
attuata dal direttore Eduardo Cicelyn in collaborazione con il capo
curatore Mario Codognato, tra i maggiori contributi dell’arte
contemporanea nazionale ed internazionale.
Al primo piano sono collocate molte opere “monumentali“ permanenti,
realizzate in loco da artisti contemporanei molti dei quali erano reduci dalle
installazioni di Piazza del Plebiscito. La prima stanza è quella
sviluppata su due livelli, da Francesco Clemente, con un
affresco di proporzioni monumentali. Per la presentazione del suo
lavoro nella città di nascita
egli utilizza seducenti e colorate immagini tribali a tutto campo sulle pareti
che ben si armonizzano con le singolarissime maioliche disegnate dall’artista
e fatte realizzare per l’occasione e che sembrano ripercorrere la memoria
dell’infanzia, luoghi e simboli antichi di Napoli. Subito dopo
incontriamo la Sala di Luciano Fabro, uno dei principali
esponenti dell’arte
povera, che con l’opera il “Cielo di Gennaro” un’installazione
in ferro, dipinto come un cielo stellato che sembra carta concepita
per il Madre vuole
stimolare il pubblico a nuovi coinvolgimenti percettivi in relazione
allo spazio. È l’opera
di Jeff Koons a rielaborare la comunicazione attraverso un vocabolario
visivo che fa riferimento alla pubblicità commerciale e all’industria
dell’intrattenimento. Le opere di Anish Kapoor conducono
alle energie opposte, le antitesi che costituiscono il mondo visibile:
luce e ombra, negativo e positivo, maschile e femminile, materiale
ed immateriale, interno ed esterno, pieno e vuoto. Nell’incavo sul pavimento operato in una sala
spiazza lo spettatore veicola il suo sguardo verso l’infinito, verso
le viscere della terra. Altre volte riveste le sue opere di polvere rossa rendendo
le stesse come l’arte impalpabili. Suggestiva la stanza di Mimmo
Paladino con una scultura bianca di spalle appoggiata alle
pareti su cui si affollano oscuri solchi, evidenziati con il carboncino,
quasi come profondi graffi sulla pelle dilatata. Sono immagini
che rimandano ad un universo arcano e primitivo. E poi ancora l’installazione
di Jannis Kounellis che
presenta un’enorme ancora appoggiata ad una vetrata intervallata da alcuni
vetri colorati a rappresentare Napoli città di mare e il suo ruolo nella
storia dell’arte non solo locale. Ancora teschi, ma stavolta in bronzo,
celati da specchietti illuminati, nella sala Rebecca Horn, le famose “capuzzelle” di
qualche anno fa di Piazza Plebiscito. Gli specchi muovendosi riflettono
la propria luce sulle pareti come aureole che vanno verso l’alto o il
verso basso come le alterne fortune della città. Ancora
molto interessante la tempesta di segni marroni nella stanza di Richard Long dove
le pareti sono coperte di pennellate e colatura di fango colorato. Infine la
stanza di Sol LeWitt dove l’idea o appunto il concetto rappresenta
l’aspetto più importante dell’opera d’arte.
Il secondo piano offre una panoramica estremamente interessante
e rappresentativa della vicenda artistica del periodo che va dalla fine degli
anni Cinquanta all’inizio dei Novanta, e si compone di una serie
di opere prestate a tempo indeterminato da galleristi e collezioni private
di tutto il mondo: oltre 100 lavori di autori che hanno determinato la
storia più recente dell’arte contemporanea. Opere
storiche, quindi, in prestito da diverse collezioni nazionali ed
internazionali, dalla collezione Sonnabend di New York, dalla collezione Esposito di
Napoli e dalla collezione Stein di Milano, dalla collezione Burri,
dalla collezione Enea Righi e dalla collezione Antonello Manuli.
Importanti contribuiti provengono dalla Fondazione Fontana, da Claudia
GianFerrari e da Stefano D’Ercole. Alcune opere provengono
direttamente dalle collezioni degli artisti (Damien Hirst, Jannis Kounellis,
Richard Long, Nino Longobardi, Giulio Paolini, Robert Rauschenberg e Jeff Wall).
Inoltre, hanno concesso prestiti significativi la Fondazione Morra Greco di
Napoli, la Weltkunst Foundation di Zurigo, la collezione Titze di
Parigi, l’Archivio Alfano di Napoli, Anna Amelio Santamaria di
Napoli, Annarosa e Giovanni Cotroneo di Roma, Dorothee Fischer di
Dusseldorf, Michael Kewenig di Colonia, Gianni Manzo di Milano, MaximArt di
Mendrisio, Mimmo Sconamiglio di Napoli e Michael Werner di
Colonia. L’esposizione punta l’attenzione sui passaggi più significativi
delle esperienze artistiche del dopoguerra: arte povera, concettuale, new dada,
pop art, minimalismo, transavanguardia. I curatori hanno inteso, nella scelta
delle opere e negli accostamenti proposti, verificare la dialettica costante,
spesso la sovrapposizione linguistica, alcune volte gli scarti e i conflitti,
non solo tra le diverse poetiche, ma anche tra le varie aree geografiche (europea
e americana) con un occhio speciale rivolto all’Italia e a Napoli. Si è dunque
cercato di avere in mostra opere fortemente connotate dal punto di vista storico,
per poter verificare l’evoluzione del concetto di opera d’arte
(per uso dei materiali, delle tecniche, del progetto e della composizione)
in un contesto geopolitico da sempre senza frontiere. Tra gli autori
presenti ricordiamo Robert Rauschenberg, Cy Twombly, Andy
Warhol con una colorata, celeberrima Liz Taylor del 1963 e
una serie di tre Jackie Kennedy, eseguita all’indomani dell’assassinio
di Dallas. E ancora Gilbert and George con uno “Shitty
World” del 1996, già esposto al Pan nella mostra di
inaugurazione, Roy
Lichtenstein, e i tanti italiani impegnati nella ricerca artistica contemporanea
da Alberto Burri a Lucio Fontana a Piero Manzoni, Gianni
Pisani e così via.
L’esposizione vuole inoltre ringraziare pubblicamente il
lavoro quarantennale delle gallerie napoletane, tra le più attive
e moderne in Italia, le quali hanno saputo offrire sempre in tempo
reale una documentazione efficace della storia che il Museo Madre si accinge
ora a raccontare in modo organico.
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