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di Giuseppe
Silvestri
Fino agli anni ‘60, nell’isola d’Ischia, il
trasporto era assicurato dai carretti che percorrevano le strade ancora strette
e polverose con carichi che cambiavano a seconda delle stagioni; essi si costruivano
anche sull’isola, dove c’erano i “mannesi”,
come erano detti i maestri esperti in quest’arte. Se ne ricordano tre:
mastro Enrico, mastro Filuccio e mastro Eduardo.
Ferracavallo era detto il maniscalco. Tra i diversi tipi
di carretto, quello più grande era utilizzato per il trasporto del vino
in barili di 44 litri o in piccole botti di 200 o 400 litri.
Alla base di circa 4 metri venivano collegate le “stanghe”,
alle quali era attaccato il mulo o il cavallo. Il carretto per il trasporto
del vino o di merce più pesante si distingueva per le ruote molto grandi
di diametro, perché facilitavano i lunghi percorsi ed in modo particolare
i saliscendi che caratterizzano le strade dell’isola.
Le parti fondamentali del carretto sono:
- la base o piano su cui poggia il carico;
- il centro delle ruote era detto “miullo”, costruito
in legno di olmo;
- i raggi (12) fatti di legno di quercia (cierkule);
- “caviglie” erano dette le parti in legno sotto
il cerchio di ferro (‘u chirchione) che avvolgeva la
ruota e che si ricavava da una staffa di ferro di 4 cm di larghezza e di cm
2 di spessore; per piegarla era molto faticoso: si batteva con la “mazza
di ferro” su una pietra a forma di gomito e piano piano si riusciva a
darle la forma circolare.
- la “martellina”, freno applicato alle ruote;
- la “stecca” un pezzo a cui venivano legati i tiranti;
ad una “pulergia”era legata la corda che azionava il freno.
Sul carretto si sistemavano fino a 24 barili di 44 litri ciascuno.
Tra una fila e l’altra venivano poste, per tenerli fermi, le “stole ‘e
rieste”. Queste venivano recuperate sulla banchina di Casamicciola, dove
giungeva la barca che portava il ghiaccio da Sorrento o da Napoli avvolto appunto
in questa sorta di tappeti di canapa.
I barili erano tenuti fermi sul carretto da due corde parallele
che partivano dalle stanghe ed erano tenute in trazione da un argano detto “mulinielle”.
- La “traversa”: ad essa era attaccato il “valanzine”,
cioè “cavallo a lato”, mentre generalmente alle stanghe
era posto il mulo. “U valanzin ‘nfaccia ‘a scesa nun
fatica” (il cavallo a lato in discesa non lavora, perché la “traversa” non
era fissata in modo rigido al carretto.
- “U petturale”: le cinture di cuoio che passavano
sul petto del mulo.
- “U guardemiente”; apparato sulla groppa del mulo
per il collegamento alla carretta.
- “A varde” posta sulla groppa, fatta di legno di
pioppo; su di essa si sistemava il carico.
- “A varricchiella”: barilotto di quattro litri che
veniva riempito e dato in omaggio al carrettiere.
Quando da una cantina ”si faceva vino”, cioè il
contadino vendeva una o più botti ad uno dei diversi imprenditori che
c’erano ad Ischia, la carretta (si usava di più il femminile)
sostava presso la cantina o, quando non c’era la strada, in alcuni casi
anche a qualche centinaio di metri di distanza. In questo caso nelle vicinanze
della carretta era sempre presente qualche persona a cui piaceva molto il vino
e che, approfittando della lontananza del carrettiere, toglieva il tappo da
uno dei barili già caricati ed attraverso un tubicino di canna beveva
avido direttamente dal barile.
Altri modelli di carretto, soprattutto trainati da asini
o da pony, portavano le ruote molto più piccole ed agivano all’interno
del paese per il trasporto di merci diverse.
In ogni paese c’era qualche “carrettiere”, una
persona cioè che svolgeva l’attività di trasportare mobili
o altra merce.
Un’occasione di lavoro in più subentrò negli
anni ’50, quando si diffusero le cucine a gas. Allora il carrettiere
era chiamato anche per il trasporto della bombola dal rivenditore alla casa
del cliente. A Lacco Ameno, fino agli anni ’60, svolgeva questa attività Raffaele
Calise con una carretta a ruote piccole tirata da un asino che era invecchiato
insieme al suo padrone e nel corso degli anni era diventato sempre più lento
e mansueto, ma entrambi continuavano a svolgere con impegno e pazienza il loro
compito, pur con qualche comprensibile “impuntatura” che diventava
sempre più frequente con il trascorrere del tempo.
Migliaia di volte aveva percorso all’alba di ogni giorno
la litoranea Lacco-Casamicciola, per portare all’imbarco della motonave “Ondina” barili
di vino o casse di legno contenenti i prodotti della particolare industria
lacchese della paglia che allora venivano esportati in molti paesi.
Qualcuno ricorda il Calise che, in un’epoca in cui vari
ragazzi frequentavano il seminario d’Ischia, caricava il suo carretto
di brande, tavolini, materassi, sedie (tutto i seminaristi dovevano portarsi
da casa) e si dirigeva per un lungo e faticoso viaggio verso Ischia Ponte:
segno tangibile che erano terminate le vacanze. Il tragitto opposto era fatto
nel mese di giugno alla fine dell’anno scolastico. Un’altra incombenza
settimanale di Raffaele era al servizio del tabaccaio Buonocore: un giorno
stabilito si recava ad Ischia dal grossista a prelevare il quantitativo di
sale e sigarette.
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