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Nell’ambito dell’agricoltura dell’isola
d’Ischia si inserisce l’attività del “Fecciaiuolo”,
così in termine dialettale era detto il commerciante che si
dedicava alla raccolta di alcuni derivati del processo di vinificazione.
Se ne trovano riferimenti e testimonianze già nell’Ottocento
ed essa fu legata, a Lacco Ameno, alla famiglia Climaco: ai cugini
Filippo, Vincenzo e Giovanni ed in particolare Filippo ne fu il massimo
rappresentante, continuando l’attività già svolta
dal padre Pasquale. Aveva un deposito a Forio in via Cierco ed un altro
a Lacco Ameno in via Casamonte, sottostante la sua abitazione. Operava
su tutto il territorio isolano ed è opportuno anche ricordare
che a Testaccio c’era un signore di nome Francesco Conte che
pure svolse il lavoro del “Fecciaiuolo”, come per un certo
periodo Giovanni Conte.
Il loro lavoro era strettamente legato a quello del contadino.
In settembre-ottobre, tempo di vendemmia, c’era la raccolta dei vinaccioli
(arille). Terminate tutte le operazioni di pigiatura e torchiatura,
la “vinaccia” (insieme di graspi, vinaccioli e bucce) veniva passata
allo staccio in modo da separare i vinaccioli.
I Fecciaiuoli sapevano per esperienza dove e quando veniva
fatta questa operazione, quindi passavano per acquistare i vinaccioli. Inutile
dire che spesso si aprivano lunghe trattative tra il proprietario ed il commerciante,
a volte basate su qualche lira appena di differenza. Capitava spesso che si
interrompeva il rapporto per poi riprenderlo dopo qualche giorno. In questo
era famoso il “Fecciaiuolo” Vincenzo che, prima di concludere,
andava e veniva almeno due o tre volte. Comunque in genere la trattativa aveva
buon fine. Per l’acquirente era necessario che il prodotto fosse pulito,
non doveva contenere terreno, né bucce, né polvere.
Considerando l’alta produzione di uva e di vino che
c’è stata ad Ischia fino agli anni ‘60, si comprende che
erano centinaia i quintali di vinaccioli raccolti ed ammucchiati nei depositi,
sì che gli imprenditori che venivano da Sant’Antimo (Na) potessero
valutare e concordarne il prezzo ed il quantitativo. I vinaccioli venivano
pesati e poi insaccati ed il sacco chiuso con lo spago tramite un ago (zaffarac)
Era opportuno per Natale concludere la vendita dei vinaccioli
perché bisognava liberare i depositi e renderli disponibili per la raccolta
della feccia. Allora il travaso del vino non avveniva in novembre, come oggi,
ma dopo Natale e nel mese di gennaio. Il vino si teneva più a lungo
nelle botti e quindi sulla feccia anche perché si tentava di venderlo
direttamente al momento opportuno.
Per feccia si intende il deposito sul fondo della botte
che si forma durante l’evoluzione del mosto in vino.
E dunque, tolto il vino, essa veniva prelevata e distribuita
su una zolla di terreno a forma quadrata o rettangolare perché iniziasse
a prosciugarsi. Dopo qualche giorno si prendeva con le mani e si attaccava
ai muri della cantina o della casa stessa del contadino ed infine dopo qualche
settimana a pezzetti si distribuiva sul lastrico solare perché si concludesse
l’essiccazione. Bisognava stare all’erta perché in caso
di minaccia di pioggia si raccoglieva e si copriva bene per evitare che si
bagnasse. Poi si stendeva di nuovo al sole. Tutta l’operazione durava
almeno una ventina di giorni. In genere il “Fecciaiuolo” comprava
la feccia già secca o semisecca, ed in questo caso era lui stesso a
completarne la preparazione.
La qualità della feccia era determinata in base al
suo colore: quella buona di colore chiaro, quella discreta di colore scuro.
Anche a questo facevano attenzione i compratori per discuterne il prezzo.
In primavera si raccoglieva il tartaro. Quando le botti
erano ormai vuote, il contadino per pulirle staccava il tartaro che si era
formato sulle pareti interne, lo raccoglieva ed infine lo esponeva al sole
sul lastrico solare perché si essiccasse. Questo prodotto (si usava
di più il termine nitro; in dialetto, u’ nitrə)
era molto delicato, essiccandosi perdeva di peso perciò veniva acquistato
già secco.
Mi viene da pensare ai tanti lastrici solari sparsi nelle
campagne ischitane che, durante il corso dell’anno, erano sempre impegnati
nell’essiccazione di qualche cosa fin quando ad Ischia ci fu una elevata
produzione di vino e l’agricoltura era fiorente. E tutto era sapientemente
sfruttato. Dagli ultimi residui della vinaccia alcuni ricavavano la grappa,
prima che fosse sparsa nel terreno come concime. Quando il vino diventava spunto
si vendeva naturalmente con difficoltà ed a basso prezzo perché fosse
ricavato alcool.
Ma, ritornando all’attività dei cugini Climaco
ed in particolare di Filippo, questi, dai depositi del Cierco in Forio (che
tenne fino al 1955, poi trasferì tutto a Lacco) per le spedizioni si
serviva delle carrette trainate dai muli. Da Lacco invece fu utilizzato il
camion che portava i sacchi a Porto d’Ischia dove erano imbarcati sulla
motonave “Peppino Colella” che teneva i collegamenti con Napoli.
Tra gli imprenditori di Sant’Antimo che trattavano
questi prodotti a scopo industriale (venivano poi esportati anche al Nord),
si ricordano i fratelli Polito. Infine è opportuno dire che dai vinaccioli
si ricavava un olio leggero e limpido, la feccia serviva per prodotti farmaceutici,
il tartaro o nitro nell’industria bellica o in combinazione con la polvere
da sparo.
Il mestiere dei “Fecciaiuoli” si può considerare
concluso a Ischia intorno al 1970, con la crisi dell’agricoltura ed in
particolare con quella della coltivazione della vite.
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