La Rassegna d'Ischia 2007
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Un’attività antichissima della viticoltura
I Fecciaiuoli *

di Giuseppe Silvestri



    Nell’ambito dell’agricoltura dell’isola d’Ischia si inserisce l’attività del “Fecciaiuolo”, così in termine dialettale era detto il commerciante che si dedicava alla raccolta di alcuni derivati del processo di vinificazione. Se ne trovano riferimenti e testimonianze già nell’Ottocento ed essa fu legata, a Lacco Ameno, alla famiglia Climaco: ai cugini Filippo, Vincenzo e Giovanni ed in particolare Filippo ne fu il massimo rappresentante, continuando l’attività già svolta dal padre Pasquale. Aveva un deposito a Forio in via Cierco ed un altro a Lacco Ameno in via Casamonte, sottostante la sua abitazione. Operava su tutto il territorio isolano ed è opportuno anche  ricordare che a Testaccio c’era un signore di nome Francesco Conte che pure svolse il lavoro del “Fecciaiuolo”, come per un certo periodo Giovanni Conte.
    Il loro lavoro era strettamente legato a quello del contadino. In settembre-ottobre, tempo di vendemmia, c’era la raccolta dei vinaccioli (arille). Terminate tutte le operazioni di pigiatura e torchiatura, la “vinaccia” (insieme di graspi, vinaccioli e bucce) veniva passata allo staccio in modo da separare i vinaccioli.
    I Fecciaiuoli sapevano per esperienza dove e quando veniva fatta questa operazione, quindi passavano per acquistare i vinaccioli. Inutile dire che spesso si aprivano lunghe trattative tra il proprietario ed il commerciante, a volte basate su qualche lira appena di differenza. Capitava spesso che si interrompeva il rapporto per poi riprenderlo dopo qualche giorno. In questo era famoso il “Fecciaiuolo” Vincenzo che, prima di concludere, andava e veniva almeno due o tre volte. Comunque in genere la trattativa aveva buon fine. Per l’acquirente era necessario che il prodotto fosse pulito, non doveva contenere terreno, né bucce, né polvere.
    Considerando l’alta produzione di uva e di vino che c’è stata ad Ischia fino agli anni ‘60, si comprende che erano centinaia i quintali di vinaccioli raccolti ed ammucchiati nei depositi, sì che gli imprenditori che venivano da Sant’Antimo (Na) potessero valutare e concordarne il prezzo ed il quantitativo. I vinaccioli venivano pesati e poi insaccati ed il sacco chiuso con lo spago tramite un ago (zaffarac)
    Era opportuno per Natale concludere la vendita dei vinaccioli perché bisognava liberare i depositi e renderli disponibili per la raccolta della feccia. Allora il travaso del vino non avveniva in novembre, come oggi, ma dopo Natale e nel mese di gennaio. Il vino si teneva più a lungo nelle botti e quindi sulla feccia anche perché si tentava di venderlo direttamente al momento opportuno.
    Per feccia si intende il deposito sul fondo della botte che si forma durante l’evoluzione del mosto in vino.
    E dunque, tolto il vino, essa veniva prelevata e distribuita su una zolla di terreno a forma quadrata o rettangolare perché iniziasse a prosciugarsi. Dopo qualche giorno si prendeva con le mani e si attaccava ai muri della cantina o della casa stessa del contadino ed infine dopo qualche settimana a pezzetti si distribuiva sul lastrico solare perché si concludesse l’essiccazione. Bisognava stare all’erta perché in caso di minaccia di pioggia si raccoglieva e si copriva bene per evitare che si bagnasse. Poi si stendeva di nuovo al sole. Tutta l’operazione durava almeno una ventina di giorni. In genere il “Fecciaiuolo” comprava la feccia già secca o semisecca, ed in questo caso era lui stesso a completarne la preparazione.
    La qualità della feccia era determinata in base al suo colore: quella buona di colore chiaro, quella discreta di colore scuro. Anche a questo facevano attenzione i compratori per discuterne il prezzo.
    In primavera si raccoglieva il tartaro. Quando le botti erano ormai vuote, il contadino per pulirle staccava il tartaro che si era formato sulle pareti interne, lo raccoglieva ed infine lo esponeva al sole sul lastrico solare perché si essiccasse. Questo prodotto (si usava di più il termine nitro; in dialetto, u’ nitrə) era molto delicato, essiccandosi perdeva di peso perciò veniva acquistato già secco.
    Mi viene da pensare ai tanti lastrici solari sparsi nelle campagne ischitane che, durante il corso dell’anno, erano sempre impegnati nell’essiccazione di qualche cosa fin quando ad Ischia ci fu una elevata produzione di vino e l’agricoltura era fiorente. E tutto era sapientemente sfruttato. Dagli ultimi residui della vinaccia alcuni ricavavano la grappa, prima che fosse sparsa nel terreno come concime. Quando il vino diventava spunto si vendeva naturalmente con difficoltà ed a basso prezzo perché fosse ricavato alcool.
    Ma, ritornando all’attività dei cugini Climaco ed in particolare di Filippo, questi, dai depositi del Cierco in Forio (che tenne fino al 1955, poi trasferì tutto a Lacco) per le spedizioni si serviva delle carrette trainate dai muli. Da Lacco invece fu utilizzato il camion che portava i sacchi a Porto d’Ischia dove erano imbarcati sulla motonave “Peppino Colella” che teneva i collegamenti con Napoli.
    Tra gli imprenditori di Sant’Antimo che trattavano questi prodotti a scopo industriale (venivano poi esportati anche al Nord), si ricordano i fratelli Polito. Infine è opportuno dire che dai vinaccioli si ricavava un olio leggero e limpido, la feccia serviva per prodotti farmaceutici, il tartaro o nitro nell’industria bellica o in combinazione con la polvere da sparo.
    Il mestiere dei “Fecciaiuoli” si può considerare concluso a Ischia intorno al 1970, con la crisi dell’agricoltura ed in particolare con quella della coltivazione della vite.


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