Note al testo di Strabone
1) Sinuessa - Chiamata anche Sinope, città
del Lazio ai confini della Campania; vi si produceva buon vino e aveva
bagni termali molto frequentati (Aquae Sinuessanae); oggi rovine della
città presso Mondragone. Plinio (Storia Naturale, III, 60 sgg.):
« ... (c’è infine Sinuessa, l’ultimo luogo
del Lazio aggiunto, che alcuni dicono si chiamasse Sinope). Da qui comincia
la celebre Campania Felice; da questo punto hanno inizio i colli pieni
di viti e l’ubriachezza nobilitata da un succo famoso nel mondo
intero e, come dissero gli antichi, comincia qui l’estrema lotta
di Libero Padre con Cerere. Di qua si estendono il territorio di Sezze
e quello Cècubo; si uniscono a questi il Falerno e il Caleno;
poi s’innalzano il Massico, i monti Gaurani e Sorrentini. Là
si distendono i campi Leborini e si monda il grano. Queste spiagge sono
bagnate da sorgenti calde e, per di più, son rese celebri dai
molluschi e dai pesci eccellenti che si trovano in tutto il mare. In
nessun luogo il liquore dell’olivo è di migliore qualità:
è oggetto di gara anche questo, per il piacere umano. Possedettero
successivamente la Campania gli Osci, i Greci, gli Umbri, gli Etruschi,
i Campani. Sulla costa è il fiume Savone, la città di
Volturno col fiume omonimo; Literno; Cuma fondata dai Calcidesi; Miseno,
il porto di Baia, Bacoli, i laghi Lucrino e Averno, presso il quale
sorgeva la città di Cimmerio; poi Pozzuoli, detta colonia Dicearchia,
e alle spalle di essa, i Campi Flegrei e la palude Acherusia, vicina
a Cuma; di nuovo sulla costa, Napoli, anch’essa di fondazione
calcidese, chiamata Partenope dalla tomba di una delle Sirene; Ercolano,
Pompei, da cui si vede non lontano il Vesuvio, bagnata dal fiume Sarno;
il territorio nocerino e Nocera stessa, distante 9 miglia dal mare;
Sorrento col promontorio di Minerva, un tempo sede delle Sirene. All’interno
sono le colonie di Capua, Aquino, Suessa, Venafro, Sora, Teano Sidicino,
Nola; e le città di Avellino,...»
2) Cratere - In tal modo si indicava anche la pianura campana che si
affaccia sul golfo di Napoli compreso tra Sorrento e capo Miseno.
3) Ateneo - Detto capo era così denominato per la presenza di
un santuario dedicato alla dea Atena, ubicato sulla Punta della Campanella;
l’area è stata localizzata sulla spianata che domina la
cala di Mitigliano.
4) Gli Opici o Osci sono un popolo distinto dagli Ausoni. Ma Antioco
chiamava Opici tutti i Sanniti, donde la sua tesi circa gli Ausoni Campani.
5) Il nome Capua spesso da alcuni autori è stato collegato, secondo
un’etimologia di epoca romana, al latino caput, come se la città
avesse costituito quasi il capo della dodecapoli. Altri fanno riferimento
ad un eponimo troiano (Capi), forse quello stesso Capi, padre di Anchise
che era considerato anche eponimo di Capyai in Arcadia, o un Capi compagno
di Enea; Tito Livio parla di un eponimo sannita. Un sepolcro dell’eroe
Capi si è conservato a Capua fino al tempo di Cesare. Plinio
(N. H.,III, 63) connette il nome Capua con campus, seguendo un’etimologia
diffusa tra i Latini (“così detta dalla pianura di 40 miglia
in cui sorge” - ab campo dicta - ). L’antica Capua corrisponde
all’odierna S. Maria Capua Vetere, mentre l’attuale Capua
corrisponde all’antica Casilinum, piccolo centro fortificato su
un’ansa del Volturno.
6) Literno - Piccola cittadina osca a nord della foce del fiume Liternus
(nome che assumeva in questa parte il fiume Clanio, corso d’acqua
torrentizio, tortuoso e paludoso, oggi non più esistente), ove,
dopo la seconda guerra punica, fu dedotta, allo scopo di fortificare
il litorale, una delle più antiche colonie romane in Campania
(194 a. C.), insieme con un’altra a Volturnum. Entrambe appartennero
alla classe delle Coloniae maritimae civium, ma sia per lo scarso afflusso
di visitatori, sia per l’insalubrità del territorio, Liternum
ebbe sempre limitata importanza, ma deve la sua celebrità a Publio
Cornelio Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale, che disgustato
dalle accuse e dal processo che gli avevano intentato i suoi nemici,
qui si ritirò , in una modesta villa, attendendo ai lavori agricoli;
qui morì nel 183 a. C. circa. Oggi villaggio di Patria.
7) Volturno - Volturnus o Vulturnus: ha origine nel versante sud-orientale
del M. Metuccia; un canale gli porta le acque copiose della Sorgente
Capo Volturno (nel pendio orientale del M. della Rocchetta), dalla quale
comunemente si dice che nasca il fiume; finisce nel Tirreno con un delta
che dal 1616 al 1876 è avanzato di quasi due chilometri.
8) Oltre la Cuma campana c’erano un’omonima città
eolica ed un’altra di cui ci ha conservato il ricordo Stefano
di Bisanzio; questa terza Cuma sorgeva sulla costa orientale dell’Eubea
(oggi si chiama Koumi). Si suppone che «per fondare la città
campana, Calcide fornì le navi, e la sua vicina, la Cuma euboica,
da cui la colonia prese il nome, un certo contingente di uomini, oltre
che uno dei due ecisti» (J. Bérard, La Magna Grecia, Piccol
Biblioteca Einaudi).
9) Questa indicazione contrasta con quanto dice Tito Livio (Ab urbe
condita, VIII, 22,5 : «... Primo in insulas Aenariam et Pithecusas
egressi, deinde in continentem ausi sedes transferre» / Dapprima
si stabilirono nelle isole di Enaria e di Pitecusa, e solo più
tardi osarono trasferirsi sul continente) e con le risultanze (reperti
funerari portati alla luce da G. Buchner nella valle di San Montano,
a Lacco Ameno), e che cioè l’isola d’Ischia fu colonizzata
prima di Cuma. Peraltro ci sarebbe da soffermarsi sui due termini greci
palaioév e preésbuv che potrebbero far riferimento il
primo all’idea di antica data, in senso generico, il secondo a
un’idea di dignità, importanza e sviluppo, per cui Cuma,
colonia antichissima, fu la più importante delle città
italiote e siciliane (!?) .
10) Campi Flegrei - Nome designante la penisola calcidica di Pallène
(detta anticamente Flegra, in Macedonia), dove secondo la leggenda si
svolse il combattimento fra gli dei ed i giganti che tentavano di dare
la scalata all’Olimpo. In seguito alla colonizzazione greca dell’Italia
meridionale il vocabolo passò ad indicare la regione di origine
vulcanica stendentesi lungo la costa della Campania a ridosso del golfo
di Pozzuoli. Con i rotondi occhi dei crateri vulcanici i Campi Flegrei
erano considerati la terra dei Ciclopi, gli «Occhi Tondi».
11) Selva Gallinaria - Così detta dalle gallinelle, oggetto di
grosse partite di caccia; con la sua ombra oscurava tutto il litorale
da Literno al Volturno; era temuta dagli antichi per le insidie dei
predoni e nel medioevo fu un covo dei briganti. «E fino a pochi
anni fa la selva, selva mediterranea di ginepri, di lentischi, di elci,
di linterni, maculata dall’oro delle ginestre, ricopriva ancora
la gran fascia litoranea a perdita d’occhio, da Torregaveta alla
lontana catena del Massico. Non era la tremenda Silva Gallinaria, covo
di banditi, temuta dai viandanti, ma era ancora la selva a cui Virgilio
fa chiedere dai compagni di Enea ospitalità di fuoco e di cibo.
Quel che è avvenuto in qualche decennio di questa cintura arborea
che costituiva una provvida difesa frangivento alle culture della bonifica,
è facile vedere: con una delittuosa opera di sterminio se ne
sono sradicate persino le ceppaie e quando s’è visto che
il vento e il mare bruciavano i seminati, s’è corso ai
ripari piantando esili filari di pioppi come se invece di essere su
d’una spiaggia tirrena battuta dal libeccio e dal maestrale, fossimo
nella bassa padana: ed oggi il lido è una landa sabbiosa su cui
infuriano il vento e i marosi» (Amedeo Maiuri, Passeggiate Campane,
Einaudi Editore, 1982).
12) Miseno - Secondo una versione Miseno fu compagno di Ulisse, ma per
altri, già trombettiere di Ettore, fece parte del seguito di
Enea. Un giorno, mentre la flotta era all’àncora lungo
la costa della Campania, osò sfidare gli dei affermando che sapeva
suonare la tromba meglio di qualsiasi essere immortale; ma Tritone,
il dio marino che soleva dar fiato alla bùccina, lo fece annegare
precipitandolo in mare. Fu sepolto sul promontorio che porta il suo
nome (En. VI, vv. 233 sgg.: «.......... Stava sul mare / sonando
il folle con Tritone a gara, / quando da lui, ch’astio sentinne
e sdegno / (se creder dêssi), insidiosamente / tratto giù
da lo scoglio ov’era assiso, / fu ne l’onde sommerso...»
- «... Fece Enea per suo sepolcro / ergere un’alta e sontuosa
mole, / ... che...., or da lui nomata, / Miseno è detta, e si
dirà mai sempre»).
13) Averno - Questo lago craterico presso Cuma esalava vapori mefitici
che non vi permettevano la vita degli animali (donde il nome greco aoèrnov
= senza uccelli). Nelle sue vicinanze gli antichi collocarono l’antro
della Sibilla Cumana e l’ingresso all’oltretomba, varcato
da Ulisse e da Enea; sicché in un secondo tempo, dimenticato
ogni riferimento geografico, con Avèrno si passò a designare
la dimora sotterranea dei morti (En. VI, vv. 350 sgg.).
14)Cimmèri - L’Odissea (XI, vv. 15 sgg.) pone nella terra
di questi mitici abitanti l’ingresso all’Averno: «...
Cimmeri, avvolti da tenebra e nebbia, mai non arriva a guardarli il
sole splendente con i suoi raggi, né di mattina quando s’innalza
verso il cielo pieno di stelle, né quando poi ridiscende dal
cielo verso la terra: tenebra triste si stende sugli infelici mortali.
Là noi giunti, accostammo la nave e da essa prendemmo le vittime;
e noi la corrente d’Oceano allora seguendo camminavamo, finché
fummo al luogo indicato da Circe».
15) Acherusia - Nome di alcune paludi che erano considerate l’accesso
all’oltretomba. La più celebre era presso Menfi in Egitto,
una seconda presso la foce del fiume Acheronte nell’Epiro, una
terza in Campania fra Cuma e il Capo Miseno.
16) Piriflegetonte (o Flegetonte) - Fiume dell’oltretomba greco.
Si credeva che nel suo letto non scorresse acqua, ma il fuoco da cui
hanno origine le lave vulcaniche; donde il significato del vocabolo
(= ardente, ardente per il fuoco). Vi stavano sommersi i parricidi,
i malfattori e i tiranni.
17) Ad Eracle si attribuiva la costruzione della diga che separava dal
mare il lago Lucrino e su cui passava la via Heraclea. Nel lago si praticava
la pesca di eccellenti ostriche.
18) Il lido di Baia in epoca romana visse un periodo di grande splendore.
«L’amore per Baia divenne moda, passione e febbre cocente.
Fu prima una corsa all’accaparramento fra patrizi e magnati della
politica, dell’eloquenza, della ricchezza; poi si distese su tutta
la vastità delle Terme e delle ville imperiali e fu una gara
ambiziosa fra gli imperatori del I, II e III secolo che ebbero più
degli altri la aedificandi voluptas, giù giù fino all’ultimo
grande campione del paganesimo, a Simmaco che, in una Baia fatta ormai
silenziosa (Baiae silentes), ebbe più ville e scrisse le sue
epistole pensando a Cicerone. Ma Baia fu lenta a morire; visse finché
vissero le sue acque che s’inabissavano lentamente, ma inesorabilmente,
nel suolo» (A. Maiuri, op. cit.) - Orazio diceva che non c’era
angolo al mondo più splendente del lido di Baia.
19) Agorà di Efesto = L’odierna Solfatara.
20) Sulle origini di Napoli c’è tutta una letteratura.
Il Pseudo-Scimno dice che la città fu fondata da Cuma per ordine
di un oracolo. Plinio il Vecchio la considera una colonia dei Calcidesi,
chiamata anche Partenope dal nome della Sirena lì tumulata (Parthenope
a tumulo Sirenis appellata). Velleio Patercolo riporta che, dopo la
fondazione di Cuma, una parte dei suoi cittadini andò a fondare
Napoli. Il nome di “città nuova” rimanda ad una “città
vecchia”, che si chiamava Palaepolis (città vecchia), ricordata
da Tito Livio. Tutto ciò fa supporre che la fondazione di Napoli
sia avvenuta in varie fasi; la partecipazione dei Pitecusani in questo
evento si può spiegare con la guarnigione stabilita da Ierone
sull’isola e che poco dopo dovette abbandonarla a causa di una
eruzione vulcanica, trasferendosi sul continente.
21) Ercolano - Così detta perché ritenuta fondata da Eracle
(Heracleion). Da Eracle prendeva il nome anche un villaggio alla foce
del Sarno; nel territorio di Stabia una lapide ricordava il suo passaggio;
Pompei gli aveva consacrato un tempio (e Servio faceva derivare il nome
di Pompei dalla “pompa”, dal corteo trionfale di Eracle);
e un boccale di bronzo con la raffigurazione del rapimento dei buoi
di Gerione testimonia che già nel secolo V il mito era popolare
anche a Capua. I due principali episodi del soggiorno di Eracle in Campania
erano collegati a fenomeni naturali: la lotta di Eracle contro i Giganti,
localizzata, oltre che nella Flegra Pallene della calcidia, anche nei
Campi Flegrei, a causa del suolo vulcanico della regione; e a Eracle
si attribuiva, come detto, la costruzione della diga che separava dal
mare il lago Lucrino e su cui passava la via Herculea.
22) Anche Plinio (N. Historia, III, 82) riferisce che l’isola
di Procida si è formata da materiale emesso dai vulcani di Ischia
(Prochyta, non ab Aeneae nutrice, sed quia profusa ab Aenaria erat /
Procida, così chiamata non dal nome della nutrice di Enea, ma
perché era stata scagliata via da Enaria).
23) «Non è stata finora mai presa in alcuna considerazione
la notizia che quando Tifone si rigira appaiono “talvolta anche
isolette contenenti acqua bollente” e lo stesso vale per l’affermazione
che i primi coloni greci siano stati scacciati, oltre che da terremoti
e eruzioni di fuoco, anche da “eruzioni del mare e di acque bollenti”.
Eppure, indicazioni così specifiche non possono essere state
inventate di sana pianta, specie perché non sono affatto fantastiche
come avranno giudicato, è da pensare, quanti precedentemente
si sono occupati di questo brano di Strabone. Le due notizie sono senz’altro
da collegare e riteniamo perciò che siano state disgiunte soltanto
in un secondo tempo, mentre dovevano trovarsi unite nella fonte originaria.
Così restituito, il racconto è dunque il seguente: si
è avvertita vicino all’isola d’Ischia prima una particolare
agitazione del mare, poi sono apparsi getti di acqua calda e successivamente
si è formata un’isoletta che racchiudeva acqua bollente.
Nient’altro, cioè, che la descrizione concisa di un’eruzione
sottomarina, del tutto analoga a quella avvenuta nel luglio del 1831
nel mare tra Sciacca e Pantelleria che ha formato l’isola Ferdinandea
o isola Giulia, composta interamente di materiale piroclastico sciolto,
tanto da essere nuovamente demolita dai marosi dopo pochi mesi di vita.
I visitatori, che vi sbarcarono quando era cessata l’attività
eruttiva, trovarono che l’isola conteneva due crateri ormai spenti
pieni di acqua in stato di ebollizione che formavano due laghetti gorgoglianti
e fumanti. Si spiega così l’affermazione apparentemente
assurda che l’isoletta ischitana conteneva acqua bollente. Ed
è proprio questo particolare che conferma la nostra interpretazione.
Proponiamo l’ipotesi che quest’isoletta di Tifone, la cui
eruzione dovrebbe essere avvenuta nel VII o VI sec. a. C., potrebbe
essere forse identificata con il piccolo vulcano sommerso della Secca
di Ventotene che si trova a 3 km verso W da Forio (G. Buchner in Tremblements
de terre, éruptions volcaniques et vie des hommes dans la Campanie
antique - Estratto - Bibliothèque de l’Insititut Français
de Naples, 1986).
24) Anche Plinio (N. H., II, 203), descrivendo alcune isole createsi
a seguito di eruzioni vulcaniche, riporta: «Sic et Pithecusas
in Campano sinu ferunt ortas, mox in his montem Epopon, cum repente
flamma ex eo emicuisset, campestri aequatum planitiei. In eadem et oppidum
haustum profundo, alioque motu terrae stagnum emersisse, et alio provolutis
montibus insulam extitisse Prochytam» (Così, raccontano,
si formarono anche le Pitecuse nel golfo di Campania, e ben presto,
lì sopra, il monte Epopo, dopo un’improvvisa eruzione di
fiamme, fu livellato alla piatta distesa dei campi. Nella medesima isola,
una città fu inghiottita nel profondo, e per un altro sommovimento
spuntò uno stagno, e per un terzo, dopo un crollo di montagne,
si costituì l’isola di Procida).
25) I nomi di Nocera (Noukeria) e Nola derivano dalla radice aggettivale
osca neu/nou = nuovo, che nel primo caso si combina al termine ocar
“rocca” usato nel senso di “città”. L’uno
e l’altro significano dunque “città nuova”.
26) Si ricordano gli “ozi di Capua” che avrebbero fiaccato
l’esercito di Annibale, nel corso della seconda guerra punica,
a causa dell’opulenza, del lusso e delle mollezze debilitanti
della vita che vi si conduceva. Oltre che di prodotti alimentari e tessili,
di oggetti in metallo, Capua era anche mercato attivo di profumi, alla
cui vendita vi era una apposita piazza, la Seplasia. Questa, secondo
il Maiuri, «è quasi certamente da riconoscere nella piazza
che, al centro dell’abitato, mutato oggi il nome in Piazza Mazzini,
è da tempo immemorabile il vero mercato della città»
(A. Maiuri, op. cit.).