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I Napoletani sono una nazione con una lingua

di Roberto De Simone *

Parlare, dialogare, interagire col pubblico oggi è una delle cose più importanti che restano alla cultura vera, non quella fatta di orpelli e di occasioni commemorative, quella che ha alla sua base la creatività, che scaturisce solamente dal confronto diretto. Il malessere che ci circonda, nazionale e locale, politico e culturale, si è formato per la mancanza di dialogo, mettendo in crisi il meccanismo dell’egemonia fra gli elettori e chi li governa.
Questa cultura si è esasperata nel solipsismo sociale, si è rannicchiata in un liberalismo che da positivo è diventato tanto discutibile da non saper più parlare con la base. È ciò da cui nacque il fascismo, un momento purtroppo molto simile al nostro; allora, al passaggio tra positivismo e fascismo, a Napoli ci furono gli anarchici, ci furono grandi intellettuali come il prof. Caccioppoli – e loro amavano il rapporto dialettico il dialogo. Ma quando la democrazia abdica al dialogo, abdica al suo potere, perché si tratta di un potere collettivo il cui pregio è nel trasmettere - non nel ricevere e subire - la volontà ai delegati, eletti a rappresentare la propria funzione.
Ma oggi la democrazia si fa di elettori passivi, e ciò non consente di affermare la volontà popolare ma di affermare e basta; non si dialoga più con la base, non si esplorano le reali condizioni culturali di una nazione. Praticamente si riduce lo stato a una serie di capigruppo simili ai ras dei paesi orientali. Si crea contraddizione nel popolo, che critica il potere e non sa più che il potere è in lui.
Io, elettore democratico, ho il potere di intervenire nelle scelte, di obbiettare che Napoli soffre di una politica di un vertice che non dialoga con la base; che ha lasciato correre problemi che bisognava arginare quindici anni fa. Oggi agire così in ritardo ha conseguenze difficili da superare.
Non è più tempo di intervenire con moderazione, bisogna battere il pugno con violenza, bisogna indignarsi.
Il napoletano è consapevole della sua cultura, una cultura immensa fatta di filosofia, di letteratura, di teatro. Con essa abbiamo interloquito con tutta l’Europa e con l’America, con le grandi scuole musicali del mondo. Non siamo secondi a nessuno, ma la cultura ci viene negata nascosta e mascherata: dobbiamo riattivare la memoria e battere la via delle denunce pubbliche, per farla finita con l’egemonia di scelte in cui non viene consultata la base, effetto del potere mediatico delle televisioni, che tolgono il diritto di interloquire con gli errori che l’emittente pronuncia senza contraddittorio.
Il problema è il linguaggio. Non è crogiolarsi col dialetto settecentesco barocco fare un’opera sul Settecento, come ho appena fatto: è invece esibire la materia prima della nostra cultura moderna. Ho inteso vestirmi dei panni di Pergolesi perché “Io sono Pergolesi” in quanto come filologo lui stesso mi ha delegato a rappresentare i suoi scritti; il mio compito è di riportarli ai miei tempi, di dare loro quell’interazione cui lui stesso li aveva portati, rendendoli adatti al dialogo con le scuole d’Europa. Noi dobbiamo riportare i testi a questo grande livello e ricominciare il dialogo che siamo in grado di fare.
Linguaggio, immagine e cultura sono sinonimi: il linguaggio è una visione del mondo e del vivere in una società. Non dobbiamo mai rinunciare al linguaggio, che è storia: altrimenti, perdiamo la memoria.
Siamo dunque presenti, come attori e non spettatori, del nostro mondo; perché lo scandalo del rifiuti urbani è una tragedia linguistica!
Significa che se il vertice ha prodotto questo disastro all’insaputa degli elettori, che hanno votato non condividendo l’esito delle azioni del vertice, ciò accade perché quel vertice è infiltrato dalla società camorristica, che ancor più che quella della malavita è quella della società in cui si sono lasciati intrappolare i politici, a volte anche senza coscienza. Una borghesia malata, allo stremo, si dimostra peggiore dell’aristocrazia borbonica del 99, perché favorisce il parassitismo, sopraffà il giovane, che non ha diritto di parlare nemmeno attraverso i giornali: il filosofo, il musicista, il teatro, il cinema - tutte attività dove i napoletani sono stati e sono maestri - devono riprendere la loro funzione di maestri del linguaggio.
Il linguaggio non è qualcosa di dato, non è un vocabolario. I linguaggi mutano come cambia il napoletano, che va fatto interagire colla lingua nazionale, dialogare, prendere la parola in Europa, che è terra dell’internazionale dei dialetti, uniti nel dialogo. Perché come in Filomena Maturano – che perciò non va tradotta in italiano – c’è una poetica, una scelta linguistica, un linguaggio letterario fatto di parole e di cose; parlare in dialetto significa pensare, rendere un mondo, Eduardo dice il suo mondo che muta, come oggi tutto muta nella realtà multilinguista, anche extracomunitaria: non ci si può chiudere al mondo, ma bisogna ricordare queste realtà. Saremo napoletani con loro, ma nella memoria di noi stessi.
La nostra grande scuola dialettica destava l’attenzione di Gramsci, come aveva destato quella di Goethe, intenti a chiedersi come mai una nazione - perché i napoletani sono una nazione, con una sua lingua – come mai questi napoletani così ricchi di creatività e così disposti a intervenire attivamente in tutto e per tutto, sembrano poi una gente parassita, persa in un mondo parassitario. Bando ai napoletanismi oleografici, alla pizza e alle sfogliatelle, alla borghesia per cui la cultura è tutto questo ed altro ancora, apparenza senza senso: si deve sviluppare il dialogo tra i filosofi ed il popolo, riprendere il senso della convivenza civile, con persone di cui va accettato il vocabolario. Questa è la lingua viva per poter esprimere la moderna rivoluzione, ormai necessaria, perché, come diceva Cossiga, è tempo di picconare le resistenze del sistema, senza preoccuparsi dei voti.
Occorre invece un discorso lucido che sappia andare oltre la camorra, che attacchi il potere istituzionalizzato e la cultura nefasta del privilegio e delle vie raccomandate. Solo questo può consentire di offrire ai giovani un mondo diverso, dove restare; dove la catastrofe presente sia dimenticata nella costruzione di un nuovo assetto della città, nella memoria ricostruire la città dell’immagine vivace e ricca che attestano tutte le costruzioni disseminate nel territorio urbano, dalle architetture alle Chiese, dalle biblioteche ai teatri, dalle canzoni alle opere.
Tutte memorie gloriose che non sono conservate dalla camorra malavitosa e dalla camorra borghese istituzionale. Napoli è oltre tutto ciò, ha la forza di risorgere, come l’uovo che la favola racconta nascosta sotto il Castello che è uno dei suoi tanti Castelli, tutti ricchi di storia e dunque anche di futuro. Perché la memoria è la vera ricchezza di una nazione. La sua lingua perenne.

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