
di Marilena Pasquali
CVETO MARSIC Luoghi di sosta
pitture recenti nella Chiesa dell'Immacolata
Esplodono le nuove opere di Cveto Marsic nella luce sfolgorante di Ischia, una luce sorella di quella spagnola in cui queste tele sono state dipinte. Molto resta del lavoro precedente, ma qualcosa di essenziale è cambiato e ben si coglie questa trasformazione (evoluzione, approfondimento, maturazione?) nel passaggio tra i dipinti del 2007-2008 - Baile salino, Ritmo leve, Piacer en el canto - a quelli più recenti, i Nidi qui esposti per la prima volta e che sorprendono anche chi segue da tempo la pittura dell'artista sloveno per la sospesa trepidazione, per il senso di pace che li abitano.
Se nel 2005 Marsic sentiva come nucleo generante dei dipinti di Acqua madre un «sentimento di generosità, un atto di consegna, un contributo alla felicità», ora nei Nidi acquattati nel grembo della natura queste «attitudini positive» rivelano tutta la loro «necessità di protezione». È quasi un diritto di asilo (auxilium, come aiuto) quello che oggi chiede l'artista, la possibilità di sostare per un attimo nel cuore stesso del vivere, per sentire il vento posarsi e per respirare con calma il silenzio di un giardino segreto, zolla di terra nuda ma fertile nel germogliare della natura o nell'avanzare dei deserti.
Il rifugio può apparir dissimulato in un vortice di materia, emergere dal suo seno in un cerchio di luce o manifestarsi come vibrazione in un folto d'erba. In ogni caso i Nidi sono per Cveto spazi di riposo e di pace, individuati non grazie alla materia, ma nella materia, attraverso un atto di sottrazione, di alleggerimento del corpo stesso del colore. Si passa così da una stratificazione assai densa degli impasti cromatici - 'aratura' a mani nude nel magma pittorico, come nelle opere più vecchie, o colpi insistiti di spatola a crear macchie cantanti di colore, in quelle più vicine - ad una riduzione dello spessore materico che corrisponde alla rarefazione delle cromie, così da trasformare il centro della tela, il nido vuoto che solo attende l'artista, in una abbacinata fioritura di luce. C'è un ossimoro assai noto che potrebbe valere anche per questi lavori di Marsic.
È il concetto, caro a Sandro Veronesi e a Nanni Moretti, di «caos calmo»: un punto di osservazione, un'isola di quiete in cui ritrovare se stessi, tacendo e guardandosi vivere, particella di natura nella natura, parte di un tutto che, per un momento, si sottrae alla frenesia della danza e chiede di poter sostare, per ristorarsi e riconoscersi prima di riprendere
il cammino.
ORESTE ZEVOLA Luoghi di contatto
tempere e ceramiche nella galleria in Cattedrale
La 'fantasia' di Oreste Zevola, guizzante capacità di creare figure composite, miti del quotidiano, esseri incerti ad alto potenziale emotivo, in ogni nuova occasione riafferma la sua presa ammaliatrice e lascia stupefatti per quel tanto di distanza, di araldica solennità che trasforma anche i più scontati brandelli di questo sgangherato presente - cuori trafitti, corone ammaccate, casette da Barbie, cuffie, auricolari, stampelle... - in «presenze protettive o distanti», come intuiva qualche anno fa Goffredo Fofi (ed io preferirei: presenze protettive ma distanti). A far nascere tutto questo dal bianco del foglio è la potenza creatrice della linea, qualcosa di più del segno, nel suo pretendere di punto in punto coerenza e continuità, e bianchezza, candore del supporto, spazio pulito su cui il segno-colore si posa per un attimo, pronto a rimettersi in viaggio verso nuove avventure al primo refolo di vento, al primo canto di sirena, al primo tuffo di Colapesce. È dunque la linea che, in quel particolarissimo 'tutto dentro' di sapore vagamente autistico che appartiene solo a Zevola, attua l'incontro, lo scambio di nature, il polimorfismo, la fusione di forme-oggetti-sogni, in una affascinata commistione e fusione di creature e culture. Si determinano così situazioni di contatto linguistico, mitopoietico, archetipico, in cui risplende la forza tribale e rituale di questi esseri ricchi di senso; creature per certi aspetti anche troppo ricche perché instabili, aperte ad ogni metamorfosi, non ancora definite una volta per tutte, come il fauno o la ninfa che abitano l'età dell'oro, figure silvestri un po' ferine e un po' umane, tra le cui braccia e nel cui petto germogliano uccelli, serpeggiano libellule, cantano rami d'ulivo. Ma Zevola, figlio del mediterraneo ed erede dell'immaginario napoletano, aggiunge un'altra tessera a questo suo limpido rompicapo frutto di sapiente ars combinatoria: valorizzando spesso la parte per il tutto, isolando e decontestualizzando singoli particolari anatomici, presenta le sue figure come ieratici ex-voto di manifesta ascendenza popolare che però grondano, nella reiterazione e nello spaesamento dei riferimenti, di un primitivismo tanto colto quanto inquietante. A quelle di carta e colore si affiancano ora le figurette in terracotta bianca smaltata che fanno rivivere in un microcosmo di silenzio i riti sepolti dei Saturnalia. Simulacri di un'età perduta, calchi di un vulcano spento, amuleti nella lotta del quotidiano, queste statuette paiono impastate non solo di terra e acqua ma anche di leggerezza e sensualità, magia e candore, ritmo ed immobilità, secondo quella perfetta tensione che sola può annunciare e precedere il ritorno dell'Armonia tra uomo e natura, ormai da troppo tempo in esilio.