Il libro
Villa Amalia
Roman di Pascal Quignard
Éditions Gallimard, 2006
«Tout est sublime. Je suis maintenant à Ischia près de Naples...
Je suis devenue heureuse.
Si. Je suis heureuse.
Je ne mens pas. Je suis heureuse. Je suis heureuse dans mon île.»
È il grido che lancia con il suo telefonino trafficato Anna Hidden, il personaggio principale di «Villa Amalia», opera di Pascal Quignard, salutata dalla critica come un ritorno dello scrittore al romanzo, «dopo il periodo austero votato alla solitudine filosofica».
Anna Hidden è una donna tradita che rompe ogni legame con il passato, tranne con la madre, anche se non riescono a comprendersi, ed un compagno d’infanzia, incontrato dopo anni per caso, proprio nel momento in cui scopre il tradimento.
Si nasconde, fa perdere ogni traccia, viaggia e, finalmente, approda a Ischia, dove si sente a casa.
«Mi sono subito ritrovata nei sentieri, nei vicoli, nelle ripide scale che sboccano in minuscole piazze, nei tre piccoli vulcani, nei boschi, nelle scarpate, nelle nuvole. Mi sono riconosciuta dappertutto. La gente è deliziosa. Non un solo Francese, soltanto Napoletani e Russi».
Sceglie un piccolo albergo di fronte al castello perché ha una camera che dà direttamente sul mare. «Si apriva la finestra. Dapprima si vedeva la baia, l’isola di Procida. Poi il cielo senza fine che toccava l’acqua».
Non si stanca mai di contemplare la baia nella notte con poche luci e così antica. «Dʼun tratto una stria di luce comincia a luccicare in fondo alla baia. Il sole si levava su Sorrento. Lʼinizio del giorno fu sublime.»
Si lancia alla scoperta dell’Isola, lasciando l’albergo tra le cinque e le sei, vagabondando «nella calma e la frescura, nelle ombre così lunghe di fine notte o inizio giorno», prendendo sentieri, vagando sull’erba rorida di rugiada, nelle vigne, negli uliveti e nei boschetti, cercando di smarrirsi, «amava smarrirsi, riusciva a smarrirsi», nella ricerca d’un angolo ove accovacciarsi e spiare lo spuntar del giorno per poi trotterellare nella luce nascente.
Scopre una villa, Villa Amalia, situata a sud est dell‘Isola, di cui si innamora a prima vista e che sembra quasi invitarla a raggiungerla, «Come un essere indefinibile, euforizzante dal quale, non si sa come, lei si sentiva riconosciuta, rassicurata, compresa, ascoltata, apprezzata, amata».
Riesce a convincere i proprietari a fittargliela e finisce per amarne in un modo appassionato, ossessionante, la terrazza, la baia, quella parete di montagna ove cercava di aggrapparsi, quell’angolo «di erbe, di luce, di lava, di fuoco interno».
«Al riparo nella roccia, la villa dominava completamente il mare. Dalla terrazza la vista era infinita. In primo piano, sulla sinistra, Capri, la punta di Sorrento. Poi acqua a perdita d’occhio. Bastava uno sguardo e non poteva più muoversi. Non era un paesaggio, ma qualcuno. Non un uomo e nemmeno un dio, ma un essere. Qualcuno. Un viso preciso e indicibile».
Anna intravede la villa il venerdì santo, come Petrarca la sua Laura, e si affeziona «a quel sito che le dava l’impressione di vivere nel cuore del mare. Curava quel frammento di natura. Ansiosa, si occupava della vita che germogliava, vi affluiva e vi si moltiplicava. Si alzava, la notte, al minimo rumore che le sembrasse anormale».
Non sarebbe difficile localizzare i siti, gli angoli e i ristoranti, di cui non pochi sono indicati o leggermente adombrati. Ma, più che un angolo particolare, sono i suoni, i colori, la luce, le albe («Chaque aube l’attendrissait») e l’immensa baia («Elle entendrait la baie dont elle participerait»), che l’avvincono, l’estasiano, la rendono felice a tal punto che per lei sarà «L’emplacement du paradis».
«C’è una luce diffusa nelle acque del mare che sembra salire dal fondo dell’abisso. Non affiora mai, ma gioca sotto i corpi, sotto le alghe, nelle ombre degli scogli d’Ischia. Forse chiarore d’origine vulcanica. Una luce che non sembra affatto provenire dal sole sfiora i corpi che nuotano qui». «La luce della baia di Napoli è forse la più bella che si possa immaginare in questo mondo. Tutto odorava d’acqua e somigliava all’acqua, le minuscole onde lontane ad ogni istante svegliate, la marea della luce, la terra del giardino di nuovo fresca, smossa da lei in onde piccole, brune e nere, a colpi di zappa, dopo ogni rovescio d’acqua».
Compositrice musicale, decifra i suoni della natura isolana e insegna alla piccola Lena, alla quale si è affezionata, «a orchestrare nello spazio la sinfonia dapprima incomprensibile del tempo», facendole ascoltare la primavera, il brusio del primo fogliame, il suono degli uccelli che festeggiano il sole, il vento, la notte, le voci a volte lontane, la risacca sorda al di sopra della falesia».
Rifugiatasi a Ischia per perdervi perfino il ricordo della vita precedente, ha forse proclamato, troppo alto e troppo forte, quel suo sentimento di felicità e, come scrive Guylaine Massoutre, «le feu meurt dans la roche qui refroidit. La mort rôde sur le volcan».
Giovanni Castagna