Turismo e termalismo (3)
di Sebastiano Monti
(3/5) Il
turismo ischitano e le tre fasi dell'espansione edilizia
Ne deriva che per controbilanciare la diminuzione delle
presenze e della permanenza media occorre attrarre un crescente e cospicuo
numero di arrivi -italiani e stranieri- attraverso una oculata e mirata
diversificazione -lancio di prodotti congressuali e di fitness- (attività e prodotti
destinati alla forma fisica), essenzialmente incentrata su adeguati
e moderni strumenti di formazione e sulla istituzione di una sorta
di marchio di qualità, che garantisca all’ospite o la
precipua specificità del prodotto termale o la sua rapida conversione
in prodotto turistico globale mediante l’aggiunta al valore termale
di una serie di altri valori concernenti l’espletamento di attività sportive,
la salute come prevenzione e/o rimessa in forma, la bellezza dei luoghi,
la rivalutazione del patrimonio artistico e culturale, il dinamismo
congressuale.
Laddove, infine, come ad Ischia, il prodotto termale presenta una eccezionale
rilevanza dal punto di vista terapeutico, si tratta di fare emergere
queste potenzialità attraverso una politica di marketing più aggressiva
e capillare che in passato, capace di riportare in Italia tutti quei
consumatori stranieri di turismo che negli anni ottanta e novanta avevano
scelto altre mete turistiche, a causa del calo di competitività delle
stazioni termali italiane.
Tutto questo potrà avvenire solo mediante un’efficace
riqualificazione della formazione professionale e un decisivo miglioramento
dell’offerta dei servizi in genere, formulando una concreta ipotesi
di strategia comunicazionale, in grado di coinvolgere il mondo termale
nel suo insieme, attraverso l’esaltazione di quelle che sono
attualmente le prerogative fondamentali del suo apparato complessivo:
vale a dire la “naturalità” delle terapie termali
dal punto di vista sia dei mezzi utilizzati, sia della scarsità di
effetti non desiderati, oltre che tutta una serie di garanzie (serietà,
rigore, proficua sperimentazione) che tante pseudo-medicine oggi largamente
diffuse non posseggono affatto.
Secondo una recente statistica, stilata in base all’insieme di
prestazioni mediche e curative offerte (Qui Touring 1994), al numero
di alberghi, delle attività sportive che si possono praticare,
delle bellezze dei dintorni, dei servizi espletati, Ischia occupa il
secondo posto, dietro Abano e prima di Montecatini, Montegrotto, Salice
e Salsomaggiore e una lunga serie di altre stazioni termali.
In effetti, in Italia esistono più di 200 città termali,
sulla cui attività emergono evidenti riflessi pubblici, dato
il notevole indotto e la ricaduta, sull’intera economia locale,
del fenomeno termale, che in alcune aree è la principale fonte
primaria del reddito.
Eppure, sotto il profilo normativo, allo stato attuale, in Italia non
vi è alcuna legge che regoli opportunamente la materia.
In Germania, già da lungo tempo hanno approvato un apposito
ordinamento per evitare la proliferazione delle città “termali”.
La mancanza, in Italia, di una specifica programmazione per la disciplina
e la regolamentazione dello sfruttamento delle risorse termali comporta
una nutrita serie di problemi per le amministrazioni locali e consente
una preoccupante proliferazione delle stazioni termali (oggi sono più di
300 sul territorio nazionale), con conseguenze deleterie sulla qualità del
settore, soprattutto laddove, come a Ischia, il termalismo ha dimostrato
di possedere -su basi scientifiche- effettive proprietà terapeutiche.
Dinanzi al lassismo e alla latitanza giuridico-amministrativa del governo
italiano, mi sembra altresì doveroso che il mondo turistico-termale
ischitano si rimbocchi le maniche e guardi al suo interno per procedere
ad una radicale verifica complessiva, mirante, in via assolutamente
prioritaria, a valutare attentamente e criticamente i presupposti di
partenza e le prospettive settoriali a breve e a media scadenza.
Come si sa, lo sviluppo turistico ha provocato sul territorio
isolano un intenso processo di urbanizzazione, estrinsecantosi con la costruzione
non solo di alberghi e seconde case, ma anche di infrastrutture civili e ricreative,
come strade, piscine, approdi, campi da tennis, ristoranti, ritrovi e così via,
che hanno visto tra il 1961 e il 2001 la superficie urbanizzata registrare
incrementi eccezionalmente elevati in tutti i comuni ischitani -con particolare
riguardo a Forio (più 2309%), a Serrara Fontana (più 1622%),
a Barano (più 1295%), a Ischia (più 1143%), a Casamicciola Terme
(più 400%), facendola passare dal 4,82% al 36% nell’intera isola-.
Nel relativo processo di espansione edilizia -che ha visto la superficie
improduttiva dell’isola d’Ischia passare nello stesso periodo
dal 18,21% al 47,4%, anche a seguito dell’abbandono dei campi
da parte della popolazione rurale -è dato di individuare tre
distinte fasi, corrispondenti in linea di massima a bisogni socio-economici
precipui: esse si possono definire dell’adeguamento (51-71),relativa
alle esigenze di una qualità della vita più elevata,
data l’estrema precarietà e promiscuità del modus
vivendi quotidiano, in case piccole, prive di servizi igienici adeguati,
di acqua corrente e di altri servizi primari; dell’espansione
(71-81), contrassegnata dalla valorizzazione generalizzata dello spazio
utilizzabile, grazie anche ad una relativa discrezionalità delle
amministrazioni comunali nel rilascio delle concessioni edilizie sia
per nuove costruzioni che per la ristrutturazione di immobili esistenti
(nell’isola vengono costruite 6500 nuove abitazioni), il che
consente a numerose famiglie isolane la messa in valore di particelle
rurali da tempo incolte, oltre che di manufatti cadenti, con conseguenti,
improvvisi arricchimenti, che hanno permesso, tra l’altro, a
molti isolani di cedere a non residenti la loro casa ubicata al centro
del paese -dato che la centralità si configura quasi sempre
come un elevato valore aggiunto- e di andare ad abitare in un sito
periferico o in un fabbricato esistente dopo averlo adeguatamente ristrutturato,
o in una costruzione nuova edificata su di un territorio in precedenza
coltivato.
La terza fase - dell’accumulazione – è posteriore
al 1981 ed è caratterizzata dall’investimento di ingenti capitali
nel mercato immobiliare -indipendentemente da una sua diretta utilizzazione-,
dato il valore crescente dei fabbricati isolani, giustamente considerati beni
difficilmente deprezzabili, in virtù della impossibilità di espandere
l’offerta del bene-casa oltre certi limiti imposti dalla ristrettezza
delle aree edificabili e dai vincoli paesaggistici: nel solo decennio 81-91
a Ischia sono state realizzate 4700 nuove case, il che ha portato il patrimonio
edilizio insulare ad oltre 24.000 abitazioni con un totale di 100.000 vani
-di cui il 17% appartenente a famiglie non residenti nell’isola- realizzati
in gran parte in maniera illegale, data l’assenza di piani regolatori,
come si evince chiaramente dall’elevata incidenza delle istanze di sanatoria
presentate dagli ischitani in seguito alla Legge di condono del 1985 (61% dei
proprietari di abitazioni) e del 1994 (34% dei proprietari di abitazioni) (E.
Mazzetti, 1999).
E il fatto che una simile esplosione edilizia si sia costantemente
accompagnata ad un trend del movimento turistico annualmente ascendente -nell’ultimo
trentennio esso si è più che quadruplicato- ci induce ad una
serie di riflessioni in merito alla sostenibilità di un siffatto schema
di sviluppo del turismo ischitano.
Quest’ultimo accoglie attualmente oltre l’80% dei
flussi turistici convergenti nell’arcipelago partenopeo, e più propriamente
ben 587.503 arrivi (dei 724.712 complessivi) e 5.480.000 presenze (delle 6.369.727
complessive) (media biennio 2000-2001), e interessa in genere l’intero
anno solare, anche se si concentra principalmente nel periodo tra aprile e
ottobre, con gli italiani, di gran lunga più numerosi negli alberghi
-per gli arrivi- e nettamente predominanti nel periodo estivo, e gli stranieri
prevalenti nei mesi primaverili e autunnali, ospiti per lo più di alberghi
con stabilimenti termali per i loro soggiorni terapeutici, che contribuiscono
altresì a mantenere più alta la loro permanenza media.
In merito alla ripartizione dei turisti tra le varie strutture
ricettive, c’è da segnalare che gli alberghi a 5 stelle forniscono
servizi di lusso ad un modesto numero complessivo di turisti, per un ammontare
globale stazionante intorno alle 30 mila notti, pari a meno dell’1% totale,
con una stragrande maggioranza di italiani e una modesta presenza di stranieri,
che tuttavia registrano una permanenza media -sette giorni- leggermente più elevata
di quella dei nostri connazionali -sei giorni-.
Lo “squilibrio ricettivo” tra italiani e stranieri
tende ad attenuarsi alquanto negli alberghi a 4 stelle, che ospitano in genere
circa il 32% dei turisti ischitani (con il 70% di italiani e il 30% di stranieri)
e si annulla quasi del tutto negli alberghi a tre stelle, la cui utenza, pari
al 46% del totale, è costituita in parti pressocchè uguali da
italiani e stranieri, che nelle rimanenti classi alberghiere riprendono a manifestare
vistosi scarti (negli alberghi a 2 stelle, che ospitano il 14% dei turisti,
gli italiani sono l’85,1% gli stranieri il 14,9%; negli alberghi a 1
stella, che smaltiscono il 4,7% del flusso turistico isolano, i primi risultano
il 96,1% e i secondi il 3,9%, mentre il movimento dei residence, pari al 3,3%
del totale, è costituito quasi interamente da italiani -gli stranieri
rappresentano solo il 2%-).
Tutto questo sta a dimostrare che gli stranieri scelgono sia i
grandi alberghi, sia quelli decorosi di categoria intermedia, mentre gli italiani
o fruiscono dei servizi di alberghi di categoria superiore o si contentano
delle strutture ricettive inferiori, a testimonianza di una maggiore compattezza
e omogeneità sociale del turismo straniero -costituito per lo più dalla
componente tedesca- rispetto a quello italiano, alimentato in genere da persone
dalle ampie disponibilità finanziarie o dalle modeste condizioni economiche.
Decisamente meno significativo risulta il movimento extralberghiero,
a causa sia della modesta incidenza degli stranieri, sia della eccessiva concentrazione
delle presenze nei mesi di luglio e agosto, sia del debole coinvolgimento di
persone (poco più di 102.000).
I clienti degli esercizi pararicettivi si ripartiscono per il
23% in case in affitto, per il 2,2% in campeggi e per il 74% in case private,
e denotano una schiacciante permanenza della componente italiana (79%) su quella
straniera (21%).
Ne deriva, pertanto, che il turismo alberghiero -a differenza
di quello extralberghiero-, in virtù della maggiore permanenza media, è in
maggioranza straniero ed è alimentato essenzialmente da una triade
di gruppi -tedeschi, austriaci e svizzeri- che, grazie ad un soggiorno medio
elevato (oltre 11 giorni), decisamente più lungo di quello registrato
dalle altre località famose della Campania e dell’intera Penisola,
precedono di gran lunga altri gruppi di paesi a permanenza media elevata (Scandinavia,
Regno Unito, Benelux, Russia, USA) o visitatori, per lo più giovani,
che “vogliono vedere e scappare” (Giapponesi). (D. Rocco, s.d.
p.44).
Le presenze degli stranieri a Ischia rappresentano oltre il 40%
del totale della provincia di Napoli (gli arrivi sono pari al 30%), nel cui
ambito la nostra isola è nettamente al 1º posto, davanti a Sorrento,
da cui è preceduta in quanto agli arrivi.
Dinanzi ad un quadro così variamente articolato, contrassegnato
da una vistosa complessità generale a causa del concorso contemporaneo
di una nutrita serie di fattori strutturali e contingenti, di diversa estrazione
disciplinare, i rischi di un pericoloso collasso ambientale, con l’inevitabile
declino del turismo, assumono contorni via via più concreti e necessitano
di una opportuna quantificazione complessiva, atta a porre sul tappeto le basi
più propizie per fronteggiarli nella maniera più efficace possibile,
grazie all’elaborazione di precisi indicatori della relativa capacità di
carico.
Questi ultimi variano a seconda dei diversi punti di vista, dal
momento che si può parlare di una capacità fisica, se
la si riferisce al numero massimo di turisti che una località può accogliere;
una capacità ecologica, la quale può rappresentare livelli
di sopportabilità di carico turistico inferiori a quelli fisicamente
sostenibili dall’ambiente stesso; una capacità psicologica, relativa
sia ai turisti che alla popolazione locale, nel senso che, nel primo caso,
ci si chiede quante persone si è disposti a sopportare per le spiagge
e per le strade o quante auto nei parcheggi senza avvertire disagi, e, nel
secondo caso, ci si chiede quanti turisti si è disposti ad accogliere
senza subire traumi e crisi di identità culturale.