Turismo e termalismo (2)
di Sebastiano Monti
La
funzione del termalismo nel rapporto ambiente-salute
La laicità del termalismo medico dell’antica
Roma, che aveva scalzato il misticismo mitico dell’antica Grecia,
si era ulteriormente rafforzata nel corso dell’illuminismo e
aveva trovato la sua definitiva consacrazione nei secoli XVIII e XIX,
in seguito all’approfondimento delle indagini sulla composizione
delle acque minerali e sui loro meccanismi operativi che si accompagnò alla
fondazione di importanti società scientifiche per lo studio
del termalismo (l’Associazione Medica Italiana di Idroclimatologia,
Talassologia e Terapia Fisica, sorta a Bologna nel 1888) e alla formazione
di famose scuole accademiche (la Scuola Romana di Idrologia Medica,
sorta a Roma alla fine degli anni ’30 ad opera di Mariano Messini),
che contribuirono non poco a spogliare definitivamente l’Idrologia
nazionale dei tradizionali connotati aristotelici e ad ammantarla di
criteri squisitamente galileiani, cioè incentrati su analisi
rigorose e verifiche costanti (F. Grossi, 1995).
Tutto questo poneva imperiosamente sul tappeto un colossale problema
di ordine accademico, nel senso che evidenziava in misura chiara e inequivocabile
l’indispensabilità di avere cattedre ordinarie di Idrologia Medica
nell’ambito delle università italiane (Oggi, dopo quella di Roma
del Messini, esistono le cattedre di Medicina Termale del prof. Giuseppe Nappi,
dell’Università degli Studi di Milano e di Idrologia Medica del
prof. Enrico Lampa di Napoli).
A dispetto della spiccata complessità delle discipline
e delle tematiche confluenti, sotto l’aspetto meramente didattico,
nell’ambito della Medicina Termale, non vi è dubbio che
la collocazione accademica di quest’ultima trova la destinazione
più logica e razionale, come materia d’insegnamento,
nell’ambito dell’ordinamento didattico del corso di laurea
in Medicina, anche se in direzione di due differenti campi di studio
apparentemente distaccati e avulsi l’uno dall’altro: quello
sanitario e quello minerario.
Mancano, allo stato attuale, come sono del resto mancati fino
ad oggi, non solo piani organici e strutture estese all’intero territorio
nazionale, ma anche una vera e propria politica sanitaria termale degna di
questo nome.
Che sia Ischia la promotrice autentica e ufficiale di una iniziativa
legislativa mirante a sponsorizzare -su scala nazionale ed europea- l’importanza
della Medicina Termale in direzione essenzialmente di una robusta corroborazione
scientifica finalizzata alla valorizzazione dell’enorme ricchezza del
patrimonio idrologico nazionale e delle rilevanti strutture sanitarie e ricettive
che ad esso si accompagnano, nel quadro di una innovativa programmazione del
moderno sviluppo urbano, capace di superare definitivamente e irreversibilmente
i pesanti condizionamenti ambientali e le ataviche teorie di determinismo naturale
di Ippocrate e di pervenire ad una funzionale e organica utilizzazione dello
spazio, nel rispetto delle norme basilari della sostenibilità dello
sviluppo per le generazioni future.
Fatto salvo, comunque, il presupposto incontestabile che, al di
là di ogni ipotesi plausibile circa la bontà e la validità delle
strategie di un efficace sviluppo sostenibile, il rapporto ambiente-salute è destinato
a giocare un ruolo decisamente prioritario nell’attuale scenario antropico
ed economico nazionale e internazionale, soprattutto per ciò che concerne
l’efficienza dei sistemi sanitari e in special modo la correlazione funzionale
e biunivoca tra il reddito pro-capite e l’aspettativa di vita alla nascita.
In particolare, da quando, all’inizio degli anni ’90,
l’indice di sviluppo umano (l’ISU) ha preso a contrassegnare in
modo sempre più marcato e decisivo la via qualitativa dello sviluppo,
sostituendosi ai tradizionali parametri quantitativi fino ad allora adoperati
su vasta scala, la durata media della vita e più in generale la mortalità infantile,
hanno subìto sempre più poderosi condizionamenti dall’entità e
dalla equa ripartizione del reddito, sia nei paesi industrializzati, sia in
quelli in via di sviluppo (S. Monti, 2000).
Nel senso che in questi ultimi l’innalzamento del livello
del reddito ha sistematicamente comportato una quasi automatica contrazione
della mortalità infantile, mentre nelle nazioni del mondo sviluppato
un analogo effetto è stato raggiunto in genere grazie ad una più equa
distribuzione del reddito fra tutti gli strati sociali e in tutto l’ambito
territoriale di uno Stato.
Significativo, a tale riguardo, è, in effetti, il caso
del Giappone e del Regno Unito che negli anni ‘70 presentavano un quadro
distributivo del reddito e un’aspettativa di vita molto simili, mentre
alla fine degli anni ‘80 gli stessi parametri si sono nettamente differenziati,
nel senso che per il Giappone, ad una distribuzione del reddito via via più egualitaria,
ha corrisposto una speranza di vita progressivamente più elevata (oggi è la
più alta del mondo) e nel Regno Unito, un reddito gradualmente più squilibrato
si è accompagnato costantemente ad un’aspettativa di vita che
si è ridotta di 3-4 anni rispetto a quella del Giappone.
Tutto questo sta a dimostrare che, quantunque i servizi sanitari
non si configurino sempre come i principali determinanti delle condizioni di
salute, la loro erogazione viene quasi sempre percepita come un elemento assolutamente
prioritario nell’ambito di una precipua politica tendente al miglioramento
delle condizioni di salute nei diversi paesi del mondo (M. McKee - F. Sassi,
1995).
Si tratta, in tal caso, di una politica che viene ad estrinsecarsi
in una duplice direzione, a seconda che ci si trovi di fronte a paesi arretrati
o a paesi sviluppati: nei primi, infatti, occorre che essa privilegi innanzitutto
l’aumento dei ritmi della crescita economica, l’incentivazione
della scolarizzazione, il consolidamento della medicina preventiva e dei servizi
clinici essenziali, e nei secondi miri in special modo a incoraggiare la diversità e
la competizione nella fornitura dei servizi sanitari e a migliorare le tecniche
e il personale preposto alla gestione degli impianti, cercando di contenere
i costi e di coinvolgere adeguatamente la comunità nel suo insieme,
conseguendo in tal modo l’obiettivo irrinunciabile e assolutamente prioritario
che è pur sempre quello di ottimizzare l’uso delle risorse, conciliando
il senso del dovere della professione medica con le ragioni economiche, e garantendo
alla popolazione mondiale una vita lunga e sana (A.Boccia-M.De Giusti-A.Del
Cimmuto, 1995).
Dalla seconda metà del secolo scorso il rapporto terme-territorio è andato
via via consolidandosi, sino a divenire una componente essenziale e
non affatto secondaria nella storia contemporanea del turismo nazionale
e internazionale.
E ciò in virtù del fatto che il settore termale non solo
ha subìto nell’ultimo secolo la stessa curva di crescita
del turismo in generale, pervenendo ad un’incidenza globale superiore
al 4% in termini di presenze complessive, ma ha anche palesato un’analoga
contrazione della durata media, dal momento che la diffusione del lavoro
autonomo, l’aumento degli occupati nel terziario (settore nel
quale la presenza deve essere spesso garantita con continuità),
gli elevati e stressanti ritmi del lavoro impongono frequenti e brevi
interruzioni di riposo, diluiti nel corso dell’anno, in tutti
i tipi di fruizione del tempo libero, compreso quello termale.