Storia d' 'u munaciello
Villa
Joseph, la piccola casa dei poveri, era sorta a Casamicciola per
onorare la santa memoria del parroco don Giuseppe Morgera.
Là, verso gli anni '30, insieme con altri vecchi ce n'era
uno mezzo accidentato, che passava le giornate seduto su di una
vecchia poltrona, presso un finestrone che si apriva sulla campagna.
Sul tavolinetto al quale si poggiava aveva un libro di preghiere
dal quale spuntavano delle listarelle riempite di numeri.
Zì Vicié - come tutti lo chiamavano e non so
il perché, mentre il suo vero nome era Salvatore - aveva
quasi novant'anni. Era corpulento e biondo: quel biondo esotico
così raro nella gente del meridione. Il suo pensiero dominante
era il gioco del lotto.
- Giocate questo biglietto. Ai giovani la fortuna tocca almeno tre
volte nella vita... - E tutta l'anima gli scintillava nelle pupille.
- Zì Vicié, disse quella mattina il padre Cappellano,
presentandogli un giovine signore, il Dottore non vuol credere che
ai giovani tocca tre volte la fortuna nella vita.
- Padre, i giovani sono ciuccioni come gli Ebrei che condannarono
a morte Gesù Cristo che era innocente. Hanno la fortuna in
mano e non la sanno conoscere.
- Come accadde a voi in gioventù, non è vero?
- Sicuro! Se fosse adesso...
- Ma il Dottore non sa la storia d'u Munaciello. Raccontatela; vediamo
che ne pensa.
Una tale richiesta lo rendeva felice. Egli raccontò.
- Venni a Casamicciola una settantina di anni fa. Ero giovane e
lavoravo nell'antico Monte della Misericordia, che sorgeva a Piazza
Bagni e non già lungo il lido del mare, com'è adesso.
Un giorno, attraversando un corridoio, sento che si va in cerca
di un barbiere. Nessuna meraviglia: Casamicciola di allora non era
quella di oggi. A quei tempi, in certe cose, era molto indietro.
Io, oltre che il sarto, sapevo fare anche da barbiere e mi esibii.
- Servito il reparto medico, attraversavo il lungo corridoio quando
si spalanca la porta della stanzetta n. 22. Un frate francescano
alto, robusto, biondo e che rideva, rideva, mi chiama dalla soglia.
- Mi avvicino. Gli bacio la mano e chiedo in che posso servirlo.
- Potresti radermi la barba?
- Molto volentieri - rispondo - e mi metto all'opera.
- Quando mi accomiatai mi disse: - Tornate domani e vi regalerò.
- L'indomani, alle nove, bussai alla stanzetta n. 22. Il frate mi
aprì, biondo, sorridente. Poi si accomodò, pronto
per farsi radere.
- Padre, che debbo radere? La vostra faccia è liscia liscia.
Toccate un po'.
- L'altro, che sorrideva, sorrideva sempre, aggiunse: - Fate una
passatina lieve lieve.
- Dopo con gli occhi sfavillanti e sorridendo sempre m'invitò
a prendere un cassettino di noce. Mi porse una chiavicina bianca
e lucida come argento e mi fece cenno di aprire e di contare.
- Aprii. Lì dentro c'erano alla rinfusa biglietti da mille,
da cinquecento, da cento, da cinquanta, da dieci, da cinque lire.
Li contai e li misi in ordine secondo il taglio. Poi chiusi con
cura il cassettino e consegnai la chiavicina bianca e lucida al
frate. Egli non la volle. Mi guardava e sorrideva. Che potevo fare?
Posai la chiave sul cassettino, baciai la mano al frate, che sorrideva,
ed uscii.
- Fatti pochi passi mi ricordai della mancia e tornai indietro.
- Bussai e ribussai. Nessuno rispose. Allora girai la chiave nella
toppa ed aprii. La stanza era vuota. Mi recai in Amministrazione.
Il Segretario non ne sapeva nulla; anzi mi assicurò che la
stanza n. 22 era libera. Compresi tutto allora, ma troppo tardi...
- Avevi bevuto a quell'ora? - domandò il Dottore con una
punta d'ironia.
- Sempre così i giovani! rispose contrariato il vecchio.
Non vogliono credere che almeno tre volte nella vita la fortuna
viene sui loro passi. Quando se ne avvedono è già
troppo tardi... Sentite a me, Dottore: incominciate da questa settimana
a sperimentare la vostra fortuna - . E in così dire gli porse
una listarella di carta ingiallita, sulla quale erano segnati cinque
numeri. L'altro, per un atto di cortesia, sorrise benevolo ed accettò.
- Favole di altri tempi, caro Dottore! - disse il Cappellano mentre
si allontanavano.
- Senza dubbio, Padre. Ma a sentire parlare con tale convinzione
e tanta fiducia nella vita un uomo ridotto in quello stato, noi
giovani dovremmo non dico arrossire, ma almeno sentirci umiliati.
La parola convinta di quel vecchio sofferente, poco meno di un rudere
umano, credete a me, fa del bene, molto bene, riconcilia con la
vita.