Poetica origine del Gurgitello
Si
celebravano i riti propiziatori in onore di Minerva nella città
a lei consacrata (Napoli) alla maniera di quanto avveniva un tempo
nella Grecia.
Da ogni parte accorrono Ninfe e Sirene e fra tutte brilla per bellezza
Parthenope con i capelli annodati nell'oro, accompagnata da schiere
di amiche che le fanno corona. Sono annunciate in arrivo: Egle (Pizzofalcone),
Ermis (Monte S. Erasmo), Conicle (La Conocchia), Antiniana (Antignano),
Platamone (Chiatamone), Labulla (corso d'acqua), Olimpia (Chiaja),
Euplea (La Gajola), Megara (Castel dell'Ovo), Nisida, Inarime e
Mergellina (tutte queste sono collegate con altrettante località
indicate in parentesi).
C'è anche Procida, la più bella delle Driadi, prediletta
da Diana che l'ha istruita a trattare l'arco e le frecce nelle selve.
Meglio avrebbe fatto a restarsene qui! Maledirà invece l'insana
decisione di venire al lido in onore di Pallade. Indossa una clamide
adorna d'arabeschi e ben lavorata; una fascia di gemme le cinge
il virgineo fianco; sulle spalle tintinna la faretra; il vento le
scompiglia le instabili chiome. Simile quasi a Diana nell'aspetto
e nel portamento! Un fato ineluttabile incombe però su di
lei e le Parche sono pronte a spezzare il filo della sua vita!
Da Capri giunge Teleboo, un satiro esperto nell'arte della medicina
e nell'uso delle erbe che leniscono le ferite e gli affanni. Appena
scorge Procida, egli se ne invaghisce perdutamente. Profonda ferita
gli preme nel petto e nella mente si agitano pensieri e brame di
conquistare, anche con l'inganno, la dolce fanciulla.
Sul far della sera, terminata la festa, le Ninfe si apprestano a
far ritorno ai propri Lari. Teleboo si avvicina a Procida per acquietare
il suo furore ed osa sfiorarla con la mano. Lei tremolante e stupita
vuole sfuggire a tanto affronto e cerca una via di scampo; vede
Inarime che si avvia verso la patria dimora e la prega di aiutarla
e di condurla con sé. Insieme e prestamente così raggiungono
il lido d'Ischia. Le insegue sempre Teleboo, che rapido le raggiunge.
Procida volge le sue preci a Diana, con le lacrime deturpando il
suo bel viso: "O dea, se a te sempre ho sacrificato un cervo,
siimi propizia e soccorrimi in sì grave momento! Fa che il
mio persecutore esanime cada al suolo e precipiti nel Tartaro".
La dea non può soddisfare del tutto questi voti. Si oppone
ai tentativi iniqui e sacrileghi di Teleboo, ma non riesce a sottrarre
la fanciulla al suo sinistro destino. Procida, mentre si difende
dal nemico, pudibonda, sente un brivido scorrere per il corpo, la
voce le si spezza in gola, le guance diventano di gelo, un pallore
l'assale tutta. Diventa pietra colei che fu Ninfa. La parte eccelsa,
che i capelli coprivano, d'alberi si imboschisce, le chiome si trasformano
in foglie, dalla faretra, ove erano le frecce, germoglia un bosco
che vien popolato di fagiani da Diana.
Nessuna forza può confortare peraltro Teleboo che furente
si lancia sugli scogli di Procida, imprecando contro i numi e contro
se stesso, perché vive ancora e non giace disteso tra le
ombre infernali. Apollo, mosso a pietà, per rimuovere le
cause delle lagrime, scuote le cime, i monti e sconvolge tutto il
territorio: Procida si distacca da Ischia e procede in mezzo al
mare (il Quinzi tiene presente la teoria che l'isola di Procida
era prima unita ad Ischia): il timore suo l'incalza ancora, pur
mentre si allontana e cauta irride anche così l'amante deluso.
Su Teleboo cade la vendetta di Diana, per avere egli tentato di
violare la vergine. Impotente di fronte al destino, il giovane sente
irrigidirsi le membra ed il sangue fermarsi; trasformato in pietra
resta come una figura esanime lá presso le rive d'Inarime.
Piange peraltro, pur se privo di vita, deplorando i fallaci amori
per la Ninfa e ardendo sempre di quelle insistenti faville da cui
fu eccitato, ardor spirano le stille che escono dagli occhi, come
da un Piccolo Gorgo, donde il nome della sorgente, che ha virtù
sanatrici, in quanto Febo le conferisce quei doni salutari corrispondenti
alle erbe che Teleboo usava miracolosamente contro i malanni.