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Le Pietre della Falanga

La musica della Pietra Perciata
Una delle tante pietre che si vedono lungo i pendii della Falanga, un grande masso di tufo, è chiamata Pietra Perciata, cioè bucata. Fra quei buchi dicesi che si ritirasse il vento per riposarsi dalla sua furia, quando era stanco di scompigliare le creste delle onde e le chiome degli alberi. Ai lati della Pietra zampillavano due fontanelle. Un povero pastore innamorato, cieco, condotto il gregge al pascolo, qui si metteva a sedere e trascorreva il tempo a percuotere con il palmo delle mani le pareti del tufo. E i colpi si tramutavano in note musicali, sicché si udiva una musica sublime e arcana: questa raccontava l'epopea dell'isola ed era commentata dal gorgoglio degli zampilli delle due fontane.
Attratto dalle note, il serpente dalle sette teste usciva dai sotterranei della Pietra Martone e si attorcigliava intorno alla Stele del Drago, incantato e sottomesso. Tutti gli abitanti delle zone limitrofe, nelle notti insonni, potevano udire quei concenti misteriosi e ne restavano affascinati.

Pietra Grotta del Cavaliere
Quivi si era rifugiato un Cavaliere che, non avendo potuto ottenere la mano della Principessa, aveva dedicato il suo cuore alla vita campestre. Egli spagliava il grano sulla Pietra Due Grotte e, quando aveva sete, si sporgeva a bere nella sottostante cisterna dal buco sul pelo dell'acqua. Anche un sacro ministro, per attendere con maggior impegno alla mistica contemplazione, sulla Falanga, solitaria come un convento di frati, nella Grotta del Prete aveva trovato le dolcezze dello spirito.
Il valentissimo architetto di tutte queste pietre aveva intanto trascorso la vita a scavare i Finestroni, Pietra Rapesta, la Grotta del Pennino; s'era prefisso di trattare con ricchezza di particolari Pietra Blox, di Schioppa, di Tatillo, di Don Giovanni, di Scappuccino, della Madonna dei Turchi; ma, giunto alla Pietra del Cantariello, sentì l'avvertimento dell'angelo del riposo. Sorretto dalla fortissima tempra si scavava la bara nellla Pietra dell'Acqua, e si effigiava in quest'ultima opera del suo ingegno, come la firma sull'ultimo capitolo di un libro. Dopo tanti secoli ancora oggi chi va alla Pietra dell'Acqua, sul fondo, nel tremolio dell'onda vede l'effigie di quel valoroso che con un braccio solo aveva saputo dare agli uomini opere, che il tempo ingiurioso ha rispettato con riverente ammirazione.

(G. G. Cervera, in Questa è Ischia, Napoli, 1955)