Adone,
di cui Venere era innamorata, morì durante una caccia, ucciso
da un cinghiale. Ella, addoloratissima, pregò Giove di richiamarlo
in vita; ma intanto se n'era invaghita anche Persefone, dea dei morti,
e non voleva resituirlo alla vita. Giove sentenziò che per
una parte dell'anno Adone rimanesse nel regno delle ombre e per l'altra
tornasse tra i vivi. La dea, che piangeva la morte del giovane, volse
le vele della nave verso l'isola d'Ischia. Mentre soffriva nel ricordo
e i lidi riempiva di lamenti, con gli occhi pieni di lacrime, così
esclamò: "Scorrete, lacrime, segni evidenti di un triste
lutto! Così conviene celebrare e dare onore al giovanetto.
Così il dolore bruci i cuori. Né minor vena si sparga
da perenne fonte e attesti eterno amore al cenere. Occhi miei, versate
eterne lacrime che la terra poi restituirà nuovamente, dopo
averle assorbite, come il fiume Meandro che dopo tortuoso giro fa
ritorno alle sue sorgenti. Subito la terra si liquefa e splende una
nuova fonte che da Citerea vien chiamata Citara; in essa è
infusa una grande potenza che vuole essere una testimonianza dell'evento.