Storia della ricerca archeologica (II)

di Alessandro Caretti

Dopo aver sommariamente delineato la storia della ricerca archeologica a Ischia, vale la pena soffermarci su qualche momento dell'indagine storica relativa all'isola.
L'analisi delle fonti letterarie aveva già permesso a studiosi dei secoli passati di postulare una presenza euboica sull'isola. Vi sono state diverse opinioni, ovviamente prima delle ricerche di Buchner, sulla localizzazione degli insediamenti testimoniati dalle fonti: e se prevaleva la tendenza a riconoscere nell'acropoli di Monte di Vico la Pithekoussa degli Eubei (ad es. Tableau Topographique (68); anche Maiuri (69); Beloch (79) riconosceva a Monte di Vico tracce di insediamento almeno dal V sec. a. C. fino all'età imperiale, ma lasciava aperto il problema dell'insediamento euboico), Jasolino (71) (cf. anche Corcia (72) po­neva la città al c.d. “Castellone” (anche Mazzella (73), che vedeva ruderi di un antico castrum presso il balneum Castilionis). Pais (74), pur riconoscendo un insediamento a Monte di Vico, fa notare come l'area più adatta alla produzione di ceramica, alla difesa e allo sfruttamento delle risorse termali si trovava intorno al Castello d'Ischia, ricco di rovine (Jasolino 75) non meglio datate, ricordato in un documento del 1036 come Castrum Gironis; un abitato poteva trovarsi presso Casamicciola, sepolto da un'eruzione. In epoca più recente, Maiuri (76) riesamina la questione, accettando una dislocazione tra l'abitato euboico (Monte di Vico) e il presidio siracusano (Castello d'Ischia).
Collegato all'esame delle fonti letterarie è anche il problema della toponomastica ischitana, relativamente complessa. Il nome moderno dell'isola, ricordato per la prima volta, come Iscla, in una lettera di Leone III a Carlo Magno dell’813 (Algranati 77; Annecchino 78), viene fatto risalire ora al greco ischys, con riferimento alla fortezza posta al Castello d'Ischia (ad es. Mazzella 79), ad un culto di Apollo Ischi (Algranati 80), oppure, forse più probabilmente, lo si fa derivare da un insula maior, attraverso Iscula > Iscla > Ischia (Annec­chino 81; anche Schick 82). Inoltre, il problema di una possibile influenza etrusca nella forma toponomastica, peraltro discussa, inanime, ha spinto molti studiosi a ricercare altri 'fossili' etruschi nel patrimonio linguistico ischitano (ad es. Ribezzo 83; Trombetti 84; Bertoldi 85; Alessio 86; Wikén 87); altri ancora (Buonamici 88; Bonacelli 89) riconoscono invece nella toponomastica elementi semitici; le affinità toponomastiche tra Ischia e la regione africana intorno a Capo Bon vengono invece spiegate da Pais (90) con una migrazione di coloni campani alla fine della repubblica. Quando ancora l'archeologia non aveva documentato materialmente quanto Ischia fosse stata aperta a contatti e influssi mediterranei, la glottologia muoveva alcuni passi, forse ancora incerti, in questa direzione.

Un altro campo di ricerca è costituito dai tentativi di porre in relazione le varie eruzioni documentate dalle fonti letterarie con le colate laviche o gli strati di cenere e lapilli identificabili sul territorio isolano.
Un contributo interessante è ovviamente in Corcia (91), ma è Mercalli (92) che, sulla base del terremoto di Casamicciola del 1883, riprende in mano il problema da un punto di vista scientifico. Riconosce forse nell'eruzione ricordata da Plinio quella che portò alla formazione del porto d'Ischia (contra Ciaceri 93, per il quale l'eruzione pliniana non è identificabile); ricorda una prima eruzione storica (VI-V sec. a. C; seguito anche da Beloch (94) e da tutta la tradizione di studi successiva) che avrebbe cacciato gli Eretriesi, una seconda eruzione (intorno al 400 a.C.) che avrebbe cacciato i Siracusani, e altre in età romana, fino al terremoto del 1228 e all'eruzione del 1302; riferisce poi a Isernia l'eruzione del 93 a. C. ricordata da Giulio Ossequente. Beloch e Pais ricordano tre eruzioni in età preromana, l'ultima delle quali sarebbe quella ricordata da Timeo, mentre le prime due avrebbero allontanato rispettivamente Euboici e Siracusani. Piaceri accetta i dati ormai tradi­zionali, salvo alzare al 470 a.C. l'abbandono siracusano (e di con­seguenza l'eruzione). Buchner (95) stabilisce per la prima volta un rapporto tra fenomeni vulcanici e sismici e documentazione archeologica, ritenendo che la fine dell'abitato dell'età del Bronzo e del Ferro di Castiglione (cf. supra) fosse dovuta all'eruzio­ne del Monte Rotaro, la stessa che avrebbe cacciato gli Euboici. Lo stesso strato di lapilli che copre Castiglione compare anche in altri luoghi dell'isola, e vi si sovrappone un livello con materiali non anteriori alla fine VIII-inizio VII sec. a. C, coperto a sua volta dall'eruzione del cratere di Porto d'Ischia Per uno studio comples­sivo sulle eruzioni 'storiche' si rimanda a P. e G. Buchner (96) e, molto più recentemente, a Buchner (97), con nuovi dati e modifiche delle precedenti opinioni. La posizione riguardo all'eru­zione che avrebbe formato il promontorio di Zaro, margine NO dell'insenatura di S. Montano, e che Buchner datava all'età di Timeo, muta radicalmente quando in un crepaccio della colata lavica si scopre ceramica appenninica (Buchner), e si osserva che i tumuli di VIII e VII sec. a. C. nella necropoli sono realizzati con la trachite di Zaro (Ridgway). Sempre dall'esame dei dati della necropoli si ricava che l'eruzione del Monte Rotaro sarebbe avvenuta intorno al 600 a. C, e non sarebbe quindi il motivo della cessazione di vita sul sito di Castiglione, abbandonato più di un secolo prima; quanto all'eruzione che portò alla formazione del lago di Porto d'Ischia (collegato al mare solo nel 1854) essa sarebbe da collocare posteriormente al V sec. a. C. La presenza
di grossi macigni tra le rovine della struttura I nell'area 'industriale' (cf supra) indica che comunque una prima fase abitativa fu chiusa, intorno al 720 a. C. (Klein, 98), da un terremoto. Di notevole interesse l'individuazione, sia sulla base dell'esame dei materiali provenienti dai paleosuoli coperti dai detriti vulcanici che dalla valorizzazione di notizie di Porzio (99), di Fazello (100) e di Capaccio (101), di un'intensa attività sismica ed erut­tiva per tutto il corso dell'età imperiale, che darebbe ragione del minore interesse manifestato dai Romani per Ischia rispetto, ad es., a Baia. Un altro problema storico affrontato dagli stu­diosi anche prima delle ricerche di Buchner è la definizione dello status di Ischia dal V sec. a. C. (dominio siracusano) in poi.
Per Pais Ischia passa a Roma non nel 326 a. C, ma nell'82 a. C, al tempo della occupazione sillana. Peterson (102), fraintendendo i precedenti lavori di Beloch e Pais pensa invece che Ischia sia passata a Roma nel 326 a. C, e fosse ceduta a Napoli da Augusto in cambio di Capri. Secondo Maiuri (103) l'abbandono di Ischia da parte dei Siracusani e il conseguente passaggio dell'isola sotto Napoli si sarebbe verificato intorno al 440 a. C, quando la città partenopea entra nella sfera d'influenza ateniese. Nell'82 a. C. Siila l'avrebbe staccata da Napoli (come Pais), che l'avrebbe riottenuta al tempo dello scambio con Capri: a que­st'ultimo periodo risalirebbe la famosa iscrizione di Lacco Ameno, i cui arxantes sarebbero i duoviri del municipio napoletano. Per Buchner (104) la presa di possesso di Ischia da parte di Napoli risale al 421 a. C. (anche Buchner 105), quando la caduta di Cuma in mano sannitica apre la via alle ambizioni napoletane; quanto all'occupazione sillana di I.schia, essa sarebbe testimoniata, tra l'altro, dall'abbandono del Monte di Vico, da collocare, in base ai dati archeologici, nella prima metà del I sec. a. C. (Buchner); da ultimo anche Frederiksen 106). Queste interessanti ricerche storiche possono usufruire delle recenti acquisizioni in campo archeologico solo in misura limitata, dato che l'enorme interesse suscitato dalle scoperte relative a Ischia 'euboica' ha messo parzialmente in ombra le problematiche concernenti le epoche successive. Giustamente Morel (107) sottolinea che a Ischia si è imi­tata non solo ceramica geometrica, ma anche ionica, attica, per giungere alle produzioni pre- e proto-campane (108); non si hanno dati sicuri per la produzione di ceramica campana A): fornaci di età ellenistica (Monti 109) e di età imperiale (Buchner in Morel 110) si trovano sotto la basilica di S. Restituta; a Ischia si producono forse lucerne dalle stesse caratteristiche tecnologiche della Campana A, anfore con diversi bolli di produttori (greci, campani, romani), bols à reliefs con bollo in caratteri latini ar­caici (Morel); Frederiksen pensa che l'argilla di Ishia, l'unica nel bacino flegreo, costituisse la materia prima per le produzioni di terra sigillata individuate a Pozzuoli. Se le testimonianze monumentali di età romana non sono poi numerosissime, sembra tuttavia che l'affermazione di Buchner Niola (111), secondo la quale l'isola sarebbe stata negletta in età romana, andrà forse sfumata, anche se i frequenti terremoti attestati per l'età imperiale (Buchner 112) avranno certo ostacolato la vita sull'isola: le epi­grafi coprono l'età tardo-repubblicana e imperiale fino al III sec. d. C, e una più organica ricerca potrebbe condurre a individuare una Ischia ellenistica e romana forse non meno economicamente vitale e aperta al commercio della Pithekoussa euboica.
Per quanto poi attiene i risultati delle ricerche di Buchner incentrate sulla fase 'euboica’ di Ischia, le problematiche aperte o comunque ampliate da attendibili dati archeologici sono numerose e vaste e non è materialmente possibile renderne conto in questa sede. Si enucleeranno quindi alcuni punti di discussione prefe­renziali.
In primo luogo la necropoli di S. Montano getta nuova luce sul rituale funerario degli Eubei, e permette quindi ipotesi sulla struttura sociale in madrepatria e oltremare.
Le tombe di Cuma (Buchner C 1977; Valenza Mele114, che si occupa più specificatamente delle tombe di VI e V sec. a. C), quelle di Eretria (Bérard 115) e quelle di Ischia si completano a vicenda. Al momento, infatti, non sono state identificate a Ischia tombe appartenenti al ceto aristocratico e presentanti le caratteristiche di ricchezza e prestigio evidenti in sepolture come la tomba Artiaco 104 di Cuma o quella dell’heroon di Eretria, sebbene Buchner (116), tenendo conto che la necropoli pitecusana è stata scavata solo in minima parte (tra il 2,5 e il 5 % per Ridgway 117), so­stenga che queste sepolture non dovevano mancare; sono invece perfettamente documentate tombe e rituali funerari (differenziazione tra inumazione e cremazione; probabile libagione sul tumulo dei cremati; inumazioni con corredi poveri o inesistenti; deposi­zione di amuleti, in prevalenza orientali, nelle sepolture infantili) che in altre necropoli (ad es. Cuma) non sono state identificate o comunque documentate.
La 'novità' della situazione ischitana consiste in parte nell'aver documentato una 'comunità di medio livello' (Ridgway), forse prevalentemente artigianale, che emerge anche al di fuori dell'ambito funerario: si pensi alla firma di vasaio, la prima a comparire su un vaso greco, dall'orlo di cratere rinvenuto nel quar­tiere di Mazzola (Buchner; Klein; recentemente sot­tolineato da Heilmeyer 118); nella stessa area, una casa absidata (la struttura I), distrutta intorno al 720 a. C, viene interpretata da Fusaro (119) come l'abitazione di un artigiano che intende mani­festare un'elevazione di rango edificando, in dimensioni ridotte, secondo modelli costruttivi nobili. Sembra quindi di cogliere una dinamica sociale, forse più rapida negli stanziamenti oltremare, che probabilmente ha un importante riflesso nello sviluppo  interno della madrepatria (Snodgrass 120.
Ma la particolarità della struttura sociale pitecusana, come viene messa in luce dai risultati degli scavi, emerge quando si constata l'eterogeneità etnica e culturale dello stanziamento.
E ormai accertata la presenza di un nucleo orientale (fenicio o nord-aramaico: Garbini 121; Bondì 122; importante anche la possibilità di scambi con orientali residenti a Rodi), inte­grato nella comunità euboica al punto di usufruire della medesima area necropolica e di medesimi rituali funerari (Buchner 123). Accanto a queste presenze genericamente 'orientali', e che sem­brano appartenere ad un ceto economicamente elevato, abbiamo anche presenze indigene, da identificare innanzitutto nelle donne dei primi immigrati, che avrebbero continuato ad usare le anelleniche fibule a navicella; diverso il caso di alcuni adulti inumati in posizione rannicchiata, secondo un rituale che trova riscontro in area daunia (si ricordi la presenza a Ischia di ceramica daunia e di un'iscrizione messapica o daunia su di un'anfora locale: l'estrema povertà della sepoltura sembra indicare un infimo status sociale, forse uno schiavo di origine daunia (D'Agostino 124).
Ma anche al di là della constatazione di presenze etero­genee, la cui entità è difficilmente valutabile, l'importanza storica di Ischia risiede nella varietà di componenti culturali che qui si incontrano, interagiscono, e si diffondono talora in forme mutate. Da una parte, infatti, l'ambiente italico acquisisce elementi culturali dell'ambiente euboico in forma pressoché diretta (si pensi all'alfabeto, o al particolare rituale funerario, che, nella sua forma più elevata, sarà rapidamente e avidamente fatto proprio dalle 'aristocrazie guerriere' etrusche e italiche). Ma in altri casi le influenze subite dall'area tirrenica sono ben più complesse: si pensi che l'imitazione pitecusana dei piatti fenici rad slip ware, decorata con uccelli tratti dal patrimonio iconografico euboico, è forse all'origine dei noti 'piatti a aironi' dell'ambiente etrusco (Buchner); si pensi al caso dell'urna di Sulcis, che unisce decorazione euboica e forma italica (Buchner; Bondì; anche Tronchetti); si pensi infine alle anfore ischitane, che indubbiamente risalgono a prototipi orientali (ad es. le canaanites jar), ma che a Ischia si innestano su una locale tradizione protostorica (i grandi vasi contenitori rinvenuti a Castiglione d'Ischia: Buchner) e ricevono forse un'influenza dalle anfore commerciali greche, sviluppandosi autonomamente e fornendo quindi con ogni probabilità un modello formale alle future anfore commerciali etrusche (Gras; Buchner 127).
Ancora più involuta è la matassa di apporti culturali in senso lato, che si vuole vedere all'origine di importanti trasformazioni interne al mondo etrusco-italico (incremento quantitativo e qualitativo della metallotecnica; differenziazione sociale e presa di co­scienza di un'aristocrazia; in alcuni casi, deciso orientamento verso forme insediative proto-urbane) che è difficile non collegare in qualche misura con il fervido stanziamento pitecusano (per tutti Ridgway 128).
Siamo quindi condotti ad accennare alle esigenze che hanno portato allo stanziamento euboico a Ischia: sembra ormai che la tesi estremamente primitivista di una fondazione a carattere emi­nentemente agricolo, sostenuta da Cook (129) e da Graham (130) non renda giustizia della composita struttura sociale e della vasta rete di apporti culturali riconoscibili a Ischia. Decisiva a questo proposito è stata la scoperta del 'quartiere indu­striale' di Mazzola, che ha permesso di affiancare, alla intensa produzione ceramica ischitana, una multiforme attività metallurgica, peraltro esplicitamente menzionata nelle fonti (131), e che, analogamente alla ceramica, continua fino in piena età romana (cf. supra). Si nota innanzitutto la presenza di metalli il cui approvvigionamento imponeva contatti con diverse aree mediterranee: e se per il ferro la provenienza è unanimemente ritenuta elbana (Buchner 132; la presenza di minerali ferrosi a Ischia è stata generalmente contestata, sebbene l'autore del Tableau Topographique osservi, allo sbocco delle vallate, depositi di sabbia nera con particelle attratte dalla calamità), per il rame si può pensare alla Sardegna (ad es. l'urna di Sulcis di cui supra), ma anche all'area mineraria di Populonia e dell'Elba, mentre per i metalli preziosi, oltre che alla Sardegna (Ridgway), ci si doveva rivolgere alla Spagna meridionale (a Ischia si sono trovate fibule iberiche: Ridgway). Il piombo, rinvenuto in contesti di età romana, poteva provenire da tutte le aree indicate. Per rame, argento, oro abbiamo tracce di una lavorazione secondaria, con­sistente nella manifattura di oggetti d'uso a partire da metalli semilavorati (che potevano essere lingotti, barre, oggetti fuori uso e riutilizzati), mentre per il piombo abbiamo lingotti e mi­nerale, e per il ferro sia frammenti di massello che un fram­mento di minerale. È auspicabile quindi una più attenta indagine anche metallo-tecnica sui materiali ischitani, e in particolare sulle scorie fer­rose, una delle quali rinvenuta in un contesto di VIII sec. a. C. nella necropoli, allo scopo di definire sia il tipo di lavorazione che aveva luogo a Ischia, sia la reale dimensione dell'attività siderurgica, altrimenti si rischia di porre sullo stesso piano la forgiatura di utensili per uso locale, finora documentata, e la riduzione del minerale ferroso destinata ad alimentare una manifattura locale e una più ampia commercializzazione di metallo semilavorato e di prodotti finiti, che attende invece di essere comprovata dal reperimento di scorie di riduzione e in grande quantità. Nell'orizzonte pitecusano di VIII sec. a. C, caratterizzato dall'intensa attività metallurgica, occorrerà, in attesa di dati materiali, rivalu­tare forse il ruolo del rame e degli altri metalli rispetto al ferro (sia consentito di ricordare Mente, re dei Tafi, che in Od., 1, 184 si reca a Temesa per scambiare ferro con bronzo); non è improbabile poi che proprio ad un interesse greco nei confronti del rame toscano (e elbano) si debba la valorizzazione, e l'inizio dello sfruttamento intensivo, del minerale ferroso dell'isola d'Elba, che, secondo Ps. Arist., Mir., 93, sarebbe apparso dalle stesse miniere in cui precedentemente si cercava il rame: non è forse un caso che, come indicato da Bakhuizen (133), l'unico altro esempio di cava 'bimetallica' si trovi in Eubea.

* Alessandro Caretti, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, VIII, Siti, 1990 (Scuola Normale Superiore di Pisa, Ecole Française di Roma, Centre J. Bérard di Napoli).

Per le note si rimanda alla versione .pdf in La Rassegna d'Ischia nn. 1 e 2/2006

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