Dell'Isole della Campania
(in Della
descrizione geografica e politica delle Sicilie,
1794)
I naturalisti
in questa regione cercano di moltiplicare il numero de’ volcani
estinti. Secondo essi, le Isole Ponzie (1) da una parte, Ischia e
Procida dall’altra, formarono un tempo vari gruppi volcanici,
e che li terremoti e le acque del mare li hanno divisi in molte parti
e separati (2). Siccome il materiale di cui sono composte, sopra tutto
l’isole Ponzie, non presenta alcuna resistenza agli urti del
mare, così si congettura che verisimilmente dovevano essere
in altro stato quando furono formate, e finiranno con essere distrutte
e divorate dal mare.
Noi non possiamo dubitare che Ischia sia un volcano estinto. Ma perché
sia lo stesso delle altre isole, deve dirsi che la loro formazione
risale ad una antichità poco concepibile, ch’è
quanto dire ad epoche molto anteriori a’ tempi che gli uomini
hanno consagrato all’istoria. Siamo così sempre più
assicurati che il nostro globo abbia sofferto gran rivoluzioni prima
del tempo in cui gli uomini uniti in società avessero saputo
i mezzi trovare da trasmetterne alla posterità la memoria.
In ogni luogo del nostro globo non veggiamo che argomenti di terribili
catastrofi.
Le isole Ponzie al tempo di Filippo II s’ignorava a chi mai
appartenessero. I papi che pretendevano essere del loro alto dominio,
ne concederono l’investitura al cardinal Farnese ed al duca
di Parma. Ma con parere della nostra Camera della Sommaria, nel governo
del duca di Ossuna, dalla corte di Spagna venne dichiarato che quella
di Roma non vi aveva alcun dritto. Indi nel governo del conte di Lemos,
per maneggi del cardinal Farnese, furono queste isole date in feudo
con titolo di contea al duca di Parma. Si comprende ora come queste
isole sono oggi del nostro sovrano.
1.
Le popolazioni
In Ischia, vescovato
(Ischia città, 2 parr. 3.101 - Barano 1.826 - Campagnano 1.136
- Casamicciola 3.127 -Moropane 679 - Fontana 694 - Forio, 2 parrocchie
7.385 -Lacco 1.654 - Panza 738 -Serrara 1.090 -Testaccio 1.049)- Totale
anime 22.479
Procida, diocesi di
Napoli 12.518
Ponza, diocesi di Gaeta
735 - Vendutena, diocesi
di Gaeta 308 - Totale 1.043
Totale
36.040
2. Descrizione particolare delle isole
Purgaturo.
È una isoletta al di là del promontorio di Posilipo,
dove fanno contumacia li bastimenti. Dagli antichi era nominata Limon
ed anche Euploea.
Nisida.
È un’altra picciola isola, che viene immediatamente dopo,
senza popolazione ma con un picciolo porto e sicuro. Nel 1661 fu venduta
dal fisco come casale di Napoli. Presso gli antichi erano nominati
li suoi asparaghi (3)
Procida. È situata
fra Ischia ed il promontorio di Miseno, e non ha che 5 miglia di superficie
quadrata. Fu da principio chiamata Pithecusa (4), indi avendo acquistato
il nome di Prochyta, il primo nome passò all’isola d’Ischia.
Procida è un’isola piana e deliziosa ed ha un terreno
fertilissimo in vini ed in frutta. Nel XIV secolo il suo stato era
così florido, che per li tributi andava tassata in 5 militi.
Ischia.
Anticamente detta Aenaria, Pithecusa, Inarime. Ha poco più
di 18 miglia quadrate di superficie, ed è situata non molto
discosto dal promontorio di Miseno. Gli antichi credevano che un tempo
fosse stata unita al continente, e che ne fusse stata poi distaccata
dalla forza del fuoco e delle acque (5). Ora l’osservazione
del luogo non sembra presentarci nulla che possa confermare la tradizione.
Si diceva pure d’essere stata distaccata da Procida. Sono congetture
e non dimostrazioni.
Ciò che sembra più probabile a credere si è che
Ischia sia surta dal mare per la forza di un sotterraneo volcano.
Si sa che molte isole sono comparse in un momento per la medesima
cagione. Ma ciò non esclude il fatto che i volcani potevano
ancora sorgere sopra di un’isola per l’innanzi distaccata
dal continente. Sul principio il volcano fu nel monte Epopeo oggi
di S. Nicola; altri volcani posteriori han prodotto gli altri monti
che formano l’isola, e tutti sembrano essere accessioni del
principale.
Livio ci dice che gli Euboici, che poi edificarono Cuma nel continente
vicino, si fermarono la prima volta in Ischia (6). Al dir di Strabone
costoro abbandonarono l’isola per una sedizione insorta tra
essi e gli Eritrei, che allora anche vi abitavano (7). Ma nel 262
di Roma furono anche questi ultimi costretti ad abbandonare l’isola
per una terribile eruzione avvenuta (8). Circa trent’anni dopo
quest’avvenimento, Gerone vi mandò una colonia di Siracusani,
i quali ebbero la medesima sorte de’ primi abitatori. Dopo queste
due eruzioni la storia fa menzione di un’altra molto terribile
avvenuta nell’anno 1302.
Oggi quest’isola mostra da per tutto i segni più evidenti
di volcani che l’hanno altre volte bruciata, e di quelli che
attualmente fermentano nel suo seno. La sua superficie non presenta
che lave di materia volcanica vetrificata, e strati di materie calcarcee
e di pomici. Se si scava un poco nel suo suolo, il terreno si trova
estuante ed alcune volte a segno di non potervi sostenere la mano.
Si trovano in gran copia i minerali di meravigliosa attività.
Ma il dottor Andria (9) non crede esser vero quel che da molti antichi
si è detto e si è ripetuto da molti moderni, cioè
di esservi in quest’isola l’oro e gli altri metalli perfetti,
che la natura non produce mai fra li tumulti di un volcano, ma con
operazioni lunghe e regolari.
Giulio Jasolino nel De‘ rimedi naturali che sono nell’isola
di Pithecusa hoggi detta Ischia ci parla di una miniera di allume,
che vi era in Ischia e che al suo tempo dava fino a 1.500 cantara
all’anno di questo minerale (10). Se si vuol credere a Pontano
la manipolazione dell’allume fu introdotta in Ischia da un Genovese
verso il principio del XIV secolo (11). La miniera di questo mineraie
era in Catrico. Andria assicura che oggi di allume non ve n’è
affatto o pure ve n’è pochissimo.
Il luogo dove l’allume si preparava si chiama piazza delle pera.
Le parti ferruginose mescolate con l’arena la rendono molto
tenace, e nelle fabbriche è preferita alla puzzo1ana. Ma siccome
in questo luogo non si manipola più allume, così quest’arena,
detta terra d’Ischia, si è resa un poco rara e col tempo
mancherà affatto.
La creta d’Ischia era celebre presso gli antichi. I fiaschi
che con essa gl’isolani faceano, fecero dare all’isola
il nome di Pithecusae (12). Con questa creta anche oggi si lavorano
in Ischia ed a Napoli de’ vasi che hanno qualche nome.
Il fuoco sotterraneo, dal quale l’isola d’Ischia è
animata, vi ha resa la natura oltre modo energica. Nulla è
paragonabile alla fertilità del suo suolo. Gli antichi volcani
distruttori hanno calmata la loro furia. Le lave si sono rese coltivabili;
le viti e le altre piante, sebbene picciole, hanno ricoperto quelle
rocce squallide altre volte ed abbronzite dal fuoco. Nelle valli e
ne’ piani, dove si ha potuto raccogliere la terra vegetabile,
si vedono crescere grandi alberi che non allignano negli altri luoghi
ricoperti di arena mobile e di poca consistenza. Ivi la terra è
quasi simile ai fertili piani della Campania, e vi alligna e prospera
molto bene il frumento. Tutto ciò ch’è in Ischia,
l’aria, l’erbe, le frutta, il latte degli animali, i pesci
del suo mare sono di una perfezione superiore e di un sapore squisito.
Le stufe e le acque minerali meritano una particolare considerazione
trattandosi dell’isola d’Ischia (13). Queste unitamente
alla salubrità dell’aria ed alla bellezza del suolo,
vi richiamano nell’estate una gran folla di gente. Non si può
scegliere un luogo più delizioso. Gl’infermi vi vanno
per ristabilirsi dalle loro malattie, e la dimora in Ischia non contribuisce
meno delle sue acque e delle sue stufe alla loro guarigione.
S.
Stefano. È quasi dirimpetto al porto di Vendutena,
ed ha due miglia di circonferenza. Non è abitata né
coltivata, ed è coperta di boscaglie.
Vendutena.
Denominavisi Pandataria da’ Latini. I suoi contorni oppongono
poca resistenza al mare, cosicché sembra che prima era più
estesa. La sua superficie è più di 2 miglia quadrate.
Ha tre sorgive di acqua molto buona che non mancano mai, sebbene sieno
poco abbondanti. Il suolo è fertile. Ha all’est un porto
scavato nel tufo ne’ tempi antichi, dove solamente è
accessibile, come in due cale laterali. Il porto ha la forma di un
canale e non può ricevere che piccioli bastimenti: era un bagno
quando fu formato. Ha 400 moggi di terra coltivabile. È stata
popolata nel 1769; ma anticamente la sua popolazione era tale che
formava una prefettura. Vi furono relegate Agrippina moglie di Germanico,
Ottavia, moglie di Nerone ed altre illustri persone. Prima di popolarla,
li corsari barbareschi vi si tenevano in agguato, e vi si è
costrutta una torre con un presidio per difenderla da essi. Da Gaeta
è lontana 25 miglia.
Ponza.
È la più grande di tutte l’isola Ponzie. È
posta in mezzo ad esse, lontana da Gaeta 45 miglia: irregolarissima
è la sua forma, ed è prolungata dal nord-est al sud-ovest
di quattro miglia. La sua ineguale larghezza non oltrepassa mai 600
passi; e la sua superficie è poco più di due miglia
quadrate: il suo perimetro è di 11 miglia. Il gran numero di
seni mostra che siano formati dal mare, e che prima doveva essere
più estesa. Tutte le sue parti presentano fenomeni curiosi
e particolarità in gran numero, che non si osservano negli
altri volcani. È fertile ed è coltivata: ha mille moggi
di terra coltivabile. Ha un buon porto chiuso da un molo e cinto da
edifizi che fanno una bella mostra: è capace di 50 grossi bastimenti
mercantili. Questo porto riesce opportuno a’ naviganti che trafficano
in questi mari, perché si può attendere il vento favorevole
al viaggio senza perdere la direzione. Vi fu dedotta una colonia nel
441 di Roma, rimase deserta nel IX secolo della nostra era, tempo
in cui si possedeva da monaci. Poco dopo il 1769 vi fu mandata una
colonia, che vi ha prosperato mercé la pesca e l’agricoltura.
La popolazione è sparsa in diversi luoghi dell’isola.
Quivi da Tiberio fu rilegato Nerone figlio di Germanico e fratello
di Caligola rilegò le sue sorelle dopo averle violate. Ponza
ha un’isoletta vicina detta Calvi.
Palmarola.
Da Ponza è lontana 4 miglia: forse una volta l’era unita.
Irregolarmente si estende dal nord al sud nella superficie poco più
di un miglio quadrato. È all’intorno scoscesa, e non
è accessibile che per un picciolo porto ancora di difficile
abbordo. A considerarla non è che uno scheletro o l’immagine
dello stato più felice di un altro tempo. Vien divisa in due
parti quasi eguali da uno stretto canale nella sua larghezza, e che
si tragitta in barca. Non può essere dunque abitata né
coltivata. Si suppone essere abitata da diavoli, e tale credenza è
così stabilita ch’è impossibile indurvi alcun
pescatore a passarci la notte. Uccelli notturni abitano le sue grotte
(14).
Zannone.
È quadrilatere ed è scoscesa in quasi tutto il suo contorno.
Nella sua massa è parte volcanica e parte calcarea. È
calcarea al nord e sembra il calcareo servire di base al volcanico.
Questa singolarità potrebbe farci supporre che una volta era
unita al continente, poiché l’unione di due nature non
più indicate che diverse origini. Un tempo fu abitata da‘
monaci benedettini: oggi è deserta, ed è tutta ingombra
di olivi salvatici, di cespugli, di sterpi e di bronchi. Non ha fonte
alcuno di acqua.
1) Plinio [Nauralis Historia, l. III cap. VI] le chiama
«Pontiae insulae» collettivamente. Ponza e le isole convicine
sono ne’ mari di Gaeta. Oggi si chiamano Vendutena, S. Stefano,
Palmarola, Zannone, onde con Ponza sono cinque. Livio ci dice che
Ponza fu così detta perché fu abitata da’ cittadini
della tribù Pontina [Livio, Ab urbe condita, l. IX cap. XXVIII].
2) M. Déodat De Dolomieu ha cercato provare che le isole Ponzie
sono volcaniche. Mémoire sur les îles Ponces et Catalogue
raisonné des produits de l’Etna, Paris 1788.
3) Plinio, Naturalis historia, l. XVIII, cap. VIII.
4) Ibidem, l. III cap. VI.
5) Strabone, Rerum geographicarum, l. I, pp. 90 e 103; l. V pp. 379-380
e l. VI pp. 396-397.
6) Livio, Ab urbe condita, l. VIII, cap. XXII.
7) Strabone, Rerum geographicarum, cit. l. V, pp. 378-379.
8) Julius Obsequens, De prodigiis, Basileae, s. d. ma MDLII, pp. 108-109
9) Nicola Andria, Trattato delle acque minerali, P. II pp. 193-212.
10) Giulio Iasolino, De’ rimedi naturali che sono nell’isola
di Pithecusa, oggi detta Ischia, Napoli, MDCCLI, l. I cap. III p.
23.
11) Giovanni Pontano, De bello neapolitano, Napoli 1509, l. VI, G.
II.
12) Plinio, Naturalis historia, l. III, cap. VI «a figulinis
doliorum».
13) Nicola Andria ha scritto sulle acque minerali d’Ischia e
delle vicinanze di Napoli un trattato che si può consultare
da coloro che amano avere idee più precise sulla natura di
esse.
14) V. Dolomieu, op. cit.
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