Momenti
di vita isolana
La casa della Pietratorica
di Clementina Petroni
Eravamo
più vivaci del solito, quel mattino, nel cortile delle scuole,
dove giocavamo e correvamo senza sosta e senza stancarci.
Anche la piccola Rita Russo si muoveva rapida, nonostante zoppicasse
a causa di una poliomelite infantile. Quel giorno si sforzò
più del solito, per dimostrare a se stessa ed a noi tutte che
non aveva alcun handicap e gli occhi le brillavano di gioia.
Ma ad un tratto, forse perché ansiosa, inciampò e cadde.
Rimase a terra, e le sue guance coperte da lentiggini diventarono
rosse di fuoco, il suo sguardo dignitoso, ma triste.
Le andai incontro e cercai di sollevarla, mi respinse irritata. Non
mi arresi e le rimasi vicina. Scoppiò in un pianto sordo, intimo,
profondo. Capii che aveva bisogno di tanta tenerezza. Da quel giorno
cominciò a volermi bene, a fidarsi di me. Un giorno mi portò
in regalo un portacolore lavorato ad uncinetto da sua nonna e mi invitò
ad andare per il pomeriggio nella sua casa.
Abitava all'interno di una campagna, circondata tutt'intorno da viti
e piante di fichi e noci. Prendemmo una scorciatoia, attraversammo
una strada stretta, ricca di parracine da ambo i lati.
C'erano delle casette sparse lungo la strada e all'improvviso come
per miraggio, apparve uno spiazzo con dei ruderi abbandonati, una
vecchia chiesa con le porte sprangate ed un piccolo sacrato con panche
di pietra.
Un uccello aveva fatto il nido sul campanile dove forse un tempo c'era
stata una piccola campana. Rimasi affascinata da quel luogo abbandonato
ed apparentemente triste.
Proseguimmo ancora tra muri di parracine e profumi selvatici, finché
arrivammo nei pressi di un'antica casa circondata tutt'intorno da
vigneti e piante. Forse un tempo in quella casa avevano abitato persone
benestanti, l'architettura era sobria e sinuosa. Al piano terra un
immenso portico con una ricchezza d'archi e volte, nella parte interna
alcuni grossi ambienti, che fungevano da deposito e cantina.
Una grande pietratorcia, come non ne avevo mai viste, era al centro
del porticato.
Sembrava messa lì apposta per essere ammirata. Era di tufo
verde, ed appariva come una presenza silenziosa, elemento essenziale
di quel portico, di quella casa, di quella campagna ricca e festosa.
Attraverso una scala a giorno si accedeva agli ambienti superiori
ed un grosso terrazzo girava tutt'intorno alla casa. Gerani e bouganville
creavano macchie di colori intensi vicino al vecchio intonaco. C'era
pace, profumo di antico. Rita mi fece conoscere fratelli e sorelle,
il padre affaccendato nella cantina, la madre intenta a raccogliere
verdure.
C'era anche la nonna Giuseppa in uno stanzino piccolo, ma pieno di
luce e riscaldato dal sole; recitava il rosario e con l'altra mano
accarezzava un gatto che dormiva sornione.
Trascorremmo alcune ore insieme, tra la campagna ed i ruderi circostanti.
Sul far della sera mi accompagnò oltre la strada stretta ed
isolata, e da lì mi incamminai veloce verso casa.
Rita diventò la mia nuova compagna di giochi e con lei tutto
diventava semplice, perché era piena di voglia di vivere ed
era soprattutto leale.
Un giorno mi fece conoscere una storia che le era stata raccontata
della mamma. Nella vecchia chiesetta abbandonata tra i ruderi, poco
distante dalla casa sua, un tempo era stato nascosto un uomo che era
scappato da un penitenziario. Rimase lì per alcuni giorni,
fin quando i carabinieri non riuscirono a rintracciarlo. L'uomo oppose
resistenza, ma alla fine si arrese. Andò via portando con sé
un piccolo pezzo d'intonaco che faceva parte di un affresco raffigurante
la Madonna. Aveva vissuto una vita da disgraziato, senza affetto e
senza colore. Sperava di vivere anch'egli qualche momento di serenità.
Tutta la gente del circondario si commosse e cominciò a pregare
per lui.
Un giorno Rita arrivò a scuola con gli occhi gonfi e molto
tristi. Non le chiesi nulla, anche se intuivo che soffriva, perché
era sempre più distratta e assente.
Non mi invitava più ad andare a casa sua. Soffrii anch'io,
finchè non appresi da lei stessa che la mamma era ammalata
e che tutta la famiglia di lì a qualche mese doveva espatriare
per un continente lontano che era l'America.
Provai un'angoscia così profonda a tale notizia che a scuola
diventai pure io distratta e assorta nei miei pensieri.
Rita veniva sempre più di rado a scuola, finché un giorno
appresi che sua mamma era volata in cielo.
Fu quella l'ultima occasione in cui mi incontrai con la mia amica,
perché dopo qualche settimana insieme ai suoi familiari partì
per l'America. Trascorsi delle notti insonni al pensiero di Mariannina,
così si chiamava la mamma, sarebbe rimasta sola nel cimitero
di Forio e senza il conforto di figli e marito.
La casa della Pietratorcia rimase isolata e abbandonata per tantissimo
tempo, finché un giorno, dopo molti anni e ormai adulta, il
desiderio di rivedere quel luogo a me caro, diventò sempre
più forte.
Un pomeriggio d'autunno percorsi di nuovo la vecchia strada di campagna,
la strettoia con le parracine finché non raggiunsi la casa.
Alcune cose erano cambiate, ma il fascino e l'atmosfera erano rimaste
suggellate in quel luogo ormai abbandonato. Intorno alla casa c'erano
erba, rovi, piante selvatiche. La Pietratorcia era sempre lì,
come un grande scrigno che custodiva le emozioni e i segreti di vite
vissute. Salii per la scalinata a giorno ormai pericolante ed entrai
nelle stanze vuote, dove l'intonaco cedeva a pezzi. In uno stanzino
trovai una bambola lavorata ad uncinetto, stava poggiata su una nicchietta.
Mi affacciai ancora una volta dopo tanto tempo, da quel terrazzo che
girava intorno alla casa. Guardai il sole che tramontava sul mare
di Citara. I colori erano di quelli che riempivano il cuore, ma dei
brividi mi accapponavano la pelle.
Ero felice di pensare che forse anche Rita davanti ad un tramonto,
in un'altra parte del continente, avrebbe potuto pensare a Forio,
alla sua casa, alla sua amica d'infanzia. In fin dei conti facemmo
entrambe parte di quel pezzetto di storia che ogni essere umano si
porta dietro fino all'eternità.