La Rassegna d'Ischia 2004
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Momenti di vita isolana
La casa della Pietratorica

di Clementina Petroni

Eravamo più vivaci del solito, quel mattino, nel cortile delle scuole, dove giocavamo e correvamo senza sosta e senza stancarci.
Anche la piccola Rita Russo si muoveva rapida, nonostante zoppicasse a causa di una poliomelite infantile. Quel giorno si sforzò più del solito, per dimostrare a se stessa ed a noi tutte che non aveva alcun handicap e gli occhi le brillavano di gioia.
Ma ad un tratto, forse perché ansiosa, inciampò e cadde. Rimase a terra, e le sue guance coperte da lentiggini diventarono rosse di fuoco, il suo sguardo dignitoso, ma triste.
Le andai incontro e cercai di sollevarla, mi respinse irritata. Non mi arresi e le rimasi vicina. Scoppiò in un pianto sordo, intimo, profondo. Capii che aveva bisogno di tanta tenerezza. Da quel giorno cominciò a volermi bene, a fidarsi di me. Un giorno mi portò in regalo un portacolore lavorato ad uncinetto da sua nonna e mi invitò ad andare per il pomeriggio nella sua casa.
Abitava all'interno di una campagna, circondata tutt'intorno da viti e piante di fichi e noci. Prendemmo una scorciatoia, attraversammo una strada stretta, ricca di parracine da ambo i lati.
C'erano delle casette sparse lungo la strada e all'improvviso come per miraggio, apparve uno spiazzo con dei ruderi abbandonati, una vecchia chiesa con le porte sprangate ed un piccolo sacrato con panche di pietra.
Un uccello aveva fatto il nido sul campanile dove forse un tempo c'era stata una piccola campana. Rimasi affascinata da quel luogo abbandonato ed apparentemente triste.
Proseguimmo ancora tra muri di parracine e profumi selvatici, finché arrivammo nei pressi di un'antica casa circondata tutt'intorno da vigneti e piante. Forse un tempo in quella casa avevano abitato persone benestanti, l'architettura era sobria e sinuosa. Al piano terra un immenso portico con una ricchezza d'archi e volte, nella parte interna alcuni grossi ambienti, che fungevano da deposito e cantina.
Una grande pietratorcia, come non ne avevo mai viste, era al centro del porticato.
Sembrava messa lì apposta per essere ammirata. Era di tufo verde, ed appariva come una presenza silenziosa, elemento essenziale di quel portico, di quella casa, di quella campagna ricca e festosa. Attraverso una scala a giorno si accedeva agli ambienti superiori ed un grosso terrazzo girava tutt'intorno alla casa. Gerani e bouganville creavano macchie di colori intensi vicino al vecchio intonaco. C'era pace, profumo di antico. Rita mi fece conoscere fratelli e sorelle, il padre affaccendato nella cantina, la madre intenta a raccogliere verdure.
C'era anche la nonna Giuseppa in uno stanzino piccolo, ma pieno di luce e riscaldato dal sole; recitava il rosario e con l'altra mano accarezzava un gatto che dormiva sornione.
Trascorremmo alcune ore insieme, tra la campagna ed i ruderi circostanti. Sul far della sera mi accompagnò oltre la strada stretta ed isolata, e da lì mi incamminai veloce verso casa.
Rita diventò la mia nuova compagna di giochi e con lei tutto diventava semplice, perché era piena di voglia di vivere ed era soprattutto leale.
Un giorno mi fece conoscere una storia che le era stata raccontata della mamma. Nella vecchia chiesetta abbandonata tra i ruderi, poco distante dalla casa sua, un tempo era stato nascosto un uomo che era scappato da un penitenziario. Rimase lì per alcuni giorni, fin quando i carabinieri non riuscirono a rintracciarlo. L'uomo oppose resistenza, ma alla fine si arrese. Andò via portando con sé un piccolo pezzo d'intonaco che faceva parte di un affresco raffigurante la Madonna. Aveva vissuto una vita da disgraziato, senza affetto e senza colore. Sperava di vivere anch'egli qualche momento di serenità. Tutta la gente del circondario si commosse e cominciò a pregare per lui.
Un giorno Rita arrivò a scuola con gli occhi gonfi e molto tristi. Non le chiesi nulla, anche se intuivo che soffriva, perché era sempre più distratta e assente.
Non mi invitava più ad andare a casa sua. Soffrii anch'io, finchè non appresi da lei stessa che la mamma era ammalata e che tutta la famiglia di lì a qualche mese doveva espatriare per un continente lontano che era l'America.
Provai un'angoscia così profonda a tale notizia che a scuola diventai pure io distratta e assorta nei miei pensieri.
Rita veniva sempre più di rado a scuola, finché un giorno appresi che sua mamma era volata in cielo.
Fu quella l'ultima occasione in cui mi incontrai con la mia amica, perché dopo qualche settimana insieme ai suoi familiari partì per l'America. Trascorsi delle notti insonni al pensiero di Mariannina, così si chiamava la mamma, sarebbe rimasta sola nel cimitero di Forio e senza il conforto di figli e marito.
La casa della Pietratorcia rimase isolata e abbandonata per tantissimo tempo, finché un giorno, dopo molti anni e ormai adulta, il desiderio di rivedere quel luogo a me caro, diventò sempre più forte.
Un pomeriggio d'autunno percorsi di nuovo la vecchia strada di campagna, la strettoia con le parracine finché non raggiunsi la casa.
Alcune cose erano cambiate, ma il fascino e l'atmosfera erano rimaste suggellate in quel luogo ormai abbandonato. Intorno alla casa c'erano erba, rovi, piante selvatiche. La Pietratorcia era sempre lì, come un grande scrigno che custodiva le emozioni e i segreti di vite vissute. Salii per la scalinata a giorno ormai pericolante ed entrai nelle stanze vuote, dove l'intonaco cedeva a pezzi. In uno stanzino trovai una bambola lavorata ad uncinetto, stava poggiata su una nicchietta. Mi affacciai ancora una volta dopo tanto tempo, da quel terrazzo che girava intorno alla casa. Guardai il sole che tramontava sul mare di Citara. I colori erano di quelli che riempivano il cuore, ma dei brividi mi accapponavano la pelle.
Ero felice di pensare che forse anche Rita davanti ad un tramonto, in un'altra parte del continente, avrebbe potuto pensare a Forio, alla sua casa, alla sua amica d'infanzia. In fin dei conti facemmo entrambe parte di quel pezzetto di storia che ogni essere umano si porta dietro fino all'eternità.