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di Autore / EPICEDIO FLEGREO
di Amedeo Maiuri (da
Neapolis, storia e cronache - n. 1/1960)
La colonizzazione greca della Campania è uno
degli eventi più storicamente accertati, anche se avvolto dal
poetico colore dei miti e delle leggende. I primi navigatori dell'Egeo
toccarono infatti assai presto i lidi della Campania e la saturarono
fino a Cuma, ove la tradizione pone l'ultimo avamposto delle colline
greche del Tirreno. Erano i Calcidesi che, dalla lontana e povera
isola d'Eubea avean fondato le prime isole greche sotto l'Etna e,
dopo aver bloccato con Reggio e Messina la via marittima fra lo Jonio
e il Tirreno, eran risaliti fino al golfo di Napoli, installandovisi
dapprima nell'isola d'Ischia, ai piedi di un altro vulcano non ancora
spento: l'Epomeo. E, da Ischia, dopo i primi contatti con gli italici
della costa, eran passati sulla terraferma, proprio là dove
un colle vulcanico, fra selve e laghi, a specchio del Tirreno, sembrava
messo a bella posta per guardare l'ampio braccio di mare che si estendeva
dal Massico e dal promontorio di Gaeta fino al Capo Miseno.
Di queste lontane vicende dell'VIII secolo a. C. più delle
testimonianze storiche ci fan sicura fede le scoperte archeologiche.
Prima d'ogni altra l'immensa e ricca necropoli di Cuma con i suoi
corredi che, per quanto depredati, ci danno il quadro completo della
civiltà e del costume della città greca dalle origini
fino all'età romana; cui s'è aggiunta in questi ultimi
anni la scoperta d'uno dei nostri e giovani e valenti studiosi: la
necropoli del più antico stabilimento greco, ad Ischia - Pithecusae
- cioè che precedette di qualche decennio lo stabilimento di
Cuma. È la necropoli della poetica valle di San Montano pertinente
alla rocca di Monte Vico: tombe vetuste di cremati, sepolti con i
resti del rogo sotto cumuli di pietre, dei quali una coppa ricomposta
d'infiniti frammenti ci ha dato, con la decorazione a linee geometriche,
la più antica iscrizione greca rinvenuta finora in Occidente,
incisa nei caratteri dell'alfabeto arcaico importato dai coloni calcidesi,
in cui possiamo cogliere una chiara eco della poesia omerica.
Narra infatti un canto dell'Iliade del saggio Nestore che avrebbe
riconfortato, nella sua tenda, gli eroi stanchi della battaglia con
un infuso di vino e di miele preparato nella sua preziosa coppa d'oro;
e l'iscrizione dell'umile coppa d'argilla del navigatore greco dice
«Non invidio la coppa di Nestore, ché chiunque beva a
questa mia coppa, subito prenderà il desiderio dell'aurea Afrodite»,
irradiando sulla prima colonia greca della Campania la luce del canto
di Omero e provandone la continuità.
Una continuità spirituale che conferma la tradizione storica,
malgrado la colonizzazione greca di Cuma abbia anche una origine leggendaria
in Dedalo, il grande architetto cui s'attribuiva la costruzione della
favolosa reggia di Minosse a Creta e che, per sfuggire alla prigionia
inventò per sé e per il figlio Icaro il primo apparecchio
di volo. È la leggenda eroica di cui si fa eco Virgilio:
Chalcidicaque
levis tandem super adstitit arce
Daedalus, ut fama est, fugiens Minoia regna
praepetibus pinnis ausus se credere coelo...
ove costruiva
i grandi templi sacri di Apollo, non senza aver tentato di raffigurare,
sulle porte istoriate del tempio, con la mano tremante del suo dolore
di padre, la tragica caduta del figlio. Per cui, nella fantasia del
poeta, Cuma nasce per la mano del primo conquistatore dell'aria.
Nel fatto, invece, i Greci vennero a Cuma da Ischia e sulle povere
capanne d'un villaggetto italico costruirono il tempio del loro Dio
ed il muro della città; incavarono il fianco della rupe con
un taglio geometrico rettilineo, simile ai corridoi dei mausolei di
Creta, d'Argo e di Micene e ne fecero l'antro della Sibilla, al terrore
delle sotterranee forze maligne sostituendo la religione dell'oracolo
che interpretava la voce d'un dio benigno alleviatore di mali; e di
quest'ultimo loro avamposto fecero l'arce del loro dominio campano.
Dominio di potenza ed insieme dominio di civiltà, attraverso
il quale la Campania fu aperta alle grandi vie del commercio mediterraneo,
tanto che l'altra città che sorgeva in quegli stessi anni sulle
rive del Tevere in mezzo ad una palude febbricosa s'alimentò
anch'essa della luce che veniva da Cuma.
Più a sud altri Greci, forse di Rodi, avevan già raggiunto
il golfo di Napoli, insediandosi sulle alture di Pizzofalcone e chiamando
quel loro insediamento col nome della Sirena Partenope; altri, i Sami,
sfuggendo alla tirannia di Policrate occuperanno più tardi
la rocca di Pozzuoli: ma saranno tutti facilmente attirati nell'orbita
di Cuma a concorrere a formare di tutto il litorale campano un solo
impero marittimo.
Padroni della costa e del mare, non lo erano egualmente del retroterra
ove, con la signoria dei Tarquini a Roma, s'erano insediati gli Etruschi
con una federazione di dodici città e la capitale Capua (Capua
vetere). Forti della loro più salda coesione politica e padroni
delle allora ricche miniere dell'isola d'Elba, miravano a uno sbocco
sulla costa e ad aprirsi una via stabile di comunicazione verso il
sud della penisola. E il cozzo fra le due maggiori potenze marittime
dell'Italia fu tremendo.
Per gli Etruschi, padroni di Roma e d'una parte della valle padana,
il possesso integrale della Campania terrestre e marittima equivaleva
all'egemonia sull'Italia. Tentarono di rompere il blocco marittimo
mettendosi a capo d'una coalizione delle genti italiche della Campania
e furono vinti sotto Cuma (anno 524); tornarono 50 anni dopo con la
loro flotta e nelle acque di Cuma si trovarono contro la flotta cumana
e la più potente flotta siracusana di Jerone I che, intervenendo
a favore dei greci di Cuma, mirava ad estendere il suo impero marittimo
sul golfo di Napoli. Battaglia campale e decisiva (474/53): la sconfitta
degli Etruschi, con la cacciata dei Tarquini da Roma, segnò
la fine della potenza etrusca in Italia e il ritorno dell'egemonia
greca.
Ma fu vittoria pagata a caro prezzo dai Cumani. Un presidio di Jerone
s'insediò nell'isola d'Ischia; il controllo del canale di Procida
passò per alcun tempo nelle mani del tiranno di Siracusa e
il centro dell'impero marittimo della Campania si spostò, con
la fondazione di Neapolis, dall'aperto litorale cumano verso l'interno
del golfo.
Con la fine del pericolo etrusco la funzione strategica e politica
di Cuma finiva e la trasfusione della vecchia e gloriosa metropoli
euboico-calcidica nella nuova colonia filiale e rivale di Neapolis
fu completa.
Greci ed Etruschi soccomberanno sotto l'irruzione dei Sanniti, le
vigorose genti italiche dell'Appennino, e la lotta combattuta fra
Greci ed Etruschi in Campania per l'egemonia d'Italia, si rinnoverà
più aspra e sanguinosa fra Sanniti e Romani; e, intorno a Capuavetere
ribelle e domata, contesa fra Annibale e Roma, si concluderà
il grande dramma storico della Campania. Cuma sannitica o romana,
tagliata fuori dalle grandi vie del commercio marittimo, diventerà
una città santa, la città dell'oracolo, scossa appena
dal suo sopore dall'assedio che vi porrà Annibale quando il
cartaginese invano ritenterà, come gli Etruschi di Capua, di
forzare il blocco delle coste campane per i necessari rifornimenti
di armi e di mercenari da Cartagine.
Un improvviso risveglio l'ebbe Cuma nel momento più drammatico
della storia di Roma, alla vigilia dell'impero. Furono gli anni cruciali
dopo la morte di Cesare. Allontanato Antonio dall'Italia e quasi risospinto
in Egitto verso il suo folle miraggio d'una monarchia orientale antiromana,
toccò al giovane Ottaviano di sostenere il peso della lotta
contro Sesto Pompeo che, con una flotta bene addestrata, teneva il
blocco della Campania e del Lazio pirateggiando e minacciando Roma
di fame, priva com'era del grano della Sicilia e della Sardegna. Bisognava
creare una flotta e basi navali sicure per tenere in scacco il corseggiare
di Sesto. E Ottaviano trovò nel litorale flegreo le basi necessarie
e in Marco Vipsanio Agrippa un navarca stratega pari alla gravità
del momento.
Fu il capolavoro della strategia di Agrippa. Con mirabile rapidità
concepì e attuò le opere che dovevano trasformare uno
dei luoghi più sacri d'Italia in una formidabile base navale.
Scavando un canale di comunicazione fra il lago d'Averno e il Lucrino
e fra il Lucrino e il mare e gettando possenti dighe foranee e ampi
moli, fece di quei due bacini lacustri un unico grande porto, il porto
che si disse Giulio (portus Julius) in onore di Cesare e della gente
Giulia a cui Ottaviano, figlio adottivo ed erede di Cesare, apparteneva.
E sulle ripe sacre d'Averno installò Agrippa un arsenale per
costruzione e raddobbo delle navi, tagliando la selva che a quel tempo
avvolgeva di religioso mistero le acque del lago; e infine, precorrendo
gli ardimenti della ingegneria moderna, perforò con due grandiose
gallerie il monte fra l'Averno e Cuma e il monte fra Cuma e il mare,
collegando il Porto Giulio con il litorale cumano. In tal modo la
difesa del medio Tirreno veniva ad essere saldamente appoggiata al
triangolo marittimo di Miseno, Cuma e l'Averno: ideatore Agrippa,
esecutore l'architetto militare puteolano Cocceio, puteolane e cumane
le maestranze degli abili cavamonti che scavarono quelle mirabili
gallerie illuminate da verticali o obliqui pozzi di luce, con la stessa
bravura con cui i cavamonti di Carlo di Borbone riusciranno a trarre
dai cunicoli di Ercolano un popolo di statue in marmo e in bronzo.
Opere che ci appaiono ancor oggi gigantesche, ma che dovettero turbare
profondamente il sentimento religioso degli antichi, che vedevan profanato
l'Averno ove lo stesso Annibale aveva sacrificato agnelle nere alle
divinità infernali, e sventrato il colle di Cuma là
dove Apollo profetava per bocca della Sibilla. Ma si trattava di vincere
una guerra che aveva per posta l'eredità di Cesare e Ottaviano
non esitò. E il buon auspicio di Cuma accompagnò la
fortuna di Ottaviano: la flotta del porto Giulio trionfò di
Sesto Pompeo e, pochi anni dopo, affrontava vittoriosamente la flotta
di Antonio e Cleopatra ad Anzio. Così l'impero ebbe il suo
primo fondamento in questi luoghi, tra queste rocche ed in queste
acque tornate deserte.
Cessato il tumulto di guerra, cessarono le ragioni che avevano imposto
così grandiosi apprestamenti militari e un così profondo
sovvertimento del carattere sacro dei luoghi: ai bisogni della flotta
sembrò più adatto il Porto Miseno che, con il duplice
bacino, e il gigantesco serbatoio della Piscina mirabile, diventava
la grande base navale della flotta romana; il lago Lucrino tornò
ad essere luogo di diporti estivi e vivaio di ostriche; l'Averno ripiombò
nel silenzio immoto delle sue acque e le dighe e i moli foranei del
Porto Giulio scesero lentamente nel gorgo delle acque per la forza
ineluttabile del bradisismo e dei secoli.
La riconsacrazione dei iuoghi violentati dalla guerra fu quasi un
atto di espiazione sacra; e ventura volle che quella riconsacrazione,
più che da aruspici e pontefici, fosse fatta da un grande poeta,
da Virgilio. Viveva in quegli anni Virgilio a Napoli; aveva composto
il poema della terra, le Georgiche, ispirandosi ai campi, alle coltivazioni,
agli animali, al costume della terra campana e si accingeva al più
alto canto dell'epopea romana, all'Eneide. E un giorno dall'acropoli
di Cuma, innanzi al lido selvoso e accanto alla bocca dello speco
oracolare, vide il poeta l'arrivo delle navi di Enea, lo sbarco dei
compagni di esilio, la caccia e la preda delle belve nella cupa foresta
del litorale per allestire le mense, l'ascesa dell'eroe all'Acropoli
con il fido Acate e la sosta innanzi ai fastigi e alle porte istoriate
del tempio, l'incontro e il responso della Sibilla, mentre spuntava
lontana la vetta del promontorio che sarà consacrato al nome
del naufrago Miseno. Così il poeta latino riprendeva il ciclo
dell'epos omerico ma, invece di risvegliare con Ulisse nell'Ade le
ombre degli eroi greci spenti nella guerra di Troia, incontrava profeticamente
con Enea nei campi Elisi, tra i beati, gli artefici della potenza
e della grandezza di Roma.
Un ultimo sprazzo di vita ebbe Cuma dalla Domiziana, la grande via
litoranea della Campania marittima che Domiziano fece costruire nel
95 d. C. Si staccava dall'Appia alle porte della Campania, sotto il
Massico, poco prima di Mondragone e di là seguendo il lido
e valicando il Volturno a Literno, giungeva quasi con un unico lungo
rettilineo a Cuma e da Cuma si biforcava con un braccio a Pozzuoli,
con l'altro a Baia e Miseno. Era la “direttissima” dell'antichità,
sicché il poeta napoletano Stazio poteva affermare che un buon
corriere partendo alle prime luci dell'alba dalle ripe del Tevere
poteva la sera navigare nelle acque del Lucrino.
Ma neppure la Domiziana valse a ridare a Cuma nuova vita. Crollato
il gigantesco ponte romano sul Volturno, sepolta la strada dalle sabbie
e dagli acquitrini, tornata la selva litoranea ad esser covo di predoni,
diventò Cuma la principale piazzaforte della Campania, teatro
della lotta fra Goti e Bizantini e, fra incendi e saccheggi, si spense
la sua, due volte millenaria, vita.
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