Ischia è vera soltanto d’inverno, quando è sola, deserta e senza maschera: quella maschera fescennina che il suo ruolo di «città solare» - a delizia d’una umanità estranea ed esorbitata,- le impone col suo ritmo frenetico e convulso, col suo libero costume e coi suoi gusti. Ma dietro cui veglia una vergine anima pastorale, pronta ad insorgere col primo rovaio che disperda ai venti tutto il frascame dì questa sofisticata vita ed a ricomporne il volto che Iddio le diede. Per cui il ritornarvi, in un grigio mattino d’un tempestoso autunno - che sotto un lacrimoso cielo di fumo e su di un mare di piombo ne stemperi i contorni sì da farla spettrale - è come un ritrovamento.
Ne è come nuda, nella sua invincibile magia d’«hortus conclusus» dimenticato dal tempo sulle rive del suo fiume ruinoso, ed adorabile di quella sua arcana e rude bellezza dei primi giorni del creato, mista di grazia e di ferocia, che velluta di teneri muschi il convulso inferno impietrato di sua ardente origine. Ne giganteggiano i pini, in lor ritrovata signoria sul caos e sulla vita; ne trabocca, incontenibile, e dagli orti e dai muri e da ogni interstizio un’inondazione verde, pazza e bastarda - quasi il sangue dell’isola che le affiori alle guance; - ne ansima sensualmente la terra con un respiro greve di sentori carnali; ne ripullula la sommessa ed arcadica vita di sempre. Dagli stessi solchi ancor vivi del caleidoscopico Carnevale che vi turbinava: sulle macerie di quel mondo fittizio che solo sopravvive, come le lapidi di un cimitero, nelle insegne esotiche che la pioggia scolora, fra le vetrinette vuote e sinistre come occhiaie enucleate ed i cortiletti deserti, che le ortiche affogano di lor verde maligno.
E non ripullula in umiltà di povera Cenerentola, ma in superbia di riconquista, per lo splendore che le matrici dell’isola ne esprimono in sgargiante verziere ai margini stessi del Carnevale di ieri, di tra le ceneri fredde ed i resti fastosi del suo regno di carta. Brutalmente rosseggiando i pomodori, là dove rilucevan le sete ed i rasi; ed i cavoli cancellando di lor grassa carnosità ivorina anche i corruschi dei falsi fulgori che vi rutilavano; ed il sentor greve degli ortaggi disperdendo anche gli ultimi effluvii di lor sofisticate alchimie.
È questo il vero volto di Ischia, quel semplice e puro volto dell’infanzia dell’umanità, bello sol della magnificenza della Natura e della suadenza degli elementi: il volto del Paradiso terrestre. A specchio della sua anima limpida come un cristallo.
Quell’anima ch’affiora poco più in là, nel maestoso silenzio di cattedrale, urgente al limite stesso delle case, sotto la solenne cupola dei pini. Pei due piccoli amanti che se ne vanno, pei viali degli Eroi, stretti sotto un unico ombrello, bevendosi con gli occhi e respirandosi col soffio; lei piccola e bruna e timida; lui alto, biondo ed ansioso d’un più caro contatto. Ch’azzarda all’ improvviso stendendo una timida mano al fianco della fanciulla. Per sentirsene rudemente respinto, dal balzo indietro della vergine offesa che, rossa e fremente, ora rampogna al compagno.
Quanto basta, al passante indiscreto e stanco di licenze e di abbandoni, per sentirsi miracolosamente tratto indietro nel tempo, ai giorni dolci in cui questa era terra di benevoli idillii. Non è forse la «siringa» di Pan che languidamente si lamenta nel vento, laggiù? Non è l’acceso e cupido volto d’un fauno ch’occhieggia, di tra le prossime frasche, alla vergine schiva? E non è questa, che sì ingenuamente passa per le vie del peccato, l’adorabile egloga di Dafni e di Cloe?
Da un Album di G. Parisio, in Neapolis, storia e cronache, anno I n. 1, Dic. 1960