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Clementina Petroni : l'arte (che) inquieta

di Francesco Mattera, Pasquale Balestriere, Rafrfaele Di Costanzo

Sono del tutto convinto che la pittura, come tutte le espressioni artistiche, sia una promanazione diretta della personalità, della sensibilità e della complessità psicologica di chi la pratica: personalità, sensibilità, complessità psicologica nutrite ed edificate dalle vicende di vita che marchiano in maniera più o meno conscia l’esistenza dell’artista. Una forma di linguaggio da cui,  con operazione non semplice, si può ricondurre (portandone in superficie gli stigmi essenziali) la rappresentazione  pittorica  agli impulsi  reconditi che l’hanno generata. Ciò, si badi bene, è operazione  più semplice per chi conosce  bene l’artista, sebbene un elevato grado di conoscenza o di condivisione  di parti più o meno importanti di vita metta a dura prova l’oggettività dell’analisi e del giudizio critico sull’artista medesimo. Si può affermare che la facilità di giudizio può limitarne molto la completezza, agendo soprattutto sulla serenità di chi lo rende. Ma procediamo con ordine,  iniziando dalla tecnica pittorica della Nostra: tutte le opere sono  realizzate con “olio su tela“ . Tele tutte di dimensioni medio-grandi, dove prevale l’orientamento verticale (ovvero l’asse longitudinale verticale , quello trasversale orizzontale). Ad una visione generica e da distanza relativamente grande, può sfuggire la circostanza che la tela ha un fondo comune monocromatico. Il colore scelto per il fondo ne risulta più o meno regolarmente distribuito su tutto il dipinto, nelle zone franche di pennellate, con maggiore evidenza ove queste sono più rade, e perdita del fondo stesso ove le pennellate sono più fitte ed accostate. Questa tecnica è mutuata, a parer mio, dal ricamo, ove spesso si usa un canovaccio o un colore particolare del tessuto per ottenere un effetto di distribuzione  omogenea del colore prescelto, che restituisce armonia ed equilibrio  all’opera. Piccola parentesi per richiamare come forse questo particolare aspetto faccia parte integrante della memoria e della nostalgia dell’infanzia e dell’adolescenza dell’artista che chissà quante volte ha osservato le donne foriane (o ischitane) intente alla difficile arte del ricamo: ne ha serbato, forse, l’anelito alla serenità  ed alla pazienza che coglieva in quei volti, non riuscendo mai pienamente ad appropriarsene, a farne un tratto costante della sua personalità. A Clementina l’ardua sentenza. È, quella della Petroni, pittura piena e grassa, senza risparmio di colore, densa e fitta, che si erge con una certa perentorietà dal piano orizzontale per divenire embricata , a volte sovrapposta  per picchi acuti del colore lasciati in sede dall’uso spasmodico ma accorto del pennello (e/o della spatola), in senso quasi sempre unidirezionale, per cui la visione restituita dall’opera ne risulta variata in maniera anche decisa e sensibile dai diversi angoli di osservazione. È pittura straripante, che sembra avere poco spazio a disposizione per soddisfare l’impeto rappresentativo dell’artista: sulla tela, sempre angusta, insufficiente, Clementina non lascia spazi sgombri  o risparmiati dalla sua energia. Ché , sembra, ne reclami altro , in senso stereoscopico . Ho avuto la debolezza, lo confesso, di sollevare uno dei quadri e di indagarne furtivamente il retro per vedere semmai anche quello fosse dipinto !
Questa pienezza e ridondanza pittorica sono assecondate costantemente da una policromìa dalle vivide e calde tonalità: non v’è alcuna volgarità o approssimazione, quanto piuttosto la ricerca consapevole e  lucidamente pianificata di un equilibrio non solo rappresentativo, ma riconoscibile anche dalla finezza dei tratti di pittura. Le pennellate sono spesso fini, per quanto perentorie, e simulano, per minuzia e precisione,  quasi il cesello . In alcune tele ( ad es.  “Il Soccorso”) la ripetizione modulata e piuttosto ampia  di un motivo - e la sua resa cromatica -  ricorda molto da vicino le “infiorate” che ancora oggi  in occasione della processione del Corpus Domini vengono riproposte sulle strade con petali di rose e ginestre disposti sapientemente in raffigurazioni di tipo sacro.  Anche qui, se l’interpretazione è giusta, ritorna il leit motiv della nostalgia di un tempo che fu, felice, vissuto idilliacamente in una terra (amata) non più riconoscibile, e con persone oggi non più prossime: affiora  il sentimento della ineluttabilità della decadenza dei tempi e la necessità di conservarne una traccia indelebile nell’opera pittorica. È operazione molto intima, che sollecita, seppure inconsciamente, i tasti della registrazione stratificata della memoria  per restituire forme, colori e situazioni ormai lontane che tenacemente non si  vogliono perdere, ma anzi conservare e trasmettere agli altri.
Altra costante della pittura di Clementina Petroni è l’esigenza di affermare la sua istintiva tendenza all’ordine ed all’equilibrio: l’artista ha bisogno di certezze, di punti fermi, non può immaginare (o le crea ansia) il disordine nel senso più ampio della parola. In questa  facies psicologica è plausibile che, iniziata una tela, non l’abbandoni fino a quando non l’ha ultimata. Non lavora, come altri artisti, su due o più cavalletti contemporaneamente. Ciò le procurerebbe un calo di attenzione verso la sua creatura del momento, quella più bisognevole di cure, e, non secondariamente, lascerebbe affiorare un senso di  provvisorietà, di insufficienza ed inadeguatezza che mal si conciliano con la sua personalità forte e determinata.   Non abbandona e non rinnega  mai  un lavoro iniziato, ma piuttosto non si dà pace finché non l’ha ultimato. Questi caratteri (equilibrio, ordine, perseveranza) sembrano trovare conferma  in quasi tutte le tele della Petroni, ma soprattutto in quelle, e sono tante, ove si rileva una perfetta simmetria (Totem, Il profeta, Essere di luce, Il Soccorso, ecc. ) della rappresentazione. La specularità delle due mezze tele divise da un’ideale linea di mezzeria verticale è, in questi casi, quasi perfetta: è probabile che  lo sia anche ponderalmente, ovvero che, se in ipotesi si potesse pesare la quantità di pittura impiegata, quella sul lato destro potrebbe essere dello stesso identico peso di quella distribuita sul lato sinistro. In altre tele si nota una falsa simmetria (Donna arcaica, Vittoria Colonna ed il Castello Aragonese, ecc. ), o una simmetria abbozzata e poi abbandonata. Ciò si spiega facilmente  alla luce della tensione all’equilibrio, affannosamente cercato ed a volte non conquistato. Ecco la possibilità molto umana di  fallimenti,  cadute,  insuccessi, trasferita sulle tele! L’anelito all’equilibrio traspare anche nelle tele ove sono ricorrenti presenze di bilancini o di figure antropomorfiche con braccia aperte in perfetto equilibrio.  In Castello al tramonto ritorna il motivo già impiegato ne  Il Soccorso del riverbero dei raggi solari ( vere lingue di fuoco !) che completa in alto, a mo’ di festone, tutto il dipinto. Il castello  assume nel suo insieme  le sembianze di un volto umano. Volti umani che si ripetono, forse anche casualmente, reiteratamente, in sembianze deformi e mostruose, difficilmente individuabili con una osservazione poco attenta ai particolari. Il Soccorso ed il Castello, posti agli antipodi  (rispetto all’isola d’Ischia), sono simboli idealizzati, l’uno della vita passata, della infanzia, della gioventù, con in più l’orgoglio del sentimento di appartenenza ad una terra (continuamente  e nostalgicamente richiamata  dalla Petroni con grande affetto), l’altro dell’oggi, della sua esistenza attuale aggrappata  tenacemente ad un simbolo (il castello) che non rappresenta più una parte della sua terra, ma tutta la sua terra, l’isola d’Ischia. Le sembianze di un volto umano  deforme, da cui traspare uno stato di profonda sofferenza, danno il segno ed il senso di una smisurata inquietudine che pervade l’animo dell’artista la quale quotidianamente (girando per l’isola) osserva le profonde trasformazioni  e le irreversibili alterazioni cui è sottoposto l’oggetto principale del suo amore: l’isola natìa, Ischia. Quella di Clementina Petroni è dunque essenzialmente pittura inquieta, come lo è, con dolore,  una figlia che vede nell’incedere implacabile del tempo la consunzione fisica della propria madre . E’ nel contempo pittura che inquieta , nella misura in cui  chi ci si accosta è colpito da un complesso di sensazioni ed emozioni che difficilmente riesce a decifrare e ricondurre in un universo razionale.   
                                                                                                                              Francesco Mattera

La prima impressione che le opere di Clementina Petroni destano in me è di una chiara esuberanza pittorica e di un’urgenza insopprimibile di raccontare (e, conseguentemente, di raccontarsi). È per questo  - probabilmente - che ogni singolo quadro viene occupato nella sua totalità spaziale da segni e colori che incombono sulla tela con istanze quasi barocche: ma qui però la pittrice, proprio perché conscia del molto da dire e dell’esiguità dello spazio a disposizione, sfrutta ogni centimetro quadrato, traducendo in ardite soluzioni segniche  e cromatiche la sua ansia affabulatoria. E vale senz’altro la pena di notare come le raffigurazioni anche di paesaggi o ambienti siano spesso umanizzate, ricondotte cioè nelle forme e nei limiti  di un corpo umano, proprio come se una continua osmosi annullasse la distanza tra l’uomo e il mondo circostante, riaffidando al primo l’umanistica attribuzione/funzione di microcosmo.
La pittura di Clementina Petroni  è, per sua caratteristica, istintiva e, come tale, collegata all’inconscio e al primitivo, insomma ad elementi archetipici della vita, che l’artista  rievoca e trascrive seguendo la traccia di un percorso quasi medianico e che offre all’attenzione dell’interprete apparentemente senza commenti di particolare evidenza.
                                                                                                                             Pasquale Balestriere

            La pittura di Clementina Petroni  richiama e riassume in sé elementi primordiali che riconducono ad espressioni artistiche di popoli antichi, i quali significavano in modo semplice e diretto impulsi e sentimenti circoscrivibili in un mondo essenzialmente naturale.
                                                                                                                            Raffaele Di Costanzo

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