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Vittoria Colonna

Sul letto di morte Vittoria Colonna volle che il Buonarroti le recitasse una preghiera latina composta da lei, a corononamento d’un grande, innocente amore, e per celebrare le loro nozze spirituali
Non vorremmo offendere nessuno, ma abbiamo l’impressione che di Vittoria Colonna si conosca in genere ben poco, oltre il nome dato a strade, edifici scolastici e piazze, e attraverso i secoli puntualmente trasmesso in famiglia fino alle ultime discendenti. Il fatto è che questa ricca, sapiente e gloriosa gentildonna romana non gode fra il pubblico di una grande popolarità, pur essendo stata tenuta in grandissima considerazione dalle più alte personalità della sua epoca, come Pietro Aretino, Michelangelo Buonarroti al quale ispirò un buon numero di sonetti, il Molza ed altri non meno importanti.
E bisogna anche dire, che fra tutte le figure femminili rimaste impigliate nelle maglie della storia, essa fu certamente una delle più affascinanti nel senso spirituale della parola, inafferrabile quasi, e sarebbe stata adorabile perfino, se la retorica celebrativa tendente all’apologia dei libri scolastici e dei manuali di storia non l’avessero ridotta per somma nostra sventura una persona sublime finché si vuole, ma forse appunto per questo assolutamente svuotata di calore umano e per tutto dire scostante.
È pur vero che la sua natura piuttosto chiusa, riservata e profondamente religiosa sembra fatta per irritare e indurre in errore i meno superficiali, ma basterebbe insomma considerare un po’ più affettuosamente la sua disavventura coniugale, seguire con una certa attenzione le tracce del suo unico e grande amore, labili orme reperibili nei sonetti e nella corrispondenza dell’età giovanile e della vedovanza, per meglio conoscerla e dissipare ogni diffidenza, ogni sospetto riguardo alla gentilezza e alla dolorosa sensibilità del suo animo di donna. Dubitiamo però che al giorno d’oggi qualcuno possa prendere gusto a simili letture.
Perfino i ritratti congiurano contro la sua memoria, rappresentandola gelida, accademica, come quello dovuto al pennello del Muziano, in cui appare adornatissima e superba, e i disegni di Sebastiano del Piombo, dello stesso Michelangelo, che dagli abbozzi eseguiti con mano trepida di amore si proponeva di sviluppare una statua o un quadro. E anche a questo proposito va detto che Vittoria Colonna rifuggiva da ogni forma di esibizionismo, contrariamente alle altre dame del suo secolo, di prima e di dopo, e che pur avendo per essi la massima stima e benevolenza, non aveva mai voluto posare davanti a un artista. Ecco perché le poche immagini rimaste di lei e fatte per così dire a memoria, non le assomigliano, tanto meno l’oscuro dipinto d’autore ignoto, visibile alla galleria degli Uffizi, che la raffigura come una grassa madre badessa dagli occhi di serpente. Poche cose sono incerte dei primi anni o mesi di Vittoria Colonna. Il luogo dove aprì gli occhi alla luce può essere, secondo le varie opinioni, Napoli, Roma o l’avito castello di Marino, e la data del lieto evento è racchiusa nel breve lasso di tempo fra il 1490 e il ‘92, a meno che non si sia fatta confusione con la scoperta dell’America. Tolte però queste insignificanti divergenze, di sicuro ella era nata dal principe Fabrizio Colonna, Gran Connestabile del regno di Napoli, e dalla marchesa Agnese da Montefeltro, sorella di Guidobaldo signore di Urbino, e già alla ridicola età di anni tre era fidanzata.
Nient’altro di un accordo stipulato fra il Gran Connestabile e il re Ferdinando di Napoli desideroso di assicurarsi in qualche modo la fedeltà del Colonna, vincolando, prima ancora che essi conoscessero il significato della parola matrimonio, Vittoria e Francesco Ferdinando d’Avalos, marchese di Pescara, nato un anno prima di lei in Spagna e precisamente a Toledo, ma cresciuto in Italia e adottato dalla zia Costanza d’Avalos, castellana d’Ischia e duchessa di Francavilla. Non si trattava di uno scandalo né di un caso eccezionale, sappiamo benissimo come a quei tempi e del resto per molti anni ancora fino alle soglie dell’età moderna, la politica, le guerre, ragioni di Stato e rapporti di buon vicinato fra le Case potenti, stabilissero fin dalla nascita alleanze del genere, prima ancora che gli interessati avessero raggiunto l’età della ragione e forse appunto per questo. L’avvenire delle coppie, messe così insieme, veniva affidato ciecamente alla divina provvidenza, coi risultati spesso disastrosi che la storia e il romanzo hanno tramandato. In quanto però a Vittoria e Francesco, educati insieme per motivi di affiatamento alla Corte di Napoli e al castello d’Ischia, non si può neanche dire che accettassero con spirito di sottomissione il loro destino, perché tutto sembrava procedere invece con la massima naturalezza, e non è escluso che la simpatia e la familiarità della convivenza li avessero persuasi a un certo punto che una moglie, un marito, significavano semplicemente un grado di parentela indipendente dalla propria volontà, come fatalmente si è cugini o fratelli.
Quando ebbero rispettivamente sedici e quindici anni, il fidanzamento di Vittoria e Francesco d’Avalos fu celebrato ufficialmente al castello di Marino, la residenza dei Colonna, e già nel palazzo di Mezzocannone a Napoli, don Fabrizio stendeva regolare contratto. Si sposarono due anni dopo,  il  27  dicembre  1509  a Ischia, con tutto lo sfarzo spagnolesco e romano facile a immaginarsi, e in quella occasione la cronaca annotava scrupolosamente che la dote di Vittoria ammontava a quattordicimila ducati oro, oltre un letto alla francese di raso rosso foderato d’azzurro con cuscini e frange d’oro, scomodissimo pensiamo, una bardatura sempre in oro per la mula personale e gioielli di famiglia a profusione. Le vesti del corredo della principessa Colonna erano di damasco e broccato di tutti i colori, per tutte le stagioni, per tutte le circostanze e per tutta la vita, ricamate con perle, oro, bordate di pelliccia, i mantelli di velluto erano chiusi da fibbie preziose con lo stemma delle due casate. Per la circostanza i doni dello sposo non furono da meno, e si parlò in maniera particolare di una gran croce di diamanti da portare al collo, di ben dodici braccialetti d’oro tempestati di pietre e brillanti, fermagli, spille e collane che suscitarono sensi d’invidia sotto il velo dell’ammirazione fra le dame dell’aristocrazia romana e napoletana.
« ...questa riguardevole coppia non ebbe forse pari in Italia di que’ tempi », scriveva Giovan Battista Rota sempre ricordando le memorabili nozze. Forse vi era un po’ di esagerazione in queste sue parole, ma se Vittoria fu veramente quella bellezza superlativa descritta da Paolo Giovio, e Francesco il cavaliere capace di ferire nient’altro che con il lampo dei suoi speroni d’oro ogni cuore di donna, come dicevano anche, gli sposi di Ischia dovevano essere davvero impressionanti.
Diceva dunque il Giovio, che di notevole Vittoria possedeva soprattutto gli occhi, le mani e i seni. I suoi capelli, pur essendo neri brillavano stranamente di riflessi biondi, gli occhi color dell’ebano, non folleggianti ma leggiadrissimi, adorni di lunghissime ciglia ricurve, erano sormontati da perfette sopracciglia «separate una dall’altra, il che è segno di fronte leale, leggermente arcuate e terminanti insensibilmente».
Non parlava della bocca, indugiando  invece nella descrizione del naso nobilmente pronunciato, delle orecchie aggraziate come piccole conchiglie, delle mani lunghe, morbide e bianche di cui non trascurava un’unghia, una vena o una nocca, tornando a insistere sui seni: «... tondeggianti, più candidi dello stesso brillante argento, i quali balzano mollemente e leggiadramente al ritmo del respiro, su dalle piccole fasce che severamente li frenano, e, a guisa di  colombe giacenti si gonfiano a dolci intervalli».
Che altro potremmo aggiungere se non deplorare che di quei mirabili seni non abbiano tenuto conto i pittori? Preferiamo sorvolare, passando alquanto turbati alla persona dello sposo, di una bellezza più sensuale e irruenta, rosso di capelli, con barba e baffi alla Vercingetorige, il gran naso aquilino e gli occhi di taglio oblungo di non si sa quale colore, fieri o dolcissimi secondo le circostanze, ambizioso, infido, prode guerriero, uomo galante il cui fascino si manifestava in ogni atteggiamento, in ogni gesto dell’alta robusta persona.
Neppure un istante Vittoria era stata sfiorata dal dubbio di poter anche non amare questo marito imposto da combinazioni politiche. Il sogno dell’infanzia e dell’adolescenza, anche se non chiaramente espresso, sarebbe stato per lei di potersi dedicare unicamente al Signore, ma poiché il re e il Gran Connestabile avevano deciso altrimenti, si adattò di buon grado alla condizione dì moglie fedelissima, innamorata perfino, nei limiti della sua natura. E i primi tempi furono abbastanza felici, nel castello di Pietralba sul monte Ermo a Ischia dove abitarono, meta di allegre brigate giovanili e di una eletta assemblea di persone colte, e non vi è dubbio che Vittoria facesse del suo meglio per rendersi gradita, se arrivò anche ad esibirsi come danzatrice: «Nulla era di più grazioso di quei giocondissimi movimenti, di ogni atto che essa seguiva secondo il ritmo, o quando senza parere agitava il ventaglio di piume per muover l’aere o raccoglieva le maniche traboccanti, o con la veste stessa alquanto larga, tracciando moltissimi giri, sfiorava il pavimento e, seguendo le battute del suonator di flauto, ora sospesa a poco a poco in un’armoniosa pausa, ora a salti muovendosi trasversalmente, ora lanciata in corse circolari, girando su se stessa, si spostava come se scivolasse sulla punta dei piedi su un terreno sdrucciolevole».
Certamente improvvisava, ma questa eletta leggiadra donna che riuniva in sé tanti tesori, che avrebbe potuto mordere ai frutti più gustosi della gioia di vivere, malgrado i buoni propositi tendeva piuttosto alla contemplazione divina e alle pure esaltazioni dell’anima. E se la sua compagnia era ricercata dagli artisti, dai letterati e dai filosofi che facevano corona al suo genio, non altrettanto poteva dirsi da parte del giovane marito, al quale anzi la superiorità di Vittoria ispirò, come spesso accade in casi simili, un desiderio di cattiveria e di distruzione contro quell’essere perfetto, fin troppo austero e pedante per i suoi gusti. Lei soffriva in silenzio delle umiliazioni e dei tradimenti di Francesco, gli dedicava sonetti petrarcheschi e contro tutti lo proclamava l’uomo più sensibile e nobile del mondo.
Quando il marito fece scivolare garbatamente nella scollatura della vice-regina di Napoli, della quale si era incapricciato, una preziosa cintura tempestata di perle e gemme sottratta al forziere di Vittoria, la sovrana rispose ipocritamente restituendo il gioiello alla legittima proprietaria, e questa, pur avendo compreso il giro compiuto dalla sua cintura, invece di prorompere in una scena di gelosia come qualunque altra mortale avrebbe fatto, si limitò a ringraziare la rivale e a dire molto pacatamente rivolta al colpevole: «Mio signore, hai pienamente il diritto di disporre come a te piace dei nostri beni comuni, ma solo di una cosa ti prego, di non derubarmi mai della tua amatissima persona». Era il colmo, tuttavia confuso e balbettando Francesco rispose: «Mi hai persuaso che il studio ammaestrato ti ha nel fuggir cose vili et interessate».
«Eccelso mio signor, questa ti scrivo per te narrar tra quante dubbie voglie, fra quanti aspri martir dogliosa io vivo ». Rimasta sola a Ischia, così gli scriveva raggiungendolo per lettera sul campo di battaglia, quando nel 1512 il re di Napoli lo mandò a combattere contro i francesi. Cadde prigioniero dell’esercito di Gastone di Foix dopo la battaglia di Ravenna, poi rimesso in libertà per intercessione del governatore di Milano presso Luigi XII, qualche anno dopo veniva a torto o a ragione, questo non si è mai potuto appurare, accusato d’aver partecipato alla congiura di Gerolamo Morone contro Carlo V. In quell’occasione aveva visto balenare sul suo capo la corona del regno di Napoli, ma fu soltanto un sogno, perché uscito dalle avventure guerriere, cadute le ambizioni, ammalato e sofferente per vecchie ferite morì a Milano nel 1525, senza che la sua sposa giungesse in tempo a porgergli gli ultimi conforti.
Era partita da Napoli nell’intento di raggiungerlo, se non che, appena a Viterbo un messaggero le venne incontro a spron battuto portandole la triste notizia, ed ella cadde in terra svenuta, rimanendo alcuni giorni fra la vita e la morte. Da quel momento la virtuosa gentildonna non ebbe altro scopo che di sfogare letterariamente il suo cordoglio, in poesie ispirate all’amore crudelmente reciso e alla memoria dell’illustre guerriero. Nello stesso tempo poteva tornare all’antica vocazione, prendere addirittura il velo se il Papa in persona non glielo avesse impedito. Girò comunque per i conventi, a Roma in quello di San Silvestro in Capite, a Orvieto in quello di San Paolo, a Viterbo in quello di Santa Caterina, e ancora a Roma presso le suore benedettine di Sant’Anna. Così passando il tempo e ritrovata se stessa nelle pratiche religiose, riprendeva anche gusto all’arte, alla letteratura, frequentando i poeti e i filosofi, mentre le sue poesie e le sue lettere in versi e in prosa cominciavano a diffondersi per tutti i Paesi riempiendo di meraviglia e sgomento.
Questo non impedì al Papa, quando si trovò in aperta lotta con i Colonna, di includere anche lei nella scomunica lanciata sui suoi parenti. Vittoria non se ne consolava, e uscita per forza dal convento andò a rifugiarsi a Napoli, a Ischia, dove vedeva il rosso fantasma di Francesco aggirarsi irrequieto per le vaste sale, e dove la fervida sua mente si mise a vagheggiare una nuova crociata per la terra santa al comando di Carlo V. L’imperatore non si lasciò sedurre e, non potendo lei d’altro canto recarsi sola a piangere e pregare sul Santo Sepolcro, ripiegò su qualche altro viaggio di più modeste proporzioni, non riuscendo neppure, per contrasti sopraggiunti, a incontrarsi a Milano con la poetessa Margherita d’Angoulème, regina di Navarra, che avrebbe tanto desiderato conoscerla.
A quell’epoca era invece avvenuto il suo incontro con Michelangelo Buonarroti, già avanti negli anni e alle prese con il Giudizio Universale. Egli aveva ancora circa settant’anni e lei quarantasette, e su questo amore di cui si è sempre tanto parlato il Condivi scrisse: «Michelangelo amò grandemente la marchesa di Pescara, essendo all’incontro da lei amato svisceratamente: della quale ancora tiene molte lettere d’onesto e dolcissimo amore ripiene e quali in tal petto uscir solevano; avendo  altresì  egli scritto a lei più e più sonetti pieni d’ingegno e dolce desiderio». Certo qualunque altra donna al suo posto sarebbe rimasta estremamente lusingata d’aver ispirato al genio del Rinascimento un così ardente amore, ma Vittoria, pur sentendosi attratta non volle mai concedere nulla di se stessa rimasta fedele alla memoria del marito, e anzi cercava in tutti i modi di indirizzare quella passione senile verso le regioni siderali della pura  intelligenza. E non gli dedicò neppure un sonetto, lei che ne era così prodiga con gli altri, dando alle lettere che gli indirizzava un carattere convenzionale, cerimonioso e basta.
Si ritrovavano volentieri all’ora del tramonto nel chiostro del monastero di San Silvestro al Quirinale, quando le venne tolta la scomunica, all’ombra degli alberi secolari, e lei andava spesso a visitarlo nella sua casa ai piedi di Monte Cavallo, sempre intrattenendosi in dotte conversazioni. «Forse ad amendue noi dar lunga vita - Posso, vuoi nei colori o vuoi nei sassi...» le proponeva timidamente Michelangelo, offrendo in parole povere di farle il ritratto sulla tela o nel marmo, e per non venir meno lei rifiutava ostinata, a tutto scapito dell’arte. Da molti anni già non godeva più buona salute, e quando il male di cui ignoriamo la natura divenne insostenibile, Vittoria dovette uscire dal monastero per trasferirsi presso la cugina Giulia Colonna, sposata Cesarini, nel palazzo di Torre Argentina.
E qui si celebrarono in un’atmosfera di sublime emozione, le sue nozze spirituali in extremis con Michelangelo Buonarroti, quando il 25 gennaio 1547, giunto il momento supremo, Vittoria gli porse la mano pregandolo con voce fioca di recitare una certa preghiera in latino da lei composta. E mentre il vegliardo “stupefatto e come insensato” obbediva, sentendo la mano di lei raggelarsi fra le sue, Vittoria Colonna chiudeva lentissimamente gli occhi dando un silenzioso addio a Michelangelo, alla poesia in genere e agli affetti del mondo.
E siccome, tranne la scomunica e il sospetto d’aver simpatizzato con i luterani, la sua vita era sempre stata ineccepibile come quella di una monaca, i funerali si svolsero secondo il più severo rito monacale.
Michelangelo la pianse lungamente, seguitando a dedicare alla sua memoria sonetti ed elegie: «Ahi cruda morte, come dolce fora - Il colpo tuo, se, spento un degli amanti, - Così l’altro traessi all’ultim’ora... ».
                                                                                                                          Antonietta Drago
                                                                                                        Dal periodico Tempo, fine anni 1950

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