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Il
23 maggio 2006 hanno avuto inizio le celebrazioni per il centesimo
anniversario della morte di Henrik Ibsen avvenuta a Cristiania nel
1906. Una data che anche qui ad Ischia, e specialmente a Casamicciola
Terme, si sta ricordando con una ampia serie di manifestazioni. Il
grande drammaturgo norvegese del secondo Ottocento infatti soggiornò nel
maggio 1867 a Casamicciola, nell’Albergo Europa (poi Villa
Ibsen), e qui concepì e scrisse in gran parte il suo Peer
Gynt.
Soprattutto
il mare di Casamicciola (il mare è presente quasi sempre nei suoi drammi) esercitava
un particolare richiamo. Ostinatamente e gelosamente un solitario, Ibsen spesso
amava aggirarsi sulla spiaggia, fra le barche, le vele e le reti. Invano i
pescatori cercavano di parlargli e di scoprirne i pensieri, sicché lo
chiamavano il «fantasma».
Nato
a Skien il 20 marzo 1828, nella sua formazione spirituale subì l’influenza
del fallimento del padre, delle amarezze della povertà, dei fermenti
rivoluzionari del 1848. Divenne uno spirito ribelle e pessimista, un osservatore,
ora indignato, ora commosso, delle miserie umane. Il suo primo dramma Catilina,
con la sua esaltazione dello sfortunato console, era una sfida alla tradizione
storico-sociale.
Abbandonò la
patria nel 1864, perché il suo popolo non era accorso in aiuto dei fratelli
danesi nella guerra contro la Prussia e rimase in esilio volontario 27 anni,
soggiornando in Germania e in Italia. Nella pace di Roma e di Napoli e dintorni
scrisse due grandi poemi drammatici: Brand, manifesto del naturalismo
scandinavo e tragedia dell’individualismo esasperato, e Peer Gynt,
sbrigliata caricatura dei Norvegesi.
A
queste opere seguirono i drammi sociali, in cui Ibsen combatte le menzogne
convenzionali della società ed auspica il sorgere di una nuova personalità umana,
liberata dai vincoli millenari: Casa di bambola, Gli Spettri, Un
nemico del popolo. Più tardi, il poeta, comprendendo come il male
nel mondo è un fatale castigo contro cui è vana ogni recriminazione,
s’accosta agli uomini con una profonda pietà. Egli sente che l’uomo
non può vivere senza mentire (Anatra selvatica),
non può affermarsi senza venire in conflitto con la generazione che
precede o segue (La donna del mare, Edda Gabler, Il costruttore
Solnes), non può realizzare i suoi sogni d’arte e di potenza
se non col sacrificio della propria felicità (Gian Gabriel Borkmann, Quando
noi morti ci destiamo).
Questi
furono i suoi ultimi drammi. Colpito da paralisi, il grande scrittore si spegneva
lentamente a Cristiania nel 1906. La sua opera, tradotta e ammirata, si diffondeva
per il mondo.
Peer
Gynt
Peer
Gynt è un cacciatore norvegese, in preda a sogni assurdi
e imprecisi, uso a contar fiabe, che ad un certo punto non s’accontenta
più delle sue favole. Rapisce in piena festa nuziale una giovane sposa,
Ingrid, poi l’abbandona e fugge dal villaggio natale. Giunto nel
paese dei «troll» (folletti), la principessa figlia del Vecchio
di Dovre gli offre il suo amore e la sovranità su quei ripugnanti spiritelli
della favola scandinava. Peer, allettato dal potere, dagli onori e dalle ricchezze,
sembra quasi deciso ad accettare; ma poi sente irrise le sue aspirazioni e
fugge vagabondando per tutta la terra. Incontra Solvejg, la fanciulla che egli
ha incontrato e innamorato durante una festa nuziale e che gli sarà fedele
per tutta la vita: anche di questa rifiuta il sincero amore. I suoi viaggi
lo portano in paesi lontani. Lo ritroviamo armatore derubato e rovinato, in
lotta con belve e con scimmie, imperatore dei matti di un manicomio; incontra
personaggi misteriosi e dal significato simbolico, come il «fonditore
di bottoni», cioè il moralista che lo condanna. Alla fine, quando
a bordo di una nave cerca pace in Norvegia, la nave cola a picco, ed egli,
naufrago esausto sulla costa norvegese, si trascina verso la capanna di Solvejg.
Per lui la salvezza è tra le braccia di lei, che è invecchiata
aspettando il suo ritorno e ora lo benedice per aver fatto della sua vita un
canto d’amore.
A
Casamicciola è nato l’errabondo eroe Peer Gynt e la sua
disperata corsa nel mondo ha forse inizio proprio nel verde dì questo
paesaggio nel quale egli ritornerà esausto, per morire fra le braccia
anelanti di Solvejg. «Forse, - scrive Roberto Minervini - la capanna
di Solvejg, dove approda dal naufragio del suo viaggio e delle sue chimere,
il vecchio Peer Gynt, è laggiù, proprio laggiù, fra i
castagneti di Casamicciola: una Casamicciola diventata Norvegia. Il dramma
astratto della rivolta, il senso polemico e satirico, in fondo, del dissoluto
protagonista, sia pure nel rigore di quella coerenza d’impostazione e
di posizione storica assunta da Ibsen, trova, sì, in quelle deliranti
forme di vana evasione, una nuova conferma, ma trova anche un riscatto. È vero,
sì, che nell’immaginoso lavoro non manca, come osserva il Croce,
il consueto impeto verso lo straordinario, ma è anche più vero
che lo straordinario decade e ripiega nella infinita dolcezza di Solvejg. È creatura
di poesia, Solvejg. Non appartenendo al tipo di donne ibseniane passionali
e sensuali, ma a quello purificato dallo splendore dei pensieri e dalla nobiltà della
dedizione, s’intende perché, e per qual privilegio femminile,
ella abbia potuto attendere, per anni ed anni, il ritorno dell’amante
che non sentiva di aver perduto. Solvejg è creatura di suprema poesia.
Mente ancora, Peer Gynt, quando si china sul grembo di lei e la esorta: - Grida
ben forte quanto io abbia peccato! Mente, ancora, il bugiardo inguaribile?
Non importa. La verità, anche per lui, è nella risposta dell’altra:
- In nulla hai peccato, in nulla; di tutta la mia vita hai fatto un magnifico
canto!».
La
donna di Ibsen costituisce per l’uomo un divino premio che egli non considera,
offende e dimentica. E tutte le donne in Ibsen non sopportano a lungo l’umiliazione
e l’incomprensione. Solvejg invece non accusa e non si ribella,
invecchia in attesa di un bacio: quel bacio che redime Peer Gynt per la legge
sublime dell’amore.
Su
questa terra isolana Ibsen «ha aperto una parentesi di clemenza nel
suo pessimismo totale, ha dimenticato gli elementi ragionali del suo paradigma
biologico, si è intenerito in sostanza al calore non soltanto del sole,
ma degli affetti mediterranei. Ibsen questa volta ha finalmente perdonato un
uomo e benedetto una donna».
Le strane passeggiate
di Ibsen con l’amico Bergsöe
*
All’Epomeo
Un
giorno Ibsen si lasciò convincere per una escursione al monte
Epomeo.
Partiti di presto mattino, tutto procedette bene inizialmente, ma le
difficoltà si presentarono quando il sentiero divenne più tortuoso
ed erto, con il sole via via più ardente.
-
Non ne posso proprio più – disse Ibsen arrestandosi un attimo.
Non abbiamo mangiato stamattina alla partenza e sono oppresso ormai dalla fame
e dalla stanchezza.
-
Più avanti, lo rincuorò Bergsöe, c’è un contadino
in un vigneto che certamente ci darà da mangiare.
-
Andiamo dunque e affrettiamoci a salire.
Arrivati
a destinazione, l’uomo si dimostrò ben disposto a servire qualcosa
di buono, ma si presentò con una frittata fumante abbondantemente condita
di aglio, tanto che il semplice odore fece passare l’appetito. Più accetto
e senz’altro più invitante fu l’ottimo vino dell’Epomeo
che il vignaiolo portò in belle fiaschette, presto tutte svuotate alla
reciproca salute.
Ripresa
l’ascensione, accadde un evento strano ed inatteso. L’antico vulcano
cominciò a sussultare e, nonostante i continui sforzi, era impossibile
proseguire. Era come trovarsi su un tappeto mobile.
-
Che accade? domandava Ibsen. Un terremoto?
-
No, è conseguenza del vino dell’Epomeo. Meglio che scendiamo,
rispose Bergsöe.
Ibsen
fu d’accordo e s’avviò sì velocemente che ben presto
distanziò l’amico di una ventina di metri.
-
C’è una scorciatoia, gridò e voltò a destra.
-
No, non esistono altri percorsi.
-
Sì, eccone uno che ci farà risparmiare tempo.
Bergsöe
si affrettò a raggiungerlo e, appena fu presso di lui, si rese conto
che il sentiero preso da Ibsen non era che una delle tante frane esistenti
sul monte e formate da pietre pomici e blocchi di lave, e prese ad urlare:
-
Fermati, fermati; rischi di ruzzolare lungo la montagna, se continui.
-
No, si tratta proprio di un sentiero, insisteva Ibsen.
Non
restò altro da fare che seguirlo e, dopo averlo a fatica raggiunto,
Bergsöe riuscì a stento ad afferrarlo per il bavero della giacca.
-
Lasciami. Tu fai la tua strada, io voglio proseguire per questa.
In
quel momento il terreno riprese a franare sempre più pericolosamente
e i due si trovarono avvolti in una nuvola di polvere e di sabbia, mentre rotolavano
sotto i loro piedi blocchi di lave e pietre con un grande fracasso. E solo
allora Ibsen si rese conto del pericolo che sovrastava su di loro.
Non
si vedeva niente davanti a loro e ad un tratto scivolarono giù lungo
il sentiero.
Rimessisi
in piedi, si trovarono ai margini della strada principale, con i vestiti impolverati,
con qualche escoriazione e fortunatamente per il resto tutto a posto.
All’ex
dimora di Garibaldi a
Casamicciola
Fra
le numerose ville che accoglievano i turisti di Napoli e di tutta Italia,
la più conosciuta era Villa Bellevue (l’odierna
Villa Zavota) in parte per la sua posizione, ma soprattutto
perché aveva ospitato Garibaldi, ferito nella battaglia di Aspromonte.
Quando Bergsöe lo disse a Ibsen, gli venne la voglia di vedere
la villa. E una sera si avviarono verso le colline, attraversando
una vegetazione folta di cespugli, di piccoli oliveti e aranceti. Racconta
Bergsöe:
-
Io non avevo ben calcolato la distanza e quando ci mettemmo sulla via del ritorno,
il sole era già scomparso all’orizzonte. La notte in Italia cala
rapidamente; nell’ombra degli aranceti smarrii la strada e ad un certo
punto non seppi più dove fossimo. Era ben chiaro, tuttavia, che seguendo
la discesa avremmo raggiunto la strada. In effetti ciò accadde, ma sulla
via, davanti al cancello di una villa, si trovava un grande cane che verosimilmente
era uscito dal giardino.
-
C’è un cane là! disse Ibsen.
-
Sì, risposi, ma non ci morderà.
- Tu
non lo puoi sapere e io non voglio passargli davanti, replicò Ibsen.
- Allora
non potremo rientrare, protestai. Noi dobbiamo passare oltre. Se vuoi, mi metterò tra
te e il cane.
Ibsen
aveva una grande avversione per i cani; e veramente l’animale che ci
stava dinanzi era tutt’altro che piccolo.
- Affrettiamoci,
dissi; così non ci farà niente. Non bisogna far vedere che abbiamo
paura.
- Io
non ho paura, rispose Ibsen risentito; ma non si decideva a passare.
Allora
camminammo diritto davanti al cane che stava immobile; ma, quando stavamo per
oltrepassarlo, Ibsen fece uno scatto come se stesse per scappare e il cane
gli si avventò contro e lo morse a una mano.
Un
colpo di bastone ben assestato da parte mia fece fuggire il cane urlando; ma
Ibsen era livido e guardava terrorizzato la sua mano. Io gliela esaminai attentamente,
ma non trovai che un piccolo graffio. Malgrado ciò, Ibsen strillava:
-
Quel cane è rabbioso; bisogna ucciderlo, altrimenti anch’io divento
rabbioso.
Tutti
i mie ragionamenti erano vani. Inutilmente gli ripetevo che il cane non era
malato. Invano lo assicuravo... Ibsen era pazzo furioso e ci vollero parecchi
giorni per riprendersi dallo spavento. --
A
Punta Imperatore di
Forio
Fra
tutti i promontori dell’isola d’Ischia ve n’è uno
soprattutto che è famoso, perché chi vi si avventura
gode la più grande vista sul mare: Punta Imperatore.
Un
pomeriggio si era levata una tempesta di scirocco e Bergsöe propose di
fare una passeggiata a quel promontorio per contemplare il mare in tutto il
suo splendore.
--
La strada che dovevamo percorrere – riferisce Bergsöe - era lunga
e solo al crepuscolo giungemmo sulle ripide rocce che danno sul mare. Durante
l’ultimo tratto di strada, dovetti quasi trascinarmi dietro Ibsen, poiché egli
protestava che le rocce potevano smottare sotto il nostro peso. E quando gli
feci osservare che, per quelle rocce noi eravamo come due mosche sulla torre
di Eiffel, egli osservò curiosamente che anche una mosca poteva far
rovesciare la torre se essa stava per cadere.
Poiché non
riuscivo a farlo andare avanti, io proseguii fino a raggiungere l’orlo
della roccia per contemplare il mare agitato, le cui onde bianche si abbattevano
sugli scogli con un rumore di tuono e con tale violenza che gli spruzzi giungevano
fino a me. Era uno spettacolo affascinante vedere la lotta del mare contro
l’aspra rupe e devo ammettere che essa sembrava vibrare alla violenza
dei marosi, e, di tanto in tanto, si udiva il tonfo di qualche blocco di pietra
lavica che si staccava e precipitava giù, scomparendo.
Di
tratto in tratto mi sembrava di udire la voce di Ibsen, ma a causa del fragore
delle onde non riuscivo a capire quello che diceva. Poi voltandomi lo vidi
carponi, abbracciato a una grossa roccia e l’udii gridare furioso:
-
Tu mi vuoi ammazzare! Perché non sei venuto quando ti ho chiamato? Mai
più, mai più, ti seguirò in queste tue cosi dette passeggiate
scientifiche.
Nella
Valle del Tamburo a
Casamicciola
Bergsöe,
una volta, propose ad Ibsen di fare una visita alla Valle del Tamburo,
citata come “Conca delle armi tintinnanti”.
La
valle – racconta Bergsöe – si presenta inizialmente assai
ampia, percorsa da un piccolo torrente di acqua tiepida. L’aria è limpida
e pulita. Ma, a mano a mano che si procede, caldi vapori trasudano dai fianchi
della valle e zampillano inoltre di tanto in tanto fiotti di acqua bollente.
Questa grande massa di umidità dà origine a una fitta vegetazione,
che offre al visitatore uno spettacolo meraviglioso, in particolare quando
il sole al tramonto avvolge nella sua luce dorata le piante dalle forme singolari
e le foglie imperlate di rugiada. Fronde di muschio verde, scintillanti come
metallo, e vibranti capelvenere avanzano tra le felci, mentre in alto brilla
un bosco di rose in fiore e di rovi lussureggianti, che si intrecciano con
l’edera e con altre piante rampicanti. Qua e là si staglia qualche
agave. Tutt’intorno si ode il tintinnio delle sorgenti che portano le
loro acque nel piccolo torrente.
Inoltrandosi
nella valle, ci si imbatte tuttavia in tutt’altra natura: vegetazione
più rada, più angusto il sentiero; la luce si dilegua; pipistrelli
volteggiano nell’aria sempre più cupa. Poi la valle diventa così stretta
che occorre camminare sulle pietre emergenti dalle acque calde. Non potendone
più, Ibsen esplode:
-
Ma dove mi stai portando? Vuoi forse imprigionarmi in questa montagna? Non
faccio un passo di più. La valle potrebbe chiudersi sopra di noi.
Quando
Bergsöe gli fa notare che una cosa del genere è impossibile, Ibsen
replica:
-
Ma potrebbe cadere un masso dall’alto e schiacciarci. Voglio uscire di
qui, voglio tornare a casa!
Detto
fatto, senza ascoltare più nulla, riprende velocemente e da solo la
via del ritorno, mormorando tra sé che non avrebbe più accettato
di fare escursioni insieme con l’amico Bergsöe.
Fonti
Vilhelm Bergsöe, Henrik Ibsen a Ischia, traduz. dal
danese di Maria Grazia Calvanese, Imagaenaria, 2001.
Paolo Buchner, Ospite a Ischia, traduz. dal tedesco di Nicola
Luongo, Imagaenaria, 2003.
Pasquale Polito, Ibsen e Renan a Roma, a Napoli e nell’isola
d’Ischia, Bollettino del CIRVI, 1982.
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