La Rassegna d'Ischia 2006
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Isola d'Ischia
il fascino dell'antico e del moderno

di Raffaele Castagna


    Isola d’Ischia: un passato che, attraverso molteplici testimonianze, ancora vive, ricollegando questa terra ai miti classici e alla primitiva colonizzazione greca, un presente che cerca sempre più di affermarsi e rinnovarsi seguendo le esigenze  e le mode della vita moderna.
    Queste impressioni si creano nei suoi visitatori occasionali e in quelli abituali, oggi più che ieri, considerate le  scoperte archeologiche e grazie ad un interesse culturale più diffuso, lasciando molte volte incerti se siano quei ricordi e quelle testimonianze antiche o piuttosto il nuovo e il moderno a porre nell’animo la soddisfazione, il piacere e la speranza del ritorno. Le immagini invero si sovrappongono e contribuiscono a svelare l’anima di antichi villaggi, piccoli nella loro struttura, ma ricchi per un’eredità storica quasi senza pari, divenuti successivamente rinomati centri turistici e termali, anche sulla scia dei viaggiatori del Grand Tour, per la rinomanza delle acque minerali e per gli aspetti paesaggistici, con strutture ricettive capaci di accogliere confortevolmente persone di ogni nazionalità.
    Spesso si ha forse la mente legata agli slogan pubblicitari visti e letti un po’ da ogni parte: le terme, gli alberghi, le spiagge di sogno, i possibili incontri con personaggi noti della politica, dell’industria, della cultura, del cinema, dello spettacolo, della televisione, là in Piazza S. Restituta in Lacco Ameno, al centro di Forio, al Corso Vittoria Colonna d’Ischia o a Sant’Angelo che vive nella quiete di una località priva di ogni frastuono provocato dall’assalto delle macchine. Ma poi si scopre con sorpresa e con piacere che questo non è tutto. Al di là delle semplici visioni paesistiche, degli elementi climatici e di quanto costituisce mezzo per una vacanza lieta e comoda, del gran mondo che anima le cronache nazionali, l’isola si stacca da siffatto modernismo e si presenta alquanto diversa. In ogni suo angolo, in ogni sua caratteristica, è possibile scorgere e sentire un legame con il passato, con immagini che ricordano e raffigurano ambienti e vita di civiltà antiche.
    A chi arriva dal mare, i primi sguardi si fermano sulle colline che fanno da spalliera all’Epomeo (già detto anche Epopeo ed Epopo) e sul Castello Aragonese, che accolse nelle sue stanze e nei suoi viali una gran corte di regine, di regnanti, di poeti e di rimatori, tra cui Vittoria Colonna, che qui vi andò sposa con Ferrante d’Avalos nel 1509.
    Al centro dell’isola tra le nubi occulta la vetta con le alte rupi e le valli intorno per ampio tratto mira l’Epopeo: così si espresse il cantore di Inarime (Camillo Eucherio de Quintiis, 1726) nel suo vasto poema latino composto in riconoscenza di una guarigione ottenuta con le acque termali dell’isola che, secondo una tradizione classica, si stende sulle braccia, sul petto e sul corpo del gigante Tifeo, simbolo del fuoco, qui condannato a giacere da Zeus. L’immagine trovò riscontro anche nel poema ariostesco, sì che l’isola è «lo scoglio ch’a Tifeo si stende su le braccia, sul petto e su la pancia». L’isola è anche da qualche autore (Ph. Champault, 1906) legata al racconto omerico di Ulisse e identificata con la Scheria che accolse ospitalmente l’eroe e felicemente ne favorì il ritorno ad Itaca. E che dire del ricordo del grande Michelangelo, legato, non si quando, come e perché, alla Torre che si erge di fronte al Castello? Vicende, storiche o leggendarie, sono anche presenti nelle sue varie denominazioni da Arime e Inarime, Pithecusa, Aenaria, Insula, Iscla, Ischia.
    Ogni paese, ogni centro presenta le sue caratteristiche particolari, che si evidenziano nelle rispettive architetture e conformazioni, e spesso anche nelle parlate locali: Ischia, Casamicciola, Lacco Ameno, Forio, Serrara Fontana, Barano sono gli attuali comuni con amministrazioni proprie.
    Lacco Ameno, dove si stanziò la prima colonia greca, costituisce una rada semicircolare, una conca, ai cui estremi si allungano le ultime pendici dei due contrafforti che si appoggiano ai fianchi dell’Epomeo. Questo declina con ardite e ripide gradinate, in una levità e varietà di colori senza pari, e termina al fondo della curva fino a confondersi con le dorate sabbie della spiaggia. Il paesaggio offre così nel suo insieme la figura esatta di un teatro antico. L’aperto mare – come ebbe a descrivere l’Abbé Alph. Kannengiesser nel 1886 (Souvenirs d’Ischia) - rappresenta la scena, il luogo d’azione degli attori; la baia costituisce il recinto riservato al coro e all’orchestra; il terreno che si eleva a scalee, formando dei corridoi sovrapposti e concentrici, dà l’idea di un vasto anfiteatro. Potrebbe ritenersi una creazione dei suoi antichi abitatori. In questa terra infatti approdarono i primi coloni greci, provenienti dall’isola di Eubea, Calcidesi ed Eretriesi, intorno alla prima metà dell’VIII secolo a. C. E a Monte Vico, nella baia di San Montano, sotto il Santuario di S. Restituta, sono stati riportati alla luce reperti importanti di quell’epoca e della vita vissuta dalle genti che vi fissarono stabile dimora. Detti luoghi esercitano un grande richiamo, per una passeggiata di tutto riposo. Lungo quei tornanti è possibile trovare nella natura un sollievo di pace, di tranquillità o forse di un oblìo del presente che poi si risolve in un ritorno… al passato, senza grande sforzo. «Sotto il lieve rialzo di arena dormono, infatti, da millenni vestigia di civiltà lontane, le quali risalendo il Tirreno sulle triremi dalle vele di porpora approdarono all’isola di Pithecusa. Qui sembra di ascoltare le voci sommesse di Ateniesi, di Rodesi, inumati in vasi protocorinzi originari della Grecia; par di sentire i lugubri accenti di Etruschi, di Apuli, elevantisi da sepolcreti rinchiusi in anfore sepolcrali con amuleti e scaraboidi, il cui motivo predominante è quello del “suonator di lira”: sono medaglie o portafortuna che provenivano dalla lontana Cilicia a nord della Siria» (Pietro Monti).
    Là in quel giardino, in quella plaga boscosa, tra i baluardi di Montevico e della Mezzatorre, si incunea la baia di San Montano con un mare calmo e azzurro. Sul soffice tappeto di sabbia non fiorisce più il pancrazio marittimo, ma si adagiano al sole estivo genti di tutte le nazioni. Non sono i rappresentanti di una nuova colonizzazione gli ultimi arrivati, ma portano l’espressione della moderna civiltà che rende facili le comunicazioni e i contatti tra un popolo e l’altro.
    E l’isola d’Ischia è diventata una mèta obbligata, un traguardo importante di questo tipo di diporto. Ogni suo centro, come detto, ha un fascino particolare, un motivo di richiamo tutto suo, siano essi condizioni ambientali e bellezze naturali, comodità di organizzazione e fattori di efficacia curativa, o caratteristiche storiche. Se fino a poco tempo addietro erano le acque termali a costituire il punto focale della rinomanza dell’isola, oggi a queste si affianca il passato che eminenti studiosi, come il prof. Giorgio Buchner e don Pietro Monti, hanno riportato alla luce e che riaffiora attraverso continue ricerche e nuovi studi.
    La felice combinazione di elementi di ordine archeologico con altri di ordine panoramico, climatico e sanitario costituisce la ricchezza e la risorsa dell’isola d’Ischia. Voci del passato, impercettibili forse, ma tuttora presenti, rievocano infatti avventure di esuli, di mercanti, di eroi, di lotte, di leggende troiane, di lavoro, di dolore, di letizia, di vita insomma. Una realtà, se non un mito, che viene di lontano, ma anche una visione che non ha nulla di irreale o, meglio, che ci sta di fronte in tutta la sua suggestione. E confuso tra moderno e antico, tra sogno e realtà, sembra assalire coloro che qui passeggiano un senso di malinconia, di tristezza, ma è impressione di breve durata. Prepotenti riaffiorano e si affermano la voglia di vivere nel tempo che corre e la promessa di ritornare su questo scoglio, di cui il poeta Luigi Tansillo (1510-1568), volendo confortare l’oppresso Tifeo, così cantava:

                «Se tu sapessi quante grazie, e quante
                Bellezze, e quai virtù nove e celesti
                Premon le spalle tue, forse diresti:
                Più bello è il peso mio di quel d’Atlante».

    Grazie, bellezze, virtù che, ahimé, non di rado mostrano gli sgraffi dovuti alla mano dell’uomo e alle esigenze, sempre più pressanti, della vita moderna, che nessuna forza può allentare nella loro continua e piacevole affermazione. Ed infatti godesi del tempo presente con tutte le sue espressioni.

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