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Isola d’Ischia: un passato che, attraverso molteplici
testimonianze, ancora vive, ricollegando questa terra ai miti classici e alla
primitiva colonizzazione greca, un presente che cerca sempre più di
affermarsi e rinnovarsi seguendo le esigenze e le mode della vita moderna.
Queste impressioni si creano nei suoi visitatori occasionali
e in quelli abituali, oggi più che ieri, considerate le scoperte
archeologiche e grazie ad un interesse culturale più diffuso, lasciando
molte volte incerti se siano quei ricordi e quelle testimonianze antiche o
piuttosto il nuovo e il moderno a porre nell’animo la soddisfazione,
il piacere e la speranza del ritorno. Le immagini invero si sovrappongono e
contribuiscono a svelare l’anima di antichi villaggi, piccoli nella loro
struttura, ma ricchi per un’eredità storica quasi senza pari,
divenuti successivamente rinomati centri turistici e termali, anche sulla scia
dei viaggiatori del Grand Tour, per la rinomanza delle acque minerali e per
gli aspetti paesaggistici, con strutture ricettive capaci di accogliere confortevolmente
persone di ogni nazionalità.
Spesso si ha forse la mente legata agli slogan pubblicitari
visti e letti un po’ da ogni parte: le terme, gli alberghi, le spiagge
di sogno, i possibili incontri con personaggi noti della politica, dell’industria,
della cultura, del cinema, dello spettacolo, della televisione, là in
Piazza S. Restituta in Lacco Ameno, al centro di Forio, al Corso Vittoria Colonna
d’Ischia o a Sant’Angelo che vive nella quiete di una località priva
di ogni frastuono provocato dall’assalto delle macchine. Ma poi si scopre
con sorpresa e con piacere che questo non è tutto. Al di là delle
semplici visioni paesistiche, degli elementi climatici e di quanto costituisce
mezzo per una vacanza lieta e comoda, del gran mondo che anima le cronache
nazionali, l’isola si stacca da siffatto modernismo e si presenta alquanto
diversa. In ogni suo angolo, in ogni sua caratteristica, è possibile
scorgere e sentire un legame con il passato, con immagini che ricordano e raffigurano
ambienti e vita di civiltà antiche.
A chi arriva dal mare, i primi sguardi si fermano sulle
colline che fanno da spalliera all’Epomeo (già detto anche Epopeo
ed Epopo) e sul Castello Aragonese, che accolse nelle sue stanze e nei suoi
viali una gran corte di regine, di regnanti, di poeti e di rimatori, tra cui
Vittoria Colonna, che qui vi andò sposa con Ferrante d’Avalos
nel 1509.
Al centro dell’isola tra le nubi occulta la vetta
con le alte rupi e le valli intorno per ampio tratto mira l’Epopeo:
così si espresse il cantore di Inarime (Camillo Eucherio de
Quintiis, 1726) nel suo vasto poema latino composto in riconoscenza di una
guarigione ottenuta con le acque termali dell’isola che, secondo una
tradizione classica, si stende sulle braccia, sul petto e sul corpo del gigante
Tifeo, simbolo del fuoco, qui condannato a giacere da Zeus. L’immagine
trovò riscontro anche nel poema ariostesco, sì che l’isola è «lo
scoglio ch’a Tifeo si stende su le braccia, sul petto e su la pancia».
L’isola è anche da qualche autore (Ph. Champault, 1906) legata
al racconto omerico di Ulisse e identificata con la Scheria che accolse ospitalmente
l’eroe e felicemente ne favorì il ritorno ad Itaca. E che dire
del ricordo del grande Michelangelo, legato, non si quando, come e perché,
alla Torre che si erge di fronte al Castello? Vicende, storiche o leggendarie,
sono anche presenti nelle sue varie denominazioni da Arime e Inarime, Pithecusa,
Aenaria, Insula, Iscla, Ischia.
Ogni paese, ogni centro presenta le sue caratteristiche
particolari, che si evidenziano nelle rispettive architetture e conformazioni,
e spesso anche nelle parlate locali: Ischia, Casamicciola, Lacco Ameno, Forio,
Serrara Fontana, Barano sono gli attuali comuni con amministrazioni proprie.
Lacco Ameno, dove si stanziò la prima colonia greca,
costituisce una rada semicircolare, una conca, ai cui estremi si allungano
le ultime pendici dei due contrafforti che si appoggiano ai fianchi dell’Epomeo.
Questo declina con ardite e ripide gradinate, in una levità e varietà di
colori senza pari, e termina al fondo della curva fino a confondersi con le
dorate sabbie della spiaggia. Il paesaggio offre così nel suo insieme
la figura esatta di un teatro antico. L’aperto mare – come ebbe
a descrivere l’Abbé Alph. Kannengiesser nel 1886 (Souvenirs
d’Ischia) - rappresenta la scena, il luogo d’azione degli
attori; la baia costituisce il recinto riservato al coro e all’orchestra;
il terreno che si eleva a scalee, formando dei corridoi sovrapposti e concentrici,
dà l’idea di un vasto anfiteatro. Potrebbe ritenersi una creazione
dei suoi antichi abitatori. In questa terra infatti approdarono i primi coloni
greci, provenienti dall’isola di Eubea, Calcidesi ed Eretriesi, intorno
alla prima metà dell’VIII secolo a. C. E a Monte Vico, nella baia
di San Montano, sotto il Santuario di S. Restituta, sono stati riportati alla
luce reperti importanti di quell’epoca e della vita vissuta dalle genti
che vi fissarono stabile dimora. Detti luoghi esercitano un grande richiamo,
per una passeggiata di tutto riposo. Lungo quei tornanti è possibile
trovare nella natura un sollievo di pace, di tranquillità o forse di
un oblìo del presente che poi si risolve in un ritorno… al passato,
senza grande sforzo. «Sotto il lieve rialzo di arena dormono, infatti,
da millenni vestigia di civiltà lontane, le quali risalendo il Tirreno
sulle triremi dalle vele di porpora approdarono all’isola di Pithecusa.
Qui sembra di ascoltare le voci sommesse di Ateniesi, di Rodesi, inumati in
vasi protocorinzi originari della Grecia; par di sentire i lugubri accenti
di Etruschi, di Apuli, elevantisi da sepolcreti rinchiusi in anfore sepolcrali
con amuleti e scaraboidi, il cui motivo predominante è quello del “suonator
di lira”: sono medaglie o portafortuna che provenivano dalla lontana
Cilicia a nord della Siria» (Pietro Monti).
Là in quel giardino, in quella plaga boscosa, tra
i baluardi di Montevico e della Mezzatorre, si incunea la baia di San Montano
con un mare calmo e azzurro. Sul soffice tappeto di sabbia non fiorisce più il
pancrazio marittimo, ma si adagiano al sole estivo genti di tutte le nazioni.
Non sono i rappresentanti di una nuova colonizzazione gli ultimi arrivati,
ma portano l’espressione della moderna civiltà che rende facili
le comunicazioni e i contatti tra un popolo e l’altro.
E l’isola d’Ischia è diventata una mèta
obbligata, un traguardo importante di questo tipo di diporto. Ogni suo centro,
come detto, ha un fascino particolare, un motivo di richiamo tutto suo, siano
essi condizioni ambientali e bellezze naturali, comodità di organizzazione
e fattori di efficacia curativa, o caratteristiche storiche. Se fino a poco
tempo addietro erano le acque termali a costituire il punto focale della rinomanza
dell’isola, oggi a queste si affianca il passato che eminenti studiosi,
come il prof. Giorgio Buchner e don Pietro Monti, hanno riportato alla luce
e che riaffiora attraverso continue ricerche e nuovi studi.
La felice combinazione di elementi di ordine archeologico
con altri di ordine panoramico, climatico e sanitario costituisce la ricchezza
e la risorsa dell’isola d’Ischia. Voci del passato, impercettibili
forse, ma tuttora presenti, rievocano infatti avventure di esuli, di mercanti,
di eroi, di lotte, di leggende troiane, di lavoro, di dolore, di letizia, di
vita insomma. Una realtà, se non un mito, che viene di lontano, ma anche
una visione che non ha nulla di irreale o, meglio, che ci sta di fronte in
tutta la sua suggestione. E confuso tra moderno e antico, tra sogno e realtà,
sembra assalire coloro che qui passeggiano un senso di malinconia, di tristezza,
ma è impressione di breve durata. Prepotenti riaffiorano e si affermano
la voglia di vivere nel tempo che corre e la promessa di ritornare su questo
scoglio, di cui il poeta Luigi Tansillo (1510-1568), volendo confortare l’oppresso
Tifeo, così cantava:
«Se
tu sapessi quante grazie, e quante
Bellezze,
e quai virtù nove e celesti
Premon
le spalle tue, forse diresti:
Più bello è il
peso mio di quel d’Atlante».
Grazie, bellezze, virtù che, ahimé,
non di rado mostrano gli sgraffi dovuti alla mano dell’uomo e
alle esigenze, sempre più pressanti, della vita moderna, che
nessuna forza può allentare nella loro continua e piacevole
affermazione. Ed infatti godesi del tempo presente con tutte le sue
espressioni.
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