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Il Monte Vezzi è un avanzo di vulcano che
ha una età geologica di circa 120mila anni. È alto circa
400 metri ed è costituito da un nucleo centrale solido
e da fianchi di materiali friabili. Sono questi materiali, che gli
esperti chiamano piroclastici che determinano le frane. La vegetazione
del Monte Vezzi è formata da querce, acacie e castagni.
L’isola d’Ischia da un punto di vista geologico è un horst
vulcanico-tettonico, cioè un insieme di zolle sollevate
a varie altezze per effetto dell’intrusione di magma che tuttora
stagna in profondità ma è “spezzettato” come
una tavoletta di cioccolato. Il bacino magmatico è ancora attivo
ma si va raffreddando. L’isola è nata 200 mila anni fa,
ma non nella forma attuale, da una serie di eruzioni vulcaniche e da
tanti piccoli vulcani.
L’autentica natura geologica dell’isola d’Ischia
fu scoperta nel 1930 dal vulcanologo svizzero Alfred Rittmann, professore di
fisica terrestre alle Università di Napoli e Catania, il quale considerava
Ischia la sua “prediletta” per le sue particolarità geologiche
e ambientali.
Il prof. Rittmann nel 1977, parlando ad un convegno sui “vulcani
attivi dell’area napoletana”, organizzato ad Ischia dalla Provincia
di Napoli, affermò che il bacino magmatico sottostante all’isola è «capace
di produrre nuove eruzioni del tipo osservato nel 1302, l’ultima in epoca
storica, ed è pertanto assolutamente necessario sorvegliare con continuità l’attività sismica
e bradisismica, valutando collateralmente la possibilità di fenomeni
concomitanti quali frane e scoscendimenti».
Anche il regime pluviometrico dell’isola è del tutto
particolare. Uno studioso ischitano, Cristofaro Mennella (1907-1976), climatologo
che si battè per tutta la vita per il ripristino dell’Osservatorio
Geofisico di Casamicciola chiuso nel 1923, e per trasformarlo in un Centro
di Idroclimatologia, in una comunicazione del 26 maggio 1946 al Centro
Studi su l’isola d’Ischia da lui fondato con altri 7 studiosi nel
1944, spiegò le caratteristiche del regime pluviometrico dell’isola e
sostenne di aver riscontrato da suoi studi e ricerche che «il versante
meridionale, e precisamente quello di SW, risulta con media delle quantità annue
inferiore di due settimi a quella del versante di NE a ridosso del rilievo
orografico rispetto ai venti dei quadranti meridionali. Inoltre Porto d’Ischia,
proprio su quel versante e sul mare, risulta avere la media quantità annua
più elevata di tutte le località costiere del golfo di Napoli».
Mennella fornì anche i dati delle sue osservazioni: la
quantità di pioggia rilevata a Casamicciola presentava una
media annua di 859 millimetri, mentre quella rilevata ad Ischia Porto di 982
millimetri. Dal che deduceva che ad Ischia Porto piove più che a Casamicciola
e a Forio.
C’è da osservare inoltre che ancora oggi manca una
efficiente rete di canalizzazione delle acque piovane. Le strade più importanti
non hanno i sottoservizi e vediamo che, pur nelle normali giornate piovose,
tutte si allagano con notevoli disagi per la circolazione, sia pedonale che
veicolare. Dopo la terribile alluvione del 24 ottobre 1910, che distrusse a
Casamicciola tutto il sistema termale di Piazza Bagni e di La Rita, furono
costruiti dal Genio Civile dei canali di scolo a Casamicciola e Lacco Ameno
che sono stati abbandonati.
Peraltro il dissesto idrogeologico dell’isola d’Ischia è stato
fortementre accentuato sia da uno sviluppo urbanistico esponenziale,
sia dalla mancata realizzazione di interventi di ingegneria idraulica come
quelli avviati circa 100 anni fa dopo l’alluvione del 1910. Si tratta
di un problema enorme che deve essere affrontato dallo Stato, dalla Regione
e dagli enti locali (Provincia e Comuni) con estrema urgenza dopo oltre quaranta
anni di dibattiti, polemiche e proposte sulla storia infinita della mancata
pianificazione territoriale mentre cresceva lo sviluppo turistico. Oggi l’isola
d’Ischia, divisa in sei Comuni (Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno,
Forio, Barano e Serrara Fontana) ha un Piano Urbanistico Territoriale approvato
dal Ministero dei Beni Culturali nel 1994 che vieta qualsiasi nuovo intervento
edilizio. Ma l’esasperato protezionismo ambientale non ha impedito l’abusivismo,
sia per ampliare un albergo, sia per una villa, sia per una primaria
abitazione.
«Il turismo – scrive Pierre George nel suo lavoro
sulla geografia della società industrializzata – ricorda quel
personaggio mitico che divorava i bambini per conservare loro il padre. Il
suo effetto principale è distruggere lo scenario che ne legittima la
presenza. In effetti una volta superato un certo limite, l’addensamento
e la frequenza fanno scomparire la particolarità dell’ambiente
cioè le sue attrattive: la calma, il silenzio, l’aria e l’acqua
non inquinate. Il turismo è di per sé straordinariamente inquinante,
genera accumulo di rifiuti, distruzione volontaria o involontaria della natura».
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