La Rassegna d'Ischia 2006
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I «fucarazzi» di Sant’Antuono

di Antonina Garise De Palma


Con Pasqua ed Epifania tulle le feste vanno via, ma risponde Sant’Antuono: ci sono ancora io.

     Così recita un vecchio adagio popolare. San’Antuono, ovvero Sant’Antonio Abate, è il fondatore della vita monastica. Nacque ad Eracleopoli, nel Medio Egitto, intorno al 250 d. C. Verso il 270 abbandonò il mondo, ritirandosi alcuni anni dopo in un castello nel pressi del fiume Nilo, dove visse per molti anni insieme con i primi discepoli.
     Alla fine, dopo essere tornato nel mondo per un breve periodo di tempo, si stabilì nel deserto presso il Mar Rosso, scegliendo definitivamente la solitudine. Morì presumibilmente intorno al 356.
     La sua prima biografia fu scritta da Sant’Anastasia.
     Con questa ricorrenza religiosa, che cade il 17 gennaio, la letizia natalizia sembra dare le sue ultime scintille: infatti il suo rituale s’incentra ancora sulla luce, come quelli che lo hanno preceduto di S. Lucia nelle estreme lande d’Europa e del Natale, del quale la nota dominante è appunto la luce.
(continua a pagina 42)
     L’antico abate della Tebaide viene ricordato tuttora con dei falò spettacolari nelle varie contrade contadine: i “fucarazzi” illuminano la sera con la loro fiamma ardente e scoppiettante e alla fine la devozione e la tradizione fanno portare a casa un poco del fuoco rimasto. Forse la luce dei falò, che rischiara le tenebre che avanzano, ha un suo preciso significato: mettere in fuga le forze negative che ci circondano, compresi i demoni, di cui il Santo, si dice, sia stato acerrimo nemico. Ma i buoni contadini, una volta, osservavano la direzione del fumo e delle fiamme, cioè la direzione del vento, per trarre gli auspici riguardanti il raccolto dell’anno.
     E poiché il passato è qualcosa di vivo e spesso sostanzia il presente, quasi certamente il culto in onore di Sant’Antonio Abate si ricollega a quei riti antichissimi e semplici, con i quali una volta i buoni villici si propiziavano le miti divinità italiche dei campi. Tra queste c’era Fauno, le cui celebrazioni, le Faunalia, cadevano appunto in pieno inverno, agli inizi di febbraio. Fauno, la divinità che presiedeva alla fecondità dei campi e del bestiame, era infatti collegato con le misteriose voci della natura e perciò considerato anche dotato di capacità profetiche e ritenuto demone degli incubi. Intorno al suo simulacro giravano, per tre volte, quegli animali che erano il sostentamento e l’aiuto nel lavoro dei campi per il contadino, mentre nelle vicinanze si accendevano in suo onore dei fuochi che avevano il medesimo scopo di quello attuale.
     Il rituale, a distanza di secoli, non è cambiato, solo che, con l’avvento del cristianesimo, il culto per la divinità pagana è stato sostituito da quello per il Santo Anacoreta della Tebaide.
     Nell’isola d’Ischia, nelle contrade più popolari, dove sussiste ancora l’anima agricola, è sempre viva la devozione per il nostro Santo, ma c’è una comunità, quella di Campagnano, che venera in modo particolare il Santo Eremita al quale è dedicata una chiesetta, da principio un eremo, che risale al 1569 e voluto dalla devozione delle famiglie dei Garriga, Amalfitano e Di Manso.
     Ancora nel 1874 il piccolo tempio, che deve il suo attuale ampliamento al canonico e studioso Don Francesco Iovene, era sotto il patronato delle famiglie Amalfitano e Di Manso, essendosi nel frattempo estinti i Garriga.
     Nelle vicinanze e precisamente a San Domenico, in mezzo ai vigneti, sorgeva una volta la Parrocchia dedicata a San Vito e che ora è appoggiata alla chiesa dello Spirito Santo ad Ischia Ponte. Il santo, giovinetto martire sotto la persecuzione di Diocleziano nel 303, aveva il compito di proteggere, come accade tuttora nel comune di Forio, dove sorge un tempio ancora più antico in suo onore, i vigneti da quelle malattie e danni dovuti all’inclemenza del tempo e che potevano distruggere in un momento le fatiche e le speranze dei contadini.
     Campagnano, forse pagus o vicus campanianus della tarda latinità, nel passato si presentava come una distesa di campi coltivati inframmezzati da qualche lembo boschivo, con dei cascinali sparsi qua e là, e una volta forse, oltre ai vigneti, c’era anche l’oro del grano lungo le pendici dei monti che arrivano fino a Fontana.
     Qualche contadino anziano della parte Est/Sud-Est dell’Isola ricorda che, da bambino, metteva in fuga gli uccelli che si posavano nei campi di grano, colpendo con un martelletto la zappa.
     Gli abitanti della zona, fino a pochi anni fa, vivevano esclusivamente dei prodotti della terra e dell’allevamento degli animali domestici, esattamente come i loro antenati e, come per questi, anche per loro è stato naturale propiziarsi chi protegge il raccolto e gli animali.
     Naturalmente la chiesetta era mèta e lo è tuttora di tutti i devoti del Santo sparsi per le varie località dell’Isola, che accorrono numerosi il 17 gennaio per venerare l’antico asceta di Cristo.
     Intorno alla chiesa a lui dedicata sfilano, ornati a festa, gli animali che da millenni vivono con l’uomo, per poi venir benedetti nel cortile della chiesa stessa.

(in La Rassegna d’Ischia, n. 1/1990)