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Con Pasqua ed Epifania tulle le feste vanno via, ma risponde Sant’Antuono:
ci sono ancora io.
Così recita un vecchio adagio popolare.
San’Antuono, ovvero Sant’Antonio Abate, è il fondatore
della vita monastica. Nacque ad Eracleopoli, nel Medio Egitto, intorno
al 250 d. C. Verso il 270 abbandonò il mondo, ritirandosi alcuni
anni dopo in un castello nel pressi del fiume Nilo, dove visse per
molti anni insieme con i primi discepoli.
Alla fine, dopo essere tornato nel mondo per un breve
periodo di tempo, si stabilì nel deserto presso il Mar Rosso, scegliendo
definitivamente la solitudine. Morì presumibilmente intorno al 356.
La sua prima biografia fu scritta da Sant’Anastasia.
Con questa ricorrenza religiosa, che cade il 17 gennaio,
la letizia natalizia sembra dare le sue ultime scintille: infatti il suo rituale
s’incentra ancora sulla luce, come quelli che lo hanno preceduto di S.
Lucia nelle estreme lande d’Europa e del Natale, del quale la nota dominante è appunto
la luce.
(continua a pagina 42)
L’antico abate della Tebaide viene ricordato
tuttora con dei falò spettacolari nelle varie contrade contadine: i “fucarazzi” illuminano
la sera con la loro fiamma ardente e scoppiettante e alla fine la devozione
e la tradizione fanno portare a casa un poco del fuoco rimasto. Forse la luce
dei falò, che rischiara le tenebre che avanzano, ha un suo preciso significato:
mettere in fuga le forze negative che ci circondano, compresi i demoni, di
cui il Santo, si dice, sia stato acerrimo nemico. Ma i buoni contadini, una
volta, osservavano la direzione del fumo e delle fiamme, cioè la direzione
del vento, per trarre gli auspici riguardanti il raccolto dell’anno.
E poiché il passato è qualcosa di vivo
e spesso sostanzia il presente, quasi certamente il culto in onore di Sant’Antonio
Abate si ricollega a quei riti antichissimi e semplici, con i quali una volta
i buoni villici si propiziavano le miti divinità italiche dei campi.
Tra queste c’era Fauno, le cui celebrazioni, le Faunalia,
cadevano appunto in pieno inverno, agli inizi di febbraio. Fauno, la divinità che
presiedeva alla fecondità dei campi e del bestiame, era infatti collegato
con le misteriose voci della natura e perciò considerato anche dotato
di capacità profetiche e ritenuto demone degli incubi. Intorno al suo
simulacro giravano, per tre volte, quegli animali che erano il sostentamento
e l’aiuto nel lavoro dei campi per il contadino, mentre nelle vicinanze
si accendevano in suo onore dei fuochi che avevano il medesimo scopo di quello
attuale.
Il rituale, a distanza di secoli, non è cambiato,
solo che, con l’avvento del cristianesimo, il culto per la divinità pagana è stato
sostituito da quello per il Santo Anacoreta della Tebaide.
Nell’isola d’Ischia, nelle contrade più popolari,
dove sussiste ancora l’anima agricola, è sempre viva la devozione
per il nostro Santo, ma c’è una comunità, quella di Campagnano,
che venera in modo particolare il Santo Eremita al quale è dedicata
una chiesetta, da principio un eremo, che risale al 1569 e voluto dalla devozione
delle famiglie dei Garriga, Amalfitano e Di Manso.
Ancora nel 1874 il piccolo tempio, che deve il suo
attuale ampliamento al canonico e studioso Don Francesco Iovene, era sotto
il patronato delle famiglie Amalfitano e Di Manso, essendosi nel frattempo
estinti i Garriga.
Nelle vicinanze e precisamente a San Domenico, in
mezzo ai vigneti, sorgeva una volta la Parrocchia dedicata a San Vito e che
ora è appoggiata alla chiesa dello Spirito Santo ad Ischia Ponte. Il
santo, giovinetto martire sotto la persecuzione di Diocleziano nel 303, aveva
il compito di proteggere, come accade tuttora nel comune di Forio, dove sorge
un tempio ancora più antico in suo onore, i vigneti da quelle malattie
e danni dovuti all’inclemenza del tempo e che potevano distruggere in
un momento le fatiche e le speranze dei contadini.
Campagnano, forse pagus o vicus campanianus della
tarda latinità, nel passato si presentava come una distesa di campi
coltivati inframmezzati da qualche lembo boschivo, con dei cascinali sparsi
qua e là, e una volta forse, oltre ai vigneti, c’era anche l’oro
del grano lungo le pendici dei monti che arrivano fino a Fontana.
Qualche contadino anziano della parte Est/Sud-Est
dell’Isola ricorda che, da bambino, metteva in fuga gli uccelli che si
posavano nei campi di grano, colpendo con un martelletto la zappa.
Gli abitanti della zona, fino a pochi anni fa, vivevano
esclusivamente dei prodotti della terra e dell’allevamento degli animali
domestici, esattamente come i loro antenati e, come per questi, anche per loro è stato
naturale propiziarsi chi protegge il raccolto e gli animali.
Naturalmente la chiesetta era mèta e lo è tuttora
di tutti i devoti del Santo sparsi per le varie località dell’Isola,
che accorrono numerosi il 17 gennaio per venerare l’antico asceta di
Cristo.
Intorno alla chiesa a lui dedicata sfilano, ornati
a festa, gli animali che da millenni vivono con l’uomo, per poi venir
benedetti nel cortile della chiesa stessa.
(in La Rassegna d’Ischia, n. 1/1990)
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