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di
Francesco Mattera
L’intenso e millenario sfruttamento agricolo, nel
passato più o meno recente, ha spinto l’uomo a conquistare
alla coltivazione (specialmente o quasi esclusivamente della vite)
porzioni sempre più estese del territorio di Forio. L’economia
agricola, quasi monovalente se si eccettuano la pesca e poche ed essenziali
attività artigianali, di questo Comune trovava un eccezionale
elemento potenziatore sia nella feracità dei suoli che nella
mitezza del clima. Spesso, per sola economia di sussistenza e per assicurare
un modestissimo reddito da lavoro ai numerosi membri della famiglia
contadina, si imponeva di accrescere i terreni coltivati e quindi
di conquistare alla coltura anche terreni molto ripidi, accidentati,
pietrosi e difficili da dissodare.
Si possono ancora osservare infatti arditissimi terrazzamenti
sulle pendici dell’Epomeo, dove oggi chi osasse fare altrettanto verrebbe
tacciato di follia. Gli stessi cedui castanili, funzionali all’economia
viticola per la produzione di pali da destinare alla costituzione ed al continuo
rinnovo delle spalliere, e quindi in rigido rapporto di complementarietà,
in quanto ad estensione, con il sistema vigneto di Forio (ma anche del resto
dell’isola), quando appena si intravedeva un reddito di opportunità migliore,
venivano spiantati per far posto ad altro vigneto. Oppure, cosa molto più ordinaria
e frequente, nell’anno di taglio del ceduo, il suolo libero tra le ceppaie
veniva dissodato per seminarvi leguminose da granella (pisello, fava,
cicerchia, lenticchia) oppure cereali (orzo, grano, avena), ecc. La preordinazione
al “sistema vigneto“ era talmente spinta da prevedere coltivazioni
specializzate di salice giallo per la produzione dei tipici legacci (cutoli o culoli in
dialetto foriano) nei terreni più freschi ed umidi dei valloni, delle
conche ombreggiate, ed ovunque la vite dava scarsi risultati qualitativi. Oggi
il salceto è ancora una delle qualità di coltura particolari
(al di fuori del quadro generale delle qualità di coltura standard del
Nuovo Catasto Terreni Italiani) che distinguono Forio e gli altri Comuni dell’isola.
Stesso discorso per i canneti, la cui presenza costante ai margini del vigneto
era preordinata alla produzione di canne tutrici. Per essi si sceglieva sempre
il posto meno propizio per la vite.
In questo scenario è facile immaginare, ed oggi sono rinvenibili
ancora numerose testimonianze, il tasso quasi generalizzato di ruralizzazione
del territorio foriano. A salvarsi erano solo le pendici più ripide
dove impossibile era qualsiasi tentativo di terrazzamento, oppure i suoli con
banchi rocciosi affioranti molto compatti, profondi e tanto estesi da scoraggiare
impossibili spietramenti e dissodamenti, ed i pochi boschi di enti pubblici,
enti morali, demaniali, ecc. gravati o meno dei cosiddetti usi civici (pascolo,
raccolta di erbe e foraggi, raccolta di frutti spontanei, legna, ecc.).
Persone molto anziane ricordano ancora come tutta l’isola fosse particolarmente
ordinata, completamente priva di terreni incolti, dove era difficile e oggetto
di gravi e ricorrenti conflitti raccogliere foraggi per l’alimentazione
del bestiame o legna per le esigenze del focolare domestico, per la panificazione,
o per gli usi di igiene di cantina (produzione di acqua calda per la sterilizzazione
delle botti e dei mestieri, per la concentrazione dei mosti, ecc.). Rari quindi
erano i popolamenti vegetazionali completamente naturali, ovvero sottratti
ad una seppur minima azione regolatrice dell’uomo. In alcuni casi relitti
isolati di originari biotopi naturali venivano conservati e governati dall’uomo
per un uso misto: produttivo (di legna e foglie come combustibili,
di ghiande e fronde per alimentazione bestiame, castagne per alimentazione
umana); di marcamento di confini (soprattutto querce, lecci, castagni,
olmi campestri, carrubi, ecc.); siepi frangivento (lerca, mortella,
lentisco, ecc.). Se si immagina come tali conservazioni primarie recassero
involontariamente anche partners vegetali minori, di naturale accompagnamento,
quali piccoli arbusti, erbe perenni e frutici, appare molto verosimile
l’ipotesi che la successiva e più o meno veloce rinaturalizzazione
spontanea di porzioni di territorio anche piuttosto vaste abbia potuto trarre
un contributo importante da queste matricine biologiche conservate
dall’uomo per la propria esclusiva utilità e rivelatesi poi preziosissime
fonti per ripartenze e stabili conquiste da parte di ecosistemi anche alquanto
maturi.
La crisi dell’agricoltura, dapprima strisciante negli anni
sessanta e settanta, poi divenuta conclamata negli anni ottanta e primi anni
novanta, è proceduta di pari passo con l’affermazione dell’economia
turistica e dei suoi corollari (edilizia ed attività artigianali connesse,
commercio, terziario avanzato, ecc.). L’abbandono dei terreni marginali (almeno
dal punto di vista dei costi di coltivazione), più difficili, impervi,
ecc., si è accompagnato poi all’inopinato perseguimento di rendite
edilizie per i terreni più fertili di pianura, di bassa collina, e di
quelli periurbani, con una crescita urbanistica caotica, non pianificata, priva
di supporti infrastrutturali di base e quindi con costi pubblici e sociali
molto elevati. Nei primi terreni, ancora oggi è in atto una rinaturalizzazione
spontanea ancora in massima parte non arrivata a livello climax. In alcuni
casi si è avuta la ripresa della tradizionale attività di
coltivazione. Nei secondi, tranne rare eccezioni, si è avuta la proliferazione
di ville, alberghi, aziende artigianali e commerciali, ecc.
Oggi quindi sul territorio di Forio rinveniamo situazioni
floristico-vegetazionali varie e così riassumibili:
a) Stazioni e popolamenti vegetazionali anche piuttosto
estesi e maturi, riconducibili alla macchia mediterranea calda a sclerofille
sempreverdi (filliree, mirto, lentisco, alaterno, erica, con radi elementi
arborescenti di roverella, leccio, orniolo, ecc.): promontori di Punta
Imperatore, Caruso, crinali e versanti nord occidentali di Marecoco.
b) Boschi climax a lecceta pura con radi esemplari di roverella:
aree boschive ai margini della piana di Campotese, stazioni marginali
ad antichi oliveti abbandonati di Zaro, conche crateriche del Marecoco, Citrunia o Citurria, Scannella.
c) Oliveti di Zaro e Marecoco in parte rinaturalizzati
dalla macchia mediterranea con intrusioni di roverella, leccio, erica arborea,
lentisco, corbezzolo, ecc.
d) Terrazzamenti abbandonati dei pendii alti dell’Epomeo bloccati
ai primi stadi xerali per incendi estivi ed autunnali, ricorrenti con frequenza
annuale, con popolamenti vegetazionali di prative miste annuali (graminacee
e leguminose in massima parte), e perennanti fruticose del gen. ferula, con radi
cespugli di alaterno, ginestra comune, lentisco, ecc.
e) Pendii ripidi e molto ripidi dell’Epomeo a prateria
xerofila, con radi arbusti, e stazioni anche cospicue di fico d’India
e agave americana spontaneizzati (Corbaro).
f) Incolti recenti dei crinali bassi e terrazzati dell’Epomeo,
con roveti misti a felci aquiline, e con diffusione casuale di ginestra comune
ed altri arbusti (stadi iniziali di una successione tendente a ripristinare
la macchia mediterranea).
g) Acaceti antropici, parzialmente spontaneizzati, risalenti all’inizio
degli anni cinquanta, a confine con il comune di Serrara Fontana, in località Frassitelli.
h) Cedui castanili in gran parte abbandonati e degradati, con
intrusioni di roverella, leccio, orniolo, ontano, ecc. della parte nord-occidentale
dell’Epomeo: Falanga, Pennanova, ecc.
i) Fumarole delle pendici medio–basse dell’Epomeo
con stazioni di Cyperus Polistachius.
La fauna selvatica
La fauna selvatica insediata sul territorio del Comune
di Forio rispecchia fondamentalmente quella dell’intera isola
d’Ischia.
La classe dei mammiferi è senz’altro poco rappresentativa.
Infatti gli unici ordini presenti sono quelli dei Roditori (coniglio selvatico,
topo campagnolo, topolino domestico, e almeno due tipi di ratti ), e dei Chirotteri (pipistrelli
europei o microchirotteri). Isolati avvistamenti di riccio (ordine Insettivori, Erinaceus
europaeus), e di scoiattolo (Sciurus vulgaris, Roditori simplicidentati) sono
da attribuire senza dubbio alcuno alla fuga da abitazioni in cui erano
allevati a scopo di affezione. Si ha notizia che nelle plaghe boschive del
monte Epomeo, al limite dei territori dei Comuni di Serrara Fontana e Casamicciola
(Frassitelli, Falanga, ecc.) risiede una stabile popolazione
di gatti inselvatichiti che si riproducono normalmente nell’ambiente
naturale. Si nutrono predando conigli selvatici, topi, uccelli, rettili, ecc.
La loro origine è data senza dubbio dai gattini domestici abbandonati
nei boschi. Essi non rappresentano affatto un pericolo per la fauna selvatica
propriamente detta. Anzi, agendo in un contesto naturale povero affatto di
predatori, costituiscono un valido elemento di equilibrio ecologico nei
confronti di organismi potenzialmente dannosi (topi, ratti, conigli).
Coniglio selvatico (Oryctolagus
cuniculus)
La sua presenza sull’isola d’Ischia è di origine
controversa. Secondo alcuni sarebbe stato introdotto in tempi più o
meno recenti a scopo di caccia; secondo altri la sua presenza sull’isola è alquanto
remota ed incerta; secondo altri ancora l’attuale coniglio selvatico
sarebbe il discendente dei primi conigli allevati sull’isola con l’arcaico
sistema delle fosse. Sfuggito alla cattività, si sarebbe poi rapidamente
diffuso sull’intera isola. È un coniglio di piccola taglia, con
orecchie corte e mantello dal colore variabile dal grigio cinerino al fulvo.
Sulle pendici dell’Epomeo fin quasi all’abitato di Forio ed a quello
di Panza, ma anche a Punta Imperatore, alla Scannella, ed
in generale nei luoghi più isolati e tranquilli, è molto
frequente. Arreca danni di una certa entità alle colture ortive (fagiolo,
pisello, fava, carciofo, cavoli, rape, ecc). Nei vigneti risulta oltremodo
dannoso alle giovani barbatelle i cui germogli vengono continuamente
erosi e decorticati fino alla morte delle piante. Danni sono lamentati anche
per lo scavo di gallerie nei suoli coltivati, con sommovimenti del terreno
e recisioni di radici. La sua notevole prolificità gli permette di superare
con una certa facilità anche epidemie che spesso si diffondono da animali abbandonati
a seguito di malattie negli allevamenti domestici (coccidiosi); alcuni anni
or sono si è avuta una drastica riduzione della popolazione selvatica
a seguito della propagazione di una sindrome ad eziologia virale denominata
Malattia X. I danni ai terreni coltivati aumentano notevolmente a seguito
di devastanti incendi estivi che, distruggendo tutto il manto vegetale, spingono
i conigli a concentrarsi numerosi nei terreni agricoli alla ricerca di fonti
di alimentazione.
I nemici naturali agenti di normale contenimento della popolazione
cunicola selvatica sono rappresentati principalmente dai ratti (Rattus
rattus), dalle bisce o colubridi (Coluber viridiflavus) che principalmente
predano la prole inetta dalle tane materne. Alcuni uccelli rapaci predano sia
i giovani conigli nelle loro prime escursioni di alimentazione, sia gli esemplari
adulti.
La caccia, opportunamente regolamentata e rigidamente concentrata
in periodi ben precisi, non rappresenta una minaccia per la sopravvivenza della
specie.
Della classe degli uccelli meritano menzione alcuni Falconiformi,
tra cui il falco pellegrino, il falco pescatore, il nibbio, la pioana,
ecc., che sui contrafforti dell’Epomeo e nei luoghi ancora alquanto
integri della costa si avvistano con una certa frequenza e costanza negli anni.
Tra i rapaci notturni (Strigeiformi) la civetta, il barbagianni, l’allocco,
il gufo, popolano gli anfratti boscosi, i cedui, le zone calanchive meridionali
del Comune, svolgendo una fondamentale azione di contenimento di roditori nocivi
ed insetti. L’ignoranza e la superstizione spesso li rende vittime di inopinati
attacchi da parte dell’uomo. Andrebbero, all’opposto, protetti
ancor più di quanto non sia almeno formalmente fatto sino ad oggi e,
se tecnicamente possibile, favorito il loro incremento a ridosso delle
aree urbane per l’efficace predazione che essi esercitano nei confronti
della popolazione murina.
In aumento è la popolazione dei Corvidi (cornacchie, corvi
neri, taccole). La loro dieta onnivora (semi, frutti vari, insetti, uova e
nidiacei) rende spesso contrastante il giudizio sulla utilità della
presenza di tali uccelli al limite dei comprensori agricoli. Rimane tuttavia
inconfutabile il fatto che la biodiversità non può che favorire
la stabilità e l’equilibrio degli ecosistemi.
Tra i Lesinirostri negli ultimi anni sta acquisendo una certa
importanza l’aumento della popolazione stanziale di merli (Turdus
merula) che si spingono fin dentro i centri abitati nidificando nelle
siepi di alloro, pittosporo, nelle piante di palma, negli agrumi scarsamente
potati, ecc. Nell’ambiente naturale prediligono i sieponi di alaterno,
di lentisco, gli alberi femminei di alloro, i muri a secco tappezzati di edera,
come pure gli alberi di leccio, i pini, ecc. Spesso si accompagnano ad altri
uccelli dello stesso raggruppamento come le piccole ed attivissime capinere,
la cinciallegra, l’usignolo, il liù verde, ecc. Il merlo è inviso
agli agricoltori per i danni che spesso arreca ai vigneti nel periodo estivo
nel quale si ciba di uva. Per tenerli lontani e limitare quindi i danni, bastano
pochi ed economici apprestamenti dissuasori reperibili in commercio (bande
riflettenti, palloni colorati con riproduzione di occhi di rapaci, ecc.). È utile
ricordare anche che nel periodo che precede gli accoppiamenti i merli si nutrono
attivamente di insetti dannosi all’agricoltura, anellidi, ecc., con grande
beneficio quindi per gli equilibri naturali.
Numerosissime le specie di uccelli migratori che seppure per brevissimi
periodi popolano le aree agricole e boschive dell’isola d’Ischia
specialmente nel periodo primaverile ed in quello autunnale.
Nella classe dei rettili gli unici ordini presenti sull’isola
d’Ischia, e quindi anche sul territorio dei Forio, sono i sauri,
con almeno tre specie, ovvero la lucertola muraiola (Lacerta muralis),
il ramarro (Lacerta viridis) ed il geco o tarantola (Tarentola
mauritanica); e gli ofidi (serpenti) con l’unica famiglia
dei colubridi rappresentata dal biacco (Coluber viridaflavus)
e dal saettone colubro di Esculapio (Elaphe longissima); le
due specie, molto simili tra di loro sia per dimensioni che per etologia,
differiscono soprattutto per il colore: scuro, quasi nero il primo,
da grigio giallastro al bruno il secondo. Animali timidi e del tutto
inoffensivi popolano i luoghi caldi e solatii, gli anfratti rocciosi
specialmente nelle vicinanze di fumarole o stufe naturali ricche di
fessure ed anfratti dove le femmine scelgono di deporre le uova per
le favorevoli condizioni di temperatura ed umidità per
la schiusa. A tale scopo si avvicinano anche ai cellai, alle stalle
e conigliere, attratti dai cumuli di letame in fermentazione al cui
interno, in aprile-maggio, depongono le uova. Voracissimi, si
nutrono per lo più di lucertole, insetti, nidiacei, e soprattutto
di topi e ratti. Risulta anche predatore dei piccoli dei conigli selvatici
e dei conigli allevati alla fossa. Più raramente dei conigli
allevati in gabbia in quanto la presenza dell’uomo costituisce
un deterrente all’avanzata dei rettili verso gli allevamenti
domestici. La superstizione e l’ignoranza, legate all’atavica
paura per i serpenti, spingono l’uomo ad uccidere inopinatamente
questi utilissimi animali. La crescita esponenziale delle popolazioni
murine (topi e ratti) nei centri urbani è senz’altro dovuta
pure alla eliminazione o allo spontaneo arretramento dei serpenti.
Come indicatore biologico, la loro presenza più o meno abbondante è rappresentativa
di un ambiente sano e con notevole equilibrio tra i viventi.
Della classe degli anfibi si rinvengono nei luoghi umidi, nelle
vecchie vasche di irrigazione degli orti costieri, negli anfratti ove scorrono
rigagnoli di sorgenti freatiche o affioramenti termali, il rospo comune (Bufo
bufo) e la rana (Rana esculenta). Prendono dimora anche
nei vivai di piante ornamentali attratti dalle condizioni di umidità o
dalla presenza di vasche per la coltivazione di piante acquatiche; stessa cosa
si avvera nelle ville con giardini e prati irrigati abbondantemente nel periodo
primaverile-estivo. Anche questi animali svolgono un’importante funzione
ecologica quali agenti di contenimento di insetti, vermi, molluschi gasteropodi
terricoli ed acquatici. Sono pertanto da considerarsi organismi utili ed ausiliari
per l’agricoltura. Ciò nondimeno, invece di essere protetti, spesso
vengono cacciati ed uccisi.
Le principali colture agrarie
1) La vite da vino
Nell’economia viticola dell’intera isola d’Ischia,
il comune di Forio occupa un posto di assoluto rilievo. Il primato gli spetta
di diritto sia in ordine alla superficie agraria totale investita in tale coltura
(ettari 165,90 per 480 aziende) sia per quanto attiene le performances
produttive e soprattutto qualitative della sua produziome vitivinicola. In
ciò certamente favorita dalla felicissima combinazione dei fattori pedologici
e climatici delle sue terre vitate. A ciò va però doverosamente
aggiunto che, nonostante il periodo di prolungata crisi del comparto sotto
l’incalzare di fattori congiunturali generali e soprattutto della profonda
trasformazione economica della intera isola in senso monovalente (turismo),
la viticoltura foriana è quella che più di tutte sull’isola è riuscita
a conservare un minimo di identità tecnica e di specializzazione.
Altrove (ad es. Barano ed Ischia) il livello di specializzazione è andato
fortemente perduto soprattutto per la progressiva consociazione di fruttiferi
misti iniziata già sul principiare degli anni sessanta, quando la domanda
di ortofrutticoli da parte della nascente industria turistica era solo in parte
soddisfatta dalle importazioni dal continente. Resta vero che nell’arco
degli ultimi 30 anni molto è cambiato nel tipico paesaggio viticolo
foriano: molti buoni vigneti sono andati definitivamente persi, sacrificati
sull’altare della speculazione edilizia; molti altri ritenuti obiettivamente
difficili per caratteristiche orografiche, e quindi di non economica coltivazione,
sono stati abbandonati; altri ancora sono stati utilizzati per colture
diverse.
Nell’ultimo decennio si è assistito però ad
un significativo ritorno di interesse per la viticoltura, con un trend positivo
ancora in atto. Numerosi vigneti abbandonati o semicoltivati sono stati reimpiantati.
Altri in migliori condizioni, razionalizzati mediante ricostituzione delle
spalliere, ricostruzione di muri a secco franati, sostituzione dei ceppi deperiti,
ecc. In ciò ha avuto un ruolo molto importante la politica agraria
della Regione Campania che con gli interventi a sostegno della viticoltura
DOC (misura 4.1.1) del P.O.P Agricoltura 94-99, nonostante non poche difficoltà di
carattere burocratico-organizzativo, ha convogliato sull’isola d’Ischia,
e su Forio in particolare, risorse economiche di un certo interesse.
Va comunque detto che, indipendentemente dalla contribuzione pubblica, la quota
di autofinanziamento per le applicazioni della misura detta si è attestata
intorno al 40-50% dei capitali investiti. E, comunque, vi è una tendenza
positiva alla ripresa del settore con quote di autofinanziamento del 100%.
Si assiste sovente oggi all’investimento in agricoltura di capitali provenienti
dagli altri settori produttivi: turismo, artigianato, commercio, ecc. Specialmente
il comparto turistico-alberghiero fa registrare un certo interesse con coinvolgimento
diretto delle aziende, che investono in viticoltura sia per l’ottenimento
di produzioni vinicole da inserire direttamente nell’offerta turistica
alla loro clientela, sia per rafforzare la loro immagine complessiva. Altre
volte l’inserimento in agricoltura dell’imprenditore turistico è a
livello privatistico-personale, e rappresenta spesso un ritorno all’agricoltura
da cui proveniva e serbava comunque un sentimento di nostalgia.
Stesso discorso per le altre categorie economico-produttive
sopra indicate. Si assiste quindi ad un paradosso: ad investire in agricoltura,
di più e meglio, non sono i tradizionali agricoltori, ma soggetti economici
extra-agricoli con più cospicue possibilità economiche. In questo
contesto si inserisce prepontentemente l’attività agricola part-time,
o il sostegno all’imprenditore viticolo anziano da parte di componenti
il nucleo familiare usciti dal settore (pubblico impiego, servizi, artigianato,
ecc.) e con buona disponibilità di tempo libero da destinare (in uno
ad una certa tranquillità di reddito) alla coltivazione del vigneto.
La forma di conduzione prevalente è comunque quella ad
economia diretta familiare. La meccanizzazione delle operazioni colturali riguarda
solo la lavorazione del suolo, dove è molto diffuso l’uso del
motocoltivatore, sia in proprietà sia con il ricorso al C.T. In
rari casi si assiste all’uso di piccole trattrici o di macchine irroratrici. Si
sta diffondendo l’uso di minitrasporter con cingoli gommati per le esigenze
di trasporto interno al fondo. L’uso di monorotaia fissa del tipo a cremagliera è limitato
a poche applicazioni di aziende leader presenti sul territorio. Sono ancora
molto diffuse le tradizionali strutture di sostegno a controspalliera bassa
costituita da un ordito di pali e traverse di castagno e canne, rinnovate
annualmente. La loro dispendiosa gestione in termini di costi sta tuttavia
creando molto interesse verso forme più pratiche e razionali (spalliere
di pali di legno impregnato in autoclave, o di pali di cemento) raccordati
da filo zincato su più livelli, con la diffusione di potature di produzione
più semplici e razionali (Guyot semplice, Cazenave, ecc.). Il
livello tecnico medio delle aziende viticole foriane è alquanto carente.
In assenza di forme cooperative ed associative diffuse (tranne poche e rare
eccezioni), il viticoltore deve confidare molto sull’esperienza personale
e sulla divulgazione tecnica proveniente dall’esterno (aziende commerciali,
tecnici privati, ecc.). Manca del tutto l’assistenza tecnica pubblica
sia in ordine alla conduzione tecnica del vigneto sia in ordine agli adempimenti
di natura squisitamente amministrativa e burocratica. In ciò sopperisce
un tanto la locale sezione della Coldiretti che fornisce con una certa
tempestività sia le informazioni che riguardano l’intero settore
agricolo, sia l’assistenza in ordine ai principali adempimenti
della natura più varia. Altre iniziative, in verità sporadiche,
sono affidate alla buona volontà e allo spirito di abnegazione di varie
figure professionali, imprenditoriali e politiche che operano sul territorio.
Per quanto attiene la collocazione della produzione, dalle
informazioni in nostro possesso si hanno i seguenti risultati: 1) l’esistenza
di un gran numero di aziende (stimabile in non meno del 70% del totale) che
vinifica in proprie strutture interne al fondo; 2) la presenza sul territorio
foriano di non più di due aziende trasformatrici che acquistano uva
dai viticoltori; 3) la presenza nei restanti Comuni isolani di non più di tre
aziende trasformatrici che lavorano piccoli quantitativi di uva o rilevano
vino dai viticoltori per poi condizionarlo e immetterlo in commercio in bottiglia;
4) l’aumento costante, anche se non in misura eclatante, di privati che
acquistano uva dai viticoltori per autoconsumo familiare; 5) per contro una
diminuzione delle aziende trasformatrici e/o dei privati che dal continente
acquistano uva e/o vino prodotti a Forio.
In tale scenario si assiste a ricorrenti crisi del settore con
cospicue giacenze di vino invenduto. Un intervento pubblico, che si proponesse
di risolvere il problema in maniera soddisfacente, è auspicabile che
si muovesse in una logica di filiera, interessando verticalmente tutto il comparto,
dai produttori vitivinicoli ai trasformatori, all’assistenza tecnica,
dal commercio alla fase di promozione dell’immagine sia localmente che
all’esterno con un’oculata e ben congegnata azione di marketing.
Non secondaria dovrebbe essere l’azione di sinergico collegamento con
le aziende vivaistiche per la produzione di materiale di sicuro livello qualitativo
per la ricostituzione del vigneto foriano.
Nella Denominazione di Origine Controllata “Ischia” la
cui revisione di disciplinare di produzione è entratoa in vigore il
31 luglio 1993, sono ricomprese le seguenti tipologie di vino: “Bianco”, “Biancolella”, “Forastera”, “ Rosso”, “Piedirosso o Per’e
Palumbo”; per il “Bianco” sono previste le varianti “Spumante“ e “Superiore“; per
il “Piedirosso o Per’e palummmo” è prevista
la variante “Passito”.
I vitigni base previsti dal disciplinare della DOC Ischia sono
i seguenti, non in ordine di importanza: Biancolella, Forastera, Piedirosso o Per’e
Palummo, Guarnaccia.
Altri importanti vitigni locali quali Cannamelo o Cannamella, Guarnacciello (a
bacca nera), Biancorellone, Zi Bacco, Arilla, Arillottola,
alcune varianti locali del Forastera (quali Levante o Procidano o Forasterone, Forasteriello), Campotese,
ecc. (a bacca bianca) sono in via di lento abbandono. È apprezzabile
(e da incoraggiare ulterioramente) il tentativo in atto da parte di una delle
aziende viticole e trasformatrici più importanti dell’isola d’Ischia
di allestire un campo collezione dove coltivare a scopo di conservazione questi
antichi vitigni. Un’ottima prospettiva in tal senso è quella della
istituzione di un parco agricolo dove conservare sia le cultivars tipiche
ed in via di estinzione delle specie frutticole, vitigni, ed orticole dell’isola,
ma anche dove recuperare la vecchia architettura rurale foriana ed i metodi
tradizionali di coltivazione e produzione vinicola.
L’olivo
Dopo un periodo molto lungo di disinteresse e abbandono, negli
ultimi anni si è assistito ad un vero ritorno di fiamma per questa tradizionale
e pregevole (anche e soprattutto dal punto di vista ambientale e paesaggistica)
coltura.
Sul territorio di Forio esistono vere e proprie vestigia di
un passato non molto lontano in cui l’olivo era tenuto in grande considerazione
e rappresentava il naturale complemento alla più importante ed estesa
coltura della vite. Sui promontori rocciosi di Marecoco e Mezzavia,
su tutto il vasto comprensorio di Cavallaro, per il Caruso,
il bosco di Zaro, fin giù a degradare verso la spiaggia di San
Francesco, si osservano oggi i resti ancora ben conservati di antichi
oliveti. Un esempio di notevole bellezza si può osservare sulla collina
del Marecoco.
Comunque su tutto il territorio comunale si ritrovano, ora in
forma più consistente di vero e proprio oliveto, ora in forma più o
meno sparsa, numerose coltivazioni olivicole; in alcuni casi si tratta di pochi
ed antichi alberi che marcano il confine tra fondi limitrofi.
Coltivazioni di una certa importanza le ritroviamo a Baiola,
e lungo tutto il tratto a monte della provinciale Borbonica tra Monterone e
il quartiere Fango nel Comune di Lacco Ameno. Ancora, in frazione
Panza nella tenuta Piromallo, sui primi contrafforti di Montecorvo e Pietra
Brox, presso lo stabilimento della D’Ambra Vini, al Cimmentorosso.
A ridosso della spiaggia di S. Francesco, nella piana ora denominata Sciavica,
ecc.
Le varietà più frequenti sono ascrivibili ai tipi agostella, frantoio, leccino.
Una varietà diffusa su tutta l’isola risponde al nome di olivo
pane, a duplice attitudine (da olio e da mensa).
Per la molitura delle olive non sembrano essere presenti frantoi
né a Forio né in altre parti dell’isola. Nelle annate
di carica i proprietari di oliveti sono costretti a trasportare in terraferma le
olive per la molitura, con notevole aggravio dei costi.
Le colture agrumicole
La maggiore è senz’altro il limone. La coltivazione è finalizzata
soprattutto a produzioni a raccolta tardiva e/o ritardata ai mesi primaverili
ed estivi nei quali più sostenuta è la domanda con prezzi certamente
più interessanti. Di solito la coltivazione è praticata su appezzamenti
di superficie medio-piccola, su terreni posti al riparo da venti salsi ed impetuosi,
freschi e fertili. La coltura del limone a livello familiare è presente
su quasi tutti i fondi agricoli, marginalmente consociata al vigneto, nelle
prossimità delle abitazioni, negli orti, nei giardini delle ville signorili,
delle villette, delle case anche modeste fornite di un piccolo orto-giardino.
Stesso discorso anche per le altre specie, arancio e mandarino soprattutto,
ma anche clementino e mandarancio. In antichi giardini di case signorili del
centro storico si rinvengono agrumeti misti di un certo interesse, in cui sono
presenti soprattutto aranci di varietà Biondo comune, Maltese o
vainiglia, mandarino palermitano, limone del tipo Interdonato,
e rari esemplari di limone cosidetto da sugo. Si tratta di un antica
varietà molto diffusa su tutta l’isola d’Ischia fino agli
anni ‘40-’50, con limoni a trottola molto piccoli, a buccia liscia
e sottile, con polpa ricca di succo molto acido. La cultivar è ascrivibile
al tipo Monachello, oggetto a quei tempi anche di un’attiva esportazione
verso la città di Napoli. Le epidemie di malsecco parassitario verificatesi
nell’ultimo dopoguerra li decimarono completamente. Oggi se ne rinvengono
pochi esemplari sparsi. Da questi si potrebbe ripartire impostando un piano
di selezione per l’individuazione di eco-bio-tipi più resistenti
al malsecco da introdurre nuovamente negli agrumeti ischitani.
Oggi la coltivazione del limone sta vivendo un momento di rivalutazione
(seppure non nel novero dei grandi numeri) per l’affermazione della liquoristica
(artigianale e/o semindustriale) che utilizza soprattutto le bucce di limone
e per l’affermazione sui mercati di limoni di dimensioni medio grandi
per uso alimentare e dietetico.
Orti costieri intensivi anche
a funzione vivaistica
La fascia costiera di Forio in località Citara e contermini,
in localita Cuotto, in località S. Francesco e Sciavica,
e poche altre zone interne (località Funno nei pressi di S.
Vito) per la mitezza del clima e la presenza di terreni fertilissimi, franco-sabbiosi,
ricchi di sostanza organica, permeabili e di ottima coltivabilità, fino
a pochi decenni or sono rappresentavano il modello orticolo fondamentale
per la intera isola d’Ischia, insieme alle famose paludi (palure o parule in
dialetto) di Ischia, gli orti terrazzati dei Maronti, la piana di Succhivo
nel vicino Comune di Serrara Fontana, ecc. La caratteristica principale di
tali orti, e di quello che di essi oggi rimane, era ed è la straordinaria
precocità delle produzioni ivi praticate, rappresentate soprattutto
da pomodoro, patata, melanzana, cipolla, aglio, zucchino, ribadita anche con
produzioni tardive estivo-autunnali che riuscivano a sfuggire ai freddi invernali. Sicuramente
l’attività fumarolica ed idrotermale, con gli effetti dimostrati
di riscaldamento degli orizzonti sub-superficiali del suolo, contribuiva a
rendere ancora più marcata tale caratteristica.
Quello che oggi resta di quegli splendidi, ordinatissimi e fertili
orti, vale la pena che sia adeguatamente protetto, specialmente dalla tentazione
di utilizzazioni extra-agricole.
Orti-giardini familiari
ll tessuto urbano di Forio, cresciuto in maniera disordinata e
non pianificata, ha di fatto fagocitato una fetta cospicua di territorio comunale.
All’interno di questo reticolo di più o meno recente urbanizzazione
sono inglobati appezzamenti di terreno di piccola e media estensione, in gran
parte annessi ad unità abitative di cui costituiscono spesso orti-giardini
in cui oltre alle piante ornamentali sono coltivati ortaggi, piante di agrumi
e fruttiferi misti tipo pesco, albicocco, pero, nespolo, viti ad uva da tavola,
ecc.
In altri casi sono appezzamenti risparmiati dall’attività edilizia
e condotti da agricoltori con fondi frammentati in più appezzamenti
separati tra di loro. Le due distinte situazioni comportano condizioni diverse
per i rispettivi conduttori. Nel primo caso si tratta di spazi annessi
o pertinenziali alle unità abitative; nel secondo di parti funzionali
di fondi rustici strutturati in unità produttive organiche.
Colture frutticole
Sul territorio di Forio non sono rinvenibili veri e propri frutteti
specializzati, tranne rari casi di impianti di modeste dimensioni annessi o
marginali ad es. al vigneto specializzato. Comunque la presenza di alberi da
frutto sia negli orti-giardini familiari che in consociazione a vigneti e frutteti, è ampia
e rappresentativa un po’ di tutte le specie frutticole più comuni.
Le specie più rappresentate sono nell’ordine: pesco (nelle più diverse
varietà); albicocco, fico, nespolo, noce, susino, pero, kaki,
ciliegio, melo, actinidia, gelso da frutto, nocciolo, fico d’India, mandorlo,
melograno, carrubo.
Un discorso particolare meritano il noce, il fico, il melograno,
il gelso da frutto ed il carrubo.
Per quanto riguarda il noce, con esemplari isolati o in piccoli
gruppi, lo ritroviamo un po’ in tutti i terreni coltivati, compresi i
piccoli e piccolissimi appezzamenti, specialmente in prossimità delle
vecchie abitazioni di campagna, vicino agli antichi cellai e alle cantine,
ai limiti delle aie e dei cortili. Esemplari particolarmente belli, annosi
e molto sviluppati, li ritroviamo nell’agro della frazione Panza,
sia all’interno del centro abitato che nei comprensori agricoli di Campotese, Citrunia, Fumerie,
ecc.
Altrove, soprattutto nelle zone calanchive umide di Piellero,
del Cuotto, ecc., lo ritroviamo con frequenza quasi regolare.
Il fico, anche se oggi molto meno abbondante che nel passato, è una
specie frutticola diffusa in maniera omogenea, ancorché in misura modesta,
su tutto il territorio. Un tempo ampiamente utilizzato per la produzione di
fichi secchi ed importante fonte energetica per le popolazioni rurali, oggi
conserva un ruolo economico di un certo interesse nel campo del mercato fresco,
con sbocco elettivo verso il settore turistico. Il reddito complementare
che alcune famiglie coltivatrici riescono a trarne mediante la vendita diretta
nei mercatini rionali, nella vendita porta a porta, a clientela fissa
locale, ecc. è certamente interessante e tale da far considerare seriamente
la possibilità di proporre la coltivazione del fico in alternativa
a colture inflazionate o poco redditizie o in zone marginali.
Le varietà più diffuse sono nell’ordine: Dottato, Verdone (brogiotto
verde), Paradiso (nero e bianco), Molignana, Colomba. Dottato è la
varietà più adatta per l’essiccamento.
Il melograno è più sporadico e, soprattutto nel
passato, rivestiva il ruolo sia di pianta ornamentale che di pianta fruttifera
autunnale: belli ed annosi esemplari si ritrovano vicino alle vecchie case
di campagna insieme a diversi arbusti ornamentali tipo Philadelphius (fiore
degli angeli); Spiraea (falso biancospino), gruppi di calla bianca,
ecc., ai limiti dell’agrumeto familiare, vicino ai pollai, alle conigliere,
ecc. a testimoniare un’epoca nella quale la coltivazione di una pianta
da frutto rappresentava spesso l’unica possibilità per la famiglia
contadina di disporre di qualcosa di non ordinario, da non destinare al mercato
quanto piuttosto da consumare in famiglia o regalare, del valore di un dolce,
di una leccornia da elargire anche ai bambini in momenti particolari
dell’anno.
Il gelso a frutto nero (Morus nigra) lo ritroviamo con
una certa frequenza sulle zone costiere settentrionali, in ciò che
resta di antichi orti irrigui protetti da muri sul lato mare nella zona di
San Francesco, della Sciavica, ed all’interno fino alla Spadara e Baiola.
Il carrubo era un tempo diffusamente coltivato per produrre
silique da destinare sia all’alimentazione animale (cavalli, asini, muli,
conigli) che per alimentazione umana. Ne ritroviamo esemplari anche secolari
nelle zone a confine con Lacco Ameno (S. Lorenzo, Cavallaro),
a Zaro, sul Marecoco, ed anche altrove, spesso consociato
o irregolarmente frammisto agli olivi. Per il suo grande adattamento sia al
clima che ai suoli più diffusi di Forio, nonché per il suo facile
inserimento nel tipico paesaggio mediterraneo, il carrubo è specie che
si raccomanda per programmi di recupero di zone degradate o per la ricostituzione
di elementi vegetazionali distrutti da incendi o da altri eventi sia naturali
che antropici.
Le colture orticole
Ovunque nel comune di Forio, tranne che nei vigneti molto specializzati
e condotti da aziende d’avanguardia, vi è la consuetudine
di consociare al vigneto le più disparate colture orticole, sia per
assecondare le necessità di consumo familiare, sia per attivare vendite
a carattere stagionale per ricavarne un certa integrazione di reddito.
In ordine di importanza economica le colture più praticate sono
le seguenti: pomodoro, patata, fava e pisello da consumo fresco, cipolla, fagiolino,
aglio, zucchino, lattughe, indivie, cavoli ed altre ortive da foglia,
carciofo, zucca, melanzana, peperoni nei vari tipi. Vale la pena spendere una
parola per il pomodoro, per il quale negli ultimi anni vi è stato un
importante ritorno di interesse per il tipico pomodorino d’appendere.
Nelle zone solatie e nei terreni tufacei ricchi di potassio delle pendici dell’Epomeo
il pomodorino si esalta in quanto a caratteristiche di sapidità e
capacità di conservazione. Ancora sono coltivati alcuni ecotipi locali
molto pregevoli. Per essi sarebbe auspicabile una selezione clonale e magari
un programma di risanamento dalle più comune virosi delle solanacee
che ne compromettono i risultati produttivi. Oggi si assiste alla diffusione
capillare, anche a livello familiare, di pomodori ibridi per il consumo fresco,
sia da mensa che da industria, che nei terreni isolani producono bacche particolarmente
apprezzabili per sapore e bellezza. Tale diffusione è stata favorita
dall’introduzione e dal rapido affermarsi del commercio di piantine selezionate
coltivate in vassoi di polistirolo espanso provenienti da vivai specializzati
della provincia di Napoli.
Altra coltura di un certo interesse è la fava da consumo
fresco che nei mesi primaverili attiva anche un discreto commercio sia direttamente
al consumo, sia ai numerosi ristoranti rustici che operano sul territorio del
comune.
I cedui castanili
Sono localizzati in massima parte sulle pendici alte del Monte
Epomeo, nella zona della Falanga, Pennanova, Santa Maria
al Monte, in alcune zone poste al limite di Piellero.
Si distinguono due situazioni: i cedui castanili con governo periodico
in atto e quelli abbandonati in cui il taglio non viene eseguito da circa 20-25
anni e più.
Nel primo caso si tratta di cedui ben tenuti, in cui si esegue
il taglio ogni 12-14 anni per produrre pali per viticoltura ed altri usi.
Nel secondo caso invece il ceduo ha assunto o si accinge ad assumere
la fisionomia di una vera e propria fustaia. La maggior parte dei cedui castanili
alti di Forio versa in tali condizioni. Gli alti costi (basso o nullo prezzo
di macchiatico) per il taglio, l’allestimento ed il trasporto verso
valle dei pali, sono la causa principale per cui si preferisce abbandonare
i cedui e comprare i pali per le necessità di vigneto presso i commercianti
che li importano dal continente.
I cedui abbandonati si avviano ad una progressiva e lenta naturalizzazione,
con intrusioni sempre più cospicua di elementi vegetazionali tipici
della macchia mediterranea, lecci, roverelle, corbezzolo, orniolo, ecc. È verosimile
prevedere come in un arco di tempo molto lungo il castagno sarebbe destinato
a scomparire quasi completamente per essere sostituito da una popolazione vegetale
evoluta a livello climax. Da un punto di vista ambientale, nella misura in
cui la mancata attività regolatrice dell’uomo consente la lenta
evoluzione delle biocenosi, si ottiene un grande vantaggio per l’incremento
di organismi vegetali e animali in equilibrio tra loro e con l’ambiente
fisico circostante. I vantaggi che se ne possono conseguire discendono direttamente
dalla possibile fruizione dei boschi per scopi ludici, di fruizione turistica complementare
o alternativa alle attrattive tradizionali del territorio comunale.
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