La Rassegna d'Ischia 2006
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Elementi vegetazionali e fitosociologici 
che caratterizzano il territorio di Forio


di Francesco Mattera

   L’intenso e millenario sfruttamento agricolo, nel passato più o meno recente, ha spinto l’uomo a conquistare alla coltivazione (specialmente o quasi esclusivamente della vite) porzioni sempre più estese del territorio di Forio. L’economia agricola, quasi monovalente se si eccettuano la pesca e poche ed essenziali attività artigianali, di questo Comune trovava un eccezionale elemento potenziatore sia nella feracità dei suoli che nella mitezza del clima. Spesso, per sola economia di sussistenza e per assicurare un modestissimo reddito da lavoro ai numerosi membri della famiglia contadina, si imponeva di accrescere i  terreni coltivati e quindi di conquistare alla coltura anche terreni molto ripidi, accidentati, pietrosi e difficili da dissodare.
   Si possono ancora osservare infatti arditissimi terrazzamenti sulle pendici dell’Epomeo, dove oggi chi osasse fare altrettanto verrebbe tacciato di follia. Gli stessi cedui castanili, funzionali all’economia viticola per la produzione di pali da destinare alla costituzione ed al continuo rinnovo delle spalliere, e quindi in rigido rapporto di complementarietà, in quanto ad estensione, con il sistema vigneto di Forio (ma anche del resto dell’isola), quando appena si intravedeva un reddito di opportunità migliore, venivano spiantati per far posto ad altro vigneto. Oppure, cosa molto più ordinaria e frequente, nell’anno di taglio del ceduo, il suolo libero tra le ceppaie veniva  dissodato per seminarvi leguminose da granella (pisello, fava, cicerchia, lenticchia) oppure cereali (orzo, grano, avena), ecc.  La preordinazione al “sistema vigneto“ era talmente spinta da prevedere coltivazioni specializzate di salice giallo per la produzione dei tipici legacci  (cutoli o culoli in dialetto foriano) nei terreni più freschi ed umidi dei valloni, delle conche ombreggiate, ed ovunque la vite dava scarsi risultati qualitativi. Oggi il salceto è ancora una delle qualità di coltura particolari (al di fuori del quadro generale delle qualità di coltura standard del Nuovo Catasto Terreni Italiani) che distinguono Forio e gli altri Comuni dell’isola. Stesso discorso per i canneti, la cui presenza costante ai margini del vigneto era preordinata alla produzione di canne tutrici. Per essi si sceglieva sempre il posto meno propizio per la vite.
   In questo scenario è facile immaginare, ed oggi sono rinvenibili ancora numerose testimonianze, il tasso quasi generalizzato di ruralizzazione del territorio foriano. A salvarsi erano solo le pendici più ripide dove impossibile era qualsiasi tentativo di terrazzamento, oppure i suoli con banchi rocciosi affioranti molto compatti, profondi e tanto estesi da scoraggiare impossibili spietramenti e dissodamenti, ed i pochi boschi di enti pubblici, enti morali, demaniali, ecc. gravati o meno dei cosiddetti usi civici (pascolo, raccolta di erbe e  foraggi, raccolta di frutti spontanei, legna, ecc.). Persone molto anziane ricordano ancora come tutta l’isola fosse particolarmente ordinata, completamente priva di terreni incolti, dove era difficile e oggetto di gravi e ricorrenti conflitti raccogliere foraggi per l’alimentazione del bestiame o legna per le esigenze del focolare domestico, per la panificazione, o per gli usi di igiene di cantina (produzione di acqua calda per la sterilizzazione delle botti e dei mestieri, per la concentrazione dei mosti, ecc.). Rari quindi erano i popolamenti vegetazionali completamente naturali, ovvero sottratti ad una seppur minima azione regolatrice dell’uomo. In alcuni casi relitti isolati di originari biotopi naturali venivano conservati e governati dall’uomo per un uso misto: produttivo (di legna e foglie come combustibili, di ghiande e fronde per alimentazione bestiame, castagne per alimentazione umana); di marcamento di confini (soprattutto querce, lecci, castagni, olmi campestri, carrubi, ecc.);  siepi frangivento (lerca, mortella, lentisco, ecc.).  Se si immagina come tali conservazioni primarie recassero involontariamente anche partners vegetali minori, di naturale accompagnamento, quali piccoli arbusti, erbe perenni e frutici,  appare molto verosimile l’ipotesi  che la successiva e più o meno veloce rinaturalizzazione spontanea di porzioni di territorio anche piuttosto vaste abbia potuto trarre un contributo importante da queste matricine biologiche conservate dall’uomo per la propria esclusiva utilità e rivelatesi poi preziosissime fonti per ripartenze e stabili conquiste da parte di ecosistemi anche alquanto maturi.
   La crisi dell’agricoltura, dapprima strisciante negli anni sessanta e settanta, poi divenuta conclamata negli anni ottanta e primi anni novanta, è proceduta di pari passo con l’affermazione dell’economia turistica e dei suoi corollari (edilizia ed attività artigianali connesse, commercio, terziario avanzato, ecc.). L’abbandono dei terreni marginali  (almeno dal punto di vista dei costi di coltivazione), più difficili, impervi, ecc., si è accompagnato poi all’inopinato perseguimento di rendite edilizie per i terreni più fertili di pianura, di bassa collina, e di quelli periurbani, con una crescita urbanistica caotica, non pianificata, priva di supporti infrastrutturali di base e quindi con costi pubblici e sociali molto elevati. Nei primi terreni, ancora oggi è in atto una rinaturalizzazione spontanea ancora in massima parte non arrivata a livello climax. In alcuni casi si è avuta la ripresa della  tradizionale attività di coltivazione. Nei secondi, tranne rare eccezioni, si è avuta la proliferazione di ville, alberghi, aziende artigianali e commerciali, ecc. 

   Oggi quindi sul territorio di Forio rinveniamo situazioni floristico-vegetazionali varie e così riassumibili:
   a) Stazioni  e popolamenti vegetazionali anche piuttosto estesi e maturi, riconducibili alla macchia mediterranea calda a sclerofille sempreverdi (filliree, mirto, lentisco, alaterno, erica, con radi elementi arborescenti di roverella, leccio, orniolo, ecc.): promontori di Punta Imperatore, Caruso, crinali e versanti nord occidentali di  Marecoco.
   b) Boschi climax a lecceta pura con radi esemplari di roverella: aree boschive ai margini della piana di Campotese, stazioni marginali ad antichi oliveti abbandonati di Zaro, conche crateriche del Marecoco, Citrunia o Citurria, Scannella.
   c) Oliveti di Zaro e Marecoco in parte rinaturalizzati dalla macchia mediterranea con intrusioni di roverella, leccio, erica arborea, lentisco, corbezzolo, ecc.
   d) Terrazzamenti abbandonati dei pendii alti dell’Epomeo bloccati ai primi stadi xerali per incendi estivi ed autunnali, ricorrenti con frequenza annuale, con popolamenti vegetazionali di prative miste annuali (graminacee e leguminose in massima parte), e perennanti fruticose del gen. ferula, con  radi cespugli di  alaterno, ginestra comune, lentisco, ecc.  
   e) Pendii ripidi e molto ripidi dell’Epomeo a prateria xerofila, con radi arbusti, e stazioni anche cospicue di fico d’India e agave americana spontaneizzati (Corbaro).
   f) Incolti recenti dei crinali bassi e terrazzati dell’Epomeo, con roveti misti a felci aquiline, e con diffusione casuale di ginestra comune ed altri arbusti (stadi iniziali di una successione tendente a ripristinare la macchia mediterranea).
   g) Acaceti antropici, parzialmente spontaneizzati, risalenti all’inizio degli anni cinquanta, a confine con il comune di Serrara Fontana, in località Frassitelli.
   h) Cedui castanili in gran parte abbandonati e degradati, con intrusioni di roverella, leccio, orniolo, ontano, ecc.  della parte nord-occidentale dell’Epomeo: Falanga, Pennanova, ecc.
   i) Fumarole delle pendici medio–basse dell’Epomeo con stazioni di Cyperus Polistachius.

La fauna selvatica

   La fauna selvatica insediata sul territorio del Comune di Forio rispecchia fondamentalmente quella dell’intera isola d’Ischia.
   La classe dei mammiferi è senz’altro poco rappresentativa. Infatti gli unici ordini presenti sono quelli dei Roditori (coniglio selvatico, topo campagnolo, topolino domestico, e almeno due tipi di ratti ), e dei Chirotteri  (pipistrelli europei o microchirotteri). Isolati avvistamenti di riccio (ordine Insettivori, Erinaceus europaeus), e di scoiattolo (Sciurus vulgaris, Roditori simplicidentati)  sono da attribuire senza dubbio alcuno  alla fuga da abitazioni in cui erano allevati a scopo di affezione. Si ha notizia che nelle plaghe boschive del monte Epomeo, al limite dei territori dei Comuni di Serrara Fontana e Casamicciola (Frassitelli, Falanga, ecc.) risiede una stabile popolazione di gatti inselvatichiti che si riproducono normalmente nell’ambiente naturale. Si nutrono predando conigli selvatici, topi, uccelli, rettili, ecc. La loro origine è data senza dubbio dai gattini domestici abbandonati nei boschi. Essi non rappresentano affatto un pericolo per la fauna selvatica propriamente detta. Anzi, agendo in un contesto naturale povero affatto di predatori, costituiscono un valido elemento di  equilibrio ecologico nei confronti di organismi potenzialmente dannosi (topi, ratti, conigli).

   Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus)
   La sua presenza sull’isola d’Ischia è di origine controversa. Secondo alcuni sarebbe stato introdotto in tempi più o meno recenti a scopo di caccia; secondo altri la sua presenza sull’isola è alquanto remota ed incerta; secondo altri ancora l’attuale coniglio selvatico sarebbe il discendente dei primi conigli allevati sull’isola con l’arcaico sistema delle fosse. Sfuggito alla cattività, si sarebbe poi rapidamente diffuso sull’intera isola. È un coniglio di piccola taglia, con orecchie corte e mantello dal colore variabile dal grigio cinerino al fulvo. Sulle pendici dell’Epomeo fin quasi all’abitato di Forio ed a quello di Panza, ma anche a Punta Imperatore, alla Scannella, ed in generale nei luoghi più isolati  e tranquilli, è molto frequente. Arreca danni di una certa entità alle colture ortive (fagiolo, pisello, fava, carciofo, cavoli, rape, ecc). Nei vigneti risulta oltremodo dannoso alle giovani barbatelle i cui germogli  vengono continuamente erosi e decorticati fino alla morte delle piante. Danni sono lamentati anche per lo scavo di gallerie nei suoli coltivati, con sommovimenti  del terreno e recisioni di radici. La sua notevole prolificità gli permette di superare con una certa facilità anche epidemie che spesso si diffondono da animali  abbandonati a seguito di malattie negli allevamenti domestici (coccidiosi); alcuni anni or sono si è avuta una drastica riduzione della popolazione selvatica a seguito della  propagazione di una sindrome ad eziologia virale denominata Malattia X.  I danni ai terreni coltivati aumentano notevolmente a seguito di devastanti incendi estivi che, distruggendo tutto il manto vegetale, spingono i conigli a concentrarsi numerosi nei terreni agricoli alla ricerca di fonti di alimentazione.
   I nemici naturali agenti di normale contenimento della popolazione cunicola selvatica sono rappresentati principalmente dai ratti (Rattus rattus), dalle bisce o colubridi (Coluber viridiflavus) che principalmente predano la prole inetta dalle tane materne. Alcuni uccelli rapaci predano sia i giovani conigli nelle loro prime escursioni di alimentazione, sia gli esemplari adulti.
   La caccia, opportunamente regolamentata e rigidamente concentrata in periodi ben precisi, non rappresenta una minaccia per la sopravvivenza della specie.
 
   Della classe degli uccelli meritano menzione  alcuni Falconiformi, tra cui il falco pellegrino, il falco pescatore, il nibbio,  la pioana, ecc., che  sui contrafforti dell’Epomeo e nei luoghi ancora  alquanto integri della costa si avvistano con una certa frequenza e costanza negli anni. Tra i rapaci notturni (Strigeiformi) la civetta, il barbagianni, l’allocco, il gufo, popolano gli anfratti boscosi, i cedui, le zone calanchive meridionali del Comune, svolgendo una fondamentale azione di contenimento di roditori nocivi ed insetti. L’ignoranza e la superstizione spesso li rende vittime di  inopinati attacchi da parte dell’uomo. Andrebbero, all’opposto, protetti ancor più di quanto non sia almeno formalmente fatto sino ad oggi e, se tecnicamente  possibile, favorito il loro incremento a ridosso delle aree urbane per l’efficace predazione che essi esercitano nei confronti della popolazione murina.
   In aumento è la popolazione dei Corvidi (cornacchie, corvi neri, taccole). La loro dieta onnivora (semi, frutti vari, insetti, uova e nidiacei) rende spesso contrastante  il giudizio sulla utilità della presenza di tali uccelli al limite dei comprensori agricoli. Rimane tuttavia inconfutabile il fatto che la biodiversità non può che favorire la stabilità  e l’equilibrio degli ecosistemi. 
   Tra i Lesinirostri negli ultimi anni sta acquisendo una certa importanza l’aumento della popolazione stanziale di merli (Turdus merula) che si spingono fin dentro i centri abitati nidificando nelle siepi di alloro, pittosporo, nelle piante di palma, negli agrumi scarsamente potati, ecc. Nell’ambiente naturale prediligono i sieponi di alaterno, di lentisco, gli alberi femminei di alloro, i muri a secco tappezzati di edera, come pure gli alberi di leccio, i pini, ecc. Spesso si accompagnano ad altri uccelli dello stesso raggruppamento come le piccole ed attivissime capinere, la cinciallegra, l’usignolo, il liù verde, ecc. Il merlo è inviso agli agricoltori per i danni che spesso arreca ai vigneti nel periodo estivo nel quale si ciba di uva. Per tenerli lontani e limitare quindi i danni, bastano pochi ed economici apprestamenti dissuasori reperibili in commercio (bande riflettenti, palloni colorati con riproduzione di occhi di rapaci, ecc.). È utile ricordare anche che nel periodo che precede gli accoppiamenti i merli si nutrono attivamente di insetti dannosi all’agricoltura, anellidi, ecc., con grande beneficio quindi per gli equilibri naturali.
   Numerosissime le specie di uccelli migratori che seppure per brevissimi periodi  popolano le aree agricole e boschive dell’isola d’Ischia specialmente nel periodo primaverile ed in quello autunnale.

   Nella classe dei rettili gli unici ordini presenti sull’isola d’Ischia, e quindi anche sul territorio dei Forio, sono i sauri, con almeno tre specie, ovvero la lucertola muraiola (Lacerta muralis), il ramarro (Lacerta viridis) ed il geco o tarantola (Tarentola mauritanica); e gli ofidi (serpenti) con l’unica famiglia dei colubridi  rappresentata dal biacco (Coluber viridaflavus) e dal saettone colubro di Esculapio (Elaphe longissima); le due specie, molto simili tra di loro sia per dimensioni che per etologia, differiscono soprattutto per il colore: scuro, quasi nero il primo, da grigio giallastro al bruno il secondo. Animali timidi e del tutto inoffensivi popolano i luoghi caldi e solatii, gli anfratti rocciosi specialmente nelle vicinanze di fumarole o stufe naturali ricche di fessure ed anfratti dove le femmine scelgono di deporre le uova per le favorevoli condizioni di temperatura ed umidità  per la schiusa. A tale scopo si avvicinano anche ai cellai, alle stalle e conigliere, attratti dai cumuli di letame in fermentazione al cui interno, in aprile-maggio, depongono le uova.  Voracissimi, si nutrono per lo più di lucertole, insetti, nidiacei, e soprattutto di topi e ratti. Risulta anche predatore dei piccoli dei conigli selvatici e dei conigli allevati alla fossa. Più raramente dei conigli allevati in gabbia in quanto la presenza dell’uomo costituisce un deterrente all’avanzata dei rettili verso gli allevamenti domestici. La superstizione e l’ignoranza, legate all’atavica paura per i serpenti, spingono l’uomo ad uccidere inopinatamente questi utilissimi animali. La crescita esponenziale delle popolazioni murine (topi e ratti) nei centri urbani è senz’altro dovuta pure alla eliminazione o allo spontaneo arretramento dei serpenti. Come indicatore biologico, la loro presenza più o meno abbondante è rappresentativa di un ambiente sano e con notevole equilibrio tra i viventi.
   Della classe degli anfibi si rinvengono nei luoghi umidi, nelle vecchie vasche di irrigazione degli orti costieri, negli anfratti ove scorrono rigagnoli di sorgenti freatiche o affioramenti termali, il rospo comune (Bufo bufo) e la rana  (Rana esculenta). Prendono dimora anche nei vivai di piante ornamentali attratti dalle condizioni di umidità o dalla presenza di vasche per la coltivazione di piante acquatiche; stessa cosa si avvera nelle ville con giardini e prati irrigati abbondantemente nel periodo primaverile-estivo. Anche questi animali svolgono un’importante funzione ecologica quali agenti di contenimento di insetti, vermi, molluschi gasteropodi terricoli ed acquatici. Sono pertanto da considerarsi organismi utili ed ausiliari per l’agricoltura. Ciò nondimeno, invece di essere protetti, spesso vengono cacciati ed uccisi. 

   Le principali colture agrarie

   1) La vite da vino
   Nell’economia viticola dell’intera isola d’Ischia, il comune di Forio occupa un posto di assoluto rilievo. Il primato gli spetta di diritto sia in ordine alla superficie agraria totale investita in tale coltura (ettari 165,90 per  480 aziende) sia per quanto attiene le performances produttive e soprattutto qualitative della sua produziome vitivinicola. In ciò certamente favorita dalla felicissima combinazione dei fattori pedologici e climatici delle sue terre vitate. A ciò va però doverosamente aggiunto che, nonostante il periodo di prolungata crisi del comparto sotto l’incalzare di fattori congiunturali generali e soprattutto della profonda trasformazione economica della intera isola in senso monovalente (turismo), la viticoltura foriana è quella che più di tutte sull’isola è riuscita a conservare un minimo di identità tecnica  e di specializzazione. Altrove (ad es. Barano ed Ischia) il livello di specializzazione è andato fortemente perduto soprattutto per la progressiva consociazione di fruttiferi misti iniziata già sul principiare degli anni sessanta, quando la domanda di ortofrutticoli da parte della nascente industria turistica era solo in parte soddisfatta dalle importazioni dal continente. Resta vero che nell’arco degli ultimi 30 anni molto è cambiato nel tipico paesaggio viticolo foriano: molti buoni vigneti sono andati definitivamente persi, sacrificati sull’altare della speculazione edilizia; molti altri ritenuti obiettivamente difficili per caratteristiche orografiche, e quindi di non economica coltivazione, sono stati abbandonati; altri ancora sono stati utilizzati  per colture diverse.
   Nell’ultimo decennio si è assistito però ad un significativo ritorno di interesse per la viticoltura, con un trend  positivo ancora in atto. Numerosi vigneti abbandonati o semicoltivati sono stati reimpiantati. Altri in migliori condizioni, razionalizzati mediante ricostituzione delle spalliere, ricostruzione di muri a secco franati, sostituzione dei ceppi deperiti, ecc. In ciò ha avuto un ruolo molto importante la politica  agraria della Regione Campania che con gli interventi  a sostegno della viticoltura DOC (misura 4.1.1) del P.O.P Agricoltura 94-99, nonostante non poche difficoltà di carattere burocratico-organizzativo, ha convogliato sull’isola d’Ischia, e su Forio in particolare,  risorse economiche di un certo interesse. Va comunque detto che, indipendentemente dalla contribuzione pubblica, la quota di autofinanziamento per le applicazioni della misura detta si è attestata intorno al 40-50% dei capitali investiti. E, comunque, vi è una tendenza positiva alla ripresa del settore con quote di autofinanziamento del 100%. Si assiste sovente oggi all’investimento in agricoltura di capitali provenienti dagli altri settori produttivi: turismo, artigianato, commercio, ecc. Specialmente il comparto turistico-alberghiero fa registrare un certo interesse con coinvolgimento diretto delle aziende, che investono in viticoltura sia per l’ottenimento di produzioni vinicole da inserire direttamente nell’offerta turistica alla loro clientela, sia per rafforzare la loro immagine complessiva. Altre volte l’inserimento in agricoltura dell’imprenditore turistico è a livello privatistico-personale, e rappresenta spesso un ritorno all’agricoltura da cui proveniva e  serbava comunque un sentimento di nostalgia.
    Stesso discorso per le altre categorie economico-produttive sopra indicate. Si assiste quindi ad un paradosso: ad investire in agricoltura, di più e meglio, non sono i tradizionali agricoltori, ma soggetti economici extra-agricoli con più cospicue possibilità economiche. In questo contesto si inserisce prepontentemente l’attività agricola part-time, o il sostegno all’imprenditore viticolo anziano da parte di componenti il nucleo familiare usciti dal settore (pubblico impiego, servizi, artigianato, ecc.) e con buona disponibilità di tempo libero da destinare (in uno ad una certa tranquillità di reddito) alla coltivazione del vigneto. 
   La forma di conduzione prevalente è comunque quella ad economia diretta familiare. La meccanizzazione delle operazioni colturali riguarda solo la lavorazione del suolo, dove è molto diffuso l’uso del motocoltivatore, sia in proprietà sia con il ricorso al C.T.  In rari casi si assiste all’uso di piccole trattrici o di macchine irroratrici.  Si sta diffondendo l’uso di minitrasporter con cingoli gommati per le esigenze di trasporto interno al fondo. L’uso di monorotaia fissa del tipo a cremagliera è limitato a poche applicazioni di aziende leader presenti sul territorio. Sono ancora molto diffuse le tradizionali strutture di sostegno a controspalliera bassa costituita da un ordito di pali e traverse di castagno  e canne, rinnovate annualmente. La loro dispendiosa gestione in termini di costi sta tuttavia creando molto interesse verso forme più pratiche e razionali  (spalliere di pali di legno impregnato in autoclave, o di pali di cemento) raccordati da filo zincato su più livelli, con la diffusione di potature di produzione più semplici e razionali (Guyot semplice, Cazenave, ecc.).  Il livello tecnico medio delle aziende viticole foriane è alquanto carente. In assenza di forme cooperative ed associative diffuse (tranne poche e rare eccezioni), il viticoltore deve confidare molto sull’esperienza personale e sulla divulgazione tecnica proveniente dall’esterno (aziende commerciali, tecnici privati, ecc.). Manca del tutto l’assistenza tecnica pubblica sia in ordine alla conduzione tecnica del vigneto sia in ordine agli adempimenti di natura squisitamente amministrativa e burocratica. In ciò sopperisce un tanto la locale sezione della Coldiretti  che fornisce con una certa tempestività sia le informazioni che riguardano l’intero settore agricolo, sia l’assistenza  in ordine ai principali adempimenti della natura più varia. Altre iniziative, in verità sporadiche, sono affidate alla buona volontà e allo spirito di abnegazione di varie figure professionali, imprenditoriali e politiche che operano sul territorio.
   Per quanto attiene  la collocazione della produzione, dalle informazioni in nostro possesso si hanno i seguenti risultati:  1) l’esistenza di un gran numero di aziende (stimabile in non meno del 70% del totale) che vinifica in proprie strutture interne al fondo; 2) la presenza sul territorio foriano di non più di due aziende trasformatrici che acquistano uva dai viticoltori; 3) la presenza nei restanti Comuni isolani di non più di  tre aziende trasformatrici che lavorano  piccoli quantitativi di uva o rilevano vino dai viticoltori per poi condizionarlo e immetterlo in commercio in bottiglia; 4) l’aumento costante, anche se non in misura eclatante, di privati che acquistano uva dai viticoltori per autoconsumo familiare; 5) per contro una diminuzione delle aziende trasformatrici e/o dei privati che dal continente acquistano uva e/o vino  prodotti a Forio.
   In tale scenario si assiste a ricorrenti crisi del settore con cospicue giacenze di vino invenduto. Un intervento pubblico, che si proponesse di risolvere il problema in maniera soddisfacente, è auspicabile che si muovesse in una logica di filiera, interessando verticalmente tutto il comparto, dai produttori vitivinicoli ai trasformatori, all’assistenza tecnica, dal commercio alla fase di promozione dell’immagine sia localmente che all’esterno con un’oculata e ben congegnata azione di marketing. Non secondaria dovrebbe essere l’azione di sinergico collegamento con le aziende vivaistiche per la produzione di materiale di sicuro livello qualitativo per la ricostituzione del vigneto foriano.
   Nella Denominazione di Origine Controllata “Ischia”  la cui revisione di disciplinare di produzione è entratoa in vigore il 31 luglio 1993, sono ricomprese le seguenti tipologie di vino: “Bianco”,  “Biancolella”,  “Forastera”, “ Rosso”, “Piedirosso o Per’e Palumbo”;  per il “Bianco” sono previste le varianti “Spumante“ e “Superiore“;  per il  “Piedirosso o Per’e palummmo” è prevista la variante “Passito”.
   I vitigni base previsti dal disciplinare della DOC Ischia sono i seguenti, non in ordine di importanza: Biancolella, Forastera, Piedirosso o Per’e Palummo, Guarnaccia.
   Altri importanti vitigni locali quali Cannamelo o Cannamella, Guarnacciello (a bacca nera), Biancorellone, Zi Bacco, Arilla, Arillottola, alcune varianti locali del Forastera (quali Levante o Procidano o Forasterone, Forasteriello), Campotese, ecc. (a bacca bianca)  sono in via di lento abbandono. È apprezzabile (e da incoraggiare ulterioramente) il tentativo in atto da parte di una delle aziende viticole e trasformatrici più importanti dell’isola d’Ischia di allestire un campo collezione dove coltivare a scopo di conservazione questi antichi vitigni. Un’ottima prospettiva in tal senso è quella della istituzione di un parco agricolo dove conservare sia le cultivars tipiche ed in via di estinzione delle specie frutticole, vitigni, ed orticole dell’isola, ma anche dove recuperare la vecchia architettura rurale foriana ed i metodi tradizionali di coltivazione e produzione vinicola.

   L’olivo
   Dopo un periodo molto lungo di disinteresse e abbandono, negli ultimi anni si è assistito ad un vero ritorno di fiamma per questa tradizionale e pregevole (anche e soprattutto dal punto di vista ambientale e paesaggistica) coltura.
   Sul territorio di Forio esistono vere e proprie vestigia  di un passato non molto lontano in cui l’olivo era tenuto in grande considerazione e rappresentava il naturale complemento alla più importante ed estesa coltura della vite. Sui promontori rocciosi di Marecoco e Mezzavia, su tutto il vasto comprensorio di Cavallaro, per il Caruso, il bosco di Zaro, fin giù a degradare verso la spiaggia di San Francesco, si osservano oggi  i resti ancora ben conservati di antichi oliveti. Un esempio di notevole bellezza si può osservare sulla collina del Marecoco.
   Comunque su tutto il territorio comunale si ritrovano, ora in forma più consistente di vero e proprio oliveto, ora in forma più o meno sparsa, numerose coltivazioni olivicole; in alcuni casi si tratta di pochi ed antichi alberi che marcano il confine tra fondi limitrofi.
   Coltivazioni di una certa importanza le ritroviamo a Baiola, e lungo tutto il tratto a monte della provinciale Borbonica tra Monterone e il quartiere Fango nel Comune di Lacco Ameno. Ancora, in frazione Panza nella tenuta Piromallo, sui primi contrafforti di Montecorvo e Pietra Brox, presso lo stabilimento della D’Ambra Vini, al Cimmentorosso. A ridosso della spiaggia di S. Francesco, nella piana ora denominata Sciavica, ecc.
   Le varietà più frequenti sono ascrivibili ai tipi agostella, frantoio, leccino. Una varietà diffusa su tutta l’isola risponde al nome di olivo pane, a duplice attitudine (da olio e da mensa). 
   Per la molitura delle olive non sembrano essere presenti frantoi né a Forio né in altre parti dell’isola.  Nelle annate di carica i proprietari di oliveti sono costretti a trasportare in terraferma  le olive per la molitura, con notevole aggravio dei costi.

   Le colture agrumicole
   La maggiore è senz’altro il limone. La coltivazione è finalizzata soprattutto a produzioni a raccolta tardiva e/o ritardata ai mesi primaverili ed estivi nei quali più sostenuta è la domanda con prezzi certamente più interessanti. Di solito la coltivazione è praticata su appezzamenti di superficie medio-piccola, su terreni posti al riparo da venti salsi ed impetuosi, freschi e fertili. La coltura del limone a livello familiare è presente su quasi tutti i fondi agricoli, marginalmente consociata al vigneto, nelle prossimità delle abitazioni, negli orti, nei giardini delle ville signorili, delle villette, delle case anche modeste fornite di un piccolo orto-giardino. Stesso discorso anche per le altre specie, arancio e mandarino soprattutto, ma anche clementino e mandarancio. In antichi giardini di case signorili del centro storico si rinvengono agrumeti misti di un certo interesse, in cui sono presenti soprattutto aranci di varietà Biondo comune, Maltese o vainiglia,  mandarino palermitano, limone del tipo Interdonato, e rari esemplari di limone  cosidetto da sugo. Si tratta di un antica varietà molto diffusa su tutta l’isola d’Ischia fino agli anni ‘40-’50, con limoni a trottola molto piccoli, a buccia liscia e sottile, con polpa ricca di succo molto acido. La cultivar è ascrivibile al  tipo Monachello, oggetto a quei tempi anche di un’attiva esportazione verso la città di Napoli. Le epidemie di malsecco parassitario verificatesi nell’ultimo dopoguerra li decimarono completamente. Oggi se ne rinvengono pochi esemplari sparsi. Da questi si potrebbe ripartire impostando un piano di selezione per l’individuazione di eco-bio-tipi più resistenti al malsecco da introdurre nuovamente negli agrumeti ischitani.
   Oggi la coltivazione del limone sta vivendo un momento di rivalutazione (seppure non nel novero dei grandi numeri) per l’affermazione della liquoristica (artigianale e/o semindustriale) che utilizza soprattutto le bucce di limone e per l’affermazione sui mercati di limoni di dimensioni medio grandi per uso alimentare e dietetico.

   Orti costieri intensivi anche            
   a funzione  vivaistica
   La fascia costiera di Forio in località Citara e contermini, in localita Cuotto, in località S. Francesco e Sciavica, e poche altre zone interne (località Funno nei pressi di S. Vito) per la mitezza del clima e la presenza di terreni fertilissimi, franco-sabbiosi, ricchi di sostanza organica, permeabili e di ottima coltivabilità, fino a pochi decenni or sono rappresentavano  il modello orticolo fondamentale per la intera isola d’Ischia, insieme  alle famose paludi (palure o parule in dialetto) di Ischia, gli orti terrazzati dei Maronti, la piana di Succhivo nel vicino Comune di Serrara Fontana, ecc. La caratteristica principale di tali orti, e di quello che di essi oggi rimane, era ed è la straordinaria precocità delle produzioni ivi praticate, rappresentate soprattutto da pomodoro, patata, melanzana, cipolla, aglio, zucchino, ribadita anche con produzioni tardive estivo-autunnali che riuscivano a sfuggire ai freddi invernali.  Sicuramente l’attività fumarolica ed idrotermale, con gli effetti dimostrati di riscaldamento degli orizzonti sub-superficiali del suolo, contribuiva a rendere ancora più marcata tale caratteristica.
   Quello che oggi resta di quegli splendidi, ordinatissimi e fertili orti, vale la pena che sia adeguatamente protetto, specialmente dalla tentazione di utilizzazioni extra-agricole.

   Orti-giardini familiari         
   ll tessuto urbano di Forio, cresciuto in maniera disordinata e non pianificata, ha di fatto fagocitato una fetta cospicua di territorio comunale. All’interno di questo reticolo  di più o meno recente urbanizzazione sono inglobati appezzamenti di terreno di piccola e media estensione, in gran parte annessi ad unità abitative di cui costituiscono spesso orti-giardini in cui oltre alle piante ornamentali sono coltivati ortaggi, piante di agrumi e fruttiferi misti tipo pesco, albicocco, pero, nespolo, viti ad uva da tavola, ecc.
   In altri casi sono appezzamenti risparmiati dall’attività edilizia e condotti da agricoltori con fondi frammentati in più appezzamenti separati tra di loro. Le due distinte situazioni comportano condizioni diverse per i  rispettivi conduttori. Nel primo caso si tratta di spazi annessi o pertinenziali alle unità abitative; nel secondo di parti funzionali di fondi rustici strutturati in unità produttive organiche.

   Colture frutticole
   Sul territorio di Forio non sono rinvenibili veri e propri frutteti specializzati, tranne rari casi di impianti di modeste dimensioni annessi o marginali ad es. al vigneto specializzato. Comunque la presenza di alberi da frutto sia negli orti-giardini familiari che in consociazione a vigneti e frutteti, è ampia e rappresentativa un po’ di tutte le specie frutticole più comuni. Le specie più rappresentate sono nell’ordine: pesco (nelle più diverse varietà); albicocco, fico, nespolo, noce, susino,  pero, kaki, ciliegio, melo, actinidia, gelso da frutto, nocciolo, fico d’India, mandorlo, melograno, carrubo.
   Un discorso particolare meritano il noce, il fico, il melograno, il gelso da frutto ed il carrubo.
   Per quanto riguarda il noce, con esemplari isolati o in piccoli gruppi, lo ritroviamo un po’ in tutti i terreni coltivati, compresi i piccoli e piccolissimi appezzamenti, specialmente in prossimità delle vecchie abitazioni di campagna, vicino agli antichi cellai e alle cantine, ai limiti delle aie e dei cortili. Esemplari particolarmente belli, annosi e molto sviluppati, li ritroviamo nell’agro della frazione Panza, sia all’interno del centro abitato che nei comprensori agricoli di Campotese, Citrunia, Fumerie, ecc.
   Altrove, soprattutto nelle zone calanchive umide di Piellero, del Cuotto, ecc., lo ritroviamo con frequenza quasi regolare.
   Il fico, anche se oggi molto meno abbondante che nel passato, è una specie frutticola diffusa in maniera omogenea, ancorché in misura modesta, su tutto il territorio. Un tempo ampiamente utilizzato per la produzione di fichi secchi ed importante fonte energetica per le popolazioni rurali, oggi conserva un ruolo economico di un certo interesse nel campo del mercato fresco, con  sbocco elettivo verso il settore turistico. Il reddito complementare che alcune famiglie coltivatrici riescono a trarne mediante la vendita diretta nei mercatini rionali, nella vendita porta  a porta, a clientela fissa locale, ecc. è certamente interessante e tale da far considerare seriamente la possibilità di  proporre la coltivazione del fico in alternativa a colture inflazionate o poco redditizie  o in zone marginali.
   Le varietà più diffuse sono nell’ordine: Dottato, Verdone (brogiotto verde), Paradiso (nero e bianco), Molignana, Colomba. Dottato è la varietà più adatta per l’essiccamento.                     
   Il melograno è più sporadico e, soprattutto nel passato, rivestiva il ruolo sia di pianta ornamentale che di pianta fruttifera autunnale: belli ed annosi esemplari si ritrovano vicino alle vecchie case di campagna insieme a diversi arbusti ornamentali tipo Philadelphius (fiore degli angeli); Spiraea (falso biancospino), gruppi di calla  bianca, ecc., ai limiti dell’agrumeto familiare, vicino ai pollai, alle conigliere, ecc. a testimoniare un’epoca nella quale la coltivazione di una pianta da frutto rappresentava spesso l’unica possibilità per la famiglia contadina di disporre di qualcosa di non ordinario, da non destinare al mercato quanto piuttosto da consumare in famiglia o regalare, del valore di un dolce, di una leccornia da elargire anche ai bambini  in momenti particolari dell’anno.
   Il gelso a frutto nero (Morus nigra) lo ritroviamo con una certa frequenza sulle zone costiere settentrionali, in ciò che resta di antichi orti irrigui protetti da muri sul lato mare nella zona di San Francesco, della Sciavica, ed all’interno fino alla Spadara e Baiola.
   Il carrubo era un tempo diffusamente coltivato  per produrre silique da destinare sia all’alimentazione animale (cavalli, asini, muli, conigli) che per alimentazione umana. Ne ritroviamo esemplari anche secolari nelle zone a confine con Lacco Ameno (S. Lorenzo, Cavallaro), a Zaro, sul Marecoco, ed anche altrove, spesso consociato o irregolarmente frammisto agli olivi. Per il suo grande adattamento sia al clima che ai suoli più diffusi di Forio, nonché per il suo facile inserimento nel tipico paesaggio mediterraneo, il carrubo è specie che si raccomanda per programmi di recupero di zone degradate o per la ricostituzione di elementi vegetazionali distrutti da incendi o da altri eventi sia naturali che antropici.

   Le colture orticole
   Ovunque nel comune di Forio, tranne che nei vigneti molto specializzati e condotti da aziende d’avanguardia,  vi è la consuetudine di consociare al vigneto le più disparate colture orticole, sia per assecondare le necessità di consumo familiare, sia per attivare vendite a carattere stagionale  per ricavarne un certa integrazione di reddito. In ordine di importanza  economica le colture più praticate sono le seguenti: pomodoro, patata, fava e pisello da consumo fresco, cipolla, fagiolino, aglio,  zucchino, lattughe, indivie, cavoli ed altre ortive da foglia, carciofo, zucca, melanzana, peperoni nei vari tipi. Vale la pena spendere una parola per il pomodoro, per il quale negli ultimi anni vi è stato un importante ritorno di interesse per il tipico pomodorino d’appendere. Nelle zone solatie e nei terreni tufacei ricchi di potassio delle pendici dell’Epomeo il pomodorino si esalta in quanto a caratteristiche di sapidità  e capacità di conservazione. Ancora sono coltivati alcuni ecotipi locali molto pregevoli. Per essi sarebbe auspicabile una selezione clonale e magari un programma di risanamento dalle più comune virosi delle solanacee che ne compromettono i risultati produttivi. Oggi si assiste alla diffusione capillare, anche a livello familiare, di pomodori ibridi per il consumo fresco, sia da mensa che da industria, che nei terreni isolani producono bacche particolarmente apprezzabili per sapore e bellezza. Tale diffusione è stata favorita dall’introduzione e dal rapido affermarsi del commercio di piantine selezionate coltivate in vassoi di polistirolo espanso provenienti da vivai specializzati della provincia di Napoli.
   Altra coltura di un certo interesse è la fava da consumo fresco che nei mesi primaverili attiva anche un discreto commercio sia direttamente al consumo, sia ai numerosi ristoranti rustici che operano sul territorio del comune.   

   I cedui castanili
   Sono localizzati in massima parte sulle pendici alte del Monte Epomeo, nella zona della Falanga, Pennanova, Santa Maria al Monte, in alcune zone poste al limite di Piellero.
   Si distinguono due situazioni: i cedui castanili con governo periodico in atto e quelli abbandonati in cui il taglio non viene eseguito da circa 20-25 anni e più.
   Nel primo caso si tratta di cedui ben tenuti, in cui si esegue il taglio ogni 12-14 anni per produrre pali per viticoltura ed altri usi.
   Nel secondo caso invece il ceduo ha assunto o si accinge ad assumere la fisionomia di una vera e propria fustaia. La maggior parte dei cedui castanili alti di Forio versa in tali condizioni. Gli alti costi (basso o nullo prezzo di macchiatico) per  il taglio, l’allestimento ed il trasporto verso valle dei pali, sono la causa principale per cui si preferisce abbandonare i cedui e comprare i pali per le necessità di vigneto presso i commercianti che li importano dal continente.
   I cedui abbandonati si avviano ad una progressiva e lenta naturalizzazione, con intrusioni sempre più cospicua di elementi vegetazionali tipici della macchia mediterranea, lecci, roverelle, corbezzolo, orniolo, ecc.  È verosimile prevedere come in un arco di tempo molto lungo il castagno sarebbe destinato a scomparire quasi completamente per essere sostituito da una popolazione vegetale evoluta a livello climax. Da un punto di vista ambientale, nella misura in cui la mancata attività regolatrice dell’uomo consente la lenta evoluzione delle biocenosi, si ottiene un grande vantaggio  per l’incremento di organismi vegetali e animali in equilibrio tra loro e con l’ambiente fisico circostante. I vantaggi che se ne possono conseguire discendono direttamente dalla possibile fruizione dei boschi per scopi ludici, di fruizione turistica  complementare o alternativa alle attrattive tradizionali del territorio comunale. 

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