La Rassegna d'Ischia 2006
Indietro        Home

Citara: terra delle norie *


di Giuseppe Silvestri

   Una macchina particolarmente interessante che ha dato un contributo all’agricoltura isolana, da tempi lontanissimi e fino a buona parte del secolo scorso, è stata la noria (giégne oppure ngigno), in uso ancora negli anni 1970 ed oltre.
   Questa attrezzatura. molto efficace, dimostra come i nostri antenati si siano adoperati per allestire mezzi che rendessero più produttivo il loro lavoro.
   La noria è un sistema per attingere acqua dal pozzo rapidamente, in grande quantità, senza l’intervento diretto dell’uomo. Trovava la sua motivazione nel fatto che l’isola è ricchissima di falde acquifere e che in alcuni territori lungo la costa, in particolare da Citara alla Chiaia di Forio, a Lacco Ameno, ai Maronti, nella terra dei Bagni d’Ischia, era possibile realizzare pozzi e ritrovare l’acqua a pochi metri di profondità. Spesso acque caldissime, minerali, più o meno salate, ma anche in alcuni casi dolcissime.
   Ed allora dove si praticava un’agricoltura intensissima di ortaggi e soprattutto di pomodori furono realizzate le norie: macchine formate dal tamburo (ruota di trasmissione) con la parte centrale posta sulla sommità o bocca del pozzo e da vaschette (o secchi) che, fissate a due nastri o catene (la loro lunghezza era in relazione alla profondità del pozzo), discendevano vuote, si riempivano al momento dell’immersione e risalivano, facendo riversare l’acqua nel canale di raccolta, in un costante rinnovarsi di questo movimento circolatorio. Accanto al pozzo o anche ad una certa distanza si trovava una grande vasca, detta peschiera (pischera), in cui confluiva l’acqua dal canale di raccolta, dove evaporava e si raffreddava, prima di essere utilizzata per l’irrigazione.
   Al centro del tamburo (o ruota), nei mozzi, passava un asse di ferro di forma quadrata che ad una distanza prestabilita riceveva il movimento da una corona tramite la cosiddetta “rota ‘e giégne” sulla quale era fissato una barra di legno collegata all’asinello (o mulo) che continuamente girava e azionava il congegno: all’animale erano applicati dei paraocchi, per togliergli la visuale e impedire che avesse la percezione del movimento circolare.
   Il sistema aveva dunque una completa autonomia; il contadino, intento al suo lavoro, anche da lontano dava uno sguardo ed incitava l’animale, se rallentava il passo.

   A Citara fino agli anni 1970 c’erano più di dieci norie: una presso il ristorante La Citarea, quattro nei terreni detti Padresanto, altre nelle zone occupate dalle piscine dei Giardini Poseidon, dalla piazza e dal parcheggio. Qui infatti i terreni erano intensamente coltivati ad ortaggi, ed in particolare melanzane, pomodori, peperoni, finocchi, insalate, fave e piselli. I pomodori detti “di Palermo” (ricci-ricci) erano molto profumati e saporiti e si esportavano anche a Napoli.
   A Citara, come anche ai Maronti, tutto maturava prima: già all’inizio della primavera donne partivano a piedi ogni mattina dirette negli altri comuni isolani, con grandi ceste in testa e con canestri sottobraccia, per vendere i loro prodotti, in quanto si viveva soprattutto della rendita dell’attività agricola, che restava pur sempre limitata in rapporto alla notevole fatica.
   Allora il silenzio assoluto della baia era appena interrotto dall’azione delle norie, il cui continuo movimento provocava un ritmato ta… ta… ta… ed era bello vedere le vaschette colme d’acqua fumanti per il vapore e luccicanti sotto i raggi del sole.
   Sempre a Forio, nei terreni della Chiaia, tra la strada ed il mare, si coltivavano ortaggi e specialmente pomodori detti “mustrale”, grossi e lisci, ottimi per l’insalata.
   I terreni coltivati in questo modo erano chiamati “siena”.
   Anche a Lacco Ameno funzionavano alcune norie: tutto il territorio retrostante la marina, pianeggiante, era detto “le palure” e vi si coltivavano ortaggi, cavoli, cetrioli, pomodori, finocchi, come anche lungo via IV novembre e nei pressi del Capitello. Ma qui il sistema era leggermente modificato, perché l’asinello girava intorno al pozzo ed è quindi probabile che la ruota di trasmissione avesse una collocazione direttamente sul tamburo
   L’uso della noria, come detto, è terminato negli anni 1970; solo qualcuna è rimasta in funzione negli anni successivi. L’introduzione delle pompe, ma soprattutto lo sviluppo rapidissimo del turismo e la conseguente urbanizzazione hanno determinato la fine dell’agricoltura nei territori citati, come d’altra parte in tutta l’isola d’Ischia.

*) Ant. sp. naora, mod. noria, anoria:dall’arabo na-orah = ruota idraulica per irrigazione, deriv. da na-ara = lanciare, far zampillare e, secondo alcuni, gemere, soffiare, a causa del suono emesso, quando è in azione.
Nel dizionario della lingua italiana di De Mauro: «macchina per portare verso l’alto acqua o materiali incoerenti (sabbia, cereali e sim.) costituita da una serie di secchie fissate a una catena senza fine che scorre tra due tamburi rotanti posti uno in alto e uno in basso».
Apparecchiature del genere erano usate anche lungo il corso dei fiumi con ruote di diametro sino a 20 metri: macchine imponenti e rumorosissime.
Nell’Enciclopedia Wikipedia si legge: «La noria è una ruota idraulica che ha la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso d’acqua. Il nome è spagnolo, a sua volta derivato dall’arabo NA-ARA, lanciare, far zampillare. Costituita da una grande ruota, del diametro di molti metri, pescante con la parte inferiore in un fiume o canale. Sulla ruota sono montate delle pale per mezzo delle quali la noria è messa in rotazione dalla corrente d’acqua, e dei secchi o tazze che si riempiono d’acqua. Quando i secchi giungono nella parte superiore della ruota svuotano il loro contenuto in una vasca di raccolta. Le fontane della reggia di Versailles erano un tempo alimentate da una installazione di norie sulla Senna».
Nella provincia di Bari, ad Acquaviva delle Fonti, l’acqua sorgiva sotterranea presente nelle falde, utilizzata per scopi agricoli, era appunto portata in superficie con la noria (nel dialetto locale “la ngegn”).