La Rassegna d'Ischia 2005
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Il Golfo di Napoli e l'isola d'Ischia
Antologia di viaggiatori francesi (III)

Sainte-Beuve | Stendhal | Taine | Vigée-Lebrun |Un Ultramontain | Turpin de Crissé


A cura di Raffaele Castagna
Traduzioni di Giovanni e Raffaele Castagna

Sainte-Beuve
Viaggio in Italia (1839)

Visto Ischia, pensato a Farcy, a Lamartine: triste impressione, per quanto mi concerne. Ischia mi sembra arida: il vulcano spento, l’Epomeo, è scoppiato un tempo alla base e ha coperto la spiaggia d’informi e orride scorie: che bruttezza. Quel vulcano stava per diventare qualcosa, ma ha perso la sua fortuna di vulcano: ha fatto cilecca.

A Ischia. I luoghi più celebrati della terra sono tristi e disincantati quando non vi portiamo le nostre speranze. Tutto il golfo di Baia diventa allora il mar morto. Forse perché sono stato un parricida per Lamartine (tu quoque fili - anch’io, purtroppo!) che il golfo di Baia, così dolce per lui, a me è sembrato amaro? Provo proprio il contrario di quello che vi scorgevo prima, credendo in Lamartine. Questa costa è deserta, arida, sconvolta, colpita dalla morte: la vita si è spostata, è di fronte, sull’altra spiaggia, a Sorrento. A Baia, tutto è rovina, abbandono; Gerusalemme e Sodoma del golfo di Napoli; un’aria di desolazione si stende su questa piccola Babilonia, gli ozi del mondo romano.

Questa sera, 31 maggio, discendendo dal Vesuvio alle cinque e mezzo, ammirabile vista del golfo: esili proiezioni delle isole su di un mare bianco, sotto un cielo leggermente velato; ineffabile bellezza! Eleganti ritagli: Capri severa, Ischia distesa, bizzarre e graziose piccole catene di Procida; Capo Miseno isolato con la sua sottile e bella lingua di terra, il Castel dell’Ovo che lo imita in piccolo, Posillipo con dolcezza gettato fra di loro; nell’insieme un grande paesaggio alla lontana disegnato da Raffaello. Oh! Vivere laggiù, amarvi qualcuno e poi morire!

Henry Beyle Stendhal
Roma, Napoli, Firenze (1826)
  

Napoli, 21 marzo 1817 - Mi sento in preda a quella nera pena dell’ambizione che mi perseguita da ben due anni. Alla maniera degli Orientali bisogna agire sul fisico. Mi imbarco, faccio quattro ore di mare ed eccomi ad Ischia con una lettera di raccomandazione per don Fernando.
Mi racconta che nel 1806 si è ritirato a Ischia e non ha più rivisto Napoli dopo l’usurpazione francese che aborre. Per consolarsi della mancanza di teatro, alleva innumeri usignuoli in superbe uccelliere. «La musica, quest’arte che non ha modelli nella natura se non il canto degli uccelli, anch’essa come questo è una serie di interiezioni. Ora l’interiezione è un grido della passione e mai del pensiero. Il pensiero può produrre la passione, l’interiezione non è mai altro che emozione, e la musica non saprebbe esprimere ciò che è pensato freddamente». Questo delicato dilettante aggiunge: «Le mie allodole hanno a volte, di mattino, falsetti che mi ricordano Marchesi e Pacchiarotti».

Trascorro quattro ore assai piacevoli con don Fernando che ci detesta e con i buoni abitanti d’Ischia. Sono selvaggi africani. Dabbenaggine del loro dialetto. Vivono delle loro viti.

Cercate di stringere amicizia con un proprietario di vigneti di Ischia o di Capri: vi darà del tu fin dal secondo giorno se gli siete simpatico.

Ho trascorso dieci giorni in pensione presso un contadino di Casamicciola nell’isola d’Ischia; è un’idea che devo a...., ringraziatelo da parte mia. È un incanto. Ogni mattina andavo a Forio, a Ischia, a dorso d’asino.

16 settembre 1827, domenica - Vado a Forio per la seconda volta. Vita comune con i contadini della casupola che abito. Vita campestre; dò da mangiare alle galline, cosa che non m’era più capitata forse dagli alloggiamenti militari in Germania.

Hippolyte Taine
Viaggio in Italia (1866)
  

Nisida, Ischia in lontananza, capo Miseno, non somigliano affatto a esseri reali, ma a nobili ombre che stanno per approdare alla vita. Più in là, in tutta la campagna, i tronchi bianchi dei platani, il verde attenuato dall’inverno e dalla bruma, gli steli sottili delle canne, l’acqua immobile del Lago Averno, i contorni incerti delle montagne, tutto il paesaggio languido e muto sembra che si riposi dell’essere, dormire, per nulla oppresso e irrigidito dalla morte, ma avvolto dolcemente in una pace benefica e monotona. È in questo modo che gli antichi hanno concepito l’al di là, l’estinzione della vita; le loro tombe non sono lugubri; il morto vi riposa e non è affatto sofferente o annientato.

Il cielo è quasi chiaro; solo un banco di nuvole pende su Napoli e intorno al Vesuvio grandi fumate biancastre giravoltano o dormono.
Non ho mai visto finora, neanche a Marsiglia, un simile colore del mare, con un blu così profondo, quasi duro. Al di sopra dell’intenso e lucido azzurro che occupa i tre quarti dello spazio visibile, il cielo è bianco e sembra un cristallo. A mano a mano che ci si allontana, si scorge meglio la costa ondeggiante, lo spessore della montagna; le singole parti sono strutturate come membra; all’estremità Ischia e i promontori nudi riposano nel lilla come una dormiente di Pompei sotto il suo velo. È proprio vero che per dipingere una simile natura, questo continente violetto disteso all’orlo della massa d’acqua luminosa, bisogna far ricorso alle parole degli antichi poeti, raffigurare la grande dea feconda che l’eterno Oceano abbraccia e assedia e, su loro, il candido sereno splendore, l’abbagliante Giove: Hoc sublime candens quem omnes invocant Jovem.

Il cielo è chiaro, d’un pallido azzurro, quasi trasparente e il mare d’un blu irraggiante, casto e tenero come una fidanzata o una vergine. Quest’infinita distesa di spazio, vestita in un modo così delizioso come per una festa voluttuosa e delicata lascia una sensazione che non ha l’uguale. Capri, Ischia alla proda del cielo sono bianche nella loro tenera mussolina di vapore e l’azzurro divino brilla con dolcezza a perdita d’occhio, inquadrato in bianca cornice.

L. Vigée- Lebrun
Ricordi (1835-37)
     

Adesso prendo a parlarvi del mio spettacolo favorito, del Vesuvio. Per poco diventerò Vesuviana, tanto amo questo superbo vulcano; credo che anch’esso mi ami, perché mi ha festeggiato e accolto in maniera stupenda. Che cosa diventano i fuochi artificiali più belli, senza eccettuare la girandola di Castel Sant’Angelo, quando si pensa al Vesuvio?
La prima volta che vi sono salita, io ed i miei compagni fummo sorpresi da un violento temporale, una pioggia che sembrava un vero diluvio. Eravamo bagnati, ma continuavamo a camminare su un’altura per osservare una delle grandi lave che colavano ai nostri piedi. Credevo di procedere attraverso i viali dell’inferno. Un braciere che mi soffocava serpeggiava sotto i miei occhi; aveva tre miglia di circonferenza. Poiché il brutto tempo c’impediva di andare più oltre quel giorno, ed inoltre il fumo e la pioggia di ceneri che ci coprivano rendevano la cima del monte invisibile, saliamo sui nostri muli e scendiamo nelle lave nere. Due tuoni, quello del cielo e quello del monte, si mischiavano; il rumore era infernale, tanto più che si ripeteva nelle cavità delle montagne circostanti. Siccome eravamo precisamente sotto il nembo, tremavo, e tutta la nostra compagnia tremava come me, al pensiero che il movimento della nostra marcia attirasse su noi il fulmine. (...)
Arrivai a casa in un stato propriamente pietoso: il mio abito era tutto inzuppato di cenere; ero morta di stanchezza; mi asciugo e mi corico con vero piacere.
Ben lungi dall’essere disgustata da questo inizio, alcuni giorni dopo me torno al mio caro vulcano... Faceva il più bel tempo del mondo. Prima di notte ci trovavamo sulla montagna per vedere le antiche lave ed il calare del sole nel mare. Il vulcano era più furioso che mai e come di giorno non si distingue affatto il fuoco, non si vede uscire dal cratere, coi nugoli di ceneri e di lave, che un’enorme fumata biancastra, argentata, che il sole illumina in modo ammirevole. Ho dipinto questo effetto, perché è divino.
Salimmo dall’eremita. Il sole era al tramonto, ed io vidi i suoi raggi perdersi sotto il capo Miseno, Ischia e Procida; quale vista! Infine venne la notte, ed il fumo si trasformò in fiamme, le più belle che mai abbia visto nella mia vita. Dei fasci di fuoco uscivano dal cratere, e si succedevano velocemente, lanciando in tutte le direzioni delle pietre arroventate che cadevano con fragore. Nello stesso tempo discendeva una cascata di fuoco che percorreva lo spazio da quattro a cinque miglia. Un’altra bocca del cratere posta più in basso era ugualmente infiammata; questa emanava un fumo rosso e dorato che completava lo spettacolo in modo spaventoso e sublime. Il fulmine, che partiva dal centro della montagna, faceva echeggiare tutti i dintorni, al punto che la terra tremava sotto i nostri passi. Ero invero un po’ spaventata... Avevo tanto da ammirare che questa sensazione prevaleva sul mio spavento. Immaginate che planavamo allora su un’immensità di bracieri, su dei campi che queste lave, nella loro corsa, mettevano interamente a fuoco. Vedevo queste terribili lave bruciare gli arboscelli, gli alberi, le viti; vedevo la fiamma accendersi e spegnersi, e sentivo il rumore dei cespugli vicini che esse consumavano.
Questa grande scena di distruzione ha qualche cosa di spaventoso e di imponente che colpisce molto l’anima; non potevo più parlare al ritorno a Napoli; lungo la strada, non smettevo di voltarmi per vedere ancora i fasci e quel fiume di fuoco. A malincuore pertanto ho lasciato questo spettacolo grandioso; ma ne godo al ricordo, e mi immagino tutti i giorni ancora i suoi differenti effetti

Escursione a Ischia e all’Epomeo
[...] La mattina, alle sei, partimmo per il monte San Nicola: venti persone, tutte cavalcando asini e muli. I sentieri erano burroni profondi con grandi pietre annerite dal fuoco; a questa terra desolata facevano strano contrasto alture ben coltivate e fertili. Percorremmo una strada a picco ed arrivammo in un luogo di delizie, con un pergolato di viti, e in una bellissima foresta di castagni. Vi scorsi una piccola abitazione che ci dissero essere di un eremita, in quel momento assente. Mi sedetti e attraverso uno spiraglio tra gli alberi ammirai il mare e le isole che la nebbia del mattino contornava di un tono bluastro. Mi dovettero strappare alla piacevole contemplazione; c’era ancora da salire.
Lungo il tragitto, il mio asino si ostinava a camminare sempre sul bordo dei burroni. Non volendo guardare in basso, guardavo in alto e la montagna mi appariva del tutto coperta di nere nubi. Il cuore mi batte ancora quando ci penso. Impiegammo un’ora e mezzo a salire, ad un certo momento non si vedeva a poca distanza, tanto che mi smarrii e perdetti la compagnia. Si può capire la paura provata. Sentii poi il suono di una campanella, lanciai un grido di gioia, pensando che fosse quella dell’eremita presso il quale dovevamo pranzare.
Ritrovai tutti i miei compagni riuniti nell’eremo, posto sulla cima delle rocce di monte San Nicola. La nebbia era così fitta però che era impossibile vedere alcunché; quando le nuvole si dividono e la nebbia si dirada, mi ritrovo sotto un cielo puro. Domino i nuvoloni che mi avevano tanto spaventato, li vedo scendere nel mare contrassegnato da tanti colori. Non si distinguevano le barche che dalle loro vele bianche che brillavano al sole. La vista cadeva sui villaggi d’Ischia. Le case somigliavano a piccoli punti bianchi.
Stavamo ammirando questo magnifico spettacolo, quando fummo avvertiti che il pranzo era pronto.
Dopo la siesta all’aria aperta, risaliti sui nostri asini, percorremmo l’altro fianco dell’isola. Vedemmo numerosii orti, luoghi molto pittoreschi, e per questa strada facemmo ritorno alla nostra abitazione.

Un Ultramontain (Conrad Haller)
Ragguaglio topografico e storico delle isole d’Ischia… (1822)     

Prima di arrivare al Lago, si trovano i Bagni d’Ischia, che danno il loro nome a un piccolo villaggio, sito in questa stessa pianura.
Vi sono due sorgenti molto abbondanti, l’una chiamata Fontana d’Ischia, l’altra Fornello: su ognuna hanno costruito una casetta che non offre molte comodità a coloro che vogliono servirsi di questi bagni. Le sorgenti sono termominerali, di natura muriatica e di quaranda gradi al termometro di Réaumur. La sovrabbondanza di queste acque forma un piccolo ruscello che, a due passi di là, si getta nel piccolo lago, chiamato Lago d’Ischia.
È separato dal mare soltanto da un banco di sabbia di circa cinquanta piedi di larghezza: è un Mar Morto in miniatura, con la differenza, tuttavia, che il bacino del Lago d’Ischia, di circa tre quarti di miglia di circuito, è il fondo di un antico cratere vulcanico, formato dal piccolo promontorio di lava di S. Pietro a Pantanello, a levante, e dalle colline, parimenti vulcaniche, di S. Alessandro ad occidente e a nord. Questo lago non merita il nome Pantanello, che significa pantano: comunica con il mare attraverso un canale scavato a una delle estremità del banco di sabbia. Di conseguenza l’acqua si rinnova senza sosta nel bacino, che ha un fondo di sabbia e somiglia a uno stagno, colmo di pesci squisiti, mitili ed altri testàcei. Al centro del lago emerge uno scoglio di lava sul quale c’è una piccola capanna per gli attrezzi da pesca, la quale è affittata e produce redditi alla città d’Ischia.

Dalla Punta di Perrone fino al Monte di Vico la baia ha due miglia di larghezza e la sua sinuosità semicircolare offre spiagge sabbiose di facile approdo.
Le onde calme e azzurrine, le rive pianeggianti che terminano in piccoli promontori, i contorni arrotondati delle colline scomparendo in una bella curva che s’ingolfa nei precipizi dell’Epomeo e, infine, la vetta stessa, che maestosamente domina su tutto il resto di questa parte dell’isola, tutto questo forma il paesaggio più vario, reso ancora più ricco dalla prospettiva nettamente lineare che, alla lontana, presenta la costa opposta di Terraferma con i suoi promontori e le isole adiacenti. Contemplando questo magico scenario, non ci meravigliamo più della preferenza che gli antichi Greci e Siracusani dettero a questa parte dell’isola, quando vennero a fondarvi degli insediamenti.
La baia di Lacco, pur così sicura come quella di Casamicciola, è ancor più piacevole. Al centro si vede uno scoglio di tufo chiamato Fungo per la sua forma singolare. Lo chiamano anche, in modo meno appropriato, Triglia.
I genovesi che un tempo venivano di frequente a comprare il vino dell’isola, hanno dato allo scoglio il nome Lacco, parola che potrebbe esser derivata dal greco lakkos, estendendo poi il nome all’intero borgo.
La base di questo scoglio, quasi a fior d’acqua, è tutt’intorno tagliata a colonnine di cui ci si serve per ormeggiare i bastimenti da commercio che imbarcano vino a Lacco, al riparo dei venti impetuosi; la tramontana, infatti, il solo vento al quale questa costa è esposta, non vi soffia mai con grande violenza.
Dietro la fila di case, che abbellisce questa spiaggia, vi sono orti del tutto simili a quelli dei Bagni d’Ischia, delimitati ad ovest da una collina più lunga che alta detta l’Arbusto.
È composta da una massa di lava con punte sulla cima che di lontano sembrano rovine d’un vecchio castello. All’estremo nord della collina c’è una graziosa villa, con casa altrettanto graziosa, un vigneto e giardini che producono eccellenti frutti coltivati a spalliera.
La villa apparteneva un tempo al Duca d’Atri e ne porta ancora il nome. Racchiude anche una Stufa o Fumarola abbandonata a causa della vicinanza delle Stufe di S. Lorenzo, come anche Monte di Vico, di fronte all’Arbusto, all’estremità del Lacco e di questa parte dell’isola.

Il Borgo di Foria, costruito all’estremità occidentale della pianura, si presenta da lontano come una città. È circondato di mura con dodici torri ed è situato su una bella lingua di terra che forma due piccole baie ad est e ad ovest. La prima e la più spaziosa è il porto e, per metterlo ancora più al riparo dai venti, si è cominciato a costruire un molo che sarebbe bene terminare al più presto per la sicurezza e la comodità della flottiglia di Forio.
Un antico autore italiano, parlando di questo Borgo, sostiene che è abitato da gente di valore. Questo giudizio è senz’altro riferibile ai suoi marinai che, in effetti, sono i più abili e i più intrepidi dell’isola. Esportano non solamente i vini del loro territorio, ma anche una parte della produzione del resto dell’isola; la maggior parte delle feluche ed altre piccole imbarcazioni ischitane, che si vedono sul Tevere, a Civitavecchia, a Livorno e a Genova, sono di Forio.
I marinai si distinguono per il loro alto berretto di lana, di color rosso con bordo nero, alla genovese; in generale, il costume della gente di mare dell’isola è quello dei marinai genovesi ch’un tempo si vedevano più di frequente sull’isola, quando il traffico era ancora intenso tra questi porti.
Il nome di Forio deve essere derivato dal greco phoros (fecondo). Il terreno, infatti, molto più piano e di conseguenza più facile da dissodare di quanto non lo sia negli altri centri dell’isola, ricompensa con liberalità le cure dell’instancabile coltivatore.

Il villaggio di Panza è deliziosamente situato nel mezzo dei vigneti: i re aragonesi vi trascorrevano un tempo la villeggiatura. Nei dintorni di questo casale si fermò la lava di Montecorvo, durante l’eruzione più antica che si conosca.
A giudicare dall’esposizione di questi luoghi, si potrebbe pensare che in estate vi faccia molto caldo, ma, sebbene i raggi del sole vi dardeggino con tutta la loro forza, il loro effetto non crea più disagio che in altre parti dell’isola, perché l’aria, attraverso la quale passano questi raggi, è perennemente rinfrescata dai venti del mare, che da ogni lato hanno libero accesso su queste alture. Al di là di Panza si continua a salire e a scendere alternativamente, ma, alla fine, si sale solamente verso il monte, il sentiero diventa sempre più scabroso e più ripido fino a che non si arrivi nei pressi di un luogo chiamato a ragione il ciglio, il sopracciglio della montagna.
Da questo punto il panorama comincia ad essere più vario. Indipendentemente, infatti, da qualche isola e promontorio che interrompono la lunga distesa del mare a nord e ad ovest, offre all’estremo opposto, da sud ad est, l’isola di Capri, le montagne di Massa, di Sorrento e il Vesuvio. Ma tutti questi luoghi sono troppo lontani per attirare a lungo o esclusivamente il nostro sguardo: con più piacere lo rivolgiamo verso gli interessanti oggetti che ci circondano. In alto, sulla sinistra, la vetta dell’Epomeo, ma Montecorvo, che è più vicino a noi, ce ne nasconde la punta più alta, cioè, quella di San Nicola; sulla destra, l’ardua pendice dello stesso Epomeo fino al punto in cui precipita in mare.
Tutta la costa da Punta Imperatore fino a Sant’Angelo è composta d’enormi banchi di lava, tagliati a picco. Sotto di noi si presenta in mezzo alle onde l’alto scoglio di Sant’Angelo, attaccato all’isola solo da un banco di sabbia e offre un riparo poco sicuro alle barche dei pescatori. Più in là, verso est, scopriamo l’altura di Testaccio, che si appoggia sulle alte colline di Campagnano e di Barano.

Théodore Conte Turpin de Crissé     
Ricordi del golfo di Napoli


Quale interesse non suscita Ischia al pittore di paesaggi! Maestà nelle forme e varietà nei toni, ricchezza e profusione nella vegetazione, eleganza nelle costruzioni; Ischia unisce tutti i vantaggi pittoreschi a quello di di offrire un clima temperato dalle brezze di mare. Il popolo, vivo e gaio come il napoletano, qui è ancora più attivo e in ogni cosa più onesto e più ingegnoso. Occupati nella coltura dei vigneti e nella pesca, nella fabbricazione di oggetti di ceramica, la cui forma elegante è imitata dai celebri vasi antichi così ricercati e diventati per i moderni oggetto di lusso e di studio, gli ischitani si affrettano ad accogliere con premura i viaggiatori, i quali possono percorrere nella più perfetta sicurezza quest’isola incantevole, che racchiude nel suo perimetro da diciotto a venti miglia i siti più intriganti e più diversi.
[...] Sul far del giorno approdammo ad una piccola spiaggia circondata da poche case. Non appena la barca fu tirata sulla sabbia, due uomini s’impadronirono del mio bagaglio e mi condussero, salendo tra siepi e burroni coperti d’arbusti, fino ad una villa posta su di una collina, nel borgo di Casamicciola: era quello il mio alloggio.
La villa, detta la Sentinella, dominava la mia terrazza e, quasi ai miei piedi, la piccola marina di Casamicciola si disegnava sul mare solcato da mille barche di pescatori. Casamicciola si trova così situata al centro della parte più sorridente dell’isola.
Dal borgo di Casamicciola a quello di Lacco la passeggiata è incantevole: si procede sempre fra muri di giardini, sormontati e coronati dalle cime degli alberi. I muri stessi sono coperti e per così dire incrostati da bellissimi fiori che trovano nutrimento nel cemento vulcanico da cui son formati. La crassula, la violacciocca e l’aloe, nell’armoniosa sfumatura del verdescuro e del giallo vivace, vi si abbarbicano con le loro radici e la numerosa tribù delle parietarie protende i suoi bracci fioriti fin sui tetti e le terrazze delle case.
Alcune case di Lacco s’innalzano in mezzo a vigneti e aranceti, piantati a terrazze fino ai piedi della montagna. Più su, ripide pendici, ombreggiate da folti boschetti, sono solcate da torrenti di pioggia che precipitano nei giorni di tempesta dalla duplice vetta dell’Epomeo. Questa cima merlata sembra un’immensa fortezza e al tramonto, dorata dal sole, si staglia in un meraviglioso splendore sull’intenso azzurro del cielo. Lacco, come il resto dell’isola, mi offriva una folla di paesaggi molto originali: ne ho riempito la mia cartella. Esito spesso nella scelta, temendo che il mio gusto mi porti a preferire i siti agresti e più notevoli per la loro severità.


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