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A cura di Raffaele Castagna
Traduzioni di Giovanni e Raffaele Castagna
Sainte-Beuve
Viaggio in Italia (1839)
Visto
Ischia, pensato a Farcy, a Lamartine: triste impressione, per quanto
mi concerne. Ischia mi sembra arida: il vulcano spento, l’Epomeo,
è scoppiato un tempo alla base e ha coperto la spiaggia d’informi
e orride scorie: che bruttezza. Quel vulcano stava per diventare qualcosa,
ma ha perso la sua fortuna di vulcano: ha fatto cilecca.
A Ischia.
I luoghi più celebrati della terra sono tristi e disincantati
quando non vi portiamo le nostre speranze. Tutto il golfo di Baia diventa
allora il mar morto. Forse perché sono stato un parricida per
Lamartine (tu quoque fili - anch’io, purtroppo!) che il golfo
di Baia, così dolce per lui, a me è sembrato amaro? Provo
proprio il contrario di quello che vi scorgevo prima, credendo in Lamartine.
Questa costa è deserta, arida, sconvolta, colpita dalla morte:
la vita si è spostata, è di fronte, sull’altra spiaggia,
a Sorrento. A Baia, tutto è rovina, abbandono; Gerusalemme e
Sodoma del golfo di Napoli; un’aria di desolazione si stende su
questa piccola Babilonia, gli ozi del mondo romano.
Questa
sera, 31 maggio, discendendo dal Vesuvio alle cinque e mezzo, ammirabile
vista del golfo: esili proiezioni delle isole su di un mare bianco,
sotto un cielo leggermente velato; ineffabile bellezza! Eleganti ritagli:
Capri severa, Ischia distesa, bizzarre e graziose piccole catene di
Procida; Capo Miseno isolato con la sua sottile e bella lingua di terra,
il Castel dell’Ovo che lo imita in piccolo, Posillipo con dolcezza
gettato fra di loro; nell’insieme un grande paesaggio alla lontana
disegnato da Raffaello. Oh! Vivere laggiù, amarvi qualcuno e
poi morire!
Henry
Beyle Stendhal
Roma, Napoli, Firenze (1826) 
Napoli, 21 marzo 1817 - Mi sento in preda a quella nera pena dell’ambizione
che mi perseguita da ben due anni. Alla maniera degli Orientali bisogna
agire sul fisico. Mi imbarco, faccio quattro ore di mare ed eccomi ad
Ischia con una lettera di raccomandazione per don Fernando.
Mi racconta che nel 1806 si è ritirato a Ischia e non ha più
rivisto Napoli dopo l’usurpazione francese che aborre. Per consolarsi
della mancanza di teatro, alleva innumeri usignuoli in superbe uccelliere.
«La musica, quest’arte che non ha modelli nella natura se
non il canto degli uccelli, anch’essa come questo è una
serie di interiezioni. Ora l’interiezione è un grido della
passione e mai del pensiero. Il pensiero può produrre la passione,
l’interiezione non è mai altro che emozione, e la musica
non saprebbe esprimere ciò che è pensato freddamente».
Questo delicato dilettante aggiunge: «Le mie allodole hanno a
volte, di mattino, falsetti che mi ricordano Marchesi e Pacchiarotti».
Trascorro
quattro ore assai piacevoli con don Fernando che ci detesta e con i
buoni abitanti d’Ischia. Sono selvaggi africani. Dabbenaggine
del loro dialetto. Vivono delle loro viti.
Cercate
di stringere amicizia con un proprietario di vigneti di Ischia o di
Capri: vi darà del tu fin dal secondo giorno se gli siete simpatico.
Ho trascorso
dieci giorni in pensione presso un contadino di Casamicciola nell’isola
d’Ischia; è un’idea che devo a...., ringraziatelo
da parte mia. È un incanto. Ogni mattina andavo a Forio, a Ischia,
a dorso d’asino.
16 settembre
1827, domenica - Vado a Forio per la seconda volta. Vita comune con
i contadini della casupola che abito. Vita campestre; dò da mangiare
alle galline, cosa che non m’era più capitata forse dagli
alloggiamenti militari in Germania.
Hippolyte
Taine
Viaggio in Italia (1866) 
Nisida, Ischia in lontananza, capo Miseno, non somigliano affatto a
esseri reali, ma a nobili ombre che stanno per approdare alla vita.
Più in là, in tutta la campagna, i tronchi bianchi dei
platani, il verde attenuato dall’inverno e dalla bruma, gli steli
sottili delle canne, l’acqua immobile del Lago Averno, i contorni
incerti delle montagne, tutto il paesaggio languido e muto sembra che
si riposi dell’essere, dormire, per nulla oppresso e irrigidito
dalla morte, ma avvolto dolcemente in una pace benefica e monotona.
È in questo modo che gli antichi hanno concepito l’al di
là, l’estinzione della vita; le loro tombe non sono lugubri;
il morto vi riposa e non è affatto sofferente o annientato.
Il cielo
è quasi chiaro; solo un banco di nuvole pende su Napoli e intorno
al Vesuvio grandi fumate biancastre giravoltano o dormono.
Non ho mai visto finora, neanche a Marsiglia, un simile colore del mare,
con un blu così profondo, quasi duro. Al di sopra dell’intenso
e lucido azzurro che occupa i tre quarti dello spazio visibile, il cielo
è bianco e sembra un cristallo. A mano a mano che ci si allontana,
si scorge meglio la costa ondeggiante, lo spessore della montagna; le
singole parti sono strutturate come membra; all’estremità
Ischia e i promontori nudi riposano nel lilla come una dormiente di
Pompei sotto il suo velo. È proprio vero che per dipingere una
simile natura, questo continente violetto disteso all’orlo della
massa d’acqua luminosa, bisogna far ricorso alle parole degli
antichi poeti, raffigurare la grande dea feconda che l’eterno
Oceano abbraccia e assedia e, su loro, il candido sereno splendore,
l’abbagliante Giove: Hoc sublime candens quem omnes invocant Jovem.
Il cielo
è chiaro, d’un pallido azzurro, quasi trasparente e il
mare d’un blu irraggiante, casto e tenero come una fidanzata o
una vergine. Quest’infinita distesa di spazio, vestita in un modo
così delizioso come per una festa voluttuosa e delicata lascia
una sensazione che non ha l’uguale. Capri, Ischia alla proda del
cielo sono bianche nella loro tenera mussolina di vapore e l’azzurro
divino brilla con dolcezza a perdita d’occhio, inquadrato in bianca
cornice.
L.
Vigée- Lebrun
Ricordi (1835-37) 
Adesso prendo a parlarvi del mio spettacolo favorito, del Vesuvio. Per
poco diventerò Vesuviana, tanto amo questo superbo vulcano; credo
che anch’esso mi ami, perché mi ha festeggiato e accolto
in maniera stupenda. Che cosa diventano i fuochi artificiali più
belli, senza eccettuare la girandola di Castel Sant’Angelo, quando
si pensa al Vesuvio?
La prima volta che vi sono salita, io ed i miei compagni fummo sorpresi
da un violento temporale, una pioggia che sembrava un vero diluvio.
Eravamo bagnati, ma continuavamo a camminare su un’altura per
osservare una delle grandi lave che colavano ai nostri piedi. Credevo
di procedere attraverso i viali dell’inferno. Un braciere che
mi soffocava serpeggiava sotto i miei occhi; aveva tre miglia di circonferenza.
Poiché il brutto tempo c’impediva di andare più
oltre quel giorno, ed inoltre il fumo e la pioggia di ceneri che ci
coprivano rendevano la cima del monte invisibile, saliamo sui nostri
muli e scendiamo nelle lave nere. Due tuoni, quello del cielo e quello
del monte, si mischiavano; il rumore era infernale, tanto più
che si ripeteva nelle cavità delle montagne circostanti. Siccome
eravamo precisamente sotto il nembo, tremavo, e tutta la nostra compagnia
tremava come me, al pensiero che il movimento della nostra marcia attirasse
su noi il fulmine. (...)
Arrivai a casa in un stato propriamente pietoso: il mio abito era tutto
inzuppato di cenere; ero morta di stanchezza; mi asciugo e mi corico
con vero piacere.
Ben lungi dall’essere disgustata da questo inizio, alcuni giorni
dopo me torno al mio caro vulcano... Faceva il più bel tempo
del mondo. Prima di notte ci trovavamo sulla montagna per vedere le
antiche lave ed il calare del sole nel mare. Il vulcano era più
furioso che mai e come di giorno non si distingue affatto il fuoco,
non si vede uscire dal cratere, coi nugoli di ceneri e di lave, che
un’enorme fumata biancastra, argentata, che il sole illumina in
modo ammirevole. Ho dipinto questo effetto, perché è divino.
Salimmo dall’eremita. Il sole era al tramonto, ed io vidi i suoi
raggi perdersi sotto il capo Miseno, Ischia e Procida; quale vista!
Infine venne la notte, ed il fumo si trasformò in fiamme, le
più belle che mai abbia visto nella mia vita. Dei fasci di fuoco
uscivano dal cratere, e si succedevano velocemente, lanciando in tutte
le direzioni delle pietre arroventate che cadevano con fragore. Nello
stesso tempo discendeva una cascata di fuoco che percorreva lo spazio
da quattro a cinque miglia. Un’altra bocca del cratere posta più
in basso era ugualmente infiammata; questa emanava un fumo rosso e dorato
che completava lo spettacolo in modo spaventoso e sublime. Il fulmine,
che partiva dal centro della montagna, faceva echeggiare tutti i dintorni,
al punto che la terra tremava sotto i nostri passi. Ero invero un po’
spaventata... Avevo tanto da ammirare che questa sensazione prevaleva
sul mio spavento. Immaginate che planavamo allora su un’immensità
di bracieri, su dei campi che queste lave, nella loro corsa, mettevano
interamente a fuoco. Vedevo queste terribili lave bruciare gli arboscelli,
gli alberi, le viti; vedevo la fiamma accendersi e spegnersi, e sentivo
il rumore dei cespugli vicini che esse consumavano.
Questa grande scena di distruzione ha qualche cosa di spaventoso e di
imponente che colpisce molto l’anima; non potevo più parlare
al ritorno a Napoli; lungo la strada, non smettevo di voltarmi per vedere
ancora i fasci e quel fiume di fuoco. A malincuore pertanto ho lasciato
questo spettacolo grandioso; ma ne godo al ricordo, e mi immagino tutti
i giorni ancora i suoi differenti effetti
Escursione
a Ischia e all’Epomeo
[...] La mattina, alle sei, partimmo per il monte San Nicola: venti
persone, tutte cavalcando asini e muli. I sentieri erano burroni profondi
con grandi pietre annerite dal fuoco; a questa terra desolata facevano
strano contrasto alture ben coltivate e fertili. Percorremmo una strada
a picco ed arrivammo in un luogo di delizie, con un pergolato di viti,
e in una bellissima foresta di castagni. Vi scorsi una piccola abitazione
che ci dissero essere di un eremita, in quel momento assente. Mi sedetti
e attraverso uno spiraglio tra gli alberi ammirai il mare e le isole
che la nebbia del mattino contornava di un tono bluastro. Mi dovettero
strappare alla piacevole contemplazione; c’era ancora da salire.
Lungo il tragitto, il mio asino si ostinava a camminare sempre sul bordo
dei burroni. Non volendo guardare in basso, guardavo in alto e la montagna
mi appariva del tutto coperta di nere nubi. Il cuore mi batte ancora
quando ci penso. Impiegammo un’ora e mezzo a salire, ad un certo
momento non si vedeva a poca distanza, tanto che mi smarrii e perdetti
la compagnia. Si può capire la paura provata. Sentii poi il suono
di una campanella, lanciai un grido di gioia, pensando che fosse quella
dell’eremita presso il quale dovevamo pranzare.
Ritrovai tutti i miei compagni riuniti nell’eremo, posto sulla
cima delle rocce di monte San Nicola. La nebbia era così fitta
però che era impossibile vedere alcunché; quando le nuvole
si dividono e la nebbia si dirada, mi ritrovo sotto un cielo puro. Domino
i nuvoloni che mi avevano tanto spaventato, li vedo scendere nel mare
contrassegnato da tanti colori. Non si distinguevano le barche che dalle
loro vele bianche che brillavano al sole. La vista cadeva sui villaggi
d’Ischia. Le case somigliavano a piccoli punti bianchi.
Stavamo ammirando questo magnifico spettacolo, quando fummo avvertiti
che il pranzo era pronto.
Dopo la siesta all’aria aperta, risaliti sui nostri asini, percorremmo
l’altro fianco dell’isola. Vedemmo numerosii orti, luoghi
molto pittoreschi, e per questa strada facemmo ritorno alla nostra abitazione.
Un
Ultramontain (Conrad Haller)
Ragguaglio topografico e storico delle isole d’Ischia…
(1822) 
Prima
di arrivare al Lago, si trovano i Bagni d’Ischia, che danno il
loro nome a un piccolo villaggio, sito in questa stessa pianura.
Vi sono due sorgenti molto abbondanti, l’una chiamata Fontana
d’Ischia, l’altra Fornello: su ognuna hanno costruito una
casetta che non offre molte comodità a coloro che vogliono servirsi
di questi bagni. Le sorgenti sono termominerali, di natura muriatica
e di quaranda gradi al termometro di Réaumur. La sovrabbondanza
di queste acque forma un piccolo ruscello che, a due passi di là,
si getta nel piccolo lago, chiamato Lago d’Ischia.
È separato dal mare soltanto da un banco di sabbia di circa cinquanta
piedi di larghezza: è un Mar Morto in miniatura, con la differenza,
tuttavia, che il bacino del Lago d’Ischia, di circa tre quarti
di miglia di circuito, è il fondo di un antico cratere vulcanico,
formato dal piccolo promontorio di lava di S. Pietro a Pantanello, a
levante, e dalle colline, parimenti vulcaniche, di S. Alessandro ad
occidente e a nord. Questo lago non merita il nome Pantanello, che significa
pantano: comunica con il mare attraverso un canale scavato a una delle
estremità del banco di sabbia. Di conseguenza l’acqua si
rinnova senza sosta nel bacino, che ha un fondo di sabbia e somiglia
a uno stagno, colmo di pesci squisiti, mitili ed altri testàcei.
Al centro del lago emerge uno scoglio di lava sul quale c’è
una piccola capanna per gli attrezzi da pesca, la quale è affittata
e produce redditi alla città d’Ischia.
Dalla
Punta di Perrone fino al Monte di Vico la baia ha due miglia di larghezza
e la sua sinuosità semicircolare offre spiagge sabbiose di facile
approdo.
Le onde calme e azzurrine, le rive pianeggianti che terminano in piccoli
promontori, i contorni arrotondati delle colline scomparendo in una
bella curva che s’ingolfa nei precipizi dell’Epomeo e, infine,
la vetta stessa, che maestosamente domina su tutto il resto di questa
parte dell’isola, tutto questo forma il paesaggio più vario,
reso ancora più ricco dalla prospettiva nettamente lineare che,
alla lontana, presenta la costa opposta di Terraferma con i suoi promontori
e le isole adiacenti. Contemplando questo magico scenario, non ci meravigliamo
più della preferenza che gli antichi Greci e Siracusani dettero
a questa parte dell’isola, quando vennero a fondarvi degli insediamenti.
La baia di Lacco, pur così sicura come quella di Casamicciola,
è ancor più piacevole. Al centro si vede uno scoglio di
tufo chiamato Fungo per la sua forma singolare. Lo chiamano anche, in
modo meno appropriato, Triglia.
I genovesi che un tempo venivano di frequente a comprare il vino dell’isola,
hanno dato allo scoglio il nome Lacco, parola che potrebbe esser derivata
dal greco lakkos, estendendo poi il nome all’intero borgo.
La base di questo scoglio, quasi a fior d’acqua, è tutt’intorno
tagliata a colonnine di cui ci si serve per ormeggiare i bastimenti
da commercio che imbarcano vino a Lacco, al riparo dei venti impetuosi;
la tramontana, infatti, il solo vento al quale questa costa è
esposta, non vi soffia mai con grande violenza.
Dietro la fila di case, che abbellisce questa spiaggia, vi sono orti
del tutto simili a quelli dei Bagni d’Ischia, delimitati ad ovest
da una collina più lunga che alta detta l’Arbusto.
È composta da una massa di lava con punte sulla cima che di lontano
sembrano rovine d’un vecchio castello. All’estremo nord
della collina c’è una graziosa villa, con casa altrettanto
graziosa, un vigneto e giardini che producono eccellenti frutti coltivati
a spalliera.
La villa apparteneva un tempo al Duca d’Atri e ne porta ancora
il nome. Racchiude anche una Stufa o Fumarola abbandonata a causa della
vicinanza delle Stufe di S. Lorenzo, come anche Monte di Vico, di fronte
all’Arbusto, all’estremità del Lacco e di questa
parte dell’isola.
Il Borgo
di Foria, costruito all’estremità occidentale della pianura,
si presenta da lontano come una città. È circondato di
mura con dodici torri ed è situato su una bella lingua di terra
che forma due piccole baie ad est e ad ovest. La prima e la più
spaziosa è il porto e, per metterlo ancora più al riparo
dai venti, si è cominciato a costruire un molo che sarebbe bene
terminare al più presto per la sicurezza e la comodità
della flottiglia di Forio.
Un antico autore italiano, parlando di questo Borgo, sostiene che è
abitato da gente di valore. Questo giudizio è senz’altro
riferibile ai suoi marinai che, in effetti, sono i più abili
e i più intrepidi dell’isola. Esportano non solamente i
vini del loro territorio, ma anche una parte della produzione del resto
dell’isola; la maggior parte delle feluche ed altre piccole imbarcazioni
ischitane, che si vedono sul Tevere, a Civitavecchia, a Livorno e a
Genova, sono di Forio.
I marinai si distinguono per il loro alto berretto di lana, di color
rosso con bordo nero, alla genovese; in generale, il costume della gente
di mare dell’isola è quello dei marinai genovesi ch’un
tempo si vedevano più di frequente sull’isola, quando il
traffico era ancora intenso tra questi porti.
Il nome di Forio deve essere derivato dal greco phoros (fecondo). Il
terreno, infatti, molto più piano e di conseguenza più
facile da dissodare di quanto non lo sia negli altri centri dell’isola,
ricompensa con liberalità le cure dell’instancabile coltivatore.
Il villaggio di Panza è deliziosamente situato nel mezzo dei
vigneti: i re aragonesi vi trascorrevano un tempo la villeggiatura.
Nei dintorni di questo casale si fermò la lava di Montecorvo,
durante l’eruzione più antica che si conosca.
A giudicare dall’esposizione di questi luoghi, si potrebbe pensare
che in estate vi faccia molto caldo, ma, sebbene i raggi del sole vi
dardeggino con tutta la loro forza, il loro effetto non crea più
disagio che in altre parti dell’isola, perché l’aria,
attraverso la quale passano questi raggi, è perennemente rinfrescata
dai venti del mare, che da ogni lato hanno libero accesso su queste
alture. Al di là di Panza si continua a salire e a scendere alternativamente,
ma, alla fine, si sale solamente verso il monte, il sentiero diventa
sempre più scabroso e più ripido fino a che non si arrivi
nei pressi di un luogo chiamato a ragione il ciglio, il sopracciglio
della montagna.
Da questo punto il panorama comincia ad essere più vario. Indipendentemente,
infatti, da qualche isola e promontorio che interrompono la lunga distesa
del mare a nord e ad ovest, offre all’estremo opposto, da sud
ad est, l’isola di Capri, le montagne di Massa, di Sorrento e
il Vesuvio. Ma tutti questi luoghi sono troppo lontani per attirare
a lungo o esclusivamente il nostro sguardo: con più piacere lo
rivolgiamo verso gli interessanti oggetti che ci circondano. In alto,
sulla sinistra, la vetta dell’Epomeo, ma Montecorvo, che è
più vicino a noi, ce ne nasconde la punta più alta, cioè,
quella di San Nicola; sulla destra, l’ardua pendice dello stesso
Epomeo fino al punto in cui precipita in mare.
Tutta la costa da Punta Imperatore fino a Sant’Angelo è
composta d’enormi banchi di lava, tagliati a picco. Sotto di noi
si presenta in mezzo alle onde l’alto scoglio di Sant’Angelo,
attaccato all’isola solo da un banco di sabbia e offre un riparo
poco sicuro alle barche dei pescatori. Più in là, verso
est, scopriamo l’altura di Testaccio, che si appoggia sulle alte
colline di Campagnano e di Barano.
Théodore Conte
Turpin de Crissé 
Ricordi del golfo di Napoli
Quale interesse non suscita Ischia al pittore di paesaggi! Maestà
nelle forme e varietà nei toni, ricchezza e profusione nella
vegetazione, eleganza nelle costruzioni; Ischia unisce tutti i vantaggi
pittoreschi a quello di di offrire un clima temperato dalle brezze di
mare. Il popolo, vivo e gaio come il napoletano, qui è ancora
più attivo e in ogni cosa più onesto e più ingegnoso.
Occupati nella coltura dei vigneti e nella pesca, nella fabbricazione
di oggetti di ceramica, la cui forma elegante è imitata dai celebri
vasi antichi così ricercati e diventati per i moderni oggetto
di lusso e di studio, gli ischitani si affrettano ad accogliere con
premura i viaggiatori, i quali possono percorrere nella più perfetta
sicurezza quest’isola incantevole, che racchiude nel suo perimetro
da diciotto a venti miglia i siti più intriganti e più
diversi.
[...] Sul far del giorno approdammo ad una piccola spiaggia circondata
da poche case. Non appena la barca fu tirata sulla sabbia, due uomini
s’impadronirono del mio bagaglio e mi condussero, salendo tra
siepi e burroni coperti d’arbusti, fino ad una villa posta su
di una collina, nel borgo di Casamicciola: era quello il mio alloggio.
La villa, detta la Sentinella, dominava la mia terrazza e, quasi ai
miei piedi, la piccola marina di Casamicciola si disegnava sul mare
solcato da mille barche di pescatori. Casamicciola si trova così
situata al centro della parte più sorridente dell’isola.
Dal borgo di Casamicciola a quello di Lacco la passeggiata è
incantevole: si procede sempre fra muri di giardini, sormontati e coronati
dalle cime degli alberi. I muri stessi sono coperti e per così
dire incrostati da bellissimi fiori che trovano nutrimento nel cemento
vulcanico da cui son formati. La crassula, la violacciocca e l’aloe,
nell’armoniosa sfumatura del verdescuro e del giallo vivace, vi
si abbarbicano con le loro radici e la numerosa tribù delle parietarie
protende i suoi bracci fioriti fin sui tetti e le terrazze delle case.
Alcune case di Lacco s’innalzano in mezzo a vigneti e aranceti,
piantati a terrazze fino ai piedi della montagna. Più su, ripide
pendici, ombreggiate da folti boschetti, sono solcate da torrenti di
pioggia che precipitano nei giorni di tempesta dalla duplice vetta dell’Epomeo.
Questa cima merlata sembra un’immensa fortezza e al tramonto,
dorata dal sole, si staglia in un meraviglioso splendore sull’intenso
azzurro del cielo. Lacco, come il resto dell’isola, mi offriva
una folla di paesaggi molto originali: ne ho riempito la mia cartella.
Esito spesso nella scelta, temendo che il mio gusto mi porti a preferire
i siti agresti e più notevoli per la loro severità.
Sainte-Beuve
| Stendhal | Taine
| Vigée-Lebrun |Un
Ultramontain | Turpin de Crissé

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