|
La chiesa d’Ischia, all’inizio del secolo XVIII,
aveva un clero molto numeroso, come si può rilevare dalle relazioni
ad limina dei suoi vescovi, ma era ancora caratterizzata dalla
mancanza del seminario (1). Nella prima relazione, presentata il 4 giugno
1703, il vescovo Luca Trapani fa notare, come già i suoi predecessori,
la mancanza del seminario e l’impossibilità di fondarlo
nel giro di pochi anni, a causa dell’eseguità delle rendite
della mensa vescovile, appena sufficienti per il sostentamento del vescovo.
Inoltre, dice che ha riscontrato una grande ignoranza nel clero diocesano
alla quale ha cercato di porre rimedio mandando i chierici a studiare
filosofia e teologia o a Napoli nelle scuole pubbliche o nei vari paesi
dell’Isola presso il clero regolare o presso i sacerdoti più
dotti. Sul seminario egli torna nelle costituzioni sinodali, dedicandogli
il paragrafo XXVII del Caput XV, pars secunda: De Ecclesiastica Disciplina
(2). Il vescovo, però, si limita a ribadire l’incameramento
dei redditi degli ex piccoli conventi di S. Maria del Soccorso di Forio,
agostiniano (3), e di S. Domenico d’Ischia, domenicano (4), soppressi
da Innocenzo X, i cui proventi furono destinati all’erigendo seminario.
Fino alla costruzione di esso, però, questi redditi sarebbero
stati devoluti per il mantenimento di alcuni giovani, scelti dal vescovo
nella diocesi, da mandare a studiare nel seminario di Napoli, come aveva
stabilito il sinodo provinciale di Napoli del 1699 (5).
Il primo che affrontò il problema del seminario
fu il vescovo Nicola Antonio Schiaffinati, agostiniano della Congregazione
di S. Giovanni a Carbonara di Napoli (6). Egli, nella relazione ad limina,
datata 1° dicembre 1741, dedica l’intero Caput VI al seminario
ed afferma che, avendo trovato la situazione del clero diocesano particolarmente
grave, decise di fondare il seminario per cercare di porre rimedio ai
mali riscontrati nella vita del clero e perché coloro che aspiravano
al sacerdozio potessero esercitarsi nella «retta disciplina ecclesiastica».
A tale scopo chiese ed ottenne dal papa Clemente XII
di poter erogare l’eredità del suo predecessore, Giovanni
Maria Capecelatro, che ascendeva a 2.000 ducati, in beneficio del seminario.
Il vescovo aveva disposto nel suo testamento che, con la sua eredità,
bisognava fornire l’altare maggiore della cattedrale di un parato
completo di candelieri d’argento ed un legato di messe. Comprò,
con il consiglio dei deputati, una casa nella città d’Ischia
per 2100 ducati, dei quali 1100 furono pagati in moneta contante e gli
altri con una fede di credito da pagarsi in futuro (7).
Altri 1000 ducati furono erogati per la costruzione
dell’edificio da adibire in seguito a sede del seminario.
Non è ancora completato nel 1741, benché il vescovo vi
abbia speso oltre 400 ducati dai propri redditi.
Ai giovani accorsi, già particolarmente numerosi,
per formarsi in seminario, il vescovo, nel frattempo, destinò,
quale sede provvisoria, il palazzo episcopale del Cilento, ubicato nei
pressi della chiesa parrocchiale di S. Domenico di Ischia. Nominò
un rettore, un maestro di grammatica, un lettore di retorica, di filosofia
e di teologia morale. I primi alunni del seminario furono 27 e «mirum
est», scrisse il vescovo, «quantum in litteris et scientia
sanctorum in dies proficient». Gli alunni del seminario pagavano
ogni anno ducati 36, mentre il vescovo, con le proprie entrate, suppliva
alla carenza di rendite, nonostante che avesse annesso al seminario
alcuni benefici vacanti. I seminaristi servivano nelle sacre cerimonie
sia la cattedrale sia la chiesa parrocchiale di S. Domenico, distinguendosi
nell’insegnamento della dottrina cristiana. Aveva anche stabilito
due deputati, scelti dal capitolo della cattedrale. Il vescovo afferma,
infine, di visitare il Seminario più volte a settimana e che
vengono osservate le costituzioni senza però precisare quali
esse siano (8).
Il seminario iniziò la sua attività
nel maggio 1740 (9), ma a causa della mancanza di fondi fu chiuso nel
mese di dicembre 1742. In seguito a questi eventi cominciarono le polemiche
e le accuse al punto che fra Tommaso de Sio, agostiniano, deputato rettore,
dovette difendere il suo operato nella conduzione del seminario presso
la Congregazione del Concilio.
La chiusura del seminario con la conseguente dispersione
dei suoi allievi, le accuse e le recriminazioni rivolte allo stesso
vescovo, nonché le ingiuste illazioni su probabili favoreggiamenti
nei confronti del primicerio Daniele Morgioni e suoi parenti nell’acquisizione
del territorio sul quale doveva sorgere l’edificio del seminario
e l’opposizione all’idea stessa del seminario, emersa da
moltissimi membri del clero e del capitolo che pur aveva chiesto alla
S. Sede la diversa destinazione dell’eredità del vescovo
Capecelatro, provocò un dolore tanto grande nell’animo
dello Schiaffinati da ammalarsi ed essere costretto a ritirarsi a Napoli,
dove morì il 15 febbraio 1743 (10).
Uno dei primi atti del vescovo Felice Amato, arrivato
in diocesi nel dicembre 1743, come egli stesso dice nella relazione
ad limina del 1747, fu quello di convocare i parroci, il capitolo ed
il clero in congregazione presso di sé, il 31 gennaio 1744,
per discutere sul destino del seminario. Nel corso della congregazione
ci fu un coro di lamentele da parte dei presenti, i quali, alla luce
di considerazioni di varia natura, ritennero che il seminario era stato
male organizzato, accusando il vescovo Schiaffinati di aver agito di
sua iniziativa senza prendere in considerazione i rilievi che gli erano
venuti da diverse parti ed ascoltando solo i suggerimenti del primicerio
Daniele Morgioni che, in tutte le operazioni finanziarie per l’acquisto
della casa e la costruzione dell’edificio da destinare a seminario,
non avrebbe fatto altro che salvaguardare gli interessi propri e della
famiglia. Il vescovo Amato informò di tutta questa vicenda il
card. Giuseppe Spinelli, arcivescovo metropolita di Napoli, e con lettera
del 9 marzo 1744, diretta ai parroci, convocò i rappresentanti
dell’Isola perché si impegnassero a stanziare la somma
di 60 ducati annui per 12 anni con facoltà di designare 12 alunni
a loro scelta per farli studiare in seminario, promettendo, a sua volta,
di destinare il palazzo vescovile, posto accanto alla cattedrale del
castello a sede del seminario, eccettuati due piccoli ambienti per il
vescovo. Le Università, però, risposero che, per le loro
scarse finanze, si trovavano nell’impossibilità di assumersi
un tale onere (11). Così il seminario rimase chiuso per circa
un decennio.
Il re Carlo III, che favoriva con ogni mezzo la fondazione
di nuovi seminari in diverse diocesi del suo regno, con una lettera
del suo confessore, datata agosto 1752, esortava il vescovo Felice Amato
ad esperire tutti i tentativi per riaprire il seminario, servendosi,
se necessario, dei buoni uffici del protomedico Francesco Buonocore
(12).
Ma il seminario rimase chiuso ancora per qualche anno
fino al 1755, quando Carlo III mandò ad Ischia Mons. Nicola De
Rosa di Villarosa, vescovo di Pozzuoli e Cappellano Maggiore del regno,
che già si era adoperato per la riapertura del seminario, non
appena preso possesso, della sua diocesi (13), per mettere in atto tutte
le iniziative necessarie per arrivare alla riapertura del seminario.
Bisognava raggiungere la rendita di 1.000 ducati annui
per poter affrontare tutte le spese necessarie, mentre gli alunni avrebbero
versato la somma annuale di 36 ducati. A tale scopo furono soppressi
alcuni benefici e le parrocchie di S. Domenico di Campagnano e S. Barbara
sul Castello, aggregandone le rendite al seminario con l’obbligo
di dare all’economo-curato annui ducati 50; tassò i luoghi
pii del 5% (14), mentre le università dell’Isola, con parlamento
del 24 giugno 1755 svoltosi nell’oratorio della confraternita
di S. Maria di Costantinopoli d’Ischia (15), si impegnarono a
corrispondere in beneficio del seminario 300 ducati annui, dei quali
150 in sussidio fino a che non si fossero raggiunti i 1.000 ducati di
rendita e altri 150 per il mantenimento di 6 alunni scelti dalle università:
2 da Ischia, 2 da Forio e 2 dal Terzo. Inoltre «affinché
potesse ridursi a forma di convitto la casa a tal uopo comprata dal
nominato vescovo Schiaffinati, diedero allo stesso seminario, per imprestito
grazioso, ducati 500 da doversi restituir loro tra due anni» (16).
Il seminario riprese la sua attività il 6 febbraio
1756 ed ebbe come rettore il canonico penitenziere Antonio Tirabella,
morto ad appena 42 anni nel dicembre dello stesso anno, e, tra i professori,
Domenico Vairo, successivamente passato all’Università
di Napoli, Ignazio della Calce (17), in seguito professore all’università
di Pavia (17). Sul funzionamento del seminario in questi anni si
hanno scarse notizie, soprattutto sulle regole e sul piano di studi.
L’autore del Ragguaglio scrive che nel 1757
egli «era giovanetto e stava in seminario per apprendere le lingue
e le scienze»; altre notizie si ricavano spigolando nei pochi
fascicoli relativi agli atti per la costituzione dei sacri patrimoni
e l’ammissione agli ordini sacri, conservati nell’Archivio
Diocesano.
Va aggiunto, però, che non tutti i seminaristi
frequentarono il seminario, ma che parecchi rimasero presso le
loro famiglie, seguendo le lezioni che impartivano loro gli stessi
preti del posto (18).
Con la riapertura del seminario ricominciarono i problemi
per il vescovo Felice Amato al punto che non potette effettuare neppure
la visita ad limina nel 1760 (19). Le liti con debitori, università
e vari luoghi pii, cominciarono a diventare sempre più frequenti,
soprattutto quando il seminario raggiunse la rendita annua di 1.000
ducati (20). In quali termini si sia pronunciato il Tribunale Misto
nella causa provocata dalle Università non sappiamo, ma risulta
che esse continuarono a pagare le annualità al seminario (21).
La relazione ad limina del vescovo Onofrio de Rossi
non precisa il numero dei seminaristi, ma dice che esso oscilla tra
i 36 e i 40. In appendice riporta, però, alcuni dispacci reali
con i quali si impone ai seminaristi di far ritorno in seminario, ai
debitori di assolvere i loro doveri nei confronti del seminario
ed al vescovo di effettuare i necessari lavori di ristrutturazione dello
stesso, perché al più presto vi possano far ritorno i
seminaristi, imponendo severe sanzioni, fino all’espulsione, contro
coloro i quali si rifiutano di farvi ritorno (22). Il vescovo Sebastiano
de Rosa accenna al seminario solamente nelle sue prime relazioni (23),
mentre in quella del 1786 dice che i circa 30 alunni del seminario si
dedicano allo studio delle umane lettere, della filosofia, della teologia
dommatica e morale e del diritto canonico, che egli stesso, non solo
fa spesso loro visita, ma insegna anche sacra teologia. Accenna alla
imposizione di un regolamento, ma su questo argomento non si dilunga,
ripetendo le stesse cose anche nella relazione successiva (24).
L’attività del seminario si svolse senza
particolari problemi, se si escludono quelli causati dal mancato pagamento
delle rendite, fino alla morte del vescovo Pasquale Sansone, avvenuta
il 10 dicembre 1799. L’elezione del primicerio Giosuè Mazzella
a vicario capitolare (25) e l’assenza del vescovo fino al
1818, la sospensione di Mazzella dal suo incarico nel 1801 ed il suo
allontanamento da Ischia fino al 1802, con la nomina, al suo posto,
di un pro-vicario capitolare nella persona del can.co Bartolomeo Mennella
(26), la designazione di Mons. Carlo Maria Rosini, vescovo di Pozzuoli
(27), a supervisore della Diocesi d’Ischia, quale vescovo viciniore,
il 7 luglio 1803 (28), ed il conflitto sempre in atto tra Rosini e Mazzella
sul modo di guidare la diocesi (29) certamente crearono una situazione
difficile che fece sentire pesantemente le sue conseguenze sulla vita
non solo del clero, ma anche del seminario. Rosini trovò il seminario
in una situazione disastrosa, con appena 12 alunni, mentre ne avrebbe
potuto ospitare 40; molti dei seminaristi rifiutavano di far ritorno
in seminario, una situazione economica dissestata, anche per il mancato
versamento delle quote dovute dalle Università (30).
Dopo tanti sforzi, Rosini riuscì finalmente,
nel 1805, a riaprire il seminario, che il vicario capitolare aveva
chiuso in precedenza in data non precisata, «conoscendo essere
quello il solo mezzo per formare un clero disciplinato ed istruito della
neccessaria scienza di cui scarseggia.[...]». Ma poco dopo «è
avvenuto che, essendosi portate in quell’Isola le truppe francesi,
nel doversi dar alloggio a pochi ufficiali, quell’Amministrazione
della città, unitamente al Vicario Capitolare, per risparmiare
l’incomodo non solo alle case private, ma ben anche a quelle de’
Regolari, hanno cacciato via tutti i Seminaristi e vi hanno alloggiato
gli ufficiali Francesi» (31). Così il seminario fu chiuso
nel 1806 e non fu più riaperto, perché sarebbe stata necessaria
un’ingente somma per ristrutturarlo. Il re allora aggregò
le rendite del seminario d’Ischia a quello di Pozzuoli dove furono
inviati a studiare i pochi seminaristi rimasti (32). Il seminario rimase
così chiuso per circa quarant’anni, fino alla morte del
vescovo Giuseppe D’Amante nel 1844. Questi, giunto in diocesi
nel 1818 (33), s’interessò alla restituzione ed ai restauri
del seminario nonché ad obbligare i vari debitori insolventi
a pagare quanto dovuto al seminario. Questo è quanto si ricava
dai vari rapporti spediti al re (34). Nella sua prima relazione ad limina
egli afferma: «Non ho mancato di rivolgere anco tutte le mie pastorali
cure per la riapertura del seminario, e continui sono stati e sono i
reclami da me avanzati al Real Trono ed alla Commissione esecutiva del
Concordato per avere una dote congrua a riordinarlo, mentre la maggior
parte delle antiche rendite di questo seminario erano tasse fatte ai
luoghi pii e comuni, le quali cessarono sotto l’occupazione, ed
il locale divenuto per dieci anni quartiere militare è stato
quasi tutto da me rifatto colla residuale scarsissima rendita rimasta,
da me impiegata di anno in anno in riparazioni» (35). Nonostante
che i Padri della Congregazione alla prima deliberazione stabilissero
che il vescovo si dovesse adoperare per la riapertura al più
presto del seminario, in quella successiva del 10 luglio 1834, egli,
sull’argomento seminario, dedica solo qualche espressione molto
evasiva per dire che è ancora chiuso, mentre in quella del 1838
ribadisce che il seminario non può essere riaperto perché
privo di dote e che intanto «Clerici in scolis a me assignatis
sub optimis preceptoribus studia frequentare ac multum proficiunt»
(36). I Padri lo esortano ancora a risolvere il problema il più
presto possibile, ma nella sua ultima relazione ribadisce la chiusura
del seminario e che i chierici nelle scuole loro assegnate studiano
con grande profitto (37). La morte del vescovo Giuseppe D’Amante,
avvenuta il 17 novembre 1843 nella nativa Procida (38), segnò
la ripresa dell’attività del seminario e l’inizio
di un periodo di grande splendore, interrotto solo per un momento dalle
vicende italiane del 1860.
Il capitolo della cattedrale, riunitosi il 20 settembre
per l’elezione del suo vicario per il governo della diocesi nel
periodo di vacanza, convenne preliminarmente che l’eletto, chiunque
esso fosse, avrebbe riaperto il seminario (39).
L’eletto fu l’arcidiacono Giovanni Garofalo
(40). Egli, «sormontando colla rapidità del fulmine tutte
le difficoltà incontrate nella lunga gestione del defunto
pastore D. Giuseppe D’Amante» (41), riaprì il seminario
il 10 giugno 1844 (42) per cui quando il vescovo Luigi Gagliardi, nel
mese di aprile del 1845 (43), prese possesso della diocesi, il seminario
era in piena attività. Lo stesso vescovo Gagliardi, nella prima
relazione ad limina, pur dedicando solo qualche rigo al seminario, ce
lo presenta in piena attività. Gli alunni sono 42, ci fa sapere,
e pagano ognuno 60 ducati all’anno; le rendite l’anno successivo
raggiungeranno i 400 ducati; vi mancano le cosiddette “piazze
franche“ per l’esiguità delle rendite (44). Il vescovo
Gagliardi non ha presentato altre relazioni ad limina né ci fornisce
altre notizie sul seminario. D’altra parte, risulta estremamente
scarsa la documentazione sul suo episcopato (45).
Poche sono le notizie anche sul modo come il vicario
capitolare Giovanni Garofalo sia riuscito a riaprire in così
breve tempo il Seminario. Sappiamo, però, con certezza che con
ordine del Sottintendente del Distretto di Pozzuoli ai comuni e ai luoghi
pii fu imposto nuovamente un contributo per il mantenimento del seminario
(46). Sappiamo ancora con certezza che i comuni fecero opposizione a
tale tassa presentando le loro ragioni. Qualche riscontro in tal senso
lo abbiamo trovato per Casamicciola (47) e per Forio. Anche alcuni luoghi
pii avanzarono ricorso contro tale tassa e fecero proprie le ragioni
a tal fine presentate dai comuni (48).
La mancanza di documenti non ci permette di conoscere
il piano di studi del seminario in questo primo periodo di attività,
fino alla venuta del vescovo Romano, né quale regolamento venisse
seguito, quale fosse la vita di pietà e chi il direttore spirituale
dei seminaristi. Sappiamo solo che dal 1844 al 1854 il rettore fu lo
stesso Giovanni Garofalo (49); dal 1854 al 1856 il can.co Antonio D’Ambra
(50), al quale seguì Giuseppe Romano tra il 1856 ed il 1860 (51).
La relazione ad limina, presentata il 15 luglio 1857
dal vescovo Felice Romano succeduto il 23 giugno 1854 a Gagliardi (52),
fa sapere che gli alunni del seminario sono 22 e che seguono questo
programma di studio: retorica, filosofia, teologia, sacri canoni e spiegazione
della Sacra Scrittura (53).
Non si hanno altre notizie. Pur mancando, tuttavia,
documenti su aspetti importanti del funzionamento del seminario e sulla
formazione dei seminaristi, conoscendo la personalità e l’attività
pastorale di alcuni preti di Ischia, che hanno frequentato il seminario
tra il 1844 e il 1860, ed esaminando la personalità dei rettori
che vi si sono succeduti in questo periodo, si può dire che riuscì
a formare delle forti personalità dotate di una solida cultura
letteraria (54) e di una profonda conoscenza delle scienze sacre. La
formazione spirituale, poi, fu certamente ispirata ad un forte rigore
morale, ad una fervente vita cristiana, ad uno slancio irrefrenabile
nell’attività pastorale.
Ne sono testimoni la vita integerrima e l’attività
pastorale di un’immensa schiera di sacerdoti che sono stati
alunni del seminario d’Ischia nella seconda metà del secolo
XIX e nei primi decenni del XX. L’elenco dei sacerdoti pii e zelanti,
nonché dotti, formatisi in questo periodo così fecondo,
è certamente lungo. Ne ricordiamo solo qualcuno: Giovanni Taliercio
e Carlo Mennella, Giuseppe Morgera, Antonio Sersale, Gaetano Romolo,
Vincenzo Parascandolo, Filippo Monte, Antonio Venci e tanti altri fino
a Giovanni Regine e Giovanni Scotti. In questo elenco non includiamo
i nomi di Marcantonio Sorrentino (55), Saverio De Luca (56), Giovanni
Garofalo (57), i fratelli Girolamo, Giuseppe e Cristoforo Milone (58)
ed altri, o perché si sono formati nel seminario metropolitano
o perché hanno studiato presso sacerdoti diocesani, a causa della
chiusura del seminario nella prima metà del secolo XIX. Anche
se di parecchi di loro non ci sono giunte molte notizie biografiche,
la fama, tuttavia, delle loro virtù e del loro zelo sacerdotale
è arrivata fino a noi.
**********************
*
Dalla Positio super virtutibus per la causa di beatificazione
del parroco Giuseppe Morgera, curata da Giovanni Castagna e Agostino
Di Lustro.
1) La relazione ad limina del vescovo Michelangelo Cotignola (1692-1699),
presentata il 16 novembre 1696, afferma che il clero diocesano è
costituito da 270 elementi, dei quali 180 presbiteri e 90 tra diaconi,
suddiaconi e chierici. Le relazioni del vescovo Luca Trapani (1699-1718)
non ci danno indicazioni sul numero degli ecclesiastici e delle anime
della diocesi. Quella del vescovo Giovanni Maria Capecelatro (1718-1739)
del 25 novembre 1721 dice che vi sono 236 sacerdoti e 64 tra diaconi,
suddiaconi e chierici per un totale di 300 elementi, mentre la popolazione
è di circa 12.000 anime.
2) Questo sinodo, nono della serie isolana, fu celebrato nella chiesa
cattedrale dal 31 maggio al 2 giugno 1716. Le costituzioni sono raccolte
in un volume di 320 pagine dal titolo: Synodus Dioecesana Isclana
ab Illustrissimo et Reverendissimo Domino D. Luca Trapani Episcopo Isclano
Celebrata, Romae, ex typographia Rev. Camerae Apostolicae, 1716.
Sui sinodi isclani cfr. Di Lustro A.: I Sinodi della Chiesa d’Ischia
in «Bollettino Flegreo» (nuova serie, anno VIII, n. 2/maggio-agosto
1986). Le costituzioni del sinodo Trapani furono, però, sospese
poco dopo, perché ritenute “pregiudizievoli dell’autorità
regia”.
3) Di Lustro A.: I conventi agostiniani di Forio, in «Ischia
Oggi», anno V, nn.8-13 (maggio-ottobre) 1974.
4) Su questo convento, cfr. Archivium Fratrum Praedicatorum,
Roma 1969, vol. XXXIX, pp. 450-51 e Analecta Ordinis Praedicatorum,
anno III, p.52.
5) Al seminario d’Ischia dedica il paragrafo n. 5 del Titulus
Decimus, caput unicum: De Seminarii erectione, et disciplina, delle
Costituzioni sinodali. Concilium Provinciale Neapolitanum ab Eminentissimo
ac Reverendissimo Domino D. Jacobo Cardinali Cantelmo Archiepiscopo
Neapolitano, Romae, Ex typographia Rev. Camerae Apostolicae MDCC. Il
sinodo fu celebrato nella Cattedrale metropolitana di Napoli la domenica
di Pentecoste, 7 giugno, e nei due giorni seguenti.
6) Nella congregazione fu maestro dei novizi, superiore del convento
e vicario, cfr. Buonocore O.: La Diocesi d’Ischia, p.46.
7) La documentazione relativa a questo acquisto si trova in ASN, Notai
sec. XVIII, scheda 161 del not. Orazio Maria Criteri di Napoli, prot.
n. 28, ff. 131v.-162r, due atti del l° aprile 1740. Cfr. anche Onorato
V.: Ragguaglio istorico-topografico dell’Isola d’Ischia
in Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. 439, fondo S. Martino f. 143
r. Questo manoscritto è adespota e la sua attribuzione al canonico
arcidiacono della cattedrale d’Ischia, Vincenzo Onorato, è
stata proposta, con validi argomenti, da Lauro Agostino: A proposito
di un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, in ASPN, anno
1970, pp. 339-47.
8) Relazione ad limina di Nicola Antonio Schiaffinati del 1° dicembre
1741.
9) Relazione ad limina del vescovo Felice Amato del 12 aprile 1747.
10) Buonocore O.: Monografie storiche dell’Isola d’Ischia,
Napoli 1954 - p.111. L’attività pastorale del vescovo Schiaffinati
si è protratta ad Ischia per pochissimi anni, nel corso dei quali,
tra l’altro, ha effettuato diverse visite pastorali. Cfr. Di Lustro
A.: Le visite pastorali dei vescovi d’Ischia in «In
cammino insieme», Bollettino della Diocesi d’Ischia, a.V,
n.1/gennaio-marzo 1989 p. 33.
11) Oltre alla relazione ad limina di Felice Amato, cfr. anche in A.S.N.
Notai sec. XVIII, scheda 29 del not. Giuseppe Milone di Forio, prot.
41, f.181 v-182, atto dell’11 dicembre 1744 in favore dell’Università
di Forio.
12) Buchner P.: Il Protomedico Francesco Buonocore (1689-1768) ed
il suo casino sopra l’odierno Porto d’Ischia in «Ricerche
Contributi e Memorie», p.143.
13) Ambrasi D. - D’Ambrosio A.: La Diocesi e i Vescovi di
Pozzuoli, Napoli 1990, pp.322-331.
14) Mirabella V.: L’Isola d’Ischia - Cenni corografici,
Napoli 1883, p.22 – Archivio Basilica S. Maria Loreto, Forio –
I-III -15 n.3: Per le Università dell’Isola d’Ischia
col Rev. Seminario di quella città presso il Tribunale Misto,
s.n.t. (1773), p.14.
15) Buonocore O. : Il Seminario d’Ischia in «Monografie
storiche»,p. 111.
16) Per le Università dell’Isola d’Ischia col Rev.
Seminario di quella città presso Supremo Tribunal Misto, cit.
17) Buonocore O.: Il Seminario d’Ischia... cit. p. 29; idem: La
Diocesi d’Ischia dalle origini ad oggi, Napoli 1948, p. 79; idem:
Il Seminario d’Ischia in «La Cultura», a. XIV n. 157,
marzo 1933 in Appendice pp. 30-31.
18) Negli Atti per i sacri patrimoni dell’Archivio Diocesano si
riscontrano parecchi documenti del genere.
19) Lettera alla S. Congregazione del Concilio del 29 dicembre 1760.
20) Cfr.: Relazione ad limina del vescovo Onofrio De Rossi del 30 ottobre
1770. - La citata memoria di Ferdinando Buccalaro. Per le Università
dell’Isola d’Ischia col Rev. Seminario di quella città
nel Supremo Tribunale Misto (1773) e nell’Archivio della Basilica
di S. Maria di Loreto di Forio, I-III-15 n.3: ricorso non datato contro
l’imposizione del contributo al seminario di Duc. 60 per la Ven.le
Chiesa di S. Maria di Loreto e Duc. 16 e grana 40 per la Confraternita
di S. Maria Visitapoveri di Forio.
21) Basta dare uno sguardo ai conti intestati alle Università
dell’Isola, esistenti nei vari banchi napoletani nel corso della
seconda metà del secolo XVIII (Cfr. nell’ ASBN, Libri Maggiori
di vari banchi, in modo particolare quello dei Santi Giacomo e Vittoria,
ed i relativi giornali di cassa copiapolizze, nei quali, semestre per
semestre, compaiono le polizze pagate al seminario d’Ischia).
22) Relazione ad limina di Onofrio De Rossi del 30 ottobre 1770
23) Relazione del 7 settembre 1777 e l8 novembre 1780.
24) Relazioni ad limina dell’11 novembre 1786 e del 17 ottobre
1789.
25) ACCI, Libro delle Conclusioni, periodo 1745-1803. f. 121. Su questo
canonico, che fu vicario capitolare ben quattro volte, cfr. Cervera
G.G.-.Cronache del Settecento Ischitano, Napoli 1982, pp.218-219. Risultano
del tutto infondate le notizie riportate da d’Ascia G.: Storia
dell’Isola d’Ischia, il quale afferma che il vescovo Sansone
morì nel 1796 e che Giosuè Mazzella governò la
diocesi in qualità di vicario apostolico (p.381) ed ancora (p.
275): «dal 1806 al 1815 la sede vescovile rimase sotto la giurisdizione
dell’Arcivescovo di Napoli».
26) AVP, sez II, Lettera della Giunta ecclesiastica del 30 luglio 1803.
27) Su Carlo Maria Rosini ( 1748-1836),vescovo di Pozzuoli e cappellano
maggiore del Regno, cfr. Cerasuolo S., Capasso M., D’Ambrosio
A.: Carlo Maria Rosini (1748-1836) un umanista flegreo tra due secoli.
Benevento-Napoli 1986. - Ambrasi D., D’Ambrosio A.: La Diocesi
e i Vescovi di Pozzuoli, p.340 e ss.
28) AVP, pos. e, lettera n.38 del 25 luglio 1803 di Mazzella a Rosini.
29) Sono parecchie le lettere del vescovo Rosini al vicario capitolare
Mazzella con le quali gli rimprovera, a volte anche con asprezza, di
non attenersi alle sue disposizioni e di fare di testa propria con grave
danno per la vita della diocesi. Vedi, ad esempio, la lettera di Rosini
del 21 ottobre 1812 al Ministro di Giustizia e quella del can.co Antonio
Scotti a Rosini del 12 settembre 1803, etc.
30) Lettera di Rosini al Re del 10 ottobre 1803 e di Mazzella a Rosini
del 15 settembre 1805.
31) Lettera di Rosini al duca di Cassano, direttore della Regia Segreteria
degli Affari Ecclesiastici.
32) Lettera di Rosini al Ministro della Guerra e Marina del 30 dicembre
1812.
33) Buonocore O.: La Diocesi d’Ischia... p.55 - d’Ascia
G.: La storia dell’Isola d’Ischia, p.281. Cfr.
anche delibera capitolare del 6 agosto 1818 (ACCI, Libro delle Conclusioni
Capitolari dall’anno 1815).
34) ADI.: Rapporti fatti a S. M.(D G ) dal dì 2 luglio 1818.
Vedi, ad esempio, i seguenti rapporti: 14 luglio 1818 n.l; n.65 del
1820.
35) Relazione ad limina del 26 ottobre 1829.
36) Relazione ad limina del 30 settembre 1838.
37) Relazione ad limina del 7 ottobre 1841.
38) Buonocore O.: Monografie... o.c. p.56. - APCI, Liber Mortuorum
Vol.XI, periodo 1837-1851 della Parrocchia di S. Vito d’Ischia,
foglio staccato non numerato. D’Amante morì all’età
di 92 anni e, dopo la sua morte, fu trasportato ad Ischia per le onoranze
funebri e sepolto nel centro del coro della cattedrale
39) Buonocore O.: Monografie...o.c. p.113
40) ACCI, Libro delle conclusioni capitolari 1815-1879, f. 140-141,
riunione del 20 novembre 1843.
41) Marone V.: Memoria contenente un breve ragguaglio dell’Isola
d’Ischia - Napoli 1847, p.12
42) Tirabella I.: Ischia, Napoli 1883, p. 21 - Idem: Notizie intorno
all’isola d’Ischia, Pozzuoli s.d. p.56. - Mirabella
V.: L’isola d’Ischia, Napoli 1883, p.22 - Marchese
Della Valle di Monticelli; Mazzella L.: Brevi Note Biografiche, Napoli
1886, p..7.
43) GAMS: Series Episcoporum Ecclesiae Catholicae, 1957.
44) Relazione ad limina del vesc. Gagliardi del 15 dicembre 1846.
45) Sulle vicende e la consistenza dell’Archivio Diocesano cfr.Di
Lustro A.: L’Archivio vescovile d’Ischia attraverso
i secoli in ASPN, IV serie voi. XIV (1975) pp. 293-310 - Idem:
Gli archivi dell’Isola d’Ischia in «Ricerche Contributi
e Memorie» vol. II, Atti del centro di Studi sull’Isola
d’Ischia, periodo 1970-1984, Napoli 1984, pp.l 15-159.
46) ABCSMALF, Forio, I-III-15 n.3.
47) Delibera Decurionale del 26 giugno 1844: «[...], ha letto
un ufficio del Sig. Sottintendente del Distretto del 20 presente n.
2318 con cui, dietro domanda avanzata dal Vicario Capitolare di Ischia,
S.E. il Ministro degli Affari Interni richiama in vigore un Real Rescritto
del dì 11 Agosto 1818, nel quale venne ordinato restituirsi pel
mantenimento del Seminario in Ischia, tutte le prestazioni tassate dal
Re Carlo III a carico de’ Comuni e diversi luoghi Pii dell’Isola.
Quindi ordina inserirsi ne’ rispettivi Stati Discussi le corrispondenti
partite secondo un elenco che si è trasmesso, onde darsi luogo
alle prestazioni istesse dalle quali dipende in gran parte l’esistenza
di detto Stabilimento ed all’oggetto consultarsi questo Decurionato
per la parte che gli riguarda. Il Decurionato dichiara esser nudo tanto
delle disposizioni sanzionate dal Re Carlo III che del Real Rescritto
del dì 11 Agosto 1818. A dar quindi adeguato giudizio, pria di
risolvere l’occorrente, prega i Superiori fargli tener copia delle
lodate Sovrane risoluzioni, che pienamente venera, e che se mal
non si avvisa, debbono contenere anche dei diritti a pro de’
Comuni contribuenti». Con delibera.poi, del 27 agosto 1844, il
Decurionato decide «darsi al primicerio, per il Comune e per la
chiesa di S. Antonio, le prestazioni in parola, facendo salvo però
ad esso Comune i rispettivi diritti in esso, dico Seminario, goduti
per l’antico solito» [...].
48) Per Forio e la Chiesa di S. Maria di Loreto cfr. Archivio della
stessa Basilica I-III- 15n.3 e.
49) ADI, 1852: Sacro patrimonio di Francesco Onorato. Buonocore (Monografie
storiche... o.c. p.120) lo colloca, invece, rettore del seminario
tra il 1846 ed il 1851.
50) Buonocore O.: Monografie storiche... o.c. p.120.
51) ADI, 1860: Sacro patrimonio di Aniello Tirabella - Lettere varie,
anno 1858.
52) Gams: o.c. p.885.
53) Relazione ad limina di Felice Romano del 15 luglio 1857.
54) Marchese Della Valle di Monticelli: Luigi Mazzella, o.c. pp.7-8.
55) Nacque a Forio il 28 gennaio 1820 e fu ordinato sacerdote nel 1845
dal vescovo Gagliardi; fu canonico arcidiacono della cattedrale e vicario
generale dei vescovi F. Romano, F. di Nicola e G. Portanova. Si distinse
particolarmente nell’alleviare le sofferenze dei più bisognosi
con varie opere di carità ed assistenza.
56) Nacque anch’egli a Forio nel 1821 e studiò presso i
frati Minori Riformati del Convento di S. Francesco di Forio. Dopo l’ordinazione
sacerdotale, avvenuta nel 1846, proseguì gli studi teologici
con il conventuale P. Ludovico Verde e con il canonico napoletano Porpora.
Fu parroco di S. Vito di Forio dal 1860 alla morte, avvenuta nel 1905.
La sua attività pastorale fu caratterizzata da un grande impegno
catechistico, dal decoro del culto divino e l’aiuto ai più
bisognosi (Vedi Matarese V.: Saverio De Luca, opera manoscritta ed inedita
conservata in ABCSMALF, ms n.l).
57) Nacque a Ischia e fu ordinato sacerdote dal vescovo D’Amante.
Eletto vicario capitolare alla morte dello stesso vescovo ebbe
il grande merito di riaprire il seminario, dopo una chiusura di quasi
40 anni. Ne fu rettore fino al 1858 e, per qualche tempo, provicario
generale del vescovo Felice Romano.
58) Su Girolamo Milone (1831-1877) Cfr. d’Ambra N.: Storia
e calvario di Girolamo Milone giornalista cattolico d’assalto,
Napoli 1988. Sui fratelli Milone Cfr. Buonocore O.: Fior da fior nel
bel giardino isclano, Napoli 1951 pp.106-108 - Iacono M.: Gli ultimi
momenti del Canonico Giuseppe Milone parroco in Forio, Napoli 1888.
SU
|