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di Vincenzo Cuomo
L’arte
di rappresentare la nascita del Cristo, in una dimensione quasi fiabesca,
in equilibrio tra realtà e misticismo, ovviamente non in senso
iconografico bensì plastico e scultoreo, affonda le sue origini
nei primi secoli del Medioevo. Fu voluta nell’intento di servire
sia come insegnamento religioso, sia come immediata e visiva comunicazione
alle masse del grande Mistero della nascita del Salvatore.
Spesso si è sostenuto che fu una creazione di San
Francesco d’Assisi o di altri rilevanti membri del suo Ordine.
Oggi, alla luce di nuovi studi e scoperte, si tende invece ad affermare
che tali raffigurazioni all’epoca già risultavano essere
presenti da tempo presso molte chiese cristiane, per rafforzare l’immagine
del grande Evento nella notte di Natale. In merito, va doverosamente
rilevato che, anche se il patrono d’Italia non fu l’inventore
di questo genere mistico di rappresentazione cristiana, fu però
colui che più contribuì a diffonderne il culto, la devozione
e la venerazione tra le masse. Anche i Domenicani, sorti quasi contemporaneamente
ai Frati Minori, con eguale impianto spirituale di Ordine mendicante,
molto concorsero alla diffusione della liturgia del presepe. In questo
lungo periodo, che va dal tardo Medioevo alla fine del Rinascimento,
le rappresentazioni plastiche della Natività, sempre però
risultano essere limitate unicamente all’interno di sacre strutture,
quali Chiese, Cappelle o conventi. Ciò, in quanto la consuetudine
nelle dimore private ancora non si era imposta e diffusa.
Tra i Presepi più antichi pervenuti fino
a noi, degno di nota - anche se purtroppo non appare in uno stato di
conservazione ottimale - è quello custodito nella Basilica di
Santa Maria Maggiore in Roma. Opera del grande Arnolfo di Cambio, artista
sublime che seppe conciliare lo stile gotico con la tradizione classica.
A questa stagione favorevole seguì un lungo periodo, che va dagli
inizi del ‘300 alla prima metà del ‘400, in cui il
tema della Natività riscosse invece notevole interesse, soprattutto
da parte dei pittori che realizzarono un gran numero di raffigurazioni,
di cui alcune di gran pregio. L’uso plastico del Presepe ritornò
ad imporsi nuovamente ad iniziare dalla seconda metà del XV secolo,
caratterizzato da poche, anche se grandi, figure di sacri personaggi,
quasi sempre su uno scenario dipinto. Il luogo ove maggiormente trovò
favorevole accettazione fu la Toscana, ove ancora è possibile
incontrare resti di monumentali pastori in legno, di sicuro creazioni
di più vasti complessi andati perduti.
Da tale centro di irradiazione e diffusione, negli ultimi
lustri del ‘400 il culto e la tecnica del Presepe iniziarono a
spandersi, oltre che nell’Italia settentrionale, anche e soprattutto
nel territorio del Reame di Napoli. La notizia la rileviamo, non solo
da testimonianze scritte dell’epoca, ma anche dai resti delle
tante realizzazioni in parte giunte sino ai nostri giorni. Tra esse,
l’opera, con figure in legno, esistente nella Chiesa napoletana
di San Giovanni a Carbonara e risalente al 1484. Con altre ugualmente
presenti nella città partenopea e nei dintorni, mostra quale
propria differenziante caratteristica un impianto più complesso
e un maggior numero di figure.
Anche in altri importanti centri del Meridione, quali ad
esempio Matera e Altamura, si ebbe una certa diffusione di questo particolare
tipo di sacra rappresentazione religiosa legata alla nascita del Cristo.
In tale area non abbiamo però una uniformità nelle raffigurazioni,
bensì il prevalere di quelle che oggi definiremmo due differenti
scuole, con caratteristiche proprie ben definite. Mentre quella più
semplice si limitava a delle realizzazioni con poche sagome in legno,
così come era in uso in Toscana, la più complessa prevedeva
invece uno scenario più articolato e più ricco di figure,
così come quello napoletano.
Questo tipo di Presepe più raffinato, oltre ad una
chiara ispirazione all’arte bizantina, quasi sempre si presentava
immerso in un contesto campestre, con al centro una caverna o una grotta,
in cui figuravano la Vergine Maria, San Giusenpe, il Bambino Gesù
nella mangiatoia, affiancati dal tradizionale bue e dall’asinello.
Intorno vi erano poi figure in movimento, mentre nella zona più
lontana dal monte, sotto il quale vi era l’antro con la sacra
rappresentazione, si intravedevano i Re Magi provenienti dall’Oriente.
Questo modello di composizione, più accurato ed elaborato,
che andava quindi al di là di una disadorna immagine della Natività,
fu quello che gradatamente si impose restando invariato per lungo tempo.
Ciò, soprattutto, in quanto, grazie all’articolazione montagnosa
o collinosa del paesaggio, consentiva l’impianto di raffigurazioni
complesse, con svariate presenze, in uno spazio molto ristretto. Inoltre,
così concepito, dava l’opportunità di impreziosire
il tutto con una qualunque scena secondaria a proprio piacimento, senza
che il concetto d’insieme ne venisse a soffrire. Comunque, resta
che in tutti questi Presepi, indipendentemente dall’orientamento
artistico, sempre e ovunque era ben in evidenza l’immagine del
Bambino Gesù, che campeggiava l’ambientazione, immerso
in una dimensione di grande povertà e umiltà, non disgiunta
da una infinita dignità e maestà.
Nel prosieguo e sino oltre la fine del ‘600
il concetto della sacra raffigurazione – così come l’abbiamo
descritto, non subì mutamenti sostanziali, conservando impianto
e struttura precedenti, anche se con delle variazioni legate al mutare
del gusto e del senso artistico. Con l’inizio di quel secolo XVIII,
che ovunque in Europa vide il diffondersi e l’affermarsi del pensiero
illuminista, volto a modernizzare la società in ogni suo aspetto,
il Presepe, in tutta la Penisola, con un particolare riferimento all’Italia
meridionale, entrò in una felice fase ascendente e innovativa.
Oltre ad una maggiore diffusione tra le classi popolari, si ebbero rappresentazioni
sempre ad ampio respiro.
Dopo un inizio così favorevole, nel prosieguo del
secolo l’arte presepiale, un po’ ovunque in Europa, si affermò
e si sviluppò in modo ancora più entusiasmante sino a
raggiungere il punto più alto della sua evoluzione e diffusione.
Divenne così possibile contemplare composizioni di gran lunga
più complesse, varie e articolate, in confronto al passato, composte
sia da ampie rappresentazioni sceniche, sia da figure ad alto livello
artistico, le quali però, più che incutere un palpito
cristiano di commozione, suscitavano ammirazione per la pregevole elegante
fattura. Oltre al Portogallo, ove si ebbero strutture riccamente dotate
e lavorate, anche la Spagna mostrò essere una presenza competitiva
in tale settore. Fu però, oltre Genova, nei Regni di Napoli e
Sicilia che il Presepe conobbe la sua stagione più felice. Nel
Meridione, ma soprattutto nella città di Napoli e dintorni, prima
di giungere alla realizzazione di stupende piccole sculture e architetture,
già dalla fine del ‘600 si era iniziato ad abbandonare
il legno. Al suo posto, soprattutto per le teste, gli animali, gli esseri
umani di piccole dimensioni, cesti di frutta e altri arredi domestici,
aveva iniziato felicemente ad imporsi la terracotta. Tra i primi maestri
che si cimentarono in tale particolare produzione ricordiamo Lorenzo
Vaccaro.
Nel 1734, Carlo di Borbone, designato dalla diplomazia
europea ad occupare tale trono, faceva solenne ingresso a Napoli, dando
così nuovamente al Meridione e alla parte insulare della Penisola,
la dignità dell’autonomia politica dopo secoli di avvilente
dominio vicereale. Il sovrano, uomo profondamente religioso e pio, già
noto per il suo amore verso le arti, in special modo quelle a carattere
artigianale, subito mostrò grande attenzione e una particolare
predilezione per le realizzazioni presepiali. La simpatia, la premura
e la disponibilità del re, che venivano a fondersi con quella
naturale predisposizione già da tempo esistente e operante nel
popolo meridionale in generale e napoletano in particolare per tale
sacra rappresentazione, in breve favorirono il proliferare di un gran
numero di piccole botteghe ricche di maestranze specializzate. Veri
e propri laboratori, ove artigiani, ceramisti e intagliatori, apparivano
costantemente dediti alla creazione di oggetti in miniatura che potessero
servire alla composizione di uno scenario presepiale di vita cittadina
e campestre. Ad essi vanno aggiunti coloro che si occupavano dell’aspetto
sartoriale tra cui anche la regina Maria Amalia. Loro compito era confezionare
idonei vestitini, finemente decorati, costruire ricami, al fine di rivestire
quelle figure angeliche umane, e animali, realizzati per la visiva narrazione
della nascita di Gesù. Essi, però, riproducevano personaggi
non ambientati nell’antica Betlemme e non ricoperti di vesti così
come d’uso all’epoca, bensì scene e figure dell’attuale
realtà del secolo.
Nel momento in cui questi elaborati cominciarono a
divenire sempre più delle vere e proprie sculture in miniatura,
alla specialità vennero gradatamente ad accostarsi pure moltissimi
artisti napoletani di gran fama. Essi, oltre a modellare le terrecotte,
con il loro estro e le loro indubbie capacità, seppero impreziosirle,
vivacizzarle e animarle, con una elegante copertura di smalto, tale
da conferire alle singole composizioni, oltre a vigore e vitalità,
anche una particolare brillantezza. Nascevano in tal modo, con costanza,
capolavori di alta scuola, realizzati con certosina pazienza e con una
tale aderenza al vero, da suscitare ovunque, allora come oggi, stupore,
sbalordimento e ammirazione.
Tra i più importanti artisti che realizzarono ammirevoli
sculture, ricordiamo il Sammartino, nonché gli allievi della
sua scuola Salvatore Di Franco, Angelo e Giacomo Viva, Giuseppe Gori
e Nicola Somma. Ancora sono da annoverare il figurinista Lorenzo Mosca
e Giuseppe De Luca specializzato nella creazione di riproduzioni di
animali da cortile. Sempre nel campo animalistico abbiamo altresì
Francesco Gallo; Tommaso Schettino, Saverio Vassallo e Giuseppe Sarno,
mentre nel settore dei personaggi Francesco e Camillo Celentano, Battista
Polidoro e Francesco Cappiello. In questo periodo caratterizzato da
tanto fermento di produzione ed evoluzione, cessò definitivamente
anche la realizzazione di soggetti in legno, a tutto vantaggio della
terracotta. Tra coloro quindi che si distinsero nella costruzione di
puttini alati, animali di grosse proporzioni e oggetti vari, abbiamo
Fortunato Zambini, Giuseppe Picani, Francesco Di Nardo, Nicola Vassallo,
Gennaro Reale e Carlo Amatucci.
Il Presepe, così come si impose nel corso del
‘700, non prevedeva, comunque, solo raffinati modellini artigianali
di terracotta finemente smaltati e riccamente vestiti, ma anche un contesto
con spazi aperti arredati, agglomerati di case, spaccati di interni
e fondi dipinti, pitture e scenari, volute, nell’intento di valorizzare
e arricchire maggiormente l’insieme. Di tale grandiosa cornice,
oltre i pastori, nulla è sopravvissuto, al di là di qualche
testimonianza scritta, in quanto le creazioni, terminato il periodo
natalizio, venivano, quasi sempre subito distrutte. In merito a tali
testimonianze presepiali, va altresì detto che queste raffigurazioni
sono da considerare senza alcun dubbio anche la migliore produzione
artistica napoletana dell’intero secolo. Ciò, in quanto,
mentre la grande plastica statuaria era condizionata da correnti estranee
e lontane dalla realtà partenopea, che non stimolava affatto
gli esecutori, anzi li condizionava e impediva loro di dare il meglio
del proprio talento, nel settore presepiale avveniva invece esattamente
il contrario. Ivi, gli artisti, dimentichi di virtuosismi e tecnicismi
e allontanati dettami e imposizioni di stili e scuole, poterono dar
corso al loro desiderio di riprodurre autonomamente e in piena libertà,
il vero e la quotidianità.
Con la fine di questo entusiasmante secolo, anche la felice
stagione artistico-presepiale napoletana, così come quella dell’intera
Italia meridionale ed insulare, si avviava inesorabilmente al tramonto.
L’Ottocento infatti, malgrado alcuni sprazzi
di vera rifioritura, non generò un uguale entusiasmo da parte
degli esecutori, così come non riuscì ad uguagliare i
tanti capolavori che erano stati creati in precedenza. Uno dei momenti
di rinascita più entusiasmante fu senz’altro quello che
si ebbe nel corso del Decennio francese, allorquando l’arte presepiale
venne favorita e sorretta dalla stessa Corte murattiana. Nel corso dei
decenni successivi, si ebbero ancora sprazzi e momenti di fulgore, ma
la fase discendente nella quale si era entrati era destinata a conservarsi
costante. Ovviamente, ciò non influì sul numero delle
composizioni presepiali che, in occasione del Natale, ovunque, sia in
luoghi sacri, sia in case private spontaneamente sorgevano, nella mistica
del ricordo della Natività.
Oggi, così come è stato per tutto il resto
è stato nel nostro secolo, la tradizione non si è affatto
affievolita! L’uso di realizzare presepi, grandi, piccoli, o anche
solo simbolici, si è continuata a diffondere presso tutti i popoli
cristiani del mondo. Nella notte di Natale, infatti, non vi è
chiesa che non abbia il suo, così come non vi è casa che,
per la gioia dei componenti della famiglia, non abbia la sua greppia,
contornata dalle classiche eterne simboliche sacre figure, predisposta
ad accogliere il nascente Bambino Gesù. Questi Pastori dei tempi
moderni, ben disegnati, ben realizzati, ben rifiniti e ottimamente colorati,
non sono però più dei capolavori artistici. Sono solo
dei sacri simboli, tesi ad intenerire i cuori, addobbare misticamente
per il giorno del grande Evento e ricordare al genere umano la nascita
di un Dio fatto uomo. Dio venuto a portare un messaggio di pace, amore
e fratellanza, che, malgrado da allora siano trascorsi circa due millenni,
ancora tanto si stenta ad accettare.
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