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Giacomo apparteneva ad un’antica famiglia di pescatori
lacchesi. Alla marte del padre, ereditatone il gozzo, aveva continuato
la tradizionale attività; con il sua carattere e la sua personalità,
ferma, decisa, sempre disponibile ad aiutare gli altri, soprattutto
a mantenere una certa armonia nel gruppo dei pescatori, aveva dato un
contributo affinché questa categoria acquisisse sempre più
dignità e consapevolezza dei suoi valori. Godeva di un certo
rispetto anche da parte dei pescatori più anziani, perché
aveva conseguito la licenza elementare ed aveva frequentato i primi
due anni dell’istituto professionale di avviamento.
Dal padre, ma soprattutto dal vecchio nonno, aveva appreso
l’arte dei diversi “mestieri” di pesca, il suo legame
forte con il mare era infatti iniziato quando ancora bambino, all’età
di cinque/sei anni, accompagnava il nonno nella pesca dei polpi che
praticava con lo specchio, la fiocina e la polpara. Aveva imparato attraverso
gli insegnamenti del vecchio a riconoscere il polpo quando assumeva
le sembianze più svariate mimetizzandosi fra le pietre o l’erba
del fondo marino o quando se ne stava nella sua tana, riuscendo con
abilità a catturarla. Conosceva le caratteristiche dei fondali
intorno all’isola, la loro profondità, le secche, gli scogli
e le varie specie di pesci che vi dimoravano. Aveva poi imparato a tessere
le reti ed a ripararle con destrezza. All’età di sedici
anni era quindi diventato un pescatore completo ed alternava a seconda
delle stagioni e delle condizioni atmosferiche i1 “mestiere”’
più adatto e redditizio, dalle nasse ai senari, alla palammetara,
alla centilea, rilevando anche particolare abilità nella pesca
con la lenza che praticava su scogli del tutto inesplorati, catturando
spesso prede eccezionali e numerose, in particolare orate, saraghi e
scorfani.
Vendeva il pescato agli “accattatori “ e nel
giro di qualche anno era riuscito a mettere da parte un bel gruzzoletto
di denaro che gli consentì all’età di venticinque
anni di coronare il suo sogno d’amore, sposando Maria, una bella
ragazza bruna, di una agiata famiglia di agricoltori. In verità
Giacomo non era stato accettato di buon grado e verso di lui i genitori
di Maria, soprattutto il padre mantenevano un rapporto di assoluta freddezza
ed indifferenza e neppure la nascita dei bambini, un maschio e due femminucce,
aveva creato un opportuno avvicinamento. Maria, conoscendo i caratteri
orgogliosi del marito e del padre, aveva mantenuto un atteggiamento
di assoluto equilibrio dando l’impressione di ignorare il problema,
nonostante ne soffrisse.
Giacomo era sempre riuscito col suo lavoro a garantire una
vita serena e dignitosa alla sua famiglia, che però crescendo
andava incontro ad altre esigenze.
Da un po’ di tempo perciò aveva progettato
di farsi un nuovo gozzo, perché la vecchia barca, nonostante
i continui interventi di manutenzione e le impeciature, non dava più
sicurezza ed inoltre era diventata particolarmente pesante e lenta.
Il gozzo sorrentino di sette metri era il suo obiettivo,
perché gli avrebbe consentito di continuare l’attività
in modo soddisfacene. Occorreva però una somma rilevante, intorno
alle tremila lire, che non era facile mettere insieme. Per questo da
tempo si dedicava con più intensità al lavoro; di notte
andava a pescare con le lenze ormeggiandosi ad un cavo della tonnara,
impiantata nelle vicinanze della punta di Monte Vico, e riusciva a realizzare
ottime catture di pesci pregiati: occhiate, orate e saraghi che davano
un contributo notevole al fondo che aveva da tempo attivato. Non frequentava
più il Caffè, dove era salito trascorrere qualche ora
per una partitina a carte con gli amici e addirittura per risparmiare
aveva rinunciato a fumare. Tutto ciò era stato compreso da Maria,
che però finse di non conoscere i progetti segreti del marito
e per questo lo apprezzava ancora di più.
Finalmente Giacomo, quando si rese conto che ormai aveva
il denaro necessario, accompagnato da un amico che aveva conoscenza
con i maestri d’ascia di Sorrento, un mattino si recò a
Sorrento per commissionare il gozzo, concordandone la lunghezza e le
caratteristiche. Era il mese di gennaio del 1937; dopo quattro mesi,
il 12 maggio, Giacomo insieme a tre amici pescatori si recava a Sorrento
per ritirare il suo gozzo.
Intorno alle dieci i quattro erano a Sorrento, giù
al porto dove c’era il piccolo cantiere in un’ampia grotta
scavata nel tufo. Il gozzo era sullo scivolo pronto per il varo.
Nel vederlo in tutte le sue linee armoniose, nella
perfezione delle murate, nell’ accuratezza con cui ogni parte
era rifinita, Giacomo provò una forte emozione, ringraziò
il maestro e bevvero in segno augurale bicchieri di vino ischitano.
A prua, al di sotto della prima fascia un numero ed il nome “Maria”.
Finalmente tolti gli scanni laterali, il gozzo scivolò
nel mare, assumendo una posizione di perfetto equilibrio. In lontananza
verso sud-ovest si vedeva l’Epomeo. Ischia era lontana ma i quattro
con la vela latina ed i remi che avevano in dotazione, pensavano di
raggiungerla in poche ore di navigazione.
Intanto a Lacco si era sparsa una certa voce e quello
che doveva essere un segreto era noto a tutti; già nel primo
pomeriggio si videro persone sostare lungo la Marina, e poi portarsi
sulla spiaggia di Sotto il Porto. La barca fu avvistata tra Vivara ed
il Castello d’Ischia; mancava poco per il suo arrivo a Lacco.
Fu allora che insieme ai tre figli si presentò sulla spiaggia
Maria: era quello un momento importante ed irripetibile per la famiglia
che inseriva nel suo patrimonio, costituendone la voce più notevole,
il gozzo sorrentino, un bene cioè che salvaguardato si poteva
tramandare addirittura per generazioni diverse. Aveva voluto così
solennizzare l’evento, indossando l’abito tradizionale della
sua famiglia e tipico costume ischitano dell’Ottocento.
E, mentre il gozzo si avvicinava alla riva, in fondo
alla spiaggia, accompagnato da un chierichetto, che reggeva il catino
dell’acquasanta, apparve don Saverio Napoleone, rettore della
chiesa di S. Restituta che aveva il compito della solenne benedizione
della barca. Lo seguivano due persone: don Domenico e la signora Eleonora,
genitori di Maria.
Quando si avvicinarono, tutti con grande rispetto
salutarono don Saverio. Seguì qualche attimo di silenzio, rotto
da Giovanni, il più anziano dei pescatori, che si rivolse a don
Domenico dicendo che erano molto contenti della presenza sua e della
signora in mezzo a loro. Don Domenico ringraziò. Maria non si
mosse, ma il suo sorriso verso i genitori fu più eloquente di
qualsiasi gesto o parola.
Il gozzo approdò alla battigia. Giacomo saltò
giù, abbracciò la sua sposa: entrambi erano pervasi da
sentimenti di grande intensità. Tutti si congratulavano elogiando
Giacomo ed esaltando la bellezza e perfezione della sua barca. Il giovane
aveva compreso che i suoceri provavano una certa difficoltà,
perciò si avvicinò per salutarli.
Intanto don Saverio, ottenuto il silenzio, procedette
nella preghiera e benedisse la barca, invocando la protezione del Signore
e di S. Restituta.
Calava la sera, la particolare sera del mese di maggio,
quando sulla spiaggia ti invade il profumo del mare portato dalla brezza
che appena ti sfiora.
Si rallegrarono tutti appena videro tre donne che
portavano in perfetto equilibrio sulla testa altrettante ceste colme
di zeppole e di fiaschi di vino che subirono un immediato assalto. Ma
non finiva lì, perché dopo qualche minuto si vide procedere
sulla sabbia, a passi lunghi e svelti, reggendo con le mani due grossi
vassoi, Alduccio, il simpatico ed eclettico esponente della pasticceria
Calise di Casamicciola, che in perfetto orario, seguendo le disposizioni
di don Saverio, provvedeva alla consegna di cento sfogliatelle calde.
Fu una giornata eccezionale per il borgo di pescatori e contadini, quale
allora, alla fine degli anni 1930, era Lacco Ameno e qualche persona
anziana ancora la ricorda, come il pescatore Anellino che me l’ha
raccontato e Giacinto Calise.
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