La Rassegna d'Ischia 2005
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Giacomo e il gozzo sorrentino


  Giacomo apparteneva ad un’antica famiglia di pescatori lacchesi. Alla marte del padre, ereditatone il gozzo, aveva continuato la tradizionale attività; con il sua carattere e la sua personalità, ferma, decisa, sempre disponibile ad aiutare gli altri, soprattutto a mantenere una certa armonia nel gruppo dei pescatori, aveva dato un contributo affinché questa categoria acquisisse sempre più dignità e consapevolezza dei suoi valori. Godeva di un certo rispetto anche da parte dei pescatori più anziani, perché aveva conseguito la licenza elementare ed aveva frequentato i primi due anni dell’istituto professionale di avviamento.
  Dal padre, ma soprattutto dal vecchio nonno, aveva appreso l’arte dei diversi “mestieri” di pesca, il suo legame forte con il mare era infatti iniziato quando ancora bambino, all’età di cinque/sei anni, accompagnava il nonno nella pesca dei polpi che praticava con lo specchio, la fiocina e la polpara. Aveva imparato attraverso gli insegnamenti del vecchio a riconoscere il polpo quando assumeva le sembianze più svariate mimetizzandosi fra le pietre o l’erba del fondo marino o quando se ne stava nella sua tana, riuscendo con abilità a catturarla. Conosceva le caratteristiche dei fondali intorno all’isola, la loro profondità, le secche, gli scogli e le varie specie di pesci che vi dimoravano. Aveva poi imparato a tessere le reti ed a ripararle con destrezza. All’età di sedici anni era quindi diventato un pescatore completo ed alternava a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche i1 “mestiere”’ più adatto e redditizio, dalle nasse ai senari, alla palammetara, alla centilea, rilevando anche particolare abilità nella pesca con la lenza che praticava su scogli del tutto inesplorati, catturando spesso prede eccezionali e numerose, in particolare orate, saraghi e scorfani.
  Vendeva il pescato agli “accattatori “ e nel giro di qualche anno era riuscito a mettere da parte un bel gruzzoletto di denaro che gli consentì all’età di venticinque anni di coronare il suo sogno d’amore, sposando Maria, una bella ragazza bruna, di una agiata famiglia di agricoltori. In verità Giacomo non era stato accettato di buon grado e verso di lui i genitori di Maria, soprattutto il padre mantenevano un rapporto di assoluta freddezza ed indifferenza e neppure la nascita dei bambini, un maschio e due femminucce, aveva creato un opportuno avvicinamento. Maria, conoscendo i caratteri orgogliosi del marito e del padre, aveva mantenuto un atteggiamento di assoluto equilibrio dando l’impressione di ignorare il problema, nonostante ne soffrisse.
  Giacomo era sempre riuscito col suo lavoro a garantire una vita serena e dignitosa alla sua famiglia, che però crescendo andava incontro ad altre esigenze.
  Da un po’ di tempo perciò aveva progettato di farsi un nuovo gozzo, perché la vecchia barca, nonostante i continui interventi di manutenzione e le impeciature, non dava più sicurezza ed inoltre era diventata particolarmente pesante e lenta.
  Il gozzo sorrentino di sette metri era il suo obiettivo, perché gli avrebbe consentito di continuare l’attività in modo soddisfacene. Occorreva però una somma rilevante, intorno alle tremila lire, che non era facile mettere insieme. Per questo da tempo si dedicava con più intensità al lavoro; di notte andava a pescare con le lenze ormeggiandosi ad un cavo della tonnara, impiantata nelle vicinanze della punta di Monte Vico, e riusciva a realizzare ottime catture di pesci pregiati: occhiate, orate e saraghi che davano un contributo notevole al fondo che aveva da tempo attivato. Non frequentava più il Caffè, dove era salito trascorrere qualche ora per una partitina a carte con gli amici e addirittura per risparmiare aveva rinunciato a fumare. Tutto ciò era stato compreso da Maria, che però finse di non conoscere i progetti segreti del marito e per questo lo apprezzava ancora di più.
  Finalmente Giacomo, quando si rese conto che ormai aveva il denaro necessario, accompagnato da un amico che aveva conoscenza con i maestri d’ascia di Sorrento, un mattino si recò a Sorrento per commissionare il gozzo, concordandone la lunghezza e le caratteristiche. Era il mese di gennaio del 1937; dopo quattro mesi, il 12 maggio, Giacomo insieme a tre amici pescatori si recava a Sorrento per ritirare il suo gozzo.
   Intorno alle dieci i quattro erano a Sorrento, giù al porto dove c’era il piccolo cantiere in un’ampia grotta scavata nel tufo. Il gozzo era sullo scivolo pronto per il varo.
   Nel vederlo in tutte le sue linee armoniose, nella perfezione delle murate, nell’ accuratezza con cui ogni parte era rifinita, Giacomo provò una forte emozione, ringraziò il maestro e bevvero in segno augurale bicchieri di vino ischitano. A prua, al di sotto della prima fascia un numero ed il nome “Maria”.
  Finalmente tolti gli scanni laterali, il gozzo scivolò nel mare, assumendo una posizione di perfetto equilibrio. In lontananza verso sud-ovest si vedeva l’Epomeo. Ischia era lontana ma i quattro con la vela latina ed i remi che avevano in dotazione, pensavano di raggiungerla in poche ore di navigazione.
   Intanto a Lacco si era sparsa una certa voce e quello che doveva essere un segreto era noto a tutti; già nel primo pomeriggio si videro persone sostare lungo la Marina, e poi portarsi sulla spiaggia di Sotto il Porto. La barca fu avvistata tra Vivara ed il Castello d’Ischia; mancava poco per il suo arrivo a Lacco. Fu allora che insieme ai tre figli si presentò sulla spiaggia Maria: era quello un momento importante ed irripetibile per la famiglia che inseriva nel suo patrimonio, costituendone la voce più notevole, il gozzo sorrentino, un bene cioè che salvaguardato si poteva tramandare addirittura per generazioni diverse. Aveva voluto così solennizzare l’evento, indossando l’abito tradizionale della sua famiglia e tipico costume ischitano dell’Ottocento.
   E, mentre il gozzo si avvicinava alla riva, in fondo alla spiaggia, accompagnato da un chierichetto, che reggeva il catino dell’acquasanta, apparve don Saverio Napoleone, rettore della chiesa di S. Restituta che aveva il compito della solenne benedizione della barca. Lo seguivano due persone: don Domenico e la signora Eleonora, genitori di Maria.
   Quando si avvicinarono, tutti con grande rispetto salutarono don Saverio. Seguì qualche attimo di silenzio, rotto da Giovanni, il più anziano dei pescatori, che si rivolse a don Domenico dicendo che erano molto contenti della presenza sua e della signora in mezzo a loro. Don Domenico ringraziò. Maria non si mosse, ma il suo sorriso verso i genitori fu più eloquente di qualsiasi gesto o parola.
   Il gozzo approdò alla battigia. Giacomo saltò giù, abbracciò la sua sposa: entrambi erano pervasi da sentimenti di grande intensità. Tutti si congratulavano elogiando Giacomo ed esaltando la bellezza e perfezione della sua barca. Il giovane aveva compreso che i suoceri provavano una certa difficoltà, perciò si avvicinò per salutarli.
   Intanto don Saverio, ottenuto il silenzio, procedette nella preghiera e benedisse la barca, invocando la protezione del Signore e di S. Restituta.
   Calava la sera, la particolare sera del mese di maggio, quando sulla spiaggia ti invade il profumo del mare portato dalla brezza che appena ti sfiora.
   Si rallegrarono tutti appena videro tre donne che portavano in perfetto equilibrio sulla testa altrettante ceste colme di zeppole e di fiaschi di vino che subirono un immediato assalto. Ma non finiva lì, perché dopo qualche minuto si vide procedere sulla sabbia, a passi lunghi e svelti, reggendo con le mani due grossi vassoi, Alduccio, il simpatico ed eclettico esponente della pasticceria Calise di Casamicciola, che in perfetto orario, seguendo le disposizioni di don Saverio, provvedeva alla consegna di cento sfogliatelle calde.
Fu una giornata eccezionale per il borgo di pescatori e contadini, quale allora, alla fine degli anni 1930, era Lacco Ameno e qualche persona anziana ancora la ricorda, come il pescatore Anellino che me l’ha raccontato e Giacinto Calise.