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di Truman Capote
(reportage pubblicato su L'Europeo n. 245 del
2 luglio 1950, riproposto su Il Giornale d'Ischia n. 3/1975)
(…)
Dopo tanti discorsi lasciammo Napoli con un po’ di apprensione.
Era una giornata meravigliosa, forse un po’ freddina per quei
posti, dato che si era in marzo, ma allegra e vivace come un aquilone
in cielo, e la «Principessa» filava svelta e sicura spruzzando
acqua di qua e di là come un delfino burlone. La «Principessa»
è un’imbarcazione piccola,, ma comoda, con un bar minuscolo
e ben fornito e una clientela che è veramente fra le più
strane: condannati alla galera diretta al penitenziario di Procida oppure
giovani che stanno per entrare nel monastero di Ischia. Naturalmente
c’è anche della gente comune: isolani che sono andati a
fare le spese a Napoli, per esempio, e di quando in quando qualche straniero.
Ma questi sono pochissimi: vanno tutti a Capri.
Ho sempre pensato che le isole sono come delle grosse navi tenute permanentemente
all’àncora. Metterci il piede sopra è come cominciare
a salire sulla passerella che unisce la nave alla terraferma: si è
subito presi da un senso di meraviglioso isolamento e sembra che lì
niente ci possa raggiungere e nulla ci possa accadere, né di
brutto né di spiacevole. Perciò, quando la «Principessa»
cominciò ad avvicinarsi a Porto d’Ischia e noi potemmo
scorgere meglio la riva, fu bello e commovente come sentire il battito
del proprio cuore. Intanto, nella confusione dello sbarco, l’orologio
mi cadde a terra e mi si ruppe. La cosa era troppo significativa: subito
mi fu chiaro che Ischia non è un posto dove sia necessario avere
una nozione esatta del tempo. Ma del resto le isole non lo sono mai.
Se non sbaglio si può dire che Porto è la capitale di
Ischia. In ogni modo è senz’altro il paese più grande
ed è ancora un posto alla moda. La maggior parte delle persone,
una volta che ci hanno messo piede, se ne allontanano difficilmente,
perché Porto ha degli ottimi alberghi, delle belle spiagge e,
appollaiato al largo, come uno sparviero gigante, il Castello rinascimentale
di Vittoria Colonna. Gli altri tre paesi sono più rustici. Sono
Lacco Ameno, Casamicciola e, sulla punta estrema dell’isola, Forio.
Noi decidemmo di fermarci a Forio.
Ci dirigemmo alla volta di Forio verso il crepuscolo, mentre in
cielo cominciavano a brillare le prime stelle. La strada si inerpicava
alta su per la collina e nel mare giù in basso scorgemmo le barche
da pesca, illuminate dalle torce, che strisciavano lentamente come grossi
ragni di mare. Di quando in quando qualche pipistrello passava sopra
le nostre teste. Poi, nell’aria che imbruniva, udimmo delle voci:
buona sera, buona sera, e il muoversi lento dei greggi che belavano
come flauti arrugginiti. Intanto la nostra carrozza attraversava le
piazze dei villaggi. Non c’era luce elettrica e il lume delle
candele e delle lampade a petrolio illuminava le facce degli uomini
seduti ai caffè. Due ragazzi ci seguirono nell’oscurità,
oltre il paese. Quando imboccammo una salita erta e scoscesa riuscirono
finalmente, col fiato mozzo, ad attaccarsi alla carrozza e dalle froge
del cavallo, mentre ci si avvicinava alla cima, uscì una fumosa
striscia bianca. L’aria era più fredda. Il vetturino agitò
la frusta e il cavallo si mosse più svelto, mentre i ragazzi
ci additavano qualcosa; guardate. Era Forio, distante, bianca di luna,
con il mare che gli gorgogliava torno torno, mentre un suono di campane
si alzava improvviso nell’aria come uno stormo di uccelli. «Molto
bella?» chiese il vetturino, «molto bella?» domandarono
i bambini!
Quando uno rilegge un diario sono gli appunti meno importanti, scarabocchiati
in fretta su qualsiasi pezzo di carta, che scavano un esempio: «Oggi
Gioconda ha lasciato in camera delle striscioline di carta colorata.
Cosa sono? Un regalo? Forse le ho dato quella bottiglia di acqua di
colonia? Questi fogliettini li userò come segnalibro».
Ed ecco l’eco.
Prima di tutto Gioconda. È una bella ragazza, sebbene la sua
bellezza dipenda in gran parte dal suo stato d’animo. Quando è
di cattivo umore (e questo accade anche troppo spesso) sembra una scodella
di minestra fredda. Allora uno dimentica anche la magnificenza dei suoi
capelli e la dolcezza dei suoi occhi mediterranei. Dio sa se questa
ragazza lavori: qui alla pensione fa servizio di tavola e si occupa
anche delle camere, il che vuol dire che si alza prima dell’alba
e molte volte è ancora in piedi fino alla mezzanotte. Ma a dir
la verità si può considerare fortunata, perché
la disoccupazione è la piaga dell’isola e quasi tutte le
ragazze di qui sarebbero ben felici di prendere il suo posto. Se si
pensa che non c’è acqua corrente (con tutte le conseguenze
che un inconveniente simile comporta) Gioconda fa davvero del suo meglio.
La nostra è la migliore «pensione» di Forio. Il vitto
è buono ed anche troppo abbondante: sia a colazione che a cena
cinque portate e vino, e tutto compreso viene a costare ad ognuno
di noi circa cento dollari al mese. Gioconda non parla inglese e il
mio italiano, bene, meglio non pensarci. Ciononostante siamo amiconi.
Con l’uso delle mani e di un vocabolario riusciamo a farci capire
benissimo, ma questa è anche la ragione perché i nostri
dolci sono sempre un disastro. Quando il tempo è nuvoloso e non
c’è proprio niente da fare ci sediamo fuori della cucina
e ci divertiamo a preparare dolci americani che non riescono mai perché
siamo sempre troppo occupati a scartabellare il dizionario per tenere
conto del giusto punto di cottura delle nostre torte.
Dice Gioconda: «L’anno scorso, proprio nella stanza che
ora occupa lei, c’era un signore di Roma. Roma è davvero
così bella come diceva lui? Mi disse che dovevo andare a trovarlo
e che non c’era niente di male perché lui aveva fatto tre
guerre: la prima guerra mondiale, la seconda e quella di Abissinia.
Lei capisce come era vecchio. No, io a Roma non ci sono stata mai. Ho
degli amici che ci sono stati, però, e mi hanno mandato anche
delle cartoline. Lei la conosce quella donna che è impiegata
alla posta? E nel malocchio ci crede? Lei è di quelle che danno
il malocchio. Del resto lo sanno tutti, sa, e questa è anche
la ragione perché io non ricevo lettere dall’Argentina.
La vera infelicità di Gioconda è il non ricevere lettere
dall’Argentina. Forse un fidanzato infedele? Non ne ho idea, perché
lei si rifiuta di parlarne. Molti italiani sono emigrati nell’America
del Sud per cercare lavoro e ci sono mogli che aspettano da cinque anni
che i mariti le mandino a chiamare. E ogni giorno, quando torno a casa
con la posta, Gioconda mi si precipita incontro.
Quella di raccogliere la posta è un’occupazione che mi
sono trovato da solo ed è appunto per questo che la mattina
mi incontro con gli altri americani che vivono qui. Per il momento non
sono che quattro e ci vediamo in piazza al Caffè di Maria (i
miei appunti dicono: «Tutti noi sappiamo che Maria allunga il
vino. Ma l’allunga con l’acqua?»; Dio, è meglio
che non ci pensi). Non c’è un posto migliore per aspettare
il postino che star qui seduti, al sole, mentre la tenda di canne del
caffè tintinna nella brezza mattutina. Maria è una donna
tozza, con una faccia di zingara, e sembra che non se la prenda di niente.
Ma se c’è qualche cosa di cui uno ha bisogno, da una casa
ad un pacchetto di sigarette americane, lei sa come procurarvelo. Dicono
anche che sia la persona più ricca di Forio.
Nel suo caffè non si vede mai una donna. Ma dubito che Maria
lo permetterebbe. Intanto, quando ci si avvicina a mezzogiorno, tutto
il paese si riversa in piazza: i ragazzi escono da scuola con dei grembiuli
neri che li fanno assomigliare a tanti piccoli corvi, con gli zoccoli
ai piedi, e si affollano rumorosi nei vicoli; dove gli uomini che non
hanno niente da fare sostano sotto gli alberi e parlano e ridono mentre
le donne che passano di lì abbassano pudiche gli occhi a terra.
Poi arriva il postino che mi dà tutta la posta della pensione
e allora io mi incammino verso la collina dove mi aspetta Gioconda.
Qualche volta mi guarda come se fosse colpa mia se non riceve mai nessuna
lettera e come se fossi io a dare il malocchio. Un giorno, anzi, mi
disse che non mi azzardassi a tornare a mani vuote e fu allora che le
portai una bottiglietta di colonia.
Ma le striscioline di carta colorata che avevo trovato in camera
mia non erano (come avevo pensato io) un regalino che volesse contraccambiare
il mio. Quei fogliettini multicolori dovevano essere gettati sopra la
statua della Vergine che, arrivata lì da poco, sarebbe stata
portata in processione attraverso quasi tutta l’isola.
Il giorno che la Madonna doveva passare da Forio tutti i balconi erano
stati addobbati con drappi e con trine e qualcuno che era molto povero
e non aveva niente di bello da mettere in mostra aveva tirato fuori
anche le sopraccoperte. Nelle strade avevano messo dei festoni di fiori
fatti di cartavelina colorata, qualche signora aveva tirato fuori i
vecchi scialli, gli uomini si erano pettinati i baffi, qualcuno aveva
fatto indossare una camicia di bucato a uno dei due idioti del paese
e i ragazzi, vestiti tutti di bianco, avevano le ali da angelo fatte
di cartone dorato e legate strette alle spalle. La processione
doveva arrivare in paese e passare di sotto alle nostre finestre verso
le quattro e noi a quell’ora, istruiti da Gioconda, eravamo già
ai nostri posti, con le striscioline in mano, pronti a gettarle di sotto
e a gridare, come ci avevano insegnato, «Viva la Vergine Immacolata».
Nel frattempo si era messo a piovere e cadeva un’acquerugiola
fitta e uggiosa, mentre l’aria cominciava a farsi scura perché
si era già vicini alle sei, ma noi rimanemmo imperterriti ai
nostri posti come la folla che gremiva la strada di sotto. Poi arrivò
un prete in motocicletta con la faccia aggrottata e la tonaca che gli
svolazzava intorno: era stato mandato per dire a quelli della processione
di accelerare il passo. Intanto si era fatto buio completo e allora
qualcuno pensò di disporre una tremolante striscia di lumi a
petrolio lungo tutto il percorso della processione. Poi, tutto d’un
tratto, udimmo le note di una banda militare: ci sentimmo eccitati e
ci parve che anche i lumi si rianimassero improvvisamente per rendere
omaggio alla Vergine che arrivava. Dondolando leggermente avanti e indietro,
ritta su di una portantina ricoperta di fiori, con la testa avvolta
in un velo nero e seguita da una buona parte della popolazione dell’isola
arrivò la Madonna tutta ricoperta dalla cima ai piedi di orologi
d’oro e d’argento. Quando si avvicinò, si fece un
gran silenzio, rotto soltanto dal rumore strano e affascinante di tutte
quelle offerte: tictac, tic-tac. Più tardi Gioconda ci doveva
trovare con i fogliolini di carta ancora stretti in mano: per l’emozione
ci eravamo scordati di gettarli di sotto.
«5
Aprile. - Una passeggiata lunga e pericolosa. Abbiamo scoperto una nuova
spiaggia». Ischia è un’isola nuda e pietrosa che
ricorda molto la Grecia o la costa africana. Ci sono molti alberi di
aranci e di limoni e su per i fianchi delle colline si vedono filari
di viti. Infatti il vino d’Ischia è famoso ed è
qui che fanno il Lacrima Christi. Basta uscire appena dal paese,
infatti, che ci si sente subito in aperta campagna e allora si può
imboccare uno dei tanti viottoli che si inerpicano su in mezzo ai filari
dove ci sono interi sciami di api e dove le lucertole si cuociono al
sole sulle foglie che stanno per germogliare. La gente di qui è
massiccia e cotta dal sole e tutti, poi, hanno gli occhi speciali dei
marinai: occhi di chi è abituato a guardare lontano. E anche
loro infatti hanno sempre il mare d’intorno. Il sentiero vicino
al mare è intersecato, di quando in quando, da rocce di natura
vulcanica e ci sono dei punti in cui è meglio senz’altro
chiudere gli occhi: gli scogli di sotto, scuri ed enormi, sembrano dinosauri
addormentati. Un giorno, mentre camminavamo tra le rocce, trovammo un
papavero, poi un altro e un altro ancora: crescevano uno qui e uno là
in mezzo alla pietra arcigna e grigia. Così, per voler cogliere
i papaveri, ci trovammo tutto a un tratto di fronte ad una spiaggetta
nascosta in mezzo alle rocce e l’acqua in quel punto era così
limpida che potevamo scorgere anche la vegetazione subacquea e i pesci
che si muovevano con movimenti bruschi e decisi. Non molto lontano dalla
riva vedemmo degli scogli piatti e levigati che sembravano zatteroni
natanti e noi andammo da uno all’altro sguazzando nell’acqua
e poi sdraiandoci al sole. E di lì, se rivolgevamo lo sguardo
nel verso della terra e al di là delle rocce, vedevamo i filari
di viti torno torno alla collina coltivata a terrazzi e poi, più
in alto, il cocuzzolo della montagna. Su uno di quei massi enormi il
mare aveva scavato un sedile dove noi ci sedemmo felici, lasciando che
le onde ci venissero addosso e ci scavalcassero.
Ma a dire il vero, non è difficile trovare una spiaggetta privata,
qui ad Ischia, ed anch’io ne conosco tre in cui non va nessuno.
La spiaggia di Forio è disseminata di reti da pesca e di barche
capovolte e fu qui che vidi per la prima volta la famiglia Mussolini.
La vedova del dittatore vive nell’isola insieme a tre dei suoi
figliuoli in una specie di esilio volontario, direi, e il solo vederli
suscita sempre, a parer mio, qualcosa di molto triste e commovente.
La figlia è giovane, bionda e zoppa, ma apparentemente molto
spiritosa perché mi accorgo che quando i giovanotti del posto
sono con lei sulla spiaggia ridono sempre di cuore. Madama Mussolini
è sempre vestita di nero e molto poveramente come tutte le altre
donne dell’isola, e spesso le si vede incamminarsi faticosamente
su per la salita con la borsa piena che la fa camminare tutta sbilenca.
La sua faccia non ha quasi espressione, ma una volta la vidi sorridere
e fu quando in paese arrivò un uomo con un pappagallo che pescava
le piante della fortuna da un vaso di vetro. Madama Mussolini si fermò
per consultarlo e dopo aver letto il suo futuro vidi le sue labbra atteggiarsi
in un sorriso impercettibile che aveva qualcosa di leonardesco.
« 5 Giugno. - Il pomeriggio è come una
notte bianca di luna». Ora che è davvero caldo, i pomeriggi
sono come notti bianche: le finestre hanno le persiane abbassate e soltanto
il sonno regna nelle strade. I negozi riapriranno soltanto alle cinque,
quando anche la folla si radunerà nel porto ad aspettare la «Principessa»,
e solo più tardi tutti si riverseranno in piazza dove c’è
sempre qualcuno che suona la fisarmonica o la chitarra. Ma ora tutti
sono a riposare e non c’è che il cielo, di un azzurro smagliante,
e il canto di un gallo. Qui in paese ci sono due poveri idioti che sono
grandi amici e uno dei due tiene sempre in mano un mazzo di fiori che
però divide premurosamente in parti uguali non appena incontra
il suo compagno.
Nei pomeriggi assolati non ci sono che loro per le strade. Camminano
dandosi la mano, con il loro mazzettino di fiori, e vanno su e giù
per la spiaggia, e talvolta arrivano fino al muro di pietra che si protende
nell’acqua. Io li vedo dal mio balcone, seduti fra le reti e le
barche, con le teste rasate che luccicano al sole e gli occhi senza
colore. Questi pomeriggi assolati sembrano fatti per loro e in quelle
ore essi solo sono i veri padroni dell’isola.
Da quando siamo arrivati qui (e ormai sono quasi quattro mesi) abbiamo
seguito tutto il corso della primavera. Le notti si sono fatte più
calde, il mare più calmo, l’acqua (da verde che era) si
è fatta blu cupa e le viti, prima grigie e spoglie sui loro viticci
attorcigliati, si sono ornate dei primi grappoli verdi e acerbi. Si
vedono volare le farfalle e in giardino, dopo che è piovuto,
talvolta pare quasi di udire il rumore dei primi fiori che spuntano.
Noi ci svegliamo più presto (e questo è un segno dell’estate)
ma la sera non ci decidiamo mai ad andare a letto, e anche questo è
un altro segno. Però non è facile rientrare in casa con
queste nottate: la luna è più vicina e si specchia nell’acqua
con una lucentezza nuova e meravigliosa e lungo il parapetto della chiesa
dei pescatori, che punta verso il mare come la prua di una nave, giovanotti
e ragazze passeggiano avanti e indietro, bisbigliando, parlando sommessi,
e poi si spingono fino alla piazza e spesso anche più lontano,
in qualche angolo nascosta. Gioconda dice che questa è la primavera
più lunga che lei ricordi e la più lunga è sempre
anche la più bella.
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