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di
Lucia Mattera
«Una
vecchia chitarra a sussidio del canto, una penna spuntata vigile e pronta
ad ogni chiamata. Una penna che ammicca, che scricchia e che sgraffia,
che inciampa e che sbuffa con risa d’inchiostro. Un riso come
il mio, il riso nostro, tanto che rido anch’io e voglio far dei
versi a modo mio» (1): era il maggio del 1921 quando il Verde,
dalle pagine de L’Aquilotto, annunciava in una sorta
di viatico il suo viaggio «solivago» nel mondo della poesia.
Un viaggio senza fretta e pretese, «una ronda dilettosa –
la definiva l’autore – per iscovrir la bizzarria che si
cela in ogni cosa», a caccia dei «grilli» e delle
«cavallette della vita», in cambio di un semplice sorriso,
franco e amico. Baciate dalle rime (2), vestite di marcata (e dichiarata)
ludicità, le «strofe picciolette» del Verde tradiscono,
in realtà, una genesi complessa, una rielaborazione meditata
nel segno e nei dettami della classicità (3). Termini colti (4),
stilemi di epica o lirica aulicità, nobilitano, fin quasi a fuorviare,
umili soggetti e quotidiane (ma pittoresche) realtà (5), o tingono,
al contrario, di una mordace ironia borie grottesche (La dentiera)
e altezzose velleità. Trasposta su sfondi realistici (6) o su
indistinti scenari di emblematica universalità, la vita scorre
nei suoi risvolti infiniti tra le volute ritmiche di strofiche scansioni,
tra equivoci plausibili di fatti e parole (7), in condensate stille
di personale saggezza e in più sofferte riflessioni di amare
verità (8). Ma a fronte di ingiustizie e inevitabili disparità
si rinsalda, nella parola, il legame con affetti e ricordi interiori
(Fratello mio o Pupetta, in memoria della madre), con un mondo reale
e insieme immaginario, dove è il passato a riscrivere il presente,
la fantasia (o la storia) a rimarcare precise identità. Ecco
allora a sfilare, in una immateriale galleria (9), amici o detrattori
del poeta, nelle vesti improbabili di prodi cavalieri (10) o in una
mimica e dialettica teatralità (11). Ad essi giustapposti, senza
netta cesura, personaggi della storia passata (Claudio, ad esempio,
che cede ad Ottaviano perché sia di lui «degna» la
sua sposa «bella e pregna»), figurazioni astratte e umanizzate
da repertori di favole o di miti (Il sole e la luna, Maldicenza,
La lucciola), attori, in una mimesi veridica di fatti attinti
alla quotidianità. La crasi temporale, che logiche attinenze
bastano a giustificare, prelude a sua volta ad accostamenti più
arditi, a quell’irrompere chiassoso di terrene passioni nel compassato
regno della spiritualità (12).
In quel mondo multiforme, caleidoscopico e inestricabile, il poeta,
divertito, può fare capolino, attore fra gli attori, soggetto
di autoironiche e gustose apologie (13). Per dare la mano, soddisfatto,
ad un suo critico alter-ego o per sostare, illuso, in un felice discrimine
di sogno e fantasia (14), tra avventure galanti e rapide sfuriate, amicizie
sincere e gratuite falsità! Solo parole, forse, rare, comuni,
equivocate, declinate nei modi più bizzarri di verbali sinfonie.
Ma dietro ogni parola c’è un frammento di vita, una nota
preziosa di inesausta e cordiale umanità.
1)
I versi sono tratti liberamente da Introibo che compare nella
raccolta I miei versi giocosi. Del testo autobiografico, a metà
tra confessione e manifesto letterario, esiste una più breve
versione, edita nel maggio del 1921 sulla rivista L’Aquilotto.
2) Della varietà di figure e schemi metrici l’autore sembra
essere ben consapevole: «Amo l’endecasillabo e con esso
/ il sette ed ottonario. / Voglio cantare con quel metro stesso / che
appresi in Seminario! / Amo la rima alterna e la baciata, / allor che
viene col suo pié leggero, / come donnetta alla bisogna usata,
/ a servir il padron, ch’è il mio pensiero» (Introibo).
3) Nella più rassicurante quotidianità non mancano, nella
poesia del Verde, riferimenti a episodi mitologici (Leggendo Esiodo),
così come a fatti e personaggi della classica (e amata) antichità
(Oh tempora oh mores, La prefica). La presenza attualizzata
di quel mondo può altresì manifestarsi nella ripresa di
generi, dall’elegia (Fratello mio) alla favola (La
lucciola, Maldicenza, Favoletta), all’inno
(Viva la pipa, Gastronomia: gustoso panegirico di
un succulento stoccafisso perché l’amico artista Giovanni
Maltese possa cuocerlo a puntino).
4) In un “barocco” effetto contrastivo, l’autore trasceglie
dal lessico classico termini quali flebotomo, per indicare la zanzara
«perforatrice di vene», o primigeni per i suoi progenitori,
il cui ricordo sbiadito e secolare si rinnova nel battito perenne di
un antiquato orologio da parete.
5) Così, ad esempio, ne Il Raglio (o Canto di primavera),
bucolico elogio delle qualità canore dell’asino, il cui
verso si accompagna alla «complessa partitura della vasta armonia
della campagna».
6) Sui quotidiani contesti di vita, dove si scorgono talora colori ischitani
(Il raggio verde, Solleviamo lo spirito, scritta quest’ultima
dall’alto dell’eremo di San Nicola), si innestano ricordi
di guerra (Ab imo, Una volta uno stivale, Guglielmaccio
e la castagna, dove il pomposo discorso di Guglielmo II che paragona
alla nazione tedesca l’ “onor montano” dagli aculei
puntati, si smonta nella sgradita e imbarazzante scoperta che la castagna
era “fradicia di dentro”). Altrettanto frequenti i riferimenti
agli umilianti compromessi di pace o alle ingiustizie e inadempienze
perpetrate dai governi locali. E’ quanto emerge, più che
dai ritratti di politici isolani conditi di sottile e compiaciuta ironia,
nella critica serrata alla pur lodevole Opera Pia Genala, contenuta
nella raccolta Racìmoli, pp. 99 sgg.
7) Si vedano, al riguardo, Marcantonio o Il letterato
che fa del suo reato (l’aver colpito la moglie con un vocabolario)
una legittima e innocua “questione di parole”. L’aula
forense fa da sfondo anche all’atto teatrale In tribunale, dove
l’enfatica e strampalata difesa di due ubriachi si avvale del
riferimento al Redentore di... vino. Ne Il matrimonio, infine,
si deduce paradossalmente che, se la moglie è la metà
dell’uomo, l’uomo sposato è un uomo dimezzato.
8) A curiose osservazioni sul mondo naturale (al polpo, ad esempio,
ricrescono i tentacoli; alle stelle marine i pedicelli; all’uomo,
invece, non si rinnova che la barba) si affiancano amare considerazioni
sul talento non riconosciuto (ad esempio, nei cenni biografici sull’amico
artista Giovanni Maltese) o sugli orrori di una guerra, di fronte a
cui anche il Cristo crocifisso distoglie, afflitto, il suo sguardo (Lettera
dalla trincea).
9) Una Galleria degli ineffabili, corredata di vignette realizzate dall’autore,
fu pubblicata nel 1921 sulla rivista L’Aquilotto.
10) Nelle vesti di un impassibile infilzatore di “omini allo spiedo”
è ritratto, ad esempio, il cavalier Emiliano Coppa, maestro di
scherma e proprietario dell’Hotel Gran Sentinella. Un possibile
Adamo della luna è invece definito l’amico Silvestro Del
Deo che si recò in America e, tra figli e nipoti, festeggia le
sue gloriose nozze d’oro. Una singolare “tenzone”
a colpi di coltello è infine quella ingaggiata dall’avvilito
cliente alle prese con una bistecca «dura come una stecca».
11) La marcata e caricaturale gestualità di figure quasi sempre
sui generis è ulteriormente evidenziata, nei testi, da concitate
e mosse ritmicità pronte ad esplodere, talvolta, in un “funambolismo”
fonico-verbale. Così, ad esempio, nella Autopresentazione
di Bombicchio, fantasista di un circo che si esibiva a Forio tra
gli anni ’20 e ’30, o nell’enfatica e ispirata dichiarazione
A Nici, trionfo di rime baciate (date in genere da latinismi
monosillabi), tutte terminanti con la x. Simpatiche vignette, abbozzate
dall’autore, completano talora la caratterizzazione, come nel
caso del citato Emiliano Coppa o del sindaco G. Conte, ridotto ad un
omino dai “futuristi” tratti stilizzati, che schizzano in
tempeste di frecce e scintille (non a caso, lo si chiamava “fuoco
fuoco”).
12) Il riferimento è al racconto Come stanno le cose in paradiso,
contenuto nella raccolta Racìmoli, che si finge narrato
all’autore da un frate del monte Matese. Al centro del brano l’infernale
scompiglio scoppiato in paradiso per via della rivalità tra i
santi Pietro e Giuseppe per la custodia delle somme chiavi. A supportare
l’uno e l’altro contendente folle di angeli e santi, patriarchi
e profeti, tra Alfonso de’ Liguori, avvocato sobillatore, e un
pacioso san Prudenzio che invita alla prudenza (e con lui, naturalmente,
il sommo creatore).
13) Autopresentazioni dell’autore aprono le due raccolte Racìmoli
e I miei versi giocosi. Nella prima si elencano, tra immagini colorite
e accostamenti bizzarri, le cose gradite (dalla pioggia di notte all’anno
bisestile, dai fiori di cocozza alla spuma di sapone e, in tema alimentare,
la carne alla pizzaiuola, il gorgonzola - vermi compresi – e il
baccalà) e quelle invece detestate (le donne grasse che ballano,
le vecchie inviperite, la rottura di gambe, di sogni dorati e di scatole...
e infine il suo naso che, in grazia di una politica di espansione, si
è proclamato del suo volto imperatore).
Nel secondo testo, a caricaturali notazioni fisiche (a cominciare dal
suo naso, «gemello del Parnaso») si alternano autocritici
interventi, metaletterari, e immagini anche iperboliche, proiettive
di difetti e qualità (Come son fatto: «Se mi passa una
mosca per il naso, / per Bacco, me la mangio! E se per caso / osa qualcuno
farmi danno o scorno (...) / gli faccio un buco in testa, se lo trovo,
/ e poscia me lo succhio come un uovo. / Ma se fa a tempo a dirmi buona
sera, / si scioglie il mio furor come la cera / e mi mostro così
di buona vena / che va a finire che l’invito a cena»).
14) Così, ad esempio, in Non è vero e La
fortuna. Nella prima l’incontro promettente con «donzelle
gioconde e belle», lievi danzatrici come «farfalle intorno
al tulipano», si conclude con un brusco e deludente risveglio;
l’illusione, nella seconda, di afferrare per sempre la «regina
di ogni bene», si risolve in un sonoro schiaffone assestato dalla
moglie, i cui capelli non volendo ha tirato nel sonno.
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