La Rassegna d'Ischia 2005
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Giovanni Verde
In risu veritas - L’umorismo come chiave interpretativa della vita negli scritti,
noti ed inediti, del «poligrafo» foriano

di Lucia Mattera

«Una vecchia chitarra a sussidio del canto, una penna spuntata vigile e pronta ad ogni chiamata. Una penna che ammicca, che scricchia e che sgraffia, che inciampa e che sbuffa con risa d’inchiostro. Un riso come il mio, il riso nostro, tanto che rido anch’io e voglio far dei versi a modo mio» (1): era il maggio del 1921 quando il Verde, dalle pagine de L’Aquilotto, annunciava in una sorta di viatico il suo viaggio «solivago» nel mondo della poesia. Un viaggio senza fretta e pretese, «una ronda dilettosa – la definiva l’autore – per iscovrir la bizzarria che si cela in ogni cosa», a caccia dei «grilli» e delle «cavallette della vita», in cambio di un semplice sorriso, franco e amico. Baciate dalle rime (2), vestite di marcata (e dichiarata) ludicità, le «strofe picciolette» del Verde tradiscono, in realtà, una genesi complessa, una rielaborazione meditata nel segno e nei dettami della classicità (3). Termini colti (4), stilemi di epica o lirica aulicità, nobilitano, fin quasi a fuorviare, umili soggetti e quotidiane (ma pittoresche) realtà (5), o tingono, al contrario, di una mordace ironia borie grottesche (La dentiera) e altezzose velleità. Trasposta su sfondi realistici (6) o su indistinti scenari di emblematica universalità, la vita scorre nei suoi risvolti infiniti tra le volute ritmiche di strofiche scansioni, tra equivoci plausibili di fatti e parole (7), in condensate stille di personale saggezza e in più sofferte riflessioni di amare verità (8). Ma a fronte di ingiustizie e inevitabili disparità si rinsalda, nella parola, il legame con affetti e ricordi interiori (Fratello mio o Pupetta, in memoria della madre), con un mondo reale e insieme immaginario, dove è il passato a riscrivere il presente, la fantasia (o la storia) a rimarcare precise identità. Ecco allora a sfilare, in una immateriale galleria (9), amici o detrattori del poeta, nelle vesti improbabili di prodi cavalieri (10) o in una mimica e dialettica teatralità (11). Ad essi giustapposti, senza netta cesura, personaggi della storia passata (Claudio, ad esempio, che cede ad Ottaviano perché sia di lui «degna» la sua sposa «bella e pregna»), figurazioni astratte e umanizzate da repertori di favole o di miti (Il sole e la luna, Maldicenza, La lucciola), attori, in una mimesi veridica di fatti attinti alla quotidianità. La crasi temporale, che logiche attinenze bastano a giustificare, prelude a sua volta ad accostamenti più arditi, a quell’irrompere chiassoso di terrene passioni nel compassato regno della spiritualità (12).
In quel mondo multiforme, caleidoscopico e inestricabile, il poeta, divertito, può fare capolino, attore fra gli attori, soggetto di autoironiche e gustose apologie (13). Per dare la mano, soddisfatto, ad un suo critico alter-ego o per sostare, illuso, in un felice discrimine di sogno e fantasia (14), tra avventure galanti e rapide sfuriate, amicizie sincere e gratuite falsità! Solo parole, forse, rare, comuni, equivocate, declinate nei modi più bizzarri di verbali sinfonie. Ma dietro ogni parola c’è un frammento di vita, una nota preziosa di inesausta e cordiale umanità.

1) I versi sono tratti liberamente da Introibo che compare nella raccolta I miei versi giocosi. Del testo autobiografico, a metà tra confessione e manifesto letterario, esiste una più breve versione, edita nel maggio del 1921 sulla rivista L’Aquilotto.
2) Della varietà di figure e schemi metrici l’autore sembra essere ben consapevole: «Amo l’endecasillabo e con esso / il sette ed ottonario. / Voglio cantare con quel metro stesso / che appresi in Seminario! / Amo la rima alterna e la baciata, / allor che viene col suo pié leggero, / come donnetta alla bisogna usata, / a servir il padron, ch’è il mio pensiero» (Introibo).
3) Nella più rassicurante quotidianità non mancano, nella poesia del Verde, riferimenti a episodi mitologici (Leggendo Esiodo), così come a fatti e personaggi della classica (e amata) antichità (Oh tempora oh mores, La prefica). La presenza attualizzata di quel mondo può altresì manifestarsi nella ripresa di generi, dall’elegia (Fratello mio) alla favola (La lucciola, Maldicenza, Favoletta), all’inno (Viva la pipa, Gastronomia: gustoso panegirico di un succulento stoccafisso perché l’amico artista Giovanni Maltese possa cuocerlo a puntino).
4) In un “barocco” effetto contrastivo, l’autore trasceglie dal lessico classico termini quali flebotomo, per indicare la zanzara «perforatrice di vene», o primigeni per i suoi progenitori, il cui ricordo sbiadito e secolare si rinnova nel battito perenne di un antiquato orologio da parete.
5) Così, ad esempio, ne Il Raglio (o Canto di primavera), bucolico elogio delle qualità canore dell’asino, il cui verso si accompagna alla «complessa partitura della vasta armonia della campagna».
6) Sui quotidiani contesti di vita, dove si scorgono talora colori ischitani (Il raggio verde, Solleviamo lo spirito, scritta quest’ultima dall’alto dell’eremo di San Nicola), si innestano ricordi di guerra (Ab imo, Una volta uno stivale, Guglielmaccio e la castagna, dove il pomposo discorso di Guglielmo II che paragona alla nazione tedesca l’ “onor montano” dagli aculei puntati, si smonta nella sgradita e imbarazzante scoperta che la castagna era “fradicia di dentro”). Altrettanto frequenti i riferimenti agli umilianti compromessi di pace o alle ingiustizie e inadempienze perpetrate dai governi locali. E’ quanto emerge, più che dai ritratti di politici isolani conditi di sottile e compiaciuta ironia, nella critica serrata alla pur lodevole Opera Pia Genala, contenuta nella raccolta Racìmoli, pp. 99 sgg.
7) Si vedano, al riguardo, Marcantonio o Il letterato che fa del suo reato (l’aver colpito la moglie con un vocabolario) una legittima e innocua “questione di parole”. L’aula forense fa da sfondo anche all’atto teatrale In tribunale, dove l’enfatica e strampalata difesa di due ubriachi si avvale del riferimento al Redentore di... vino. Ne Il matrimonio, infine, si deduce paradossalmente che, se la moglie è la metà dell’uomo, l’uomo sposato è un uomo dimezzato.
8) A curiose osservazioni sul mondo naturale (al polpo, ad esempio, ricrescono i tentacoli; alle stelle marine i pedicelli; all’uomo, invece, non si rinnova che la barba) si affiancano amare considerazioni sul talento non riconosciuto (ad esempio, nei cenni biografici sull’amico artista Giovanni Maltese) o sugli orrori di una guerra, di fronte a cui anche il Cristo crocifisso distoglie, afflitto, il suo sguardo (Lettera dalla trincea).
9) Una Galleria degli ineffabili, corredata di vignette realizzate dall’autore, fu pubblicata nel 1921 sulla rivista L’Aquilotto.
10) Nelle vesti di un impassibile infilzatore di “omini allo spiedo” è ritratto, ad esempio, il cavalier Emiliano Coppa, maestro di scherma e proprietario dell’Hotel Gran Sentinella. Un possibile Adamo della luna è invece definito l’amico Silvestro Del Deo che si recò in America e, tra figli e nipoti, festeggia le sue gloriose nozze d’oro. Una singolare “tenzone” a colpi di coltello è infine quella ingaggiata dall’avvilito cliente alle prese con una bistecca «dura come una stecca».
11) La marcata e caricaturale gestualità di figure quasi sempre sui generis è ulteriormente evidenziata, nei testi, da concitate e mosse ritmicità pronte ad esplodere, talvolta, in un “funambolismo” fonico-verbale. Così, ad esempio, nella Autopresentazione di Bombicchio, fantasista di un circo che si esibiva a Forio tra gli anni ’20 e ’30, o nell’enfatica e ispirata dichiarazione A Nici, trionfo di rime baciate (date in genere da latinismi monosillabi), tutte terminanti con la x. Simpatiche vignette, abbozzate dall’autore, completano talora la caratterizzazione, come nel caso del citato Emiliano Coppa o del sindaco G. Conte, ridotto ad un omino dai “futuristi” tratti stilizzati, che schizzano in tempeste di frecce e scintille (non a caso, lo si chiamava “fuoco fuoco”).
12) Il riferimento è al racconto Come stanno le cose in paradiso, contenuto nella raccolta Racìmoli, che si finge narrato all’autore da un frate del monte Matese. Al centro del brano l’infernale scompiglio scoppiato in paradiso per via della rivalità tra i santi Pietro e Giuseppe per la custodia delle somme chiavi. A supportare l’uno e l’altro contendente folle di angeli e santi, patriarchi e profeti, tra Alfonso de’ Liguori, avvocato sobillatore, e un pacioso san Prudenzio che invita alla prudenza (e con lui, naturalmente, il sommo creatore).
13) Autopresentazioni dell’autore aprono le due raccolte Racìmoli e I miei versi giocosi. Nella prima si elencano, tra immagini colorite e accostamenti bizzarri, le cose gradite (dalla pioggia di notte all’anno bisestile, dai fiori di cocozza alla spuma di sapone e, in tema alimentare, la carne alla pizzaiuola, il gorgonzola - vermi compresi – e il baccalà) e quelle invece detestate (le donne grasse che ballano, le vecchie inviperite, la rottura di gambe, di sogni dorati e di scatole... e infine il suo naso che, in grazia di una politica di espansione, si è proclamato del suo volto imperatore).
Nel secondo testo, a caricaturali notazioni fisiche (a cominciare dal suo naso, «gemello del Parnaso») si alternano autocritici interventi, metaletterari, e immagini anche iperboliche, proiettive di difetti e qualità (Come son fatto: «Se mi passa una mosca per il naso, / per Bacco, me la mangio! E se per caso / osa qualcuno farmi danno o scorno (...) / gli faccio un buco in testa, se lo trovo, / e poscia me lo succhio come un uovo. / Ma se fa a tempo a dirmi buona sera, / si scioglie il mio furor come la cera / e mi mostro così di buona vena / che va a finire che l’invito a cena»).
14) Così, ad esempio, in Non è vero e La fortuna. Nella prima l’incontro promettente con «donzelle gioconde e belle», lievi danzatrici come «farfalle intorno al tulipano», si conclude con un brusco e deludente risveglio; l’illusione, nella seconda, di afferrare per sempre la «regina di ogni bene», si risolve in un sonoro schiaffone assestato dalla moglie, i cui capelli non volendo ha tirato nel sonno.

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